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Alchimia e alchimisti

Malgrado i divieti e le condanne, nel Quattrocento l’alchimia consolida la propria posizione nelle corti e si lega vieppiù alla medicina. I testi alchemici, anche se non originali dal punto di vista teorico, hanno larga diffusione in vari ambienti della cultura europea. Si diffonde in questo secolo la pratica di illustrare i manoscritti alchemici con immagini che hanno quasi sempre carattere simbolico e raramente sono finalizzate a fornire istruzioni pratiche. L’interesse per l’alchimia si lega alla rinascita dell’ermetismo e alla magia, come mostrano le opere di Ficino e Lazzarelli.

I testi alchemici e il ruolo dell’alchimia

Le opere alchemiche quattrocentesche sono per lo più compilazioni che assegnano un ruolo predominante alla pratica rispetto alla teoria. Si assiste a una ricca produzione e a un’ampia diffusione di manoscritti di alchimia, presenti in numero considerevole nelle biblioteche dei più noti umanisti dell’epoca, come quelle di Nicola Cusano, Basilio Bessarione e Nicolò Leoniceno (1428-1524). L’ampia circolazione di testi indica che l’alchimia è praticata o suscita un interesse sempre più diffuso in vari ambiti della società europea, in particolar modo dei medici; ciò avviene malgrado l’aura di segretezza che continua a caratterizzare gli scritti alchemici. Si diffonde in questi anni la pratica di illustrare tali manoscritti con immagini che hanno quasi sempre carattere simbolico e raramente sono finalizzate a fornire istruzioni pratiche. Così come in altre discipline, anche nell’alchimia si sviluppa un approccio di carattere storico-filologico, da cui hanno origine bibliografie ed edizioni di testi.

La diffusione di idee e opere alchemiche al di fuori degli ambienti dell’alta cultura, in particolare attraverso le numerose traduzioni dal latino o la composizione in lingua volgare di testi alchemici è indubbiamente l’effetto di una crescita del numero di praticanti. Non pochi autori, preoccupati che i segreti dell’arte alchemica possano finire nelle mani di individui senza scrupoli, sentono il bisogno di operare una distinzione tra veri alchimisti e impostori. Il crescente interesse per l’alchimia in vari ambiti della società suscita gli interventi delle autorità politiche, che si aggiungono alle condanne delle autorità ecclesiastiche. Dopo la decretale Spondent (1317), con cui Giovanni XXII aveva condannato l’alchimia, nel 1399 in Catalogna l’inquisitore della corona d’Aragona Nicolas Eymeric scrive un Trattato contro gli alchimisti nel quale contrappone le opere della natura a quelle dell’arte e afferma che solo Dio potrebbe fare l’oro dall’argento e l’argento dal piombo; cosicché – conclude l’inquisitore – gli alchimisti sono da ritenere falsari o, ancor peggio, necromanti. Gli interventi delle autorità politiche sono volti a impedire e soprattutto a controllare la trasmutazione dei metalli: nel 1380 un editto di Carlo V di Francia vieta la pratica dell’alchimia; nel 1403 in Inghilterra Enrico IV condanna la pratica della trasmutazione e nel 1488 il Senato di Venezia emette un editto analogo. I divieti però non mettono affatto fine alle pratiche alchemiche, che continuano a essere diffuse in vari luoghi, ma determinano un più forte controllo dei regnanti sulle attività degli alchimisti. L’alchimista inglese George Ripley parla di frequenti incontri di alchimisti a Londra – finanche nella cattedrale di Westminster.

Al termine della guerra dei Cent’anni (1453) numerose petizioni di alchimisti inglesi sono inviate al sovrano perché consenta la trasmutazione dei metalli. Alla corte di Felice V opera Guglielmo Fabri (prima metà del XV secolo), medico, giurista e segretario del papa. Nel XV secolo si sviluppa l’iconografia alchemica, spesso connessa a testi precedenti, il cui contenuto è più dottrinale e simbolico che pratico. I numerosi codici membranacei riccamente miniati sono testimonianza di importanti committenze e mostrano che l’alchimia ha una presenza ben consolidata nelle corti europee. La condizione dell’alchimista è tuttavia piuttosto incerta: esposto alle conseguenze dei fallimenti dell’opus, spesso confuso con falsari e avventurieri senza scrupoli, vittima di minacce o di furti se ritenuto in possesso dei segreti dell’arte, l’alchimista svolge una vita errabonda, tra alterne fortune, alla costante ricerca di contatti con altri praticanti.

Le dottrine e le immagini alchemiche

Alla fine del Trecento si possono individuare due distinte tradizioni nell’alchimia latina: quella metallurgica, finalizzata alla trasmutazione dei metalli, e quella medica, che ha come scopo la preparazione dell’elisir con il quale prolungare la vita, nonché la distillazione, a partire da composti organici e inorganici, della quintessenza. La prima si basa soprattutto sulla Summa Perfectionis dello Pseudo Geber, scritta da Paolo di Taranto alla fine del XIII secolo; la seconda si fonda sui testi attribuiti a Lullo e ad Arnaldo da Villanova per l’elisir e a Giovanni da Rupescissa per la distillazione e l’estrazione della quintessenza.

La produzione di testi alchemici si differenzia in una pluralità di generi: ricettari, opere a carattere simbolico, pseudoepigrafi, epistole, manuali, compendi, raccolte di “detti” o aforismi tratti dalle maggiori autorità dell’arte – raccolte che progressivamente fissano un canone di testi e autori. Una delle novità quattrocentesche è la produzione poetica, sia in latino che nelle lingue nazionali, di opere alchemiche. Tra le opere in versi sono da segnalare il Compound of Alchemy di George Ripley, l’Ordinal of Alchemy di Thomas Norton, che seguono le dottrine dell’alchimia lulliana, e la Chrysopoeia dell’italiano Giovanni Aurelio Augurello. Quest’ultimo introduce l’alchimia all’interno della cultura umanistica, stabilendo un nesso che poi si ritroverà in molte opere alchemiche del secolo successivo, tra alchimia, mitologia e filosofia. Anche se rimane estranea all’insegnamento universitario, l’alchimia è oggetto di dibattiti tra filosofi naturali, come ad esempio Pietro Pomponazzi (1462-1525), che nei suoi corsi universitari sulle Meteore di Aristotele discute lo status dell’arte alchemica. Per Pomponazzi la trasmutazione dei metalli non è impossibile, ma i suoi inevitabili disastrosi effetti sull’economia e la politica inducono a suo avviso a considerare con molta cautela la diffusione di simili ricerche.

Le ricerche degli alchimisti del XV secolo si strutturano attorno alle teorie di grandi maestri – Pseudo Geber e Pseudo Lullo soprattutto – e non di rado effettuano un sincretismo tra le varie concezioni. I nuovi testi spesso vanno anche sotto i nomi dei grandi autori, ma più spesso ancora essi riportano i nomi dei veri autori, personalità minori che evidentemente fanno parte della numerosa comunità degli alchimisti. All’incremento numerico delle opere si accompagna una minore originalità della parte teorica rispetto ai due secoli precedenti: si ripropongono infatti le dottrine che circolano sotto il nome di Geber latino, Raimondo Lullo e Arnaldo da Villanova, così come quelle fornulate da Giovanni da Rupescissa, anche se in alcuni casi meglio sistematizzate. Ritroviamo l’elisir lulliano, l’estrazione della quintessenza, l’oro potabile, la pietra filosofale e il mercurio dei filosofi. Sono anche riproposte le tradizionali finalità dell’alchimia (terapeutiche, farmacologiche, trasmutatorie, artigianali).

Quel che caratterizza i trattati del XV secolo è il ruolo sempre più rilevante acquisito dalla distillazione, cui già Rupescissa ha attribuito un’importanza centrale nell’alchimia e nella medicina. La distillazione con finalità puramente farmacologiche ha come obiettivo di separare le parti pure e volatili dalle parti più grosse e pesanti, quella più strettamente alchemica ha lo scopo di convertire l’intera sostanza di partenza in una nuova sostanza purissima. Mentre la distillazione con scopi farmaceutici richiede alambicchi e, in genere, vasi con una o più aperture, la distillazione alchemica si svolge in vasi ermeticamente chiusi, ma questa distinzione non implica una netta separazione tra alchimisti e distillatori. Tra fine Quattrocento e primi anni del Cinquecento si assiste – soprattutto negli Stati tedeschi – alla produzione di numerose opere dedicate alla distillazione, nelle quali sono spesso introdotte dottrine e pratiche alchemiche.

Non mancano opere, come il Libro della Santa Trinità (in volgare tedesco, composto tra il 1416 e il 1419), o l’Aurora Consurgens, che hanno un contenuto non solo operativo, ma anche simbolico e religioso. L’Aurora contiene citazioni bibliche ed è percorsa da tematiche sapienziali e profetiche: “Venite a me e sarete illuminati [...] orsù figli, venite: vi insegnerò la scienza di Dio.” Qui la trasmutazione dei metalli ha carattere non solo pratico-operativo, ma anche simbolico: la trasmutazione è il simbolo del passaggio dell’uomo peccatore a uno stato di perfezione spirituale. In queste due opere, che segnano l’emergere dell’allegoria alchemico-religiosa, è presente uno stretto legame tra parole e immagini – legame che diverrà sempre più stretto nell’alchimia del Rinascimento. Nell’immagine alchemica convivono astrazione e realismo, simbolismi e finalità didascaliche. Immagini ricorrenti nell’iconografia alchemica sono il Sole, la Luna, l’albero, il drago, l’uroborous (il serpente che si morde la coda), l’unicorno, il pavone, la fonte, l’ermafrodita, l’aquila, il connubio – immagini queste che rappresentano metalli, fasi dell’opus, oppure il processo stesso di perfezione e purificazione della materia. Il significato delle immagini non è fisso, ma è variabile e dipende dai differenti contesti culturali e dottrinali, cosicché la loro decodificazione è opera assai complessa. I manoscritti dell’Aurora e del Libro della Santa Trinità contengono miniature simboleggianti le diverse operazioni alchemiche. Nel Libro della Santa Trinità (Codex Germanicus 598 della Staatsbibliothek di Monaco di Baviera) troviamo l’immagine di un lebbroso in ginocchio, con le mani legate, che sta per essere decapitato da un carnefice anch’esso lebbroso – molto probabilmente si tratta di una rappresentazione simbolica della distillazione. In un’immagine dell’Aurora il maschio e la femmina, che hanno rispettivamente per testa il Sole e la Luna, combattono mentre cavalcano il leone (il maschio) e il grifone (la femmina). L’immagine del combattimento, che contiene molti altri simboli, sembra raffigurare i due principi alchemici, lo zolfo (leone) e il mercurio (grifone).

Alchimia e medicina: da Michele Savonarola a Marsilio Ficino

Alla fine del Trecento il legame tra alchimia e medicina è ben saldo e la quintessenza, l’elisir e l’oro potabile cominciano a essere oggetto di interesse da parte dei medici. Anche se è critico nei confronti della segretezza che caratterizza i testi di alchimia, il medico padovano Michele Savonarola afferma di seguire gli insegnamenti contenuti nei testi alchemici attribuiti a Raimondo Lullo.

È convinto che l’oro potabile sia una chimera, ma sulla trasmutazione dei metalli assume un punto di vista favorevole; soprattutto, è convinto che si possa ottenere l’elixir per prolungare la vita. Il suo interesse per l’alchimia (anche se accompagnato da non pochi dubbi) si manifesta soprattutto negli scritti farmacologici, dove ricorre l’uso di prodotti alchemici in medicina, in particolare rimedi di origine minerale. La ricerca intorno alla preparazione dell’oro potabile, probabilmente stimolata dalle pestilenze che ricorrono nel XIV e XV secolo, impegna numerosi medici, tra cui Guglielmo Fabri, medico di Felice V.

Le virtù terapeutiche dell’oro derivano dalla sua perfezione e incorruttibilità, ma anche dal suo legame con il Sole, che dà vita, e con il cuore da cui hanno origine gli spiriti vitali. Nel De Vita Marsilio Ficino scrive: “l’oro è apprezzato da tutti sopra ogni cosa, come la più temperata di tutte, la più immune dalla corruzione e pertanto può temperare il calore naturale.” L’oro potabile non è solo agente curativo, ma può essere utilmente impiegato per prolungare la vita. Ficino non si limita a considerare gli usi medici dell’alchimia: afferma anche che lo spirito estratto dall’oro può trasformare e vivificare i metalli. Nel Cinquecento Ficino diverrà una delle autorità cui attribuire scritti alchemici posteriori, accreditando l’immagine di Ficino alchimista. Seguace di Ficino, Ludovico Lazzarelli unisce alchimia ed ermetismo, attribuendo a Ermete il ruolo di fondatore della magia e dell’alchimia. L’alchimia, per Lazzarelli, ha il duplice scopo di perfezionare i metalli e preparare potenti farmaci per curare il corpo. Lazzarelli non si limita a sottolineare l’utilità delle ricerche alchemiche, ma insiste sul caratterre etico-religioso dell’arte: propone che i farmaci ottenuti dagli alchimisti, essendo dono divino,siano distribuiti gratuitamente ai poveri.


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