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Dalla medicina sacerdotale alla medicina ippocratica

È possibile conoscere la medicina teurgica greca sia attraverso le steli ed i votivi anatomici che i pazienti guariti offrono in dono al dio Asclepio, sia attraverso fonti letterarie di datazione molto variabile. Le pratiche di guarigione sacra passano, insieme al culto di Asclepio/Esculapio, a Roma, dove mantengono sostanzialmente inalterati i loro caratteri (purificazione, invocazione del dio, sonno sacro).

Elio Aristide e le pratiche di guarigione nei templi

Per comprendere come sia strutturata l’arte della guarigione in Grecia prima che Ippocrate ne stravolga profondamente le caratteristiche, con il sostanziale razionalismo della sua “nuova medicina”, si può far ricorso a una testimonianza piuttosto tarda: quella fornita dai Discorsi sacri del retore greco Elio Aristide, prigioniero volontario del tempio del dio Asclepio a Pergamo nel II secolo. Elio Aristide è un uomo di successo, ma ammalato di un disagio esistenziale profondo, che lo costringe ad avvertire nel suo corpo patologie varie e tutte inesistenti; l’unica soluzione che trova al suo disagio è il soggiorno, protratto per anni, presso il famoso tempio di un dio antico, con il quale colloquiare continuamente e sperimentare tutte le strategie terapeutiche della medicina teurgica.

Durante i lunghi anni di malattia, Asclepio in persona suggerisce al paziente, apparendo nei sogni o agendo per il tramite dei suoi sacerdoti, complesse terapie che prevedono massaggi, bagni, esercizi fisici, pratiche di canto e di danza, assunzione di farmaci, applicazioni di empiastri e clisteri.

È possibile confrontare la narrazione diretta e dettagliata che fa Aristide della sua malattia e del lungo processo di cura nel tempio con l’altra fonte privilegiata sulla medicina teurgica, quella delle steli (pinakes); si tratta di tavole votive incise con rappresentazioni di malattia e di cure, commissionate dai pazienti miracolati come ringraziamento per la guarigione ottenuta e donate ai templi di guarigione in modo da testimoniare attivamente l’attività salvifica del dio. Attraverso il paragone tra queste immagini e l’eloquente racconto di Elio Aristide si ricostruiscono, con buona attendibilità, le modalità di organizzazione delle pratiche di guarigione nei templi di Asclepio, in un arco di tempo che va dal VI-V secolo a.C. almeno sino al II-III secolo d.C. Il culto di Asclepio sorge, dunque, tardi – sarebbe stato introdotto ad Atene solo intorno al 420 a.C. nei pressi cronologici dell’epidemia di cui narra Tucidide e della stessa nascita e diffusione della medicina razionale ippocratica; i testi omerici parlano di lui solo come del re tessalo padre di Podalirio e Macaone, guerrieri esperti nell’arte di curare le ferite attraverso blandi farmaci, ma abbiamo testimonianza dell’origine del suo culto già in Esiodo.

Il mito

Il giovane dio è figlio di Apollo e della mortale Coronide, allevato dal centauro Chirone sui monti della Tessaglia e addestrato nella conoscenza e nell’uso delle erbe guaritrici tanto bene da riuscire a resuscitare i morti. Trafitto da Zeus proprio per questa straordinaria capacità di violare l’ordine divino, Asclepio viene restituito alla vita dal padre Apollo, che con il suo gesto ne sancisce definitivamente il passaggio dalla dimensione eroica a quella divina e ne consacra l’attività teurgica.

La capacità del dio-eroe di confortare gli uomini con la cura di piaghe e ferite e di malattie indotte dal clima e dall’ambiente è ricordata anche nell’inno omerico Ad Asclepio, nella III Pitica di Pindaro, nei Fasti di Ovidio (VI, 743), in Diodoro Siculo (IV, 71, 1-4). Il mito del dio ha attraversato, dunque, sei o sette secoli di storia greca e romana, mantenendo più o meno intatte le sue caratteristiche fondamentali; Ovidio (Metamorfosi, XV 622 sgg) e Tito Livio (X, 47-7) raccontano l’importazione del culto a Roma, dopo una grave pestilenza che funestava la città. Un’ambasceria inviata a Epidauro, uno dei centri più importanti del suo culto perché ritenuto uno dei luoghi della nascita “umana” di Asclepio (Pausania, II, 26-7), incontra il dio nella sua epifania in forma di serpente; l’animale meraviglioso si imbarca assieme ai messi romani in un lungo viaggio di ritorno attraverso il Mediterraneo e, una volta approdato nei pressi dell’isola Tiberina, attraversa a nuoto il fiume e costruisce un nido sull’isola, dando evidente dimostrazione della sua volontà di ottenere la costruzione di un tempio, analogo a quelli che almeno dal VI secolo a.C. erano stati eretti su tutto il territorio greco. A Epidauro il tempio di Asclepio e il suo culto avevano sostituito quelli dell’eroe Maleatas; templi di Asclepio sorgevano a Trezene, Egina, Corinto, Sicione, Eletria, Delo, Argo, Sparta, Gythium, Olimpia, Cirene, Lebena, Creta, Kos e su tutto il territorio della Ionia. Anche il tempio romano viene effettivamente costruito, proprio sull’isola, al di fuori dunque del Pomerio, a testimoniare l’origine straniera e “recente” del dio; il suo culto si diffonde però rapidamente, incontrando anche a Roma grande fortuna, come è testimoniato dalle fonti e dall’archeologia, che documenta, per esempio a Fregellae, la sostanziale uniformità di organizzazione spaziale e rituale del culto di guarigione.

Il rito

I riti seguono un andamento comune; il malato viene accolto nel tempio portando con sé offerte votive ed ex voto, piccoli manufatti rappresentanti la parte del corpo per la quale si chiede la guarigione. I templi dispongono di fonti sorgive ove effettuare lavacri di purificazione, di un anfiteatro per riti collettivi, di un abaton, zona ad accesso limitato in cui ha luogo il sonno sacro, la permanenza notturna durante la quale il dio guarisce o suggerisce al paziente le modalità di cura, da attuarsi al momento del risveglio.

Strumento di guarigione può essere il serpente, antica immagine ctonia, animale ritenuto dotato di poteri salvifici in molte culture antiche, vista la sua capacità di “rinascere” attraverso la muta e di veicolare il potere del mondo infero per il suo essere unica creatura sulla terra priva di zampe. Il serpente è spesso associato nel culto di Asclepio al cane, con cui condivide capacità terapeutiche attraverso il potere taumaturgico della lingua.

I cataloghi delle guarigioni, risultati dallo spoglio sistematico dei pinakes e delle steli in marmo e frutto di stesure sacerdotali collettive, incisi su lastre o direttamente sulle pareti dei templi, offrono un’idea di come dovesse essere percepita e divulgata la capacità guaritrice del dio. Queste collezioni di dati clinici forniscono un’ulteriore interessante chiave di lettura della medicina templare: lungi dall’essere specchio di una reale contrapposizione con la medicina razionale di stampo ippocratico, esse finiscono quasi sempre per dipingere Asclepio come un medico esperto, che conosce e suggerisce i rimedi che servono a eliminare il male attraverso procedure chirurgiche o prescrizioni dietetiche, farmacologiche e igieniche che riecheggiano da molto vicino le pratiche della coeva medicina di Ippocrate e dei suoi seguaci.


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