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Alchimia e chimica

Per tutto il Cinquecento, i confini tra alchimia e chimica sono ancora labili: trasmutazione dei metalli e preparazione di medicine dagli effetti straordinari si accompagnano, spesso nelle stesse persone, ad attività di distillazione, produzione di inchiostri, smalti, affinamento di metalli. Lo status dell’alchimia è ancora piuttosto ambiguo: estranea al sapere universitario, ha carattere eminentemente pratico, ma adotta teorie della materia che provengono da varie tradizioni. Nel Rinascimento essa assorbe il rinnovato interesse per la filosofia neoplatonica e per l’ermetismo. Accanto all’alchimia tradizionale di tipo simbolico ed esoterico si sviluppa la tradizione paracelsiana che fonda la medicina e la farmacologia su basi chimiche.

L’ambiguo status dell’alchimia

Walter Pagel

Paracelso

Il modo in cui le sostanze vengono prodotte nell’alchimia è analogo a quello della generazione in natura, specialmente della generazione spontanea. Anche qui è lo stato volatile è quello in cui si realizzano le conversioni più vantaggiose, conversioni paragonabili a quelle ottenute con la pietra filosofale. L’alchimia, imitando la generazione naturale di diverse specie, realizza la conversione dei metalli vili –«ammalati» - in metalli perfetti – «sani» - e così assomiglia alla medicina poiché alla medicina sostituisce la salute. […] L’«opera» ha due fasi: prima di tutto c’è un processo digestivo. Segue poi la «fissazione», che rende permanente la nuova sostanza appena preparata con l’ingresso di uno spirito… Se, per definizione, il fermento è un agente che converte la materia nella propria sostanza, la «pietra» è il lievito di tutti gli altri metalli e li cambia nella sua propria natura.

W. Pagel, Paracelso, Milano, Il Saggiatore, 1989

Estranea alle università, l’alchimia suscita un vasto interesse in vari ambiti della società e cultura europee. All’alchimia sono dediti artigiani, umanisti, membri del clero e principi. In un’epoca in cui molti stati devono affrontare spese (in particolare per guerre) che impoveriscono le loro finanze, sono numerosi i principi che danno credito ad alchimisti che promettono di operare la trasmutazione dei metalli in oro. L’alchimista rinascimentale mantiene le caratteristiche dei suoi predecessori medievali: la vita itinerante e la ricerca di mecenati per finanziare le proprie ricerche; l’uso di un linguaggio simbolico, nonché la segretezza. La sua carriera si svolge spesso a corte, dove sono allestiti laboratori non solo per la produzione della pietra filosofale, ma anche per la distillazione di profumi e la preparazione dei farmaci.

La crescente diffusione di testi e di laboratori alchemici si accompagna a una ripresa delle discussioni (iniziate nel Medioevo) intorno allo status dell’alchimia e alla sua legittimità. L’ingegnere senese Vannoccio Biringuccio (autore della (Pirotechnia, 1540) è critico nei confronti dell’alchimia, ma non la rifiuta del tutto: certamente i falsi alchimisti e i negromanti sono da condannare, ma i fallimenti dell’alchimia sono da imputare soprattutto all’assenza di metodo degli alchimisti. Se si adottano procedure controllabili e si indagano cause ed effetti, si possono in teoria raggiungere i risultati sperati. Malgrado i fallimenti nel fabbricare l’oro, dai forni degli alchimisti provengono, secondo Biringuccio, “nuovi e bellissimi effetti”, prodotti utili all’uso e alla comodità umana come potenti medicine, colori, profumi e altri preparati.

Il letterato fiorentino Benedetto Varchi scrive un trattato sull’alchimia dal titolo Se l’archimia è vera o no questione, in cui si interroga sulla verità e liceità dell’Arte. Varchi distingue tre tipi di alchimia: la vera, la sofistica e la falsa. La vera, che trasmuta i metalli nella loro sostanza, può essere praticata solo dall’alchimista che svolge il ruolo di “ministro e aiutatore della natura”. L’alchimia sofistica muta solo gli accidenti ed è potenzialmente dannosa per la società, come nel caso dei falsari, e quindi va vietata; la terza è quella che ha la falsa pretesa di “vincere e trapassare” la natura, di produrre preparati che consentono di guarire qualunque malattia o, addirittura, di dare l’immortalità. Anch’essa è da condannare perché implica un commercio col demonio. Nelle classificazioni delle scienze e delle arti contenute nelle enciclopedie rinascimentali è preso in esame lo status dell’alchimia, ovvero si discute se essa sia un’arte meccanica (pratica) oppure una scienza. La questione non è facilmente risolvibile, avendo l’alchimia una componente teorica e una pratica. Secondo alcuni, come il naturalista svizzero Conrad Gessner (1516-1565), essa ha un carattere eminentemente pratico (è una delle arti del fuoco) e gli alchimisti sono per lo più semplici artigiani ignoranti. Essa non ha nulla a che fare con il vero sapere dei filosofi, che ha carattere dimostrativo. Proprio questo orientamento pratico, estraneo alla tradizione filosofica classica motiva l’atteggiamento di Paracelso nei riguardi dell’alchimia. Per il medico svizzero, l’alchimia (quella che si occupa di preparare medicinali straordinari non quella che vuol produrre l’oro), diviene fondamento di una nuova medicina, che si oppone alla tradizione medica, puramente libresca. Quella di Paracelso si configura come una riforma della medicina e del sapere che attribuisce alle arti meccaniche, all’osservazione, all’analisi chimica dei corpi uno status privilegiato.

Sul finire del secolo, nel vivo dei conflitti tra i rappresentanti della medicina accademica e i chimici paracelsiani, ha luogo il primo tentativo di trasformare la chimica in disciplina di insegnamento. Ne è artefice il medico e umanista tedesco Andrea Libavio, che si oppone al tentativo dei paracelsiani di creare una filosofia chimica – alternativa all’aristotelismo e al galenismo. Ai chimici Libavio rimprovera soprattutto l’oscurità del linguaggio, la pretesa di sovvertire l’insegnamento accademico e di creare una nuova filosofia. Ciò nondimeno, Libavio dà alle stampe un’opera, significativamente intitolata Alchemia (1597), in cui le principali operazioni chimiche (e alchemiche) sono organizzate in maniera sistematica. Libavio intende separare la chimica dalle contaminazioni introdotte dai paracelsiani e vincere le resistenze e i pregiudizi che la comunità accademica manifesta nei suoi confronti. Segretezza, oscurità, improprie estrapolazioni filosofiche o ancor peggio teologiche, sono gli elementi che Libavio vuole eliminare dalla chimica del suo tempo. Nella sua opera introduce un’organizzazione sistematica degli argomenti e una terminologia non più ambigua e allusiva, ma chiara e controllabile; infine (contro i paracelsiani) sostiene la subordinazione della chimica alla medicina galenica e alla filosofia naturale aristotelica.

Chimica pratica e farmacologia

Grazie all’introduzione della stampa a caratteri mobili, si ha una rapida diffusione (soprattutto negli Stati tedeschi) di opere di chimica pratica, in particolare trattati dedicati alla distillazione. Si tratta di opere, come il Coelum philosophorum (1525) del medico di Norimberga Philipp Ulstadt, che contengono numerose illustrazioni e ricette di carattere pratico (per preparare profumi, oli essenziali, spirito di vino, solventi), nonché descrizioni di strumenti e apparati.

Non minore diffusione hanno trattati tecnici dedicati alla produzione di smalti, ceramica e vetro, che diffondono attraverso il libro a stampa ricette e conoscenze pratiche che circolavano in manoscritti o come tradizione orale nel mondo degli artigiani. Ne sono un esempio significativo per la loro ampia diffusione la già citata Pirotechnia di Vannoccio Biringuccio e le opere del ceramista francese Bernard Palissy (1510-1589), in cui si afferma la dignità delle Arti meccaniche in contrapposizione al sapere libresco delle università. La diffusione di trattati tecnici si accompagna a una rivalutazione del ruolo sociale e intellettuale delle arti del fuoco, in particolare della chimica. Questa, vincendo resistenze che provengono dalla medicina tradizionale, diviene parte integrante della farmacia: con la distillazione si purificano i composti e si estraggono le virtù o principi attivi. Accanto alla produzione di farmaci basati su piante ed animali, si diffonde, grazie soprattutto ai paracelsiani, l’uso di minerali e metalli: il cinabro, l’allume, l’antimonio, l’oro, il piombo e il mercurio sono usati dai chimici nella preparazione di farmaci a uso esterno e interno. Ciò provoca l’opposizione dei medici galenici: nel 1566 l’uso interno dell’antimonio, utilizzato soprattutto come emetico, è ufficialmente vietato dalla facoltà di medicina di Parigi. In Germania si hanno invece maggiori aperture nei confronti dell’applicazione della chimica alla medicina e alla farmacia e nelle farmacopee si cominciano a introdurre i nuovi farmaci preparati dai chimici.

Alchimia e filosofia

L’alchimia medievale si era sviluppata all’interno della filosofia della natura aristotelica, accettando la dottrina dei quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco) e delle quattro qualità di base (secco e umido, caldo e freddo). A fianco dei quattro elementi aristotelici, l’alchimia araba aveva poi introdotto lo zolfo e il mercurio come costituenti ultimi dei metalli. La rinascita del neoplatonismo introduce nuovi concetti nell’alchimia rinascimentale, in particolare quello di spirito. Per i filosofi neoplatonici vi è nell’universo un’entità semidivina, lo spirito, intermediario tra l’anima del mondo e il mondo corporeo. Lo spirito è una sostanza incorporea, ma non immateriale, un’aura vivificante di origine celeste che è contenuta in tutti i corpi naturali terrestri. Gli alchimisti adottano questa nozione, ma le interpretazioni che ne danno sono piuttosto differenziate: da alcuni alchimisti lo spirito è identificato con il mercurio “filosofico”, da altri con la quintessenza, estratta dai corpi per mezzo della distillazione.

Nella cosmologia di Paracelso e dei suoi seguaci il concetto di spirito gioca un ruolo centrale; il paracelsiano Petrus Severinus (Idea medicinae, 1571) asserisce infatti che i processi di generazione e corruzione che si verificano sulla terra e il funzionamento degli organismi viventi non dipendono dai quattro elementi aristotelici, ma interamente dallo spirito, sostanza di origine celeste, non elementare.Paracelso e i suoi seguaci propongono una nuova teoria della materia: confutata la dottrina aristotelica dei quattro elementi e delle qualità, sostengono che tutti i corpi sono formati da tre principi chimici, sale, zolfo e mercurio. I tre principi hanno in Paracelso uno status alquanto ambiguo: con essi infatti non sono designati il sale, lo zolfo e il mercurio comuni, ma le loro essenze, sono cioè concepiti come sostanze purissime da cui dipendono tutte le proprietà sensibili dei corpi. Determinati corpi sono combustibili perché contengono zolfo in quantità maggiore di altri; i corpi sono solidi perché in essi vi è una preponderanza di sale; la fluidità e volatilità sono invece prodotti dal mercurio. Benché privi della loro tradizionale funzione di costituenti ultimi dei corpi, i quattro elementi aristotelici (terra, acqua, aria e fuoco) non scompaiono del tutto dalla chimica paracelsiana: assumono un ruolo secondario, sono infatti definiti come le matrici nelle quali operano i principi per formare i corpi composti.

Alchimia, religione e mitologia

I rapporti tra alchimia e religione cristiana erano molto stretti nell’alchimia medievale che interpretava la trasmutazione dei metalli come un processo di purificazione spirituale, cui partecipava lo stesso alchimista. In numerosi trattati alchemici medievali la pietra filosofale, il lapis capace di trasformare in oro tutti i metalli, è assimilata a Gesù Cristo il Salvatore. Questi temi non scompaiono nel Cinquecento, ma sono meno rilevanti che nei secoli precedenti.

Nelle opere di Paracelso e della sua scuola si stabilisce uno stretto rapporto tra Scrittura e alchimia. La Genesi è interpretata da Paracelso in termini alchemici: la creazione viene descritta come un processo chimico di separazione delle differenti sostanze da un caos indifferenziato. Il teosofo paracelsiano Heinrich Khunrath descrive l’intero universo come il risultato dell’opera alchemica del Creatore e interpreta la trasmutazione in termini spirituali, come un processo di purificazione dell’uomo e della natura.Filosofi e alchimisti rinascimentali condividono l’idea che l’alchimia (la trasmutazione dei metalli e la preparazione dell’elisir della lunga vita) faccia parte di un’antichissima sapienza d’origine egizia, di cui sarebbe rimasta traccia nei testi che formano il Corpus hermeticum. L’umanista riminese Giovanni Aurelio Augurello pubblica nel 1515 la Chrysopoeia, un poema latino in esametri in cui propone l’interpretazione alchemica dei miti antichi. L’interpretazione dei miti greci in termini alchemici domina l’opera dell’alchimista tedesco Michael Maier, che considera la mitologia classica una descrizione criptica della trasmutazione dei metalli.

Petrus Severinus

Come ottenere conoscenza delle cose
Idea medicinae philosophicae

Vendete le vostre terre, le vostre case, i vostri abiti, bruciate i vostri libri. Acquistate invece buone scarpe e mettetevi in cammino, andate sulle montagne, visitate le valli, i deserti, le coste del mare, notate con attenzione le differenze tra gli animali, tra le piante, tra i vari tipi di minerali, nonché le proprietà e le origini di tutto ciò che esiste... Infine, acquistate del carbone e costruite delle fornaci e osservate incessantemente le operazioni del fuoco. È questo il solo modo per ottenere la conoscenza delle cose e delle loro proprietà.

P. Severinus, Idea medicinae philosophicae, trad.it. di A. Clericuzio


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