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Egittomania e orientalismo

Frutto dell’enciclopedismo, l’attrazione per le culture esotiche si sviluppa nell’Ottocento di pari passo con la diffusione dei viaggi nei Paesi del Nord Africa, nell’Impero turco e nel Medio Oriente. Sollevato il velo di mistero creato dalla scarsa consuetudine a visitare queste terre, all’immaginario occidentale si spalanca un nuovo territorio, inesplorato e affascinante.

La riscoperta dell’Egitto

Fin dal Rinascimento i cultori dell’ermetismo propongono agli artisti un repertorio di forme figurative in alternativa ai modelli classici, come piramidi, sfingi, obelischi, palme, serpenti e geroglifici. Ma solo dalla fine del Settecento il culto della civiltà egizia diventa un fenomeno di massa e di costume. Le nuove scoperte archeologiche e le campagne napoleoniche rendono più accessibili sculture egiziane, oggetti d’arte, arredi e costumi.

Aggregato alla spedizione militare, Dominique-Vivant Denon raccoglie una mole enorme di materiali, riuniti poi negli splendidi volumi della Description de l’Egypte, accompagnata da 900 tavole incise. La pubblicazione dei 26 volumi si conclude nel 1828, in piena Restaurazione, e in quell’occasione l’ebanista Charles Morel allestisce un fantasioso contenitore in stile egizio per la monumentale impresa editoriale.

In Italia un notevole impulso al revival egiziano è stimolato da Giovanni Battista Piranesi che nel 1769 pubblica le Diverse maniere d’adornare i cammini, ricche di esempi di decorazione “all’egizia”, e un anno dopo arreda in quello stile il Caffè degli Inglesi in Piazza di Spagna. A distanza di poco tempo, Anton Raphael Mengs allestisce in Vaticano la sala dei Papiri (1772-1776), e statue egiziane vengono collocate nella Villa Borghese, al Pincio e in una sala affrescata da Tommaso Conca e da Giovan Battista Marchetti con temi affini agli oggetti esposti: la caccia al coccodrillo nel Nilo, i colossi di Memnon, il culto di Iside a Roma.

Negli stessi anni la regina Maria Antonietta introduce in Francia il gusto neoegizio nell’arredamento dei palazzi reali di Versailles, di Saint-Cloud e di Fontainebleau.

Mentre è in età napoleonica che i geniali arredatori Léonard Fontaine e Charles Percier disegnano interni e mobili ispirati allo stile egizio e i molti oggetti trafugati nel corso delle campagne militari vengono sistemati in una nuova sezione del Louvre, all’uopo allestita, dedicata alla civiltà egiziana e subito salutata dal successo del pubblico.

La diffusione dell’orientalismo

Già nel Settecento, oltre alla riscoperta dell’Egitto, in Europa c’è attenzione e fascino per il mondo orientale. All’esposizione della Royal Academy del 1850 nella sala dei preraffaelliti, a fianco dei dipinti di Millais e Hunt, viene esposto un acquerello di John Frederic Lewis (1805-1876) che mostra l’interno di un harem con dovizia di dettagli e profusione di colori. L’opera documenta l’aspetto più mondano e piccante dell’attrazione ottocentesca per le scene di vita orientale e, a ragione, ha affermato Edward Said, che questo Oriente viene “creato dall’Occidente a sua immagine e, ancor più, a suo comodo”. Le delizie dell’harem, la pittoresca animazione dei bazar, i vicoli stretti e affollati delle città moresche, i rutilanti mosaici delle moschee, e ancora i riti efferati della giustizia musulmana, le carovane di cammellieri accampati fra le dune e la libera compravendita di giovani schiave discinte sono i soggetti prediletti di una pittura “pittoresca”, animata da beduini, dervisci, mercanti di tappeti, eunuchi, odalische, muezzin, acquaioli, danzatrici velate, venditori ambulanti e fumatori di narghilè.

La diffusione di un orientalismo fantastico, e nella maggior parte dei casi posticcio, coincide – non a caso – con l’espansione coloniale delle grandi potenze europee che si spartiscono i territori inesplorati dell’Africa e l’Asia più lontana e inaccessibile. Stimolata dalle campagne napoleoniche di fine secolo in Egitto, l’attrazione e la curiosità per queste terre poco conosciute produce un primo flusso turistico verso Paesi pieni di fascino, ricchi di memorie antiche e di monumenti pittoreschi. L’inaugurazione del canale di Suez (1869) permette inoltre un traffico più veloce e più intenso tra il Mediterraneo e l’Africa, e già nel 1868 Thomas Cook con una visita organizzata alle piramidi d’Egitto pone le basi del turismo di massa, del viaggio programmato da un’agenzia specializzata e guidato da un professionista.

Nella prima metà del secolo la pittura orientalista ha un’impronta più romantica e viene praticata da pittori che non sono mai stati in Oriente, come Gros, Bonington, Ingres. Lo stesso Delacroix affronta a suo modo soggetti orientali, prima di intraprendere un viaggio in Algeria e in Marocco, dopo lo scacco seguito alla presentazione di La libertà guida il popolo di Parigi (1830). Il massacro di Scio (1823-1824) e La Grecia spirante sulle rovine di Missolungi (1826) sono ispirate dalle guerre d’indipendenza della Grecia che cerca di scuotere il giogo della dominazione turca, mentre La morte di Sardanapalo (1827) è un capolavoro di sfrenata fantasia romantica, prototipo di un orientalismo onirico e visionario.

L’evoluzione del gusto orientalista

Con l’affermazione del realismo e con i sempre più frequenti viaggi in Oriente dei pittori europei, gli orientalisti tendono ad accentuare il realismo delle scene rappresentate, anche perché fanno sempre più spesso uso di immagini fotografiche.

Tra i pittori francesi, che sono i più numerosi e attivi, vi sono Gabriel Décamps, Eugène Fromentin, Jean-Léon Gérôme, Horace Vernet, Théodore Chassériau, Antoine Marilhat, Charles Gleyre, ma aderiscono a questo gusto orientalista anche gli inglesi Lewis, Hunt, David Robert, Frederick Goodall, i tedeschi Rudolf Ernst, Ludwig Deutsch, Gustave Bauerfeind, Leopold Müller, e gli italiani Alberto Pasini, Filippo Baratti e Stefano Ussi. A fine secolo i progressi del turismo e della fotografia, ormai disponibile anche a colori, rendono più vicini e familiari scenari circondati da un alone di mistero e di torbida sensualità.

L’Oriente “similvero” dei pittori dell’Ottocento oggi non esiste più e forse per questo torniamo a guardare con rinnovato interesse e simpatia un genere di pittura troppo presto relegato nell’interno del kitsch ottocentesco, insieme allo storicismo pompier e alle scene di genere dolciastre ed edificanti.

L’harem di John Frederick Lewis, del 1850 ca., conservato al Victoria and Albert Museum di Londra, è un tipico prodotto del gusto esotico dell’epoca. Il pittore vive per tredici anni al Cairo, dove riceve la visita del romanziere William Thackeray, suo grande amico e ammiratore, che scrive un pittoresco resoconto della visita. Lewis abita in “una casa enorme, eccentrica, con molte finestre e molte verande” tutt’intorno a un grande salone di rappresentanza dalle volte arabescate; ridondante di divani, tappeti, getti d’acqua, l’appartamento sembra a Thackeray “più riccamente arredato dei vicini palazzi degli sceicchi arabi”.

Circondato di servitori addetti al narghilè, sdraiato su un’ottomana, Lewis riceve gli ospiti vestito con un costume musulmano blu scuro, ricoperto da una giacchetta trapunta d’oro e con una scimitarra di Damasco appoggiata sulle gambe: “qui vive come un languido mangiatore di loto una vita trasognata, vaga, indolente e tabaccosa”, annota un divertito Thackeray. Alla luce di queste indicazioni l’interno dell’harem trascritto nell’acquerello sembra una trasposizione metaforica del soggiorno egiziano di Lewis che si permette gli agi, i piaceri, le mollezze e l’indolenza di questo bey, circondato dalle mogli predilette, le “favorite”.

Il più prolifico orientalista francese è Jean-Léon Gérôme. Il dipinto dal titolo Mercato di schiavi non è datato, ma è senz’altro dipinto dopo il 1856, anno in cui il pittore trascorre in Egitto otto mesi che nutrono per mezzo secolo la sua fantasia orientalista. Il Mercato di schiavi è un esempio della maliziosa frequenza nell’esibizione di nudità femminili e maschili di una pittura che non corre il rischio di suscitare la riprovazione dei benpensanti o la severità dei censori – a sua discolpa l’artista può vantare una superiore conoscenza dell’anatomia umana – in cui esotismo ed erotismo finiscono per coincidere.

L’esotismo di Antoine Lecomte de Noüy è la dimostrazione di come pittura accademica e arte d’avanguardia possano camminare su strade parallele senza mai incontrarsi. Coetaneo degli impressionisti, nel 1861 è allievo della scuola di Gleyre a fianco di Monet, Sisley e Renoir. Stessa base di partenza, dunque, ma con percorsi divergenti nelle intenzioni e nei risultati. Gli impressionisti si volgono allo studio della natura e al rinnovamento delle tecniche di riproduzione del visibile, mentre Lecomte de Noüy dipinge soggetti orientali, ritratti di reali e di aristocratici, affresca cappelle in stile neogotico o neorinascimentale. Così La schiava bianca (1888), ora al Museo di Nantes, è contemporanea alla pungente esplorazione della vita mondana di Parigi effettuata da Toulouse-Lautrec con un ben dosato impasto di affettuosa partecipazione e di ironico distacco. Anche Lecomte de Noüy cerca l’ispirazione nei caffè concerto e nelle case di piacere frequentate e dipinte da Toulouse-Lautrec, ma egli traspone tutto in chiave esotica: nonostante il processo d’idealizzazione, l’angolo di harem rimane il salottino turchesco di un lupanare parigino di lusso. La pittura di vita moderna con Toulouse-Lautrec ha invece il coraggio di affrontare gli aspetti più sordidi della contemporaneità e di riscattarli dal ghetto della pornografia, in cui vuole confinarli l’ipocrita moralismo dell’etica ottocentesca che sublima le pulsioni trasgressive trasfigurandole in una chiave esotica, fantastica o fiabesca.


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