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Anna Andreevna Achmatova

La parola-cosa, espressione materiale, naturale e necessaria; causa, effetto e lenimento di anni di splendore, di persecuzione, di sofferenze dirette e di affetti spezzati. Nella scrittura di una delle voci più alte della poesia del Novecento, la storia scorre e pesa, anche quando altro è l’oggetto e più ravvicinato lo sguardo. Nella vicenda artistica e biografica della Achmatova si racchiude il percorso della lirica e della sensibilità russa, e l’enorme fardello portato negli anni della dittatura.

La più amata poetessa di Russia

Anna Andreevna Achmatova (pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko; 1889-1966) trascorre l’infanzia non lontano da Pietroburgo, a Carskoe Selo. L’“umida, verde magnificenza dei parchi”, l’ippodromo, la vecchia stazione del villaggio, residenza estiva degli zar e sede del celebre liceo puskiniano, verranno rievocati in Ode a Carskoe Selo (Carskosel’skaja oda, 1961), dove la Achmatova descrive Carskoe “come Chagall la sua Vitebsk”. Nel 1905, dopo il divorzio dei genitori, si trasferisce in Crimea e inizia a scrivere “molti versi mediocri”, come li definisce in Breve autobiografia (Korotko o sebe, 1965). Compie gli studi ginnasiali a Kiev, si iscrive alla Facoltà femminile di giurisprudenza. In questi anni conosce e ammira la poesia di Aleksandr Blok, capofila del simbolismo, che giudicherà sempre uno dei più grandi poeti europei, incarnazione dell’“Età d’argento” (dopo quella “aurea” puskiniana) della lirica russa. Decisivo per la formazione achmatoviana è tuttavia un altro simbolista, morto pressoché dimenticato nel 1909: Innokentij Annenskij, “il presagio, l’augurio” (gli dedica Alla maniera di Annenskij, Podrazanie Annenskomu, 1911) e Il maestro (Ucitel’, 1941), ai cui versi precisi, casti e discreti deve molto, riconosce la Achmatova, un’intera generazione.

Anna Andreevna Achmatova

E tu che non mi fosti tomba

E tu che non mi fosti tomba,

città sovversiva, in disgrazia, cara,

sei impallidita, tramortita, spenta.

Apparente è il nostro distacco:

non mi possono staccare da te,

la mia ombra è sui tuoi muri,

il mio riflesso nei canali,

il rumore dei passi nelle sale dell’Ermitage,

dove il mio amato vagava con me,

e al vecchio Volkovo Pole

dove posso singhiozzare all’aperto

sul silenzio delle fosse comuni.

A.A. Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, trad it. di Carlo Riccio, Torino, Einaudi, 1966

Nel 1910 sposa il poeta Nikolaj Gumilëv e si trasferisce a Pietroburgo, “città amata di un amore amaro”, cantata in moltissimi versi e protagonista del suo capolavoro: Poema senza eroe (Poema bez geroja, 1940-1962). Segue i corsi storico-letterari organizzati da Raev.

Nel 1911 diviene segretaria della gilda dei poeti acmeisti, fondata da Gumilëv, che all’epoca va elaborando la nuova poetica anche a partire dallo studio dei versi della moglie e di Osip Mandel’štam. Con quest’ultimo la Achmatova stringe un’amicizia destinata a durare tutta la vita; a unirli, oltre alla devozione per Puskin e alla riscoperta di Annenskij, è la passione per Dante e la lingua italiana. Richiamandosi alla tradizione medievale e alla sua lezione di concretezza (François Villon innanzitutto), gli acmeisti rifiutano ogni forma di misticismo e credono alla poesia come mestiere, alta forma di artigianato, in aperta polemica con il simbolismo e la sua visione del poeta vate e teurgo. Mentre i formalisti elaborano le loro innovative teorie letterarie, anche gli acmeisti richiamano, seppure con diversi intenti ed esiti, l’attenzione sulla fattura del verso, sulla parola-cosa, la “parola come tale”, come afferma Mandel’štam, nella sua densità semantica e sonora. In contrasto con le aperte sperimentazioni verbali dei futuristi (figli anch’essi della crisi del simbolismo), il “classicismo” degli acmeisti si apparenta così, pur senza alcun contatto diretto, con la poesia anglosassone contemporanea, Thomas Stearns Eliot in primo luogo. Nel 1912 la Achmatova pubblica la prima raccolta di versi, Sera (Vecer), accolta con grande favore dal pubblico e dalla critica: “nella poesia russa il posto femminile era segretamente vacante. Il destino volle che divenisse mio”. Incentrata su temi tradizionalmente femminili, primo tra tutti l’amore infelice, la scrittura achmatoviana rivela un’originale modulazione narrativa: “La genesi della Achmatova è tutta nella prosa russa, non nella poesia”, osserverà nel 1922 Mandel’štam. Con finezza e un’ironia dal retrogusto dolente, i microracconti della Achmatova ricreano per cenni, in un lacerato laconismo, un’intera vicenda amorosa; la loro lingua semplice, colloquiale, domina e varia i metri classici della tradizione russa. L’uso del minimo particolare significante, che ricorda la lezione di Tolstoj, è del tutto nuovo (si pensi all’incipit di Canzone dell’ultimo incontroPesnja poslednej vstreci, 1911): “Mi si gelava così debole il petto, / ma erano lievi i miei passi. / Sulla mano sinistra infilai / il guanto della mano destra”) per la poesia russa. Queste caratteristiche sono ancora più evidenti nella seconda raccolta, Rosario (Cetki, 1914), che conta in breve tempo dieci riedizioni e la consacra come poetessa più amata. Spiegherà le ragioni di questa devozione, nel 1917, Marina Cvetaeva: “La Achmatova scrive di sé – di ciò che è eterno. E senza avere scritto un solo verso astrattamente sociale, con una profondità senza pari – attraverso la descrizione di una piuma su un cappello – trasmetterà ai posteri il suo tempo”.

Anna Andreevna Achmatova

In ogni giornata c’è un’ora

In ogni giornata c’è un’ora

così, inquietante e confusa.

Parlo ad alta voce con l’ansia,

senza aprire gli occhi assonnati,

e lei batte, come il sangue,

come il respiro del corpo,

come un amore felice,

è assennata e cattiva.

A.A. Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, trad it. di Carlo Riccio, Torino, Einaudi, 1966

Anna Andreevna Achmatova

Preghiera

Dammi amari anni di malattia,

di soffocamento, insonnia, febbre,

toglimi il figlio, l’amato,

e il dono misterioso del canto -

così prego durante la tua liturgia

dopo tanti giorni affannosi,

perché la nube sopra la buia Russia

si faccia nuvola nella gloria dei raggi.

A.A. Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, trad it. di Carlo Riccio, Torino, Einaudi, 1966

Ad accrescere la popolarità della Achmatova contribuisce la sua austera, imponente bellezza, e i molti amori che le vengono attribuiti, anche senza fondamento (da Blok allo zar Nicola II). È l’epoca delle serate al cabaret Il cane randagio, delle amicizie con attrici e musicisti, il mondo dell’“allegra peccatrice di Carskoe Selo” che ritornerà spettralmente trasfigurato, con il titolo 1913. Racconto pietroburghese, nella prima sezione di Poema senza eroe. La fine del matrimonio con Gumilëv, dal quale nel 1912 la Achmatova ha avuto un figlio, Lev, si riflette nel poema In riva al mare (U samogo morja, 1914), commiato alla giovinezza sullo sfondo del paesaggio marino della Crimea, rievocata con cadenze narrative e intonazioni folkloriche, sulla scorta della Fiaba del pescatore e del pesciolino puskiniana. Dopo l’entrata della Russia nel primo conflitto mondiale, accanto al tema cittadino nella lirica achmatoviana risuona per la prima volta quello nazionale, come in Preghiera (Molitva, 1915), e si accentua il tono luttuoso – “e la mia triste Musa / mi guidava come si fa coi ciechi” (Sei stata la mia beata culla, Byl blazennoj moej kolybel’ju, 1914) – nei versi inclusi nella sua terza raccolta poetica Lo stormo bianco (Belaja staja, 1917). Si avvertono qui per la prima volta, come scrive Mandel’štam, “l’autorevolezza ieratica, la semplicità religiosa e la solennità” che caratterizzeranno anche Piantaggine (Podorosnik, 1921) e Anno Domini MCMXXI (1922), ultima raccolta di versi prima del silenzio quasi ventennale imposto alla Achmatova da una delibera segreta del Comitato Centrale del Partito.

Anna Andreevna Achmatova

Si sta bene qui

Si sta bene qui: crepitii, sussurri -

ogni mattina il freddo è più forte,

si piega il cespuglio in una fiamma bianca

di accecanti rose gelate.

E su sfarzose nevi di gala

una traccia di sci, come ricordo

di quando, in secoli lontani,

passammo insieme di qui, tu e io.

A.A. Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, trad it. di Carlo Riccio

Morte civile

Anna Andreevna Achmatova

Requiem

Diciassette mesi a gridare,

a chiamarti per farti tornare,

a gettarmi ai piedi del boia,

tu, figlio mio, orrore mio.

Ogni cosa si è confusa per sempre,

e ora non posso capire

chi sia la belva e chi l’uomo,

e se dovrò attendere a lungo l’esecuzione.

E ci sono solo fiori polverosi

e il suono del turibolo e tracce

che portano chissà dove nel nulla.

E dritto negli occhi mi guarda

e minaccia sventura imminente

un’enorme stella.

A.A. Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, trad it. di Carlo Riccio, Torino, Einaudi, 1966

Anna Andreevna Achmatova


Musa

trad. di Maurizia Calusio

Quando di notte ne attendo l’arrivo,

la vita sembra appesa a un filo.

Che sono onori, giovinezza, libertà

di fronte alla cara ospite con il flauto tra le mani.

Ed eccola. Ha scostato il velo,

mi ha rivolto uno sguardo attento.

Le dico: “Eri tu che dettavi a Dante

le pagine dell’Inferno?” Risponde: “Sì”.

Anna Andreevna Achmatova

No, non sotto la volta di un cielo straniero

No, non sotto la volta di un cielo straniero,

e non al riparo di ali straniere

allora io stavo con il mio popolo,

là dove il mio popolo, per sua sventura, stava.

A.A. Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, trad it. di Carlo Riccio, Torino, Einaudi, 1966

Nel 1921 Gumilëv viene fucilato con la falsa accusa di aver partecipato a un complotto monarchico; la Achmatova comincia a essere controllata dalla polizia politica e, a partire dal 1924, assiste a quella che definisce la propria morte civile: l’impossibilità di pubblicare, di lavorare. Non subisce personalmente minacce, rivolte invece alle persone a lei più vicine. Come il figlio Lev, incarcerato tre volte e condannato per inesistenti “crimini politici” (nel 1935, 1938, 1949; sconterà dieci anni di lager), e come Nikolaj Punin, lo storico dell’arte dal 1922 terzo marito della poetessa, il quale morirà in un lager nel 1953. Tra il 1922 e il 1966 la Achmatova può dare alle stampe soltanto cinque raccolte poetiche: due tra il 1940 e il 1945 quando, nell’intervallo bellico, il controllo del Partito sulla parola si allenta, gli altri tra il 1958 e il 1965, negli anni del disgelo. Nonostante l’apparente silenzio, continua a scrivere versi, traduce, trova rifugio e ragione di vita professionale, come molti studiosi del tempo, nello studio dell’opera di Aleksandr Puškin, cui dedica una serie di saggi. Nel 1935 inizia a lavorare al poema Requiem (1935-1940), possente oratorio in cui la voce achmatoviana acquista, sotto il minaccioso impeto dei tempi, grandiosità epica: “Ciò accadeva quando solo il morto / sorrideva, lieto della sua pace”. La sua vicenda privata di madre che attende notizie del figlio davanti alla prigione leningradese delle Croci si riflette nello strazio dell’intero Paese, vittima della repressione: tace il canto individuale (“e passano i decenni: /torture, deportazioni, esecuzioni – io / non posso cantare in questo orrore”, Poema senza eroe, superato dal coro luttuoso. Scrive Iosif Brodskij: “Era, essenzialmente, un poeta dei legami umani: vagheggiati, tesi, troncati. All’inizio rappresentò queste fasi attraverso il prisma del cuore individuale, poi attraverso quello della storia”. Per anni la Achmatova affida Requiem solo alla propria memoria; verrà pubblicato, in Germania, nel 1962. Nel 1940 esce a Leningrado Da sei libri (Iz sesti knig, 1940) che, definito “mistico e religioso”, viene immediatamente ritirato dal commercio e dalle biblioteche. Porta a termine Requiem, scrive il poema Per la via di tutta la terra (Putem vseja zemli) e, in dicembre, nel secondo anniversario della morte (in un lager di transito siberiano) di Mandel’štam, inizia a comporre Poema senza eroe, sintesi di tutta la sua opera, da lei stessa definito “logica continuazione delle opere di Gumilëv e Mandel’štam”. Tema centrale del poema è la memoria, nel suo significato etico, di testimonianza storica, conservazione e trasmissione del passato (“Deus conservat omnia”, recita l’epigrafe), e poetico, così come lo aveva codificato l’acmeismo (“la poesia è un’unica, magnifica citazione”, scrive altrove la Achmatova). Il destino individuale si fonde nel destino nazionale: “Il mio poema bramava di tornare verso la tenebra, la storia, verso la Storia di Pietroburgo da Pietro all’assedio del 1941-1944, o meglio verso il Mito di Pietroburgo”. Nel 1943, evacuata durante l’assedio di Leningrado a Taskent, nell’Uzbekistan, torna a partecipare alla vita letteraria sovietica. Una nuova delibera del Comitato Centrale (1946) la metterà nuovamente al bando: la bollano come “tipica rappresentante di una poesia vuota, senza principi, estranea al popolo russo”, “puttana e insieme suora”.

Vecchiaia e disgelo

Solo negli anni Cinquanta, riaccolta nell’Unione Scrittori, la Achmatova può tornare a lavorare. Vive gli ultimi anni tra Leningrado e Mosca, in precarie condizioni di salute (subisce tre infarti). Nel clima del disgelo vede maturare alla propria scuola, seppure clandestinamente, una nuova generazione di poeti, come Iosif Brodskij, che per suo tramite si legano direttamente e polemicamente all’età d’argento della poesia russa. Nel 1965 esce La corsa del tempo (Beg vremeni), nel 1966, negli Stati Uniti, Opere (Socinenija), prima versione non censurata, sebbene incompleta, della sua produzione poetica. Pubblicata integralmente anche in patria dalla fine degli anni Ottanta, Anna Andreevna è oggi unanimemente ritenuta una delle voci più alte della poesia novecentesca.


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