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La questione d’Oriente

Per “questione d’Oriente” si intende il complesso problema di ridefinizione geopolitica dell’Europa danubiano-balcanica nella fase di decadenza dell’Impero ottomano. Dal trattato russo-turco di Kutchuk-Kainarij (1774) alla prima guerra mondiale (1914), la penisola affronta infatti una profonda instabilità, per le spinte nazionali delle popolazioni balcaniche sottomesse alla Sublime Porta e le contrastanti politiche estere delle potenze europee.

I primi moti nazionali e l’indipendenza greca

Il termine “questione d’Oriente” viene introdotto nelle cancellerie europee del XIX secolo dopo il Congresso di Vienna (1815), per indicare il complesso problema della ridefinizione geopolitica dell’Europa danubiano-balcanica durante la fase di decadenza dell’Impero ottomano. Nonostante il Congresso di Vienna stabilisca il ripristino dello status quo ante nella penisola balcanica, l’esperienza della creazione delle provincie illiriche (1805-1811) durante il periodo napoleonico incita le popolazioni slavo-meridionali, ma non solo, a proseguire verso la strada dell’autonomia e dell’indipendenza dalle grandi compagini sovranazionali che dominano la regione: Impero ottomano e Impero asburgico.

In particolare all’interno della Sublime Porta, che versa in una condizione di sostanziale arretratezza, si sviluppano le pulsioni nazionali più forti. Nel 1817, dopo quasi un decennio di rivolte, la Serbia ottiene l’autonomia trasformandosi in un principato sotto la sovranità ottomana, ma è la Grecia a ottenere i maggiori successi. Nel 1821 una rivolta dei Greci fanarioti in Valacchia viene duramente stroncata dalle truppe turche; tuttavia, nonostante il suo fallimento, la rivolta incoraggia i Greci del Peloponneso che, nel 1822, dichiarano la propria indipendenza dall’Impero ottomano. La situazione pare sfuggire di mano alla Sublime Porta, ma grazie all’intervento del potente vassallo egiziano, nel 1825 la penisola greca viene riportata sotto l’autorità turca. Le atrocità commesse dalle truppe turche scatenano un moto di sdegno nell’opinione pubblica occidentale che, sotto l’influenza della cultura romantica e filoellenica, chiede la difesa dei Greci contro i nuovi “barbari”.

Nel 1827, dopo alcune esitazioni, Gran Bretagna e Francia intervengono a sostegno dell’indipendenza greca e nella battaglia navale di Navarino l’intera flotta ottomana viene affondata dalla Royal Navy. Di fronte al successo inglese e alla volontà turca di non sottomettersi all’ingerenza straniera, la Russia dichiara guerra alla Sublime Porta e con una campagna vittoriosa obbliga l’Impero ottomano a siglare la pace di Adrianopoli (1829), ponendosi come protettrice dell’ortodossia e della slavità nei Balcani, ed esigendo l’indipendenza della Grecia, secondo gli accordi siglati a Londra dalle tre potenze alleate. Pertanto, nel 1830 la Grecia diviene un Paese indipendente sotto protezione internazionale, mentre l’autonomia del principato di Serbia viene tutelata dalla Russia. Anche le provincie ottomane di Moldavia e Valacchia ottengono forme di autonomia politica e amministrativa, sotto tutela russa, gettando le basi dell’embrione dello Stato romeno.

La crisi ottomana

Nonostante l’avvio di un processo di riforme teso a modernizzare l’Impero ottomano, le recenti sconfitte di Costantinopoli, e soprattutto la perdita della Grecia, accentuano la debolezza dello Stato turco. L’Egitto, vassallo di Costantinopoli, si ribella allora al sultano e tenta di strappare alla Sublime Porta il controllo della Siria. La nuova grave crisi interna spinge le potenze internazionali a muoversi in sostegno dell’Impero ottomano, per garantire gli equilibri internazionali dell’area balcanica e del Mediterraneo orientale.

L’apporto maggiore viene fornito dai Russi che permettono a Costantinopoli di superare positivamente la crisi e di ottenere la formale sottomissione dell’Egitto. Grazie all’abilità diplomatica russa, nel 1833 i Turchi firmano il trattato di Unkiar-Skelessi che di fatto pone l’Impero ottomano sotto la protezione della Russia; una clausola segreta del trattato garantisce inoltre, in caso di guerra, la chiusura dei Dardanelli alle potenze ostili alla Russia.

I successi diplomatici e militari russi preoccupano le potenze occidentali e la clausola segreta del trattato di Unkiar-Skelessi, ben presto conosciuta anche dalle cancellerie occidentali, risulta intollerabile per Gran Bretagna e Francia. In generale, del resto, la sempre più marcata ingerenza russa negli affari interni dell’Impero ottomano mette in pericolo gli interessi franco-inglesi nel Mediterraneo orientale. Per ovviare a questa situazione Francia e Gran Bretagna insieme ad Austria e Prussia appoggiano la nuova fase di riforme dell’Impero ottomano che prende nome di “epoca delle Tanzimat ”. Grazie ai prestiti delle banche londinesi, Costantinopoli può avviare così una radicale trasformazione del sistema amministrativo – sempre più vicino ai sistemi amministrativi occidentali – e trasformare l’intero sistema giudiziario secondo criteri elaborati sul modello di quello francese.

Inoltre, se la riforma dell’esercito (1843), effettuata sotto il controllo di ufficiali inglesi, francesi e prussiani, rende più efficiente la struttura militare ottomana, l’introduzione delle prime forme di un sistema scolastico moderno sottrae l’educazione al monopolio delle scuole confessionali, mentre in ambito religioso viene abolita qualsiasi discriminazione fra cristiani, musulmani ed ebrei.

Grazie alle Tanzimat, l’Impero ottomano può quindi acquisire nuovamente il controllo dei propri territori, laddove questo si è venuto ad allentare, e passare indenne la cosiddetta “primavera dei popoli” del 1848 che coinvolge invece l’Impero asburgico.

La guerra di Crimea

L’avvento al trono di Francia di Napoleone III (1852), riapre i termini della questione d’Oriente, per la volontà del monarca francese di indebolire le posizioni di forza di cui gode la Russia nella penisola balcanica. Mirando a sottrarre le popolazioni slave dall’influenza ortodossa russa, la Francia si propone come tutrice delle aspirazioni nazionali di Serbi e Montenegrini, ma anche delle aspirazioni rumene, facendo leva sulla comune cultura latina. Il vero terreno di scontro con la Russia è comunque il problema della tutela e dell’accesso ai luoghi santi in Palestina; la supremazia politica russa, infatti, si è trasformata anche in supremazia religiosa e questo garantisce alla Chiesa ortodossa – che possiede, tra l’altro, le chiavi della chiesa della Natività – una posizione di privilegio rispetto a quella cattolica. In realtà, tale questione è solo un pretesto per ridefinire i rapporti di forza fra le potenze occidentali e la Russia, in un’area strategica come quella del Mediterraneo orientale; inoltre, prendendo la difesa degli interessi cattolici nei luoghi santi, Napoleone III può consolidare il proprio potere in Francia, grazie all’appoggio della Chiesa cattolica.

La disputa fra Francia e Russia sui luoghi santi finisce con l’investire la Sublime Porta che ne ha il controllo amministrativo-territoriale. Diviso fra le pressioni francesi e russe, l’Impero ottomano approfitta allora della situazione per liberarsi della pesante tutela zarista, provocando una crisi internazionale fra i due Paesi che sfocia nella guerra di Crimea (1853-1856). In seguito all’occupazione russa dei principati di Moldavia e Valacchia, una coalizione formata da Francia, Gran Bretagna e Turchia invia un esercito in Crimea, attaccando direttamente il suolo russo. Nel 1855 alle forze alleate si aggiunge anche un contingente piemontese, inviato da Cavour con l’intento di porre la questione italiana sul tavolo delle trattative di pace.

Sconfitta nella guerra di Crimea, la Russia ridimensiona le sue pretese sulla penisola balcanica e, dopo l’ascesa al trono di Alessandro II, per il Paese si apre un periodo di profondi cambiamenti, verso una rapida modernizzazione.

Il congresso di Berlino e la nuova geografia dei Balcani

I processi di unificazione italiano e tedesco riaprono il problema nazionale nei Balcani e mettono in discussione i tentativi di riorganizzazione interna dell’Impero ottomano. Nel 1875 scoppia un’ampia rivolta antiottomana in Bosnia-Erzegovina – alla quale partecipano volontari garibaldini – e l’anno successivo anche la Bulgaria insorge. Immediatamente, Serbia e Montenegro dichiarano guerra alla Sublime Porta in difesa della slavità, sostenendo l’idea di uno Stato comune slavo-meridionale (fino al 1914 anche i Bulgari saranno considerati appartenenti al gruppo slavo-meridionale). Di fronte alla richiesta di soccorso invocata dalle popolazioni in rivolta, la Russia invade i territori europei della Turchia, dando inizio alla guerra russo-turca (1877-1878). La rapida e dirompente avanzata russa mette in ginocchio Costantinopoli che è costretta a firmare il trattato di Santo Stefano (1878): questo garantisce la nascita della Bulgaria come Stato indipendente, ma satellite della Russia, e l’indipendenza di Serbia, Montenegro e Romania (nata dall’unione dei due principati di Moldavia e Valacchia). Tuttavia la presenza di un nuovo Stato balcanico, la Bulgaria, che virtualmente si spinge fino a occupare completamente la Macedonia, destabilizza l’intera regione. Le potenze europee organizzano allora un congresso internazionale a Berlino (1878), nel quale viene abrogato il trattato di Santo Stefano: ridimensionata sul piano territoriale, la Bulgaria torna a essere tributaria della Sublime Porta, mentre viene confermata l’indipendenza di Serbia, Montenegro e Romania. Infine la Bosnia-Erzegovina, che secondo accordi segreti fra Russi e Austriaci avrebbe dovuto essere ceduta a Vienna, viene posta sotto tutela asburgica, pur rimanendo formalmente territorio ottomano. Il congresso di Berlino risulta così una grande sconfitta diplomatica della Russia che viene definitivamente posta ai margini della questione d’Oriente, mentre la Germania si affaccia come nuova grande protagonista. Attraverso la presenza austriaca nei Balcani, il Reich tedesco mira infatti a raggiungere il Medio Oriente e le sue preziose materie prime, fondamentali per l’impetuosa crescita industriale della Germania, con la costruzione dell’asse ferroviario Berlino-Baghdad che avrebbe permesso di aggirare il controllo inglese del canale di Suez.

Per quanto le assise internazionali abbiano soddisfatto le richieste nazionali di Serbia, Montenegro, Romania e Grecia – quest’ultima, infatti, ottiene parte dell’Epiro meridionale – rimane aperta la questione macedone che entra a far parte a pieno titolo della questione d’Oriente. Di fronte all’ormai palese debolezza ottomana nel far valere i propri diritti, nei decenni successivi il problema macedone diviene il cruccio delle cancellerie europee e l’obiettivo strategico dei progetti nazionali serbo, greco e bulgaro. Nel 1885 la Bulgaria occupa la Rumelia orientale, provocando l’attacco serbo al Paese, preoccupato di un eccessivo rafforzamento della Bulgaria; mal condotta, tuttavia, la campagna militare serba si rivela un fallimento e spinge i Bulgari ad accelerare il loro processo di separazione dalla Sublime Porta. Nel 1908 Ferdinando I, principe di Bulgaria, proclama l’indipendenza del Paese e, approfittando della nuova situazione di crisi nei territori ottomani, l’Austria promulga l’annessione della Bosnia-Erzegovina.

Nonostante il peso ormai sempre più ridotto della presenza ottomana in Europa, il concerto internazionale continua a sostenere la necessità di preservare la sopravvivenza della Sublime Porta, da tempo definita il “gigante malato d’Europa”. Nel 1903, in Macedonia, fallisce il tentativo insurrezionale dell’Organizzazione Rivoluzionaria Macedone (VMRO) per l’indipendenza della regione, ma ciò provoca l’accentuazione delle rivalità di Serbia, Grecia e Bulgaria per il controllo della Macedonia. Invano le grandi potenze, con il trattato di Mürzsteg (1903), tentano di frenare gli antagonismi balcanici, inviando in Macedonia un contingente di polizia internazionale e di funzionari amministrativi.

Le guerre balcaniche

Le difficoltà di inizio secolo aprono una fase di instabilità anche nella Sublime Porta, culminante con la rivoluzione dei Giovani Turchi nel giugno-luglio del 1908; l’Impero ottomano comincia allora a trasformarsi in uno Stato moderno con un governo costituzionale.

L’improvviso cambiamento di regime a Costantinopoli e il rafforzamento dello Stato, grazie a rapide e radicali riforme, allarma gli Stati balcanici che adesso, per realizzare le proprie politiche nazionali, si pongono come obiettivo strategico comune il definitivo allontanamento dei Turchi dal suolo europeo.

Nel 1912 scoppia la prima guerra balcanica: Bulgaria, Serbia, Montenegro e Grecia, riuniti nella Lega balcanica, assalgono i territori ottomani. Approfittando della crisi italo-turca per la conquista italiana della Libia (1911) – vassallo dell’Impero ottomano – e della successiva occupazione del Dodecaneso (1912), la Lega balcanica tenta di trarre vantaggio dalla condizione di debolezza di Costantinopoli e dalla congiuntura internazionale. Dopo una campagna vittoriosa, le grandi potenze invitano la Lega al tavolo delle trattative e nel 1913 viene siglato il trattato di Londra. La firma del trattato lascia però insoddisfatta la Bulgaria, che vede ridimensionate le sue pretese territoriali sulla Macedonia, mentre Italia e Austria-Ungheria sono fermamente motivate a impedire qualsiasi espansione serba verso l’Adriatico. Inoltre, la questione albanese diviene un altro capitolo della questione d’Oriente ed entra a far parte dell’agenda internazionale. Con il trattato di Londra, infatti, viene proclamata l’indipendenza albanese sotto la tutela internazionale, per prevenire lotte di spartizione fra gli Stati balcanici.

Tuttavia, un mese dopo la sigla del trattato, la Bulgaria attacca Greci e Serbi nel tentativo di strappare loro le recenti conquiste macedoni, dando così inizio alla seconda guerra balcanica. Rapidamente vengono coinvolti nel conflitto Montenegro e Romania, in soccorso della Serbia, e la Sublime Porta, che tenta di riconquistare a scapito dei Bulgari alcuni dei territori perduti nella prima guerra balcanica.

Il nuovo ordine balcanico alla vigilia della prima guerra mondiale

La sconfitta bulgara pone le basi per la divisione della maggior parte della Macedonia (accordi di Bucarest, 1913) fra Serbia, Montenegro e Grecia.

Inoltre, grazie alla conquista del Sangiaccato, Montenegro e Serbia vengono per la prima volta a contatto fra loro. Le recenti acquisizioni macedoni fanno della Serbia il più potente Stato balcanico, mentre l’Impero ottomano, pressoché estromesso dall’Europa – a parte alcuni territori della Tracia, attorno a Costantinopoli – è ridotto a un simulacro della passata grandezza. La contraddittoria politica delle grandi potenze, volta a spogliare passo a passo l’“albero ottomano” dei suoi migliori “frutti”, cercando al contempo di preservarne la vitalità, finisce per produrre “frutti avvelenati”.

La competizione fra gli emergenti Stati balcanici, protesi a realizzare le proprie aspirazioni nazionali, e l’ingerenza delle grandi potenze nelle diatribe regionali provoca inevitabilmente tensioni sempre più gravi. In particolare, la presenza di una grande Serbia che si propone come il Piemonte delle realtà slavo-meridonali e aspira a riunire tutte le componenti all’interno di una comunità jugoslava – sentita anche fra le popolazioni sottomesse all’Impero asburgico – prepara l’inevitabile conflitto con Vienna. Il 28 giugno 1914, ricorrenza del 28 giugno 1389 (anno della sconfitta serba e cristiana nei Balcani che apre la via alla conquista ottomana dell’intera penisola), a Sarajevo viene assassinato l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e inizia così la prima guerra mondiale.

Rimandi: 

Le società segrete

 


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