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Cornelio Nepote e il relativismo dei costumi

Cornelio Nepote è in contatto con i massimi intellettuali del suo campo, da Catullo a Cicerone; dalla vita politica preferisce tenersi lontano, come tanti suoi contemporanei, scegliendo di consacrare l’intera esistenza allo studio e alla scrittura. Infaticabile biografo, oltre che storico e poeta, di lui ci restano esigue porzioni di un’opera in origine assai più vasta, quelle Vite degli uomini illustri che hanno fondato un genere destinato a grande fortuna nella letteratura europea.

All’ombra dei grandi

Di Cornelio Nepote le cose che sappiamo sono meno di quelle che ignoriamo. Non ne conosciamo il prenome né l’origine precisa (certamente era un transpadano, come molti letterati suoi contemporanei); anche gli estremi biografici si ricostruiscono solo approssimativamente. Cornelio è in contatto con le migliori intelligenze del suo tempo: il poeta Catullo gli dedica una raccolta di poesie, riferendoci che sui suoi carmi Cornelio si è espresso con lusinghieri apprezzamenti; era noto agli antichi, anche se non è giunto fino a noi, un carteggio con Cicerone; è inoltre legato ad Attico, il potente cavaliere che di Cicerone è amico fraterno. Intravediamo così un vasto circuito intellettuale del quale Cornelio è parte, senza che sia possibile precisarne meglio la posizione.

Di certo, come molti suoi contemporanei, sceglie di tenersi al margine della vita politica: gli impegni letterari e la vita privata lo assorbono completamente. Al tramonto della sua parabola, il regime repubblicano in crisi respinge da sé una parte almeno di quanti pure, per estrazione sociale e capacità personali, avrebbero la possibilità di partecipare al governo della città.

Gran parte dell’opera letteraria di Cornelio è andata perduta: i Chronica erano una storia universale in tre libri, che raccoglieva in parallelo vicende della Grecia e di Roma; Catullo ne elogia la dottrina e la cura formale. Degli Exempla possiamo forse farci un’idea attraverso i Facta et dicta memorabilia di Valerio Massimo, che verosimilmente se ne ispirarono: erano una raccolta di storie esemplari, volte a illustrare i mores antiqui, ancora una volta mettendo a confronto aneddoti relativi al mondo greco e a quello romano. Perduta è anche una biografia di Cicerone, consacrata alla memoria dell’amico travolto dalle proscrizioni del 43 a.C. Ben poco ci resta infine dell’opera principale di Cornelio, il De viris illustribus, una collezione di biografie in almeno 16 libri che comprendeva esponenti di vari ambiti della storia o della cultura, romani e stranieri, dai re ai generali, dagli oratori ai poeti, ai grammatici, agli storici. Di questa vasta mole è giunto sino a noi il libro sui condottieri stranieri, insieme alle biografie di Catone e di Attico, originariamente afferenti alla sezione sugli storici latini; delle parti restanti abbiamo solo frammenti, talora importanti, come nel caso di una lettera di Cornelia a Gaio Gracco che doveva appartenere al volume sugli oratori romani.

Il De ducibus exterarum gentium

Il libro sui condottieri stranieri comprende, nella forma in cui è giunto sino a noi, 20 biografie di generali greci. La scelta privilegia la storia della Grecia classica, in particolare ateniese: compaiono i protagonisti delle guerre persiane (Milziade, Temistocle, Aristide e così via), alcuni grandi condottieri del IV secolo a.C. (Ificrate, Cabria ecc.), i due massimi generali tebani (Pelopida, Epaminonda). Segue un ventunesimo capitolo Sui re, che presenta in modo succinto i sovrani stranieri che si sono distinti in ambito militare, rimandando per una trattazione più accurata al libro dedicato ai monarchi, per noi perduto; chiudono la raccolta due biografie dedicate ai generali cartaginesi Amilcare e Annibale.

Per gli antichi la storiografia e la biografia restano generi distinti; Cornelio è consapevole della differenza e spiega di non volersi spingere troppo a fondo nell’analisi dei fatti “perché non sembri che io scriva storia invece che biografia”. Lo scopo è semmai quello di illustrare le multiformi sfaccettature di una personalità, analiticamente distinta per vizi e virtù; a questo fine concorrono gli aneddoti, relativi talora a vicende di poca rilevanza sul piano storico, ma illuminanti per chiarire questo o quell’aspetto del personaggio trattato.

L’aspetto più interessante del libro corneliano è però senz’altro la prefazione, contenente la dedica ad Attico: qui l’autore immagina lo sconcerto di qualche suo lettore nel sentirsi ricordare chi fosse il maestro di musica di Epaminonda o nel veder citate fra le doti del condottiero tebano la sua abilità nella danza. Ma questo, obietta Cornelio, è l’atteggiamento di chi misura la bontà o la moralità di un’azione solo sul metro delle proprie convinzioni e non comprende che ogni cosa “va valutata in base alle tradizioni dei propri antenati”, e dunque nel contesto della cultura entro la quale si manifesta. La pagina costituisce insomma un efficace manifesto di relativismo culturale: merce vecchia di almeno quattro secoli nel pensiero greco, in cui le prime teorizzazioni in questo senso risalivano alla seconda metà del V secolo a.C., ma che dovevano fare ancora sensazione a Roma, dove le conquiste non avevano evidentemente attenuato il “nazionalismo culturale” di una parte dell’élite colta.

Peraltro, l’apparente distacco da antropologo di Cornelio non implica neutralità di giudizio: il giudizio sui costumi dei Greci è tutt’altro che lusinghiero e i loro comportamenti “da noi sono ritenuti in parte infamanti, in parte volgari, in parte contrari alla decenza”.


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