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Elias Canetti

Elias Canetti è considerato una figura sfuggente, difficile da collocare nell’orizzonte culturale del Novecento europeo, di cui pure viene riconosciuto come una delle espressioni più illuminate e autorevoli. Scrittore poliedrico e inquieto, autore di romanzi, saggi, opere teatrali, raccolte aforistiche e grandi narrazioni autobiografiche, egli rappresenta l’esempio sommo di un’intrepida capacità di analisi, di un bisogno di esplorare le terre ignote dello spirito umano attraverso i modi, a un tempo analogici ed esatti, di un’inedita scienza della poesia.

Un colosso nell’ombra

Elias Canetti

La lingua segreta

Quando il babbo tornava a casa dal lavoro, subito si metteva a parlare con la mamma. A quel tempo si amavano molto e fra loro usavano una lingua speciale che io non capivo, parlavano tedesco, la lingua dei loro felici anni di studio a Vienna. [...] Nel periodo del legame segreto i due giovani avevano alimentato ininterrottamente il loro amore con discorsi in tedesco, e si può immaginare quante celebri coppie di amanti della letteratura teatrale avessero la loro parte in quelle conversazioni. Avevo dunque i miei buoni motivi per sentirmi escluso quando i miei genitori cominciavano quei discorsi. Quando parlavano così si facevano molto allegri e vivaci e io collegavo questa trasformazione, che percepivo con grande acutezza, al suono della lingua tedesca. Stavo ad ascoltarli con la massima concentrazione e poi domandavo il significato di questo e di quello. Loro ridevano e dicevano che era troppo presto, quelle cose le avrei capite solo più avanti.

E. Canetti, La lingua salvata, Milano, Adelphi, 1997

Le virtù particolari della scrittura e del pensiero di Elias Canetti, lo fanno apparire quasi come un patriarca contemporaneo, un iniziatore o un veggente eccentrico, appartato in una strana forma di esilio.

Già agli occhi dei suoi contemporanei egli appare come un genio misterioso e impenetrabile, tanto per quello che scrive quanto per quello che si sa di lui. Al momento della sua tardiva scoperta, negli anni Sessanta, dopo un trentennio abbondante di lavoro smanioso ma svolto nell’ombra – un lungo oblio rovesciatosi in popolarità solo nel 1981 con il conferimento allo scrittore del premio Nobel per la letteratura – i pareri dei lettori sono unanimi nel riconoscere alle sue opere le qualità profonde e polifoniche che definiscono la statura dei classici, ma anche nel manifestare i segnali di uno strano imbarazzo. Perfino i giudizi ammirati degli interlocutori più colti risultano intaccati da un’esitazione spontanea, spiazzati davanti alla scrittura abbagliante e autorevole di un maestro ormai anziano ma ancora quasi totalmente ignoto. Come è capitato raramente nella storia della scrittura moderna, i due massimi capolavori di Canetti, il romanzo Auto da fé (Die Blendung, 1935), scritto durante gli anni fatali della sua permanenza giovanile a Vienna, e il saggio Massa e potere (Masse und Macht, 1960), frutto di ventennali ricerche filosofiche e antropologiche maturate dopo il trasferimento a Londra negli anni Quaranta, ricevono così il tributo di una costellazione multipla di paragoni e di confronti. Situazione che alla fine incontra il pieno favore dello stesso autore proprio perché nella disparità assoluta di tali accostamenti si rispecchia un sistema di relazioni aperte, effettivamente simile al dialogo enciclopedico e caotico che le forme multiple della sua scrittura cercano di tenere in vita. Per suggerire una sua collocazione e sottolineare la sua importanza, Canetti viene di volta in volta paragonato a letterati e filosofi come Kafka, Musil, Broch, Svevo, Joyce, Cervantes, Ionesco, Sartre, Beckett, Hobbes, Nietzsche, Levi-Strauss e molti altri, in un catalogo oscillante che mentre continua ad ampliarsi rende sempre più evidente il criterio di libertà a cui si ispira il suo lavoro di scrittore, dove scienza, letteratura, antropologia ed esperienza personale tendono a compenetrarsi a vicenda, in modi considerati perlopiù inauditi.

Ma Canetti è anche un uomo di pensiero capace di meditare con metodo ossessivo su un nucleo tematico costituito di pochi motivi essenziali, (il potere, la morte, le masse, l’isolamento dell’individuo, la memoria, la metamorfosi, l’istinto di sopravvivenza), radicati nella sua esperienza personale come domande abissali. Le osservazioni, le scoperte e i segreti di Canetti non possono essere scissi dalla storia intima del loro autore, sono iscritte indelebilmente nella sua natura e nel suo stile affabile, e attraverso di essi acquistano piena luce di verità, quasi disciolte in un’acqua madre in cui soltanto siano operanti e visibili. Come in un Montaigne moderno, dotato di un’indole metodica e sistematica, la complessa, ricca e contraddittoria immagine dell’uomo rivelata da Canetti coincide anche con il suo grande autoritratto. “La mia vita intera” – annota Canetti in un aforisma della Provincia dell’uomo (Die Provinz des Menschen, 1973) – “non è altro che un disperato tentativo di eliminare la divisione del lavoro e di prendere in considerazione tutto, affinché si raccolga insieme in una testa e divenga unità”.

La “lingua incantata” e la scrittura come scienza

Elias Canetti nasce il 25 luglio del 1905 a Rustschuk, oggi Ruse, in Bulgaria. La famiglia, di remote origini iberiche, ma turca da generazioni, appartiene a una comunità di ebrei sefarditi in cui sono in uso almeno otto idiomi diversi, fra cui quello stravagante spagnolo arcaico, cristallizzato al XV secolo, che è la prima lingua materna dello scrittore. Fin dall’infanzia trascorsa nel crogiolo polifonico dei Balcani, il segno della mescolanza, o meglio dell’appartenenza a una molteplicità di culture e di paesaggi europei, contraddistingue l’esistenza di Canetti. La sua vita seguirà un itinerario aggrovigliato di deviazioni e ritorni, soprattutto fra l’Inghilterra, la Svizzera, l’Austria e la Germania, spinta da una dimensione di spontaneo cosmopolitismo europeo ma anche dall’onda di avvenimenti traumatici.

I genitori, commercianti di elevata condizione economica, decidono nel 1911 di trasferirsi con tutta la famiglia “in Europa”, a Manchester per impiantare con altri parenti una fabbrica di tessuti. Dopo pochi mesi il padre, Jacques, viene colto da infarto fulminante. La madre, Mathilde, decide allora di abbandonare la vita inglese per trasferirsi a Vienna, la città dove in passato aveva trascorso gli anni di studio e dove aveva conosciuto suo marito. Il giovane Canetti, che nell’infanzia parla il bulgaro e lo spagnolo, e nel frattempo ha iniziato le scuole elementari inglesi, si sposta così nel centro Europa con la madre e i due fratelli, Nissim e Georg. Prima di entrare in Austria la famiglia trascorre l’estate del 1913 in Svizzera, a Losanna, dove in un contesto di lingua francese la madre gli insegna il tedesco utilizzando una grammatica inglese-tedesco e un metodo di severo “terrore pedagogico”. L’obiettivo materno è di facilitare l’ingresso del figlio di otto anni nella scuola viennese, ma l’apprendimento del tedesco si rivela l’avvenimento forse più importante dell’intera esistenza di Canetti. Esso coincide con la scelta di una “patria” linguistica, segna l’inizio di una passione in cui la memoria familiare – il tedesco è la “lingua incantata” parlata nell’intimità dal padre e dalla madre – si confonde con l’adesione profonda alla cultura degli scrittori che di lì a poco sceglierà come maestri: Kafka, Kraus, Musil e Broch.

Canetti scriverà in tedesco tutte le sue opere letterarie e scientifiche, ma non si limiterà a usare questa lingua solo per l’espressione scritta, difendendo il suo patrimonio fino alla fine, anche dopo la scelta dell’Inghilterra come residenza stabile, abbandonandosi in privato a veri e propri “accessi di parole”, momenti di ebbra catalogazione del tesoro lessicale salvato e portato oltre la Manica.

Canetti vive a Vienna in due periodi. Anzitutto dal 1913 al 1916, finché il nazionalismo austriaco consolidatosi durante la prima guerra mondiale convince la famiglia a spostarsi prima a Zurigo dal 1916 al 1921 e poi a Francoforte dal 1921 al 1924. Conseguita la maturità egli torna a Vienna dove, frequentando le letture pubbliche tenute da Karl Kraus, conosce la futura moglie Veza Tauber-Calderon, anche lei sefardita di ascendenza spagnola. Decide di studiare chimica, laureandosi nel 1929 all’interno della monumentale tradizione del positivismo accademico austriaco. La dimestichezza con la scienza, la consapevolezza dei limiti imposti dall’uso scientifico ai procedimenti simbolici e analogici del pensiero letterario e filosofico è uno degli elementi chiave di tutto il lavoro di Canetti, che si considera con tenacia un uomo di scienza pur aderendo al linguaggio metaforico della letteratura. Ma in questi anni è soprattutto l’esempio incarnato da Kraus a suscitare in lui un’impressione indelebile, un sentimento contraddittorio che negli anni si chiarirà in una forma di resistenza e ribellione intellettuale, di immedesimazione ma anche di metamorfosi di quel modello provocatorio.

Alla fine degli anni Venti trascorre alcune estati a Berlino, dove conosce Bertolt Brecht, George Grosz e altri artisti. A Vienna risiede in una casa eretta di fronte al manicomio della città. Forse ispirato dalla presenza del luogo, Canetti progetta un grande ciclo narrativo di otto romanzi, intitolato provvisoriamente La Comédie humaine dei folli, che nel 1930-1931 si concretizzerà in un unico libro Auto da fé, accettato da un editore solo nel 1935. Il romanzo, intitolato originariamente Kant prende fuoco, racconta la follia del sinologo Peter Kien, uno studioso che trascorre la propria esistenza esclusivamente in compagnia dei libri della sua biblioteca, chiuso in quattro stanze dalle finestre murate per far spazio ai volumi, da cui è bandito qualsiasi contatto con il mondo umano. Kien commetterà l’errore di sposare la sua governante, la quale, con una serie di soprusi, lo caccerà praticamente di casa, privandolo del contatto con i suoi 250 mila volumi. Perduto nelle strade della grande metropoli (una taciuta ma scoperta Vienna), lo studioso impazzisce e finisce vittima del truffatore ebreo Fischerle. Kien alla fine riesce a tornare nella propria biblioteca ma ormai è troppo tardi. Il contatto con l’esterno ha schiantato il suo vecchio equilibrio. “Il mondo è nella testa” e non può più essere tenuto a distanza. Kien da fuoco a sé e alla sua biblioteca ricongiungendosi così, nel rogo, ai suoi libri. Una risata apocalittica e grottesca del protagonista chiude lapidariamente il romanzo.

Auto da fé (il titolo italiano, diverso dall’originale “L’accecamento”, è approvato dall’autore), dovrà aspettare la terza ristampa tedesca, realizzata in seguito al successo della traduzione francese, per venire riconosciuto in tutto il suo valore di testo epocale. Nonostante gli apprezzamenti di Musil, Broch e Thomas Mann, il libro non guadagna quindi al suo autore alcuna fama pubblica, se non nella cerchia ristretta degli intellettuali viennesi. In questi anni Canetti, mentre per vivere traduce alcune opere dell’americano Upton Sinclair, si dedica anche al teatro. Scrive Le nozze (Hochzeit, 1932) e La commedia della vanità (Komödie der Eitelkeit, 1934), due drammi di vena satirica, allegorica e apocalittica in cui prende corpo uno dei temi maggiormente sentiti dallo scrittore, la sfiducia nella comunicazione fra gli uomini, espressa senza peli sulla lingua, con riferimenti espliciti alla sessualità e alla perversione. Le maschere acustiche del teatro offrono a Canetti un mezzo per mettere alla prova la poetica dello “spionaggio della realtà” imparata alla scuola di Kraus (anche se il vero modello drammaturgico è rappresentato da Georg Buchner). Nel periodo seguente, quando frequenta Robert Musil, Hermann Broch (al quale nel 1936 dedica un importante discorso in occasione del cinquantesimo compleanno) e altre personalità della grande koiné mitteleuropea, concepisce la prima idea della sua grande opera Massa e potere, sulla cui nascita esercita un influsso decisivo l’arrivo di Hitler al governo tedesco. Grazie al suo passaporto turco, Canetti, nonostante l’estrazione ebraica, riesce a rimanere a lungo a Vienna anche dopo l’annessione alla Germania, fino a quando la Notte dei cristalli, tra il 9 e il 10 novembre 1938, lo costringe a rifugiarsi prima a Parigi e poi a Londra, dove deciderà di stabilirsi, rimanendovi fino al 1971.

Poco o nulla si sa di come Canetti viva negli anni Quaranta e Cinquanta, mentre lavora a Massa e potere. Di scarso aiuto, a questo proposito, risultano le molte pagine contenute nelle Aufzeichnungen, una serie di quaderni di appunti stesi in parallelo all’opera maggiore, che verranno riuniti nel 1972 sotto il titolo di Provincia dell’uomo. In queste annotazioni, dove non trovano spazio informazioni personali, diventa centrale un nuovo tema, quello della morte, e più precisamente della ribellione contro la morte, considerata il massimo oltraggio perpetrato nei confronti dell’esistenza umana e quindi, paradossalmente, come qualcosa da eliminare. La morte è ciò che crea il più profondo contrasto nell’umanità, quello tra i morti e i vivi, i quali temono i morti che crescono sempre di numero e quindi di potenza. Alla morte è consacrato anche un terzo dramma, Vite a scadenza (Die Befristeten, 1952), i cui personaggi vivono in un mondo in cui ognuno conosce la data della propria morte ma non può rivelarla agli altri. L’uscita di Massa e potere nel 1960 determina l’inizio di una seconda fase della sua opera che d’ora in avanti sarà costituita, oltre che da un’incessante produzione aforistica, da saggi dedicati sia a temi particolarmente delicati dell’epoca contemporanea, il nazismo, l’esplosione atomica di Hiroshima, sia a ricordi e ossessioni personali, riuniti nel libro La coscienza delle parole (Das Gewissen der Worte, 1975). Nel 1963 muore la moglie Veza, probabilmente suicida. Nel 1971 sposa Hera Buschor e si stabilisce a Zurigo, dove poco dopo nascerà sua figlia Johanna. Nello stesso anno, la morte a Parigi del fratello Georg lo spinge a un profondo recupero della memoria personale. Con l’obiettivo di attenuare il dolore di sopravvivere ai propri morti, nasce il progetto della sua autobiografia costituita dai tre volumi La lingua salvata. Storia di una giovinezza (Die Gerettete Zunge. Geschichte einer jugend, 1977), dedicato alla preistoria personale dello scrittore, dai primi ricordi di vita infantile sul basso Danubio, all’adolescenza trascorsa fra Vienna e Zurigo, seguito da Il frutto del fuoco (Die Fackel im Ohr, 1980) storia della vita di Canetti al momento del suo ritorno a Vienna, culminante con la stesura del suo grande romanzo conclusa nel 1931, e, infine, da Il gioco degli occhi (Das Augenspiel, 1985), sugli ultimi anni viennesi, fino alla morte della madre, quelli dedicati al teatro e alla frequentazione dei caffè cittadini in compagnia di amici come Alban Berg, il misterioso dottor Sonne e Fritz Wotruba. Canetti muore a Zurigo il 14 agosto 1994, lasciando un grande patrimonio di inediti.

Una molteplicità di voci

L’impegno autobiografico degli anni maturi, quello che è stato indicato come il ritorno all’io del grande scrittore, non è, nel caso di Canetti, una conquista della vecchiaia, né il frutto, per quanto lucido e straordinario, di una vena nostalgica. Già nel 1974 egli ha chiarito che, a suo avviso, nell’epoca contemporanea “il pubblico e il privato non sono più separabili”. La scelta di parlare “anche per noi stessi”, come testimoni, non è un lusso “superfluo”, perché quando si illustrano le proprie esperienze non si parla mai di fatti meramente privati. A questa forma radicale di indagine sui materiali forniti dall’esperienza si attiene di fatto tutto il lavoro di Canetti, tanto che è addirittura possibile far risalire la scoperta dei temi trattati nelle sue opere principali a un unico episodio traumatico – narrato dall’autore stesso nel Frutto del fuoco – di cui egli è testimone in prima persona, ovvero l’incendio del palazzo di Giustizia di Vienna, avvenuto il 15 luglio 1927 in seguito a un atto violento del movimento operaio viennese, perpetrato in reazione a una sentenza del tribunale reputata oltraggiosa (la repressione della sommossa da parte della polizia costerà 90 vite umane). L’impressione indelebile delle fiamme che avvolgono il palazzo, il ricordo delle parole gridate da un uomo sconvolto dal bruciare delle carte e dei volumi giudiziari (“Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli!”) torneranno nel rogo sacrificale, autodistruzione di un individuo e di un’intera cultura, che chiude il romanzo Auto da fé, ma è soprattutto il coinvolgimento di Canetti negli scontri di strada fra la polizia e gli operai che determina nello scrittore la prima vera esperienza dell’ingresso delle grandi masse sulla scena del Novecento: “Mi trasformai in un elemento della massa, la massa mi assorbì in sé completamente, non avvertivo in me la benché minima resistenza contro ciò che la massa faceva”. Da quel momento l’arte e il pensiero di Canetti non saranno più concentrati sul destino allegorico del singolo individuo umano. Egli impegnerà tutte le sue energie in un’opera monumentale dedicata a indagare il processo di cristallizzazione che fa precipitare gli individui in una massa.

Massa e potere esorbita da qualsiasi definizione di genere letterario. L’autore presenta il suo discorso in termini rigorosamente scientifici, su basi etnografiche, ma l’opera esercita un singolare fascino sul lettore proprio perché questa pretesa di rigore è continuamente oltrepassata dalla ricchezza narrativa dei mille casi antropologici esposti, in un impasto inestricabile e incalzante di simboli e metafore. Nell’era della massima specializzazione del sapere, Canetti scrive un libro che dell’estrema disinvoltura nell’oscillare fra i punti di vista più diversi fa addirittura il proprio vanto. Il libro è suddiviso in 11 sezioni più un epilogo. I capitoli, però, possono essere considerati come blocchi a sé stanti, che non perdono in autonomia e coerenza neanche se vengono letti separatamente gli uni dagli altri.

I primi cinque capitoli sono dedicati alla massa. L’esordio del capitolo iniziale, La massa, mentre introduce il tema dell’indagine, offre anche uno specimen dello stile di Canetti, della sua tipica densità evocativa: “Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. […] Solo nella massa l’uomo può essere liberato dal timore d’essere toccato. Essa è l’unica situazione in cui tale timore si capovolge nel suo opposto”. La massa quindi assorbe gli individui in un unico corpo, o meglio nella massa giungono al punto di cristallizzazione i nuclei più pericolosi che possono emergere in determinate situazioni nei singoli individui. Canetti procederà poi per divisioni e descrizioni microscopiche, parlando di masse aizzate, masse in fuga, masse del divieto, masse del rovesciamento, masse festive e così via, aggregando elementi diversi intorno al grande filo conduttore della massa umana, o meglio, mostrando come dietro all’idea moderna di massa si trovi in realtà una trama millenaria di simboli e di miti, riconducibile agli stati primordiali di masse formate da uomini in tutto e per tutto simili ad animali, a bestie dotate di istinti e di paure.

A partire dalla quinta parte il discorso si sposta invece sul potere, ma non solo e non tanto sul potere politico, quanto sui germi di prevaricazione contenuti in azioni apparentemente irriflesse. La storia e, in particolare, la deriva autoritaria del fascismo, che ne è in realtà il movente profondo, non compare mai direttamente nel libro, tutto imperniato, piuttosto, su una complessa atemporalità mitica, risalente al modello nietzschiano dell’eterno ritorno. Centrale risulta il rapporto fra potere e sopravvivenza, per cui l’esperienza della morte altrui è sempre anche l’esperienza “felice” del proprio privilegio di continuare a vivere, e quello fra sovranità e paranoia: il potente è colui che vuole sopravvivere a tutti i propri simili. Stragi, guerre, attentati nascondono questo impulso, questa segreta aspirazione a essere l’ultimo mortale in grado di sopravvivere.

Massa e potere, però non può e non deve essere considerata come l’opera di un etnologo – Canetti non fa ricerche sul campo ma solo su libri e documenti – né come la costruzione teorica di un sociologo o di uno psicologo delle masse. L’essenziale, in questo libro anomalo, consiste anzi proprio nel rifiuto di un’architettura di concetti che si impadronisca delle cose dall’esterno. L’immagine riflessa prende il posto del concetto e il dono di accogliere e nominare la molteplicità sostituisce il discorso sistematico. Come spiegherà lo stesso Canetti in un saggio che rappresenta il consuntivo di un lavoro durato cinquant’anni (La missione dello scrittore, 1976), lo scrittore “dovrebbe sempre mirare ad accogliere in sé un caos di contenuti contrastanti e in lotta fra loro”. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di “tenere aperte le strade tra gli uomini”, acquisendo dalla tradizione del mito la capacità di trasformarsi in chiunque altro, di identificarsi anche con l’uomo “più piccolo, più ingenuo, più impotente”. In questo senso lo scrittore secondo Canetti deve essere “il custode delle metamorfosi”, qualcuno che sente il bisogno stringente di calarsi nelle esperienze e nelle cose per proteggere la vita di uomini di ogni tipo, “ma specialmente di quelli che sono meno considerati”.


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