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Dalla satira moralistica all’epica dell’orrido: Persio e Lucano

La letteratura di età neroniana vede il ritorno del genere della satira con Persio e dell’epica con Lucano. Toni e accenti sono però distanti da quelli dei predecessori Orazio e Virgilio: la satira di Persio, lontana dalla vena confidenziale del sermo oraziano, percorre la via dell’aggressività e di un inflessibile moralismo; il Bellum civile di Lucano, pur avendo l’Eneide come modello di riferimento, rappresenta il rovesciamento dei valori sui quali si fondava, se pure in modo problematico, il poema virgiliano.

Persio e la satira intransigente

La vita di Aulo Persio Flacco, nativo di Volterra, è segnata in modo determinante dall’incontro con il filosofo Anneo Cornuto, che influisce sulla formazione del giovane Persio e ne determina l’adesione allo stoicismo, retroterra filosofico della sua produzione letteraria. Questa è costituita – almeno per noi – da sei Satire in esametri alle quali si aggiunge un breve componimento in coliambi, forse in funzione di prologo.

Nel componimento programmatico che apre la raccolta, Persio dà un’immagine di se stesso come poeta infastidito, quasi nauseato dalla vacuità della poesia contemporanea e più in generale del gusto letterario dell’epoca, imbevuto di erudizione mitologica e preziosismi retorici vuoti di contenuto. In aperta contrapposizione con questa tendenza, l’autore si richiama a Lucilio e ad Orazio, rivendicando la scelta del genere satirico come unica via per esprimere il proprio sdegno di fronte alla degenerazione morale del suo tempo. Ma la tradizione satirica è reinterpretata da Persio attraverso un utilizzo del registro dell’aggressività molto più marcato e radicale rispetto ai suoi modelli satirici e in particolare a Orazio: se quest’ultimo osservava i difetti degli uomini con distacco e spesso con uno sguardo complice e divertito, senza mai cadere in eccessi di severità, Persio sfodera invece le armi del castigatore dei vizi, mostrando di non conoscere i toni dell’umorismo e il linguaggio dell’ironia, ma piuttosto quelli del disprezzo e dell’astio. Facendo appello all’ideale della virtus stoica il poeta si pone apertamente su un piano di superiorità morale; l’atteggiamento di condanna non è sempre esplicito, ma passa attraverso la volontà di suscitare nel lettore sdegno e riprovazione: tale è lo spirito che anima costantemente le Satire, sia che esortino un “giovin signore” a non abbandonarsi ad una vita oziosa e dissipata (Satira III), sia che trattino della libertà del saggio stoico (V), o che stigmatizzino l’avarizia e l’avidità degli eredi (VI).

Il linguaggio colloquiale e quotidiano tipico della tradizione satirica è portato da Persio a soluzioni estreme: i toni realistici vengono esasperati attraverso l’accentuazione degli aspetti più ripugnanti della dimensione della corporeità. All’asprezza dei contenuti corrisponde quella dello stile: una lingua spesso ardua e una sintassi contorta sono gli strumenti espressivi di cui Persio si serve per comunicare il proprio disagio nei confronti della realtà.

Lucano: il Bellum civile come stravolgimento dell’epos tradizionale

Principale rappresentante, insieme a Persio, della poesia di età neroniana, Marco Anneo Lucano, nipote di Seneca, nasce a Cordova nel 39. A Roma si forma, come Persio, presso la scuola di Anneo Cornuto, rivelando ben presto doti intellettuali non comuni. Nerone gli affida importanti cariche politiche assai prima che egli raggiunga l’età minima prevista per tali ruoli, ma altrettanto prematuramente i rapporti con l’imperatore si incrinano, fino ad un esito tragico: coinvolto nella congiura di Pisone, Lucano, appena ventiseienne, sarà costretto al suicidio.

A fronte di una produzione letteraria vasta – soprattutto se si considera la breve stagione della vita di Lucano – l’unica opera a noi pervenuta è soltanto la principale, il poema epico Bellum civile, rimasto incompiuto per la morte dell’autore. L’opera si interrompe infatti bruscamente nel corso del decimo libro, ma la struttura originaria doveva prevedere dodici libri sul modello dell’Eneide.

Il Bellum è noto anche con il titolo di Pharsalia, dalla battaglia di Farsàlo, episodio chiave del poema che ha per argomento la guerra civile tra Cesare e Pompeo tra il 49 e la fine del 48 a.C. Bella … plus quam civilia (“guerre più atroci di quelle civili”, I, 1) è l’espressione che lo stesso Lucano utilizza nel proemio dell’opera per dare la dimensione della scelleratezza del conflitto che si accinge a narrare: un conflitto che non vede contrapposti due eserciti appartenenti a popoli diversi, portatori di diversi valori, tradizioni e visioni del mondo, ma uomini appartenenti alla stessa comunità, cives, “concittadini”, che condividono radici, storia e cultura, ma che sono soprattutto legati da una serie di vincoli umani ed affettivi. Nel caso dei protagonisti del conflitto, Cesare e Pompeo, i vincoli sono persino di parentela, dato che Pompeo aveva sposato la figlia di Cesare: legami tradizionalmente considerati sacri ed inviolabili, che un bellum nefandum, una guerra scellerata, travolge e calpesta.

A incarnare maggiormente l’empietà del conflitto è il personaggio di Cesare, ritratto come un tiranno senza scrupoli e senza alcuna considerazione per le norme della pietas. Lo stravolgimento di questo valore fondante della civiltà romana, cardine dell’Eneide, è una chiave di lettura per l’intero Bellum civile: Lucano dipinge uno scenario in cui dominano avidità e ambizione, mentre risultano sovvertiti proprio i valori tradizionali celebrati nel poema di Virgilio.

Se il personaggio di Pompeo è dipinto sotto una luce ambigua, non del tutto negativa, ma di certo non sublime, è il personaggio di Catone ad assumere dei tratti eroici. Si tratta però di un eroismo sconfitto: victrix causa deis placuit, sed victa Catoni (“la causa dei vincitori piacque agli dèi, quella dei vinti a Catone”, I, 128) è il celebre verso che sintetizza la personalità dell’Uticense, il quale sacrificherà la propria stessa vita in nome della resistenza alla tirannide.

Nel mondo del poema lucaneo, a risultare sistematicamente violate non sono soltanto le norme della convivenza civile, ma anche quelle religiose: il vuoto lasciato dalle divinità tradizionali, assenti dal Bellum civile, è occupato da oscure pratiche di stregoneria. Centrale, per posizione e per importanza, è nel VI libro l’episodio di necromanzia che ha per protagonista la maga Erictho, nel quale Lucano non risparmia i dettagli più sinistri ed inquietanti: è chiara anche in questo caso la ripresa “rovesciata” della discesa di Enea agli inferi del VI dell’Eneide.

Il poema di Lucano può essere dunque letto nell’ottica di un continuo dialogo per antitesi con l’Eneide, sia nei contenuti che nelle forme espressive: come lo stile virgiliano è una sintesi di equilibrio, così il gusto di Lucano tende all’eccesso, al patetismo, all’orrido. E come Virgilio diverrà il modello più luminoso di classicismo, così Lucano rappresenterà nella storia della letteratura uno dei più notevoli modelli di “anticlassicismo”.


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