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Dalle patocenosi preistoriche alle patocenosi antiche

Le origini e i cambiamenti delle malattie che hanno colpito i nostri antenati in età preistorica e nell’antichità possono essere ricostruiti studiando fonti empiriche, come reperti ossei o i dati di biologia molecolare per l’età preistorica e fonti scritte per lo studio dell’epidemiologia degli antichi. Ciò che emerge come dato significativo è che le epidemie di malattie infettive hanno fatto la loro comparsa con la transizione all’agricoltura e che hanno influenzato massicciamente la mortalità e la morbilità nel mondo antico.

Le origini delle malattie umane

Diverse ricerche interdisciplinari hanno affrontato il problema di stabilire, sulla base di indicatori empirici e di ragionamenti biologicamente plausibili, quali malattie colpivano nel lontano passato, preistorico e storico, le popolazioni umane. Lo storico della medicina Mirko Grmek, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, ha proposto di leggere in chiave ecologico-evolutiva le trasformazioni a cui è andato incontro il complesso delle malattie, soprattutto quelle infettive, che nelle diverse epoche ha gravato sull’esistenza umana. Utilizzando come modello la nozione di biocenosi, che nell’ecologia definisce l’insieme di tutti gli organismi presenti in un ecosistema, Grmek ha proposto il concetto di patocenosi, inteso come l’insieme di stati patologici presenti all’interno di una data popolazione in un determinato momento. In pratica, egli ha ipotizzato l’esistenza di una dinamica globale delle malattie, di cui sarebbe possibile determinare qualitativamente e quantitativamente i parametri nosologici in un dato contesto spazio-temporale, e all’interno della quale la frequenza e la distribuzione di ogni malattia dipenderebbero, oltre che da diversi fattori endogeni ed ecologici, dalla frequenza e dalla distribuzione di tutte le altre malattie.

I nostri antenati ominidi, nel corso dell’evoluzione, si sono portati appresso diversi “patogeni di famiglia”, cioè parassiti, condivisi con gli antenati dell’ordine dei primati, come pulci, vermi, protozoi, enterobatteri, stafilococchi e streptococchi. Le punture di insetti, i morsi di animali, la lavorazione e il consumo di cibo contaminato sono stati all’origine di zoonosi come tubercolosi, leptospirosi, schistosomiasi, tetano, tripanosmiasi e trichinosi. Gli ominidi foraggiatori e più tardi cacciatori-raccoglitori che vivono in gruppi piccoli, isolati e in continuo movimento non consentono ad agenti responsabili di infezioni acute, come sono ad esempio il morbillo o il vaiolo, di diventare parassiti stabili. L’epidemiologia quantitativa ha dimostrato che per ogni agente di infezioni acute, in particolare virus, esiste una soglia numerica di popolazione, che è sempre dell’ordine di alcune migliaia di individui, al di sotto della quale l’agente infettivo stermina tutti gli ospiti prima che alcuni riescano a reagire immunologicamente, sopravvivendo. Di conseguenza non riesce a diffondersi e, quindi, si estingue. Orbene, le bande di cacciatori raccoglitori sono mediamente composte di 100-150 individui. Per quanto riguarda i virus, i nostri antenati cacciatori-raccoglitori possono ospitare solo virus che danno luogo a infezioni croniche, ovvero in grado di persistere, dando luogo a malattie clinicamente lievi, o rimanere inerti per decenni. Probabilmente, una serie di agenti infettivi sono stati acquisiti incidentalmente dalle infezioni endemiche che colpiscono in alcune regioni gli animali selvatici.

L’ambiente fisico, climatico e biologico europeo che oggi conosciamo prende forma circa 10 mila anni fa, quando il riscaldamento del clima determina il ritirarsi dei ghiacciai e l’innalzamento del livello mare, che cambia radicalmente l’ecosistema del continente europeo. Fino a 6-5 mila anni a.C. la prateria umida e fredda dell’Eurasia ospita mandrie di mammut e rinoceronti vellosi, cavalli, bisonti e renne. Poi i grossi pachidermi scompaiono e anche i grandi animali divengono rari; la selvaggina si riduce a cervi e cinghiali e, in montagna, a orsi, stambecchi e camosci. In compenso, si insediano legioni di roditori. Tranne che nel nord Europa, la salute delle popolazioni umane, con il cambiamento climatico, peggiora, soprattutto a causa di una crisi alimentare che determina un provvisorio declino demografico. Nel corso del Mesolitico l’homo sapiens acquisisce conoscenze sulle caratteristiche alimentari, nonché sugli effetti tossici o medicamentosi, della nuova flora, e progressivamente si diffonde l’agricoltura.

Le malattie dell’agricoltura

La transizione all’agricoltura e l’addomesticamento e allevamento degli animali espongono l’uomo a nuovi agenti infettivi, e a nuove cause di malattia anche non trasmissibili. La nuova ecologia agraria rappresenta la prima fondamentale modificazione della patocenosi. Gli insediamenti umani costituiscono una nuova nicchia ecologica per gli agenti infettivi e permettono un’intensificazione di contatti con vettori di parassiti. Il rapido aumento delle dimensioni e della densità delle popolazioni, il carattere sedentario delle attività produttive, la domesticazione degli animali, l’impatto della coltivazione sugli ecosistemi e l’affermarsi delle disuguaglianze sociali ed economiche incrementano soprattutto i rischi sanitari dovuti alle malattie infettive. Inizialmente, l’agricoltura di sussistenza peggiora le condizioni sanitarie. I primi coltivatori si nutrono in modo meno sano e sono più esposti alle malattie infettive rispetto ai cacciatori-raccoglitori. I primi insediamenti umani sono circondati da rifiuti ed escrementi, con roditori e insetti che mettono continuamente in circolazione gli agenti infettivi. Inoltre, decine di malattie passano dagli animali domestici alle popolazioni europee a partire dal 6000 a.C. circa. La scabbia, il morbillo, la tigna, l’echinococco e gli ascaridi ci sono stati trasmessi probabilmente dal cane, mentre i bovini ci hanno passato il vaiolo, la tubercolosi e la tenia, pecore e capre il distoma, la febbre maltese e il carbonchio, i maiali la trichinosi, gli uccelli acquatici l’influenza e i roditori la peste. La febbre tifoide viene diffusa dall’uso del letame come concime, la malaria umana si diffonde con i movimenti di persone infettate dai plasmodi e dall’impaludamento delle terre con aumento delle zanzare vettrici. Con la divisione del lavoro fanno la loro comparsa le malattie professionali, come la silicosi nei minatori e tagliatori di pietre o il saturnismo dei vasai che usavano solfuro di piombo come vernice.

La rapida urbanizzazione e l’espansione della vita urbana hanno esercitato una forte pressione sull’evoluzione della malattie infettive. Nell’arco di circa 1500 anni, dal 3000 a.C. al 600 a.C. circa, le città hanno visto aumentare di dieci volte il numero di abitanti. Le prime civiltà del Medio Oriente, dell’Egitto e dell’Asia (sud-est e centrale) acquisiscono ognuna una distinta serie di malattie infettive e, quando tra queste si stabiliscono i primi contatti, si creano le condizioni per il manifestarsi occasionale di gravi epidemie, soprattutto nel caso di campagne di conquista o guerre, quando si scontrano le diverse ecologie patologiche. Gli scambi commerciali e i conflitti bellici accelerano i processi di coevoluzione dell’uomo e degli agenti infettivi. Di solito, ma non sempre, gli agenti patogeni diventano meno virulenti per garantirsi maggiori chance di sopravvivenza, mentre la pressione selettiva esercitata dalle nuove infezioni produce nella popolazione l’acquisizione di forme di resistenza genetica alle malattie. I processi coevolutivi fanno sì che molte infezioni epidemiche diventino endemiche, persistendo nella popolazione e infettando generalmente la popolazione più giovane.

Le malattie umane nei testi medici antichi

Nei testi ippocratici si possono riconoscere almeno 60 affezioni diverse, spiegate come conseguenza di squilibri umorali, che si riducono a circa 50 riunificando le diverse forme di una stessa malattia. È più o meno lo stesso numero presente nelle classificazioni popolari delle cause di morte che si ritrova presso tutte le tradizioni mediche popolari, dal che si può concludere che la medicina ippocratica non si distacca dalle tradizioni mediche precedenti sul piano della capacità di differenziazione diagnostica. Si trovano in abbondanza febbri, in buona parte tifoidi, ma anche setticemie e infezioni post-parto. Le febbri emittenti sono verosimilmente dovute a malattie dell’apparato digerente, mentre quelle intermittenti a malaria. Si trovano descritte cancrene e molte malattie dell’apparato respiratorio, non ben distinte tra loro sono le polmoniti e le pleuriti. Si trovano descritti casi di tubercolosi. Frequenti devono essere le intossicazioni da cibi avariati o tossici e il parassitismo intestinale da ascaridi, con pazienti che emettono vermi dalla bocca, è un’esperienza non rara. I nuovi alimenti che vanno a sostituire i prodotti della caccia, della pesca e della pastorizia, soprattutto i cereali, sono carenti di diversi principi nutritivi, per cui sono diffuse le avitaminosi (cecità, scorbuto e rachitismo). La diffusione della coltura della carota, delle pesche e delle albicocche, nel III-II secolo a.C., migliora la situazione. Sempre più frequenti intanto diventano le carie dentali.

I Greci soffrono di litiasi urinaria, di coliche renali, di nefriti, di cistiti gravi e di ascessi dell’uretra o della prostata. Frequenti sono anche osteomieliti e zoppie da anchilosi dell’anca dovuta a fratture mal ridotte. Sono conosciute e descritte anche le malattie del sistema nervoso: oltre all’epilessia, che viene ricondotta a un’origine fisica, meningiti ed emorragie cerebrali, con diversi postumi tra cui la paralisi. Anche le oftalmie, tracomi, blefariti e cheratiti, con sintomi conseguenti a carenza di vitamina A, sono presenti nei testi medici.

Uno studio condotto sui testi ippocratici che raccolgono casi di malattie, come Epidemie, ha mostrato che i tipi di malattie e le proporzioni tra essi presenti nell’Antichità classica sono già grosso modo quelli che caratterizzeranno la storia dell’Europa fino alla metà del XIX secolo. Certo delle differenze significative rimangono: per esempio il morbillo, la rosolia e diverse malattie virali che entreranno nel quadro patologico dell’età moderna sono assenti nell’Antichità. Così come non si conoscono la sifilide e la blenorragia e mancano anche le grandi endemie di vaiolo e lebbra, di colera e influenza. Infine non si manifestano, nelle condizioni igieniche e demografiche dell’età classica, casi numerosi e concentrati di complicazioni paralitiche dovute a poliomielite.

L’impatto delle malattie infettive

Con l’intensificarsi di viaggi e guerre tra civiltà contigue dell’Eurasia, le malattie virali eruttive che hanno origine nell’Asia del sud cominciano a diffondersi. L’esito dei conflitti tra le civiltà antiche, come poi sarà anche per molte guerre moderne, è spesso condizionato dallo scoppio di improvvise epidemie dovute agli addensamenti di popolazioni in cui si possono rapidamente diffondere agenti infettivi. La famosa peste di Atene del 430 a.C viene favorita dalla concentrazione della popolazione all’interno della città voluta da Pericle per affrontare la guerra del Peloponneso. A lungo si è discusso sulla natura dell’agente infettivo resposabile dell’epidemia che devasta Atene, e che per Tucidide viene dall’Etiopia ed è dovuta a tifo esantemenaico, o a salmonellosi o a qualche febbre emorragica. La prima pestilenza su territorio europeo viene raccontata da Diodoro Siculo: l’epidemia colpisce gli assedianti di Siracusa nel 413 a.C. e ha tutte le caratteristiche della malaria perniciosa; inoltre prima gli Ateniesi nel 413 a.C. e successivamente i Cartaginesi, durante l’assedio di Siracusa del 396 a.C., sono colpiti da un’epidemia, forse di tifo petecchiale o di vaiolo.

Diverse epidemie che colpiscono le popolazioni della penisola italica sono segnalate durante i lunghi secoli che vedono l’espansione di Roma. Una stabilizzazione del quadro patologico o patocenosi si registra nel corso della costituzione dell’Impero romano, cioè negli ultimi tre secoli prima dell’era volgare e fino alla metà del I secolo, periodo in cui le grandi epidemie sono limitate. Ne vengono comunque descritte di gravi, per esempio dal 182 a.C. al 180 a.C., poi nel 175 a.C. e nel 142 a.C. Nel 60 a.C. la lebbra comincia a penetrare nella penisola italiana e iberica.

Nel corso del I secolo e per circa quattro secoli fanno la loro comparsa nel mondo occidentale dominato da Roma imperiale una serie di violente ed estese epidemie. Nel 65, un’epidemia descritta da Tacito uccide 30 mila persone a Roma. Nel 167 scoppia la cosiddetta “peste antonina”, portata a Roma dalle truppe dell’imperatore Lucio Vero che tornano vittoriose dalla campagna in Mesopotamia. L’epidemia si diffonde in gran parte d’Europa e per circa 15 anni ricompare con ritmi stagionali e passando da una regione all’altra. Sulla base delle descrizioni che sono state lasciate l’ipotesi causale più probabile è il vaiolo, anche se qualcuno ipotizza il morbillo o persino la dengue.

Nel 189 scoppia una nuova pandemia che interessa tutto l’Occidente e a Roma uccide 2000 persone al giorno. La malattia è preceduta da una carestia e i sospetti più plausibili chiamano in causa il morbillo, ma può trattarsi anche di scarlattina e alcuni autori pensano a un ritorno del vaiolo, che potrebbe avere fatto la sua prima comparsa per essere poi rimasto endemico, dato che per mantenersi richiede una soglia di popolazione più bassa di quella del vaiolo. Altre gravi epidemie sono descritte negli anni 232 e nel 238, in Dalmazia. Una pandemia ha inizio nel 252 a partire dal nord Africa, la cosiddetta “peste di San Cipriano” e imperversa per 15 anni: le descrizioni non consentono di capire di quale infezione si tratti. Una serie di epidemie di “pustole maligne” scoppiano nel 302 e nel 312, e poi ancora gravi pestilenze colpiscono i Balcani nel 376, e quindi accompagnano le calate dei cosiddetti “barbari” a sud del Danubio. Tra il 408 e il 410 Roma è sconvolta da epidemie in concomitanza con l’assedio dei Visigoti.

Dalla metà del V secolo gli scambi commerciali diminuiscono e le grandi città cominciano a spopolarsi con l’arrivo dei popoli invasori, che peraltro portano nuove malattie o favoriscono la diffusione di infezioni come conseguenza della destabilizzazione sociale ed economica. Fino al VI secolo le cronache riportano meno epidemie, ma si registra una crescente preoccupazione per alcune endemie, in particolare per la lebbra. L’aumento della lebbra dal V secolo e fino alla fine del VI determina l’introduzione di misure di segregazione e l’obbligo per i vescovi di assistere i lebbrosi. Le lebbra regredisce poi nel corso del VII secolo, e riprende a diffondersi in modo ancora più grave dall’VIII secolo per poi di nuovo regredire tra il IX e l’XI secolo. A partire dal 541 ricompare in Europa il vaiolo, e nel 542 per la prima volta le peste bubbonica, ovvero la “grande peste di Giustiniano” che da Costantinopoli, dove è arrivata dal Mar Rosso, giunge a Roma nel 543. Circa 20 ondate si susseguono dal 541 al 767, quanto la malattia scompare sia dall’Europa che dall’Asia e dall’Africa.


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