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Catullo e il Liber catullianus: poesia e precarietà della vita

Attraverso la poesia di Catullo, l’eros entra nella letteratura latina come protagonista centrale dei suoi carmi; il poeta canta e indaga i diversi aspetti del sentimento amoroso, sia in modo convenzionale che innovativo, attraverso un raffinato gioco letterario influenzato dall’ars poetica di origine ellenistica.

Catullo poeta dell’eros

Una vita breve e intensa, quella di Gaio Valerio Catullo, nato a Verona da un’agiata famiglia cisalpina nell’84 a.C. e morto a Roma solo trent’anni dopo. In questo arco temporale il poeta fornisce – grazie alla sua produzione – un numero di dati relativi alla propria interiorità molto maggiore di quello delle notizie specificamente biografiche. Sappiamo solo che si trasferisce da Verona a Roma, entrando così in contatto con esponenti di spicco del mondo politico e intellettuale del tempo, in particolare con quella cerchia di poeti – tra cui Licinio Calvo ed Elvio Cinna – che, prendendo le distanze dal modello monolitico del civis romanus, si orienta verso un tipo di composizioni che mette al centro la dimensione del privato, della più spiccata e passionale interiorità. Si tratta dei neoteroi, come in tono dispregiativo ebbe a definirli più volte Cicerone: i poetae novi che privilegiando la sfera individuale e soggettiva rischiavano – secondo l’Arpinate – di mettere in crisi la severa tradizione di una cultura nutrita del senso dello stato contro ogni deriva individualistica. Niente di più soggettivo, invece, di quell’amore, descritto nei toni più drammatici, più entusiastici, più leggeri, più delusi per una donna, Lesbia, che costituisce senz’altro il motivo dominante dell’intero liber catulliano, composto di 116 carmi e dedicato – forse nella forma più ridotta di quella giunta fino a noi – a Cornelio Nepote, amico, conterraneo ed estimatore di Catullo. Con ogni probabilità dietro il nome di Lesbia (un omaggio alla grande poesia lirica greca di età arcaica, e in particolare a Saffo, nativa dell’isola di Lesbo) si cela il personaggio di Clodia, sorella del tribuno filocesariano Publio Clodio Pulcro e moglie di Quinto Cecilio Metello Celere (console nel 60 a.C.), che è di circa dieci anni più anziana di Catullo e – come il poeta la definisce (carme 86, 5) – pulcherrima tota.

La centralità dell’eros nella produzione catulliana costituisce un elemento di assoluta novità per la letteratura latina che lo aveva fino ad allora tenuto ai margini: quello di Catullo non è però un diario sentimentale, e fuorviante sarebbe cercare nei carmi d’amore una linearità cronologica. Ciò che il poeta mette in campo è una tensione emotiva costante, fatta di adesione incondizionata e di fratture, di nostalgia per il passato e di esortazioni a se stesso ad affrontare un futuro incerto, di invettive contro la donna che lo ha tradito e di volontà di affidare per sempre all’oblìo quella storia di amore e di dolore. Tutti questi aspetti innovativi, che troveranno poi concreti sviluppi nel genere letterario dell’elegia, sanno però sapientemente declinarsi insieme a una serie di elementi convenzionali già radicati nella tradizione della poesia d’amore ellenistico-alessandrina, di cui Catullo non rinuncia a sentirsi erede.

Il richiamo al foedus amicitiae, a quel patto di amore che, pur non pubblicamente sancito, non è per questo meno vincolante, costituisce spesso anche l’occasione per esprimere le proprie convinzioni in tema di rapporti umani, di comportamento tra persone che dovrebbero essere legate da vincoli di solidarietà e di reciprocità e che talvolta questi vincoli sono pronte a tradire. Rimane allora spazio per l’invettiva, secondo una tecnica già cara al genere dell’epigramma greco. Non si può dimenticare, infatti, che l’esperienza del vissuto del poeta – quale è profusa nei suoi componimenti – è sempre filtrata attraverso la lente di un raffinato gioco letterario di cui Catullo è autore attento e consapevole. Nel definire i suoi prodotti poetici come nugae (“cosucce”, “roba di poco conto”) il poeta, ben lungi dal fare una semplice affermazione di modestia, manifesta piuttosto l’orgoglio intellettuale dell’adesione all’ars poetica di matrice ellenistica, quella che contrapponeva alla pesantezza della poesia epigona dell’epos la leggerezza vigilata di strutture brevi, in cui ogni dettaglio potesse essere controllato alla luce di una cultura vasta e di un sapiente distacco intellettuale.

Componimenti e temi del Liber catullianus

Il Liber di Catullo presenta tre diverse tipologie di componimenti: i cosiddetti carmi polìmetri (1-60), caratterizzati appunto da varietà di metri e di temi; i cosiddetti carmina docta (61-68), in esametri o in distici elegiaci, assai più lunghi e impegnati dei precedenti, e nei quali un ruolo notevole ha l’utilizzazione del mito; infine, gli epigrammi in distici elegiaci (69-116). Questa distinzione è però solo formale e non trova corrispondenza in una parallela suddivisione di temi, che sono invece variamente distribuiti nelle tre diverse sezioni. I componimenti brevi sono costruiti sul filo di uno strettissimo rapporto con un destinatario preciso: può trattarsi della donna amata, di un piccolo animale, di uno o più amici, di un libro, di un luogo geografico che è anche luogo dell’anima (la memorabile Sirmione del carme 31), di una piccola imbarcazione, di un portone. Questi ultimi arrivano addirittura ad avere voce, a parlare in prima persona in modo attivo e protagonista.

Il poeta, che sente Roma come la sua vera dimora (cfr. il carme 68, 34 s.: Romae vivimus, illa domus / illa mihi sedes, illic me carpitur aetas; “Vivo a Roma, quella è la mia casa / la mia dimora, lì si svolge la mia vita”) lascia la città nel 57-56 a.C. per intraprendere un viaggio – che si rivela molto disagiato – nella provincia della Bitinia, al seguito del propretore Gaio Memmio, il dedicatario del poema lucreziano. In quella occasione visita la tomba del fratello presso Troia: da questo elemento della sua biografia nasce il celebre epigramma funebre (carme 101) che a distanza di secoli Ugo Foscolo “riscrive” nel proprio sonetto In morte del fratello Giovanni.

Se il tema d’amore (su cui ancora torneremo) è certamente quello più insistentemente presente nei componimenti catulliani, non mancano carmi (come il 61 e il 62) epitalami, scritti in occasione di una celebrazione nuziale, quella che dà vita ad una nuova famiglia, istituzione fondamentale nella società romana. I due epitalami offrono appunto l’occasione di ricostruire dei modelli essenziali per la cultura romana: quello delle relazioni parentali, del matrimonio, della procreazione. Si tratta di modelli in cui notevole è lo scarto antropologico rispetto a quelli corrispondenti della nostra cultura, nella quale il matrimonio, indipendentemente dai fattori di crisi, persiste come legame prevalentemente sentimentale.

Nella cultura romana, amore e matrimonio si collocano su piani molto distanti: ciò spiega il motivo per cui in questi carmi mancano del tutto le espressioni appassionate come quelle che Catullo impiega altrove, quando vuole esprimere il suo amore per Lesbia. Negli epitalami affiora piuttosto l’immagine di una unione legata alla riproduzione (il termine stesso matrimonium designa la condizione sociale di mater) e alla trasmissione del patrimonio di valori della tradizione nobiliare. Ma certo la poesia di Catullo si gusta in modo particolare in quella caleidoscopica gamma di modalità espressive che caratterizza i carmi d’amore, i quali spesso virano sul tema della precarietà della vita e della gioia. Così è per il famosissimo carme 5, il “carme dei baci”, che contiene l’invito – rivolto a Lesbia – ad amare nella giocosità del presente, senza tener conto dei mormorii accigliati di chi è ancora legato ai precetti del mos maiorum. Il componimento, che intreccia motivi filosofici quali quello dell’umana fragilità a motivi di schietta derivazione popolare, come la superstizione legata al “malocchio” che si può gettare su chi non sa nascondere i termini esatti della propria felicità (in questo caso, il numero dei baci, che Catullo invita sé e l’amata a confondere perché non se ne conosca il numero esatto) si risolve in un pirotecnico accumulo giocoso e insieme dolente di inviti all’amore, unico antidoto al senso della morte che su tutti incombe. Così pure l’Odi et amo del carme 85, che resta un piccolo monumento innalzato al dissidio interiore, alla compresenza di sentimenti opposti per i quali il poeta rivendica pari diritto di cittadinanza nel proprio animo tormentato.


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