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Elsa Morante

Quello di Elsa Morante è un caso letterario unico nella letteratura italiana del Novecento. L’originalità della sua opera consiste nella particolare forma che assumono i suoi quattro romanzi, ognuno incentrato sullo stesso nucleo psichico profondo: il legame amoroso che unisce le creature dello stesso sangue e le porta spesso a soccombere di fronte alla violenza del mondo esterno. E il medesimo presupposto avvolge queste opere: il valore assoluto e sacro che caratterizza l’innocenza degli umili e li oppone alla forza incombente del mondo moderno.

Le prime opere

Nata a Roma nel 1912, dopo un’intensa esperienza giovanile di narratrice per l’infanzia e di pubblicista (oltre un centinaio di pezzi pubblicati negli anni Trenta, fra l’altro sul “Corriere dei Piccoli”), la Morante inizia a collaborare al “Meridiano di Roma” e poi al settimanale “Oggi” con una serie di brevi racconti di atmosfera fantastica, poi selezionati e pubblicati nella raccolta Il gioco segreto (1941). Qui viene alla luce il primo nucleo originale della scrittrice: la prosa raffinata, quasi desueta; le situazioni surreali, la trasfigurazione di fatti quotidiani in misteri esistenziali, ma soprattutto l’attenzione per un mondo di emarginati, di gente del popolo, donne, vecchie e ragazzini; la descrizione di atmosfere consunte, in rovina. Insomma, un mondo “verghiano”, ottocentesco, visto però in un’ottica che sostituisce al vero il sogno e la finzione. Il mistero, la bellezza e la morte costituiscono il nodo che attira la scrittrice: nel racconto Il figlio, ad esempio, un vecchio orologiaio in povertà, succube delle tre figlie irose e scontente, vede apparirgli con frequenza un giovane venditore ambulante, pieno di vita e allegro, che a ogni incontro sembra diventare più giovane e bello, finché il ragazzo compare in casa del vecchio e, dopo averlo allietato con la sua presenza, lo aiuta a morire.

Nel 1941 la Morante sposa Alberto Moravia, con il quale convivrà fino all’inizio degli anni Sessanta. Inizia in questo periodo la stesura del suo primo vero romanzo, Menzogna e sortilegio, che esce nel 1948 (otterrà il Premio Viareggio). Si tratta di un’opera assolutamente lontana dalle mode dei tempi, una narrazione epica e fantastica, che guarda al romanzo popolare ottocentesco, a Hugo ed Eugène Sue, e ancor più indietro, ad Ariosto. Inizia qui quel processo di travestimento all’interno di una coscienza diversa dalla propria che poi ritornerà variato in tutti i romanzi. La narratrice è Elisa che, isolata volontariamente nella propria stanza, ripercorre le memorie di famiglia risalendo al matrimonio della nonna Cesira, arrivando alla madre Anna e poi a lei stessa. Le avventure amorose disperate di Anna costituiscono il centro del racconto, dove si mescolano di continuo verità, sogno, invenzione, delirio. Ma l’elemento straordinario è costituito dall’elaborazione di una lingua sontuosa e artefatta, capace di esprimere con continui aggiustamenti stilistici l’atmosfera allucinata delle memorie di Elisa.

Nel 1950 la Morante inizia la collaborazione al settimanale “Il Mondo” e mette in cantiere nuovi progetti narrativi, tra cui ha particolare rilievo il racconto Lo scialle andaluso, che esce sulla rivista “Botteghe Oscure” nel 1953 e darà titolo alla raccolta di racconti giovanili dieci anni dopo. C’è in questo racconto il tema che la Morante rielaborerà variato in quasi tutta la sua opera futura, cioè il rapporto morboso, conflittuale e inscindibile tra un figlio e la propria madre.

L’isola di Arturo: il romanzo di formazione

La prima variazione del tema la troviamo nel romanzo che segue, L’isola di Arturo, scritto a partire dal 1952 e uscito nel 1957. Potremmo definire l’opera come “romanzo di formazione”, anche se in realtà qui non rimane molto del genere letterario ottocentesco, e l’avventura del giovane protagonista si ferma proprio alle soglie dell’entrata nel mondo adulto. In realtà il romanzo riprende e trasfigura un’esperienza autobiografica documentata dai diari del periodo, e potrebbe essere inteso come il racconto della perdita dell’innocenza. La Morante, pur vivendo con Moravia, prova una lunga passione per il regista omosessuale Luchino Visconti e improvvisamente si rende conto di dover dire addio alla giovinezza e a Visconti. Arturo, il ragazzo che racconta in prima persona i momenti della sua crescita nella misteriosa isola (Procida), è la scrittrice stessa, come lei confessa a Giacomo Debenedetti dopo che il critico ha presentato il romanzo: “la sola ragione che io ho avuta (di cui fossi consapevole nel mettermi a raccontare la vita di Arturo) è stata – non rida – il mio antico e inguaribile desiderio di essere un ragazzo”. Ma l’iniziazione del ragazzo passa per una serie complessa di fasi, tra cui le più importanti sono l’amore impossibile per la matrigna Nunziatella (popolana ignorante ma capace di insegnargli le leggi elementari del mondo adulto) e la scoperta sconvolgente dell’omosessualità del padre Wilhelm. Tutto il romanzo è dominato dall’amore del figlio per il padre, dove possiamo intravedere la trasfigurazione dell’amore della Morante per Visconti. E le stesse caratteristiche psicologiche accomunano Arturo a Wilhelm: il narcisismo, il culto della bellezza, la sfacciataggine, la recitazione buffonesca, l’ostentazione. Contemporaneamente, la presenza più forte nel racconto è proprio quella del luogo in cui viene ambientato, l’isola in cui si ritrovano i tratti dei luoghi magici dei romanzi cavallereschi: presenze animalesche, oscure premonizioni, oscillazione continua tra reale e sogno. Questo gusto per atmosfere desuete, rimandi al poema cavalleresco e al romanzo antico, luoghi e spazi assolutamente controtempo (un tratto già presente in Menzogna e sortilegio) fanno della Morante una scrittrice originale e anomala, fuori dai canoni del realismo, del romanzo psicologico e borghese che domina a metà del secolo la nostra narrativa, ma altrettanto lontana dall’esperienza del fantastico e del recupero fiabesco che ritroviamo in Italo Calvino. Si comincia a intravedere così nella Morante un vero e proprio sistema di pensiero che privilegia forme di esistenza minori, come quelle dei bambini o delle creature umili, e vede incarnarsi in esse valori esistenziali altissimi (la passione, l’onore, la purezza, il coraggio) sempre filtrati attraverso la dimensione dei sentimenti e non da quella logico-razionale. Nella raccolta poetica del 1968, Il mondo salvato dai ragazzini, la scrittrice enuncia i principi del suo pensiero, secondo il quale nel mondo si fronteggiano due categorie di esseri, gli Infelici Molti e i Felici Pochi, questi ultimi considerati come unica categoria privilegiata, portatrice di bellezza, di scandalo e di salvezza.

La raccolta di racconti che esce nel 1963 contiene una scelta di quanto la scrittrice ha prodotto nei decenni precedenti, il titolo viene dal racconto del 1953, Lo scialle andaluso. In un certo senso, si tratta di una nuova versione di un racconto di formazione, bloccato dall’incombere della figura materna. Il protagonista, Andrea, potrebbe essere considerato un Arturo che non riesce a liberarsi del mondo magico e pervasivo dell’isola, cioè non riesce a varcare i confini dell’adolescenza, simboleggiata dallo scialle della madre attrice.

La storia

L’opera successiva della Morante, La storia (1974), costituisce un vero e proprio caso del mercato editoriale italiano. Esce in una edizione economica voluta dalla stessa autrice, vende moltissimo, si diffonde tra lettori di tutti i tipi, e provoca lunghe discussioni e polemiche. Il titolo, perentorio, riassume nel termine “storia” la prospettiva catastrofica di un intero secolo. La Morante vuole raccontare il male insito nei regimi totalitari, la distruzione della seconda guerra mondiale, i primi decenni del dopoguerra, ma sceglie un doppio registro narrativo che ribalta le proporzioni tra i fatti. Ogni capitolo è preceduto da sintetici riassunti dei grandi eventi storici, mentre al centro del racconto sono messe le avventure di una umile maestra di origine meridionale e di famiglia ebrea, Ida Ramundo, che subisce una violenza sessuale a Roma da parte di un giovane soldato tedesco smarrito e destinato a morire subito dopo: sono due vittime della storia, votate all’oblio, ma dal loro incontro nasce una creatura particolare, un nuovo Cristo, il piccolo Giuseppe (Useppe), vero protagonista insieme alla madre dell’intero romanzo. La coppia di Ida e Useppe, chiusa in una specie di autismo comunicativo ma aperta a tutte le meraviglie del mondo, vive in prima persona i bombardamenti sul quartiere romano di San Lorenzo, la fuga dalla città, il ritorno alla norma, circondata da un coro di personaggi del popolo che sembra riflettere in modo realistico quello che i protagonisti sentono chiusi nel loro sogno. Anche in questo nuovo, ampio romanzo, la Morante sembra voler mantenere sempre in equilibrio l’ottica realistica e quotidiana, l’amore per il popolo e gli umili, con la dimensione irreale o meglio surreale connessa a Useppe, bambino capace di comunicare con gli animali e di scoprire in ogni aspetto del creato la bellezza e la sacralità. Useppe, come Arturo, potrebbe essere un’incarnazione della poesia come la Morante la concepiva attraverso l’esempio del poeta francese Arthur Rimbaud. Ma Useppe, attraverso la discendenza ebraica materna, sente la presenza del male e può anche vederlo nel mondo, incarnato per esempio nell’apparizione di un vitello che, sui binari della stazione tiburtina, preannuncia in quanto vittima designata la grande scena drammatica della deportazione degli ebrei romani (raccontata anche da Giacomo Debenedetti nel racconto 16 Ottobre 1943). Ida, che in tutto il racconto incarna la paura irrazionale del male, il senso atavico della colpa, trasmette al figlio la malattia che ne decreta, inspiegabilmente, la morte, dopo una serie straziante di attacchi epilettici. La Morante sembra alludere al ruolo sacrificale di un essere innocente e puro che raccoglie su di sé tutto il negativo della storia, e in questo rielabora probabilmente alcune intuizioni che le vengono dalla lettura degli scritti della pensatrice francese Simone Weil , alla quale è ispirato un altro personaggio importante, il giovane intellettuale Davide Segre, anche lui destinato alla morte.

Criticato da molti, spesso anche dagli intellettuali di sinistra che non accettano la dimensione spirituale del racconto, il suo ostentato infantilismo, gli aspetti melodrammatici, il romanzo mostra oggi, a giudicarlo senza pregiudizi, tutta la sua inattuale e problematica bellezza, e il profondo impegno speso dall’autrice per farne un’opera assolutamente fuori dalla norma.

L’ultimo figlio infelice

In un intervento saggistico del 1964, Pro o contro la bomba atomica, la Morante sostiene che lo scrittore è il portatore della realtà, cioè dello scandalo, all’interno di un sistema che prevede l’irrealtà, cioè la trasformazione operata dalla bomba atomica nel nostro tempo. In questo, anche il suo ultimo, complesso, romanzo, Aracoeli uscito nel 1982, a tre anni dalla sua morte, vuol essere un’analisi del mondo moderno che passa attraverso l’anomalia di un destino individuale, quello di Manuele, maturo omosessuale che abbandona l’Italia attraversata dalla contestazione giovanile per intraprendere un viaggio verso la Spagna alla ricerca del paese dove è nata la madre Aracoeli, da tempo scomparsa. Questo viaggio è in realtà una discesa dentro la propria memoria, uno scavo impietoso del passato, dove l’infanzia, come ne L’isola di Arturo, si rivela il tempo più felice e insieme più tragico dell’esistenza. Rievocando, delirando, manipolando i ricordi, Manuele ci fa assistere a una lunga confessione che riguarda la figura materna ma nello stesso tempo sembra alludere alla distruzione delle giovani generazioni. In questo la Morante si trova in sintonia con le diagnosi politiche dell’amico Pier Paolo Pasolini, che presta molti tratti al personaggio di Manuele. La fine tragica del racconto, la rivelazione di un amore insospettato per il padre, anche lui sopravvissuto dolorosamente alla morte di Aracoeli, e la progressiva degradazione del corpo materno invaso dalla malattia, rendono questo romanzo la riscrittura in chiave negativa della vicenda di Arturo e di Useppe, e fanno di Manuele l’ultimo figlio infelice creato dalla Morante. Con Aracoeli la scrittrice entra negli anni Ottanta, quando ormai nuove generazioni di scrittori sono sulla ribalta, e testimonia – come notò allora il poeta Franco Fortini – la fine di un mondo e di una concezione della letteratura.


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