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Enciclopedia: genesi e storia di un’idea

La costituzione di un archivio del sapere e delle conoscenze umane prende forma nel mondo romano, al fine di sistematizzare organicamente la cultura greca e latina. Nel Medioevo il modello enciclopedico si reinventa in senso allegorico e simbolico. L’ordine del mondo, che fa capo a Dio, discende sino alle più basse forme dell’esistente, che meritano di essere inventariate proprio per questa appartenenza al piano divino. Viene poi il progetto rinascimentale di una pansofia, la quale riflette invece l’esigenza di ricomporre un ordine che si avverte come perduto. Il metodo scientifico poco a poco rimuove queste coordinate, reimpostando la conoscenza su basi in continua verifica, in una sorta di palinsesto costantemente aggiornabile, fino ad arrivare ai percorsi possibili all’interno di un sapere vastissimo e aperto alla multiformità di strutture reticolari.

Il termine enciclopedia viene da enkyklios paideia, che nella tradizione greca significava una educazione completa. Enkyklios non significa tanto “educazione circolare”, nel senso di armonicamente completa, bensì, secondo alcuni, in riferimento alla forma del coro: imparare a cantare certi inni era parte essenziale dell’educazione di un ragazzo, e pertanto enkyklios vorrebbe dire “la forma di educazione che un ragazzo dovrebbe aver ricevuto”. Però nell’antichità classica questo termine non appare; esso fa la sua apparizione nel XVI secolo, prima in Fleming Joachim Stergk, Lucubrationes vel potius absolutissima kuklopaideia, 1529, e poi nel The Boke named The Governour (1531) di Sir Thomas Elyot, dove si cita la totalità del sapere, ovvero “the world of science”, o “the circle of doctrine”. Questa stessa totalità del sapere come educazione completa viene descritta nel libro II del Gargantua et Pantagruel di Rabelais (1532, cap. 20), quando Thaumastes loda la cultura del giovane Pantagruel e dice: “mi ha dischiuso il vero pozzo e l’abisso dell’Enciclopedia”. Nel 1536 ritroviamo il termine nel De Disciplinis in Ludovico Vives, dove egli chiama enciclopedia le varie cose che l’educando deve conoscere, con esplicito riferimento a Plinio e ad altri enciclopedisti classici. La parola appare poi in Paul Skalic de Lika, Encyclopediae seu orbis disciplinarum tam sacrarum quam profanarum epistemon, Basilea 1559. Non ci sono enciclopedie greche. I Greci sono più interessati a costituire un nuovo sapere che a sintetizzare quello precedente. Il mondo ellenistico assegna la funzione che i Romani e i medievali assegneranno all’enciclopedia non a un volume che parla di tutte le cose ma a una raccolta di tutti i volumi esistenti, la biblioteca, e a una raccolta di tutte le cose possibili, il museo. Museo e biblioteca (circa 700.000 volumi) furono costituiti ad Alessandria da Tolomeo I come centro di raccolta, di ricerca e di trasmissione del sapere.

L’atteggiamento enciclopedico si sviluppa in ambiente romano, dove si raccoglie tutto il sapere greco, e un primo esempio è quello del Rerum divinarum et humanarum antiquitates di Varrone, di cui ci sono rimasti solo frammenti, e che si occupava di storia, grammatica, matematica, filosofia, astronomia, geografia, agricoltura, diritto, retorica, arti, letteratura, biografia di grandi uomini greci e romani, storia degli dèi. Ci sono invece pervenuti i 37 libri della Historia Naturalis di Plinio il Vecchio (circa 20.000 fatti citati e 500 autori consultati), dedicati a cielo e universo in generale, le varie terre del mondo, parti prodigiosi e sepolture, animali terrestri, animali aquatici, uccelli, insetti, vegetali, medicine tratte da vegetali e animali, metalli, pittura, pietre e gemme. Plinio non parla di cose conosciute per esperienza bensì per tradizione, e non c’è in lui il minimo sforzo di sceverare le informazioni attendibili da quelle leggendarie (egli dà uguale spazio al coccodrillo e al basilisco). Questo punto è molto importante anche per definire l’enciclopedia come modello teorico: l’enciclopedia non intende registrare ciò che realmente c’è ma ciò che la gente tradizionalmente ritiene che ci sia – e pertanto tutto ciò che una persona educata dovrebbe sapere, non solo per conoscere il mondo ma anche per comprendere i discorsi sul mondo.

Le enciclopedie medievali hanno invece un’altra origine. Agostino si pone il problema della retta interpretazione delle scritture e, poiché la Scrittura non parla solo in verbis, ma anche in factis (De doctrina Christiana II.10.15), delle cose e degli eventi della storia sacra che sono stati soprannaturalmente disposti affinché fossero letti come segni. Per interpretare il senso traslato di questi fatti bisogna ricorrere a una conoscenza enciclopedica. Su questa base si organizzano le enciclopedie medievali che si distinguono da quella romana perché non sono tanto interessate a spiegare come capire il mondo quanto come capire i testi sacri. Per fare un solo esempio, Bartolomeo Anglico (De proprietatibus rerum, XIII sec.) dirà che egli parla della natura delle cose “affinché si comprendano gli enigmi delle sacre scritture” dove lo Spirito Santo ha celato le verità che voleva comunicarci.

La prima enciclopedia di questo tipo è peraltro anteriore ad Agostino: è il Physiologus, un’opera in greco di autore anonimo composta nel II o III secolo d.C., anche se le prime traduzioni latine, che tra l’altro arricchiscono sempre più il testo, appaiono solo verso il VII secolo. Quest’operetta trae da Plinio e da altri autori antichi (come il Polyhistor di Solino, o il Romanzo di Alessandro) le notizie sui vari animali, ma alla descrizione di ciascuno aggiunge una interpretazione allegorica o morale. Si descrivono per esempio forma e comportamenti della vipera per mostrare come essa sia figura dei Farisei oppure, nel dire che il riccio si arrampica sulla vite e va dove c’è l’uva, getta per terra i chicchi e vi si rotola sopra, i chicchi si conficcano nei suoi aculei ed esso li porta ai figli lasciando il tralcio spoglio, si intende rappresentare il fedele che deve rimanere aggrappato alla Vite spirituale senza permettere che lo spirito del male vi si arrampichi e lo renda spoglio di ogni grappolo. Sul modello del Physiologus saranno, tranne poche eccezioni, bestiari, erbari e lapidari medievali, e le varie imagines mundi, dalle Etimologie di Isidoro di Siviglia, nel VII secolo, al Liber monstruorum scritto tra VI e VIII secolo, ai vari bestiari ed enciclopedie del XII secolo, a L’Acerba di Cecco d’Ascoli (XIII sec.). Tutti partiranno da Plinio e ciascuno da quelli che lo hanno preceduto, offrendo quindi un repertorio di informazioni abbastanza ripetitivo. Sembra che le enciclopedie medievali abbiano criteri classificatori assai vaghi (perché Isidoro parla del coccodrillo tra i pesci? solo perché sta nell’acqua?) e che pertanto rappresentino un mero cumulo di informazioni sconnesse. Tuttavia, se questo accade certamente per il Physiologus, se si esaminano gli indici di molte enciclopedie medievali si vede che la cumulatività casuale è solo apparente. Isidoro considera le sette arti liberali (grammatica, retorica, dialettica, musica, aritmetica, geometria, astronomia, e poi medicina), le leggi, i libri e gli uffici ecclesiastici, le lingue, le genti e gli eserciti, i vocaboli, l’uomo, gli animali, il mondo, gli edifici, le pietre e i metalli, l’agricoltura, le guerre, giochi, teatro, navi, edifici, vesti, casa e lavori domestici – e ci si chiede quale ordine sia sotteso a questo elenco, dove per esempio la parte sugli animali si divide in Bestie, Animali Piccoli, Serpenti, Vermi, Pesci, Uccelli e Piccoli Animali Alati. Ma già ai tempi di Isidoro l’educazione primaria si articolava in trivio e quadrivio, e infatti Isidoro dedica i primi libri a questi argomenti, inserendovi anche la medicina. I capitoli che seguono, dedicati alle leggi e agli uffici ecclesiastici, sono presenti per il fatto che egli scriveva anche per dotti, giureconsulti e monaci. Subito dopo appare un altro ordine: si parte col libro VII da Dio, gli angeli e i santi per passare agli uomini, quindi agli animali e dal libro XIII si passa a considerare il mondo e le sue parti, venti, acque, montagne. Infine col libro XV si arriva alle cose inanimate ma artificiali e cioè alle varie arti. Sia pure giustapponendo sincretisticamente due criteri, Isidoro non accumula a caso e nella seconda parte segue un ordine di dignità decrescente, da Dio agli strumenti domestici. Anche il De rerum naturis di Rabano Mauro sembra ispirato a un ordine casuale ma di fatto giustappone vari ordini tradizionali: inizia secondo l’ordine della dignità delle creature, per cui si parte da Dio per passare agli uomini, agli animali e quindi alle cose inanimate, per poi arrivare alle cose artificiali come gli edifici, poi si parla delle varie arti, probabilmente nell’ordine in cui venivano insegnate nella scuola palatina carolingia, quindi dalle arti si passa ai filosofi, alle lingue, alle gemme, ai pesi e alle misure, alla cultura dei campi, alle cose militari, ai giochi e al teatro, alla pittura e ai colori e a vari strumenti dalla cucina ai campi. Nel XIII secolo Bartolomeo Anglico nel suo De proprietatibus rerum inizia con un ordine misto, sia secondo dignità (dagli angeli agli uomini) sia secondo i sei giorni della creazione (ordine examerale) poi torna indietro e riparte secondo un ordine che sembra bizzarro a noi ma evidentemente non lo era per lui, perché egli spiega che, dopo aver parlato del mondo invisibile e dell’uomo, completata la trattazione sulla creazione del mondo e del tempo, si deve parlare delle cose inferiori e delle creature materiali. Ed ecco dunque che si susseguono le trattazioni su aria, uccelli, acque, monti e regioni, pietre, erbe e animali, e infine vari accidenti come sensi, colori, suoni, odori, pesi e misure, liquidi. Bartolomeo sta attenendosi a un ordine filosofico di origine aristotelica, in quanto prima parla delle sostanze e poi degli accidenti. Peraltro i lettori medievali dovevano avvertire un ordine là dove a noi appare soltanto un accumulo di notizie.

Gradatamente le enciclopedie tendono a rendere più evidente l’ordine che le governa: nel XIII secolo, lo Speculum Majus di Vincenzo di Beauvais, coi suoi 80 libri divisi in 9885 capitoli, ha già l’organizzazione di una summa scolastica. Lo Speculum naturale è ispirato a un criterio rigorosamente examerale (il creatore, il mondo sensibile, la luce, il firmamento e i cieli, e così via, per arrivare agli animali, alla formazione del corpo umano e alla storia dell’uomo). Lo Speculum Dottrinale si occupa del mondo umano e comprende le lettere (filosofia, grammatica, logica, retorica, poetica), la morale, la meccanica e le tecniche. Mentre lo Speculum morale rappresenta una sorta di parentesi di carattere etico, lo Speculum historiale si occupa della storia umana ovvero della storia della salvezza e ha una struttura cronologica.

L’ordine assume una funzione preponderante, tra XIII e XIV secolo, con gli alberi della scienza di Raimondo Lullo che contemplano un Arbor elementalis (oggetti del mondo sublunare composti dei quattro elementi, fuoco, aria, acqua e terra, con pietre, alberi, animali), Arbor vegetalis, Arbor sensualis, Arbor imaginalis (le immagini mentali che sono le similitudini delle cose rappresentate negli altri alberi), Arbor humanalis (memoria, intelletto, volontà e le varie scienze e arti), Arbor moralis (virtu e vizi), Arbor imperialis (governo), Arbor apostolicalis (la chiesa), Arbor caelestialis (astrologia e astronomia), Arbor angelicalis (angelologia), Arbor aeviternitalis (i regni dell’oltretomba), Arbor maternalis (mariologia), Arbor christianalis (cristologia), Arbor divinalis (degnità divine), Arbor exemplificalis (i contenuti del sapere), Arbor quaestionalis (quattromila quesiti sulle varie arti).

Con l’umanesimo e il Rinascimento può accadere che ci si ponga solo il problema dell’ordine, senza arrivare a “riempire” i tasselli di un indice arborescente, come accade nel 1491 con Poliziano che propone il suo Panepistemon come un indice rigorosamente strutturato sotto l’egida di una filosofia come mater artium; progetto che troviamo ripreso anche nella Margarita philosophica di Gregor Reisch (1503), dove però l’indice (che appare come schema iniziale, a orientare la consultazione) dà origine a 600 pagine di notizie. Sotto una influenza lulliana, le Dialecticae Institutiones (1543) e la Dialectique (1555) di Pierre de la Ramée (Pietro Ramo) propongono un metodo rigoroso per enumerare in ordine, senza ripetizioni o omissioni, tutte le parti del sapere – e il progetto verrà ripreso nella Encyclopaedia septem tomis distinta di Johann Heinrich Alsted (1620). Qui, partendo da una serie di Praecognita disciplinarum, si passa agli strumenti di indagine (lexica, grammatica, retorica, logica, oratoria e poetica) per affrontare i temi delle maggiori questioni della cosiddetta filosofia teoretica (metafisica, pneumatica, fisica, aritmetica, geometria, cosmografia, uranometria, geografia, ottica, musica), e quindi della filosofia pratica (etica, economica, politica, scolastica), per passare alla teologia, alla giurisprudenza, alla medicina, alle arti meccaniche e a una serie di discipline non meglio organizzate (farragines disciplinarum) come mnemonica, storia, cronologia, architettonica, sino a questioni come eutanasia, ginnastica, tabaccologia. Su ispirazione alstediana nel 1587 Christophe de Savigny presenta un Tableaux accomplis de tous les arts libéraux, dove i rapporti tra discipline sono visti non più secondo una struttura arborescente e fortemente gerarchizzata, ma secondo un primo accenno di struttura a rete.

In questo clima culturale si fa strada il progetto di una pansofia, forma di sapienza universale che comprendesse l’intera enciclopedia del sapere, prefigurato nei cosiddetti teatri del mondo, architetture ideali che mirano a costituire una silloge di ogni cosa memorabile, a metà strada tra una mnemotecnica e una enciclopedia, di cui il modello più celebre, anche se mai effettivamente realizzato, è quello prefigurato ne L’Idea del theatro di Giulio Camillo (1559).

In periodo barocco il grande apostolo della pansofia è Jan Amos Komensky (Comenio) il quale, mirando a una riforma generale della società e studiando nuovissime forme pedagogiche, in Didactica magna (1628) e in Janua linguarum(1631), nel preoccuparsi che il discente avesse una apprensione immediatamente visiva delle cose che imparava, cerca di raggruppare le nozioni elementari secondo una logica delle idee (creazione del mondo, elementi, regni minerale, vegetale ed animale). Nell’Orbis sensualium pictus quadrilinguis (1658) elabora una nomenclatura figurata di tutte le cose fondamentali del mondo e delle azioni umane, e in Via lucis (1668), propone una lingua perfetta universale, la panglossia (che peraltro non elaborerà mai in modo definitivo) e progetta un lessico che rispecchi la composizione del reale.

Tutti questi progetti enciclopedici si sviluppano in particolare nel mondo protestante, come aspirazione a una ricomposizione della frattura religiosa e politica conseguita allo scisma di Occidente attraverso una riorganizzazione universale del sapere. Se sin da Ramo si inizia a concepire una enciclopedia che possa considerare anche la costituzione di discipline non ancora note e definite, è solo con Francis Bacon che si fa strada l’idea di una enciclopedia basata su dati derivati dall’esperienza scientifica e su una critica delle false opinioni del passato (gli idola), regesto aperto e in continuo sviluppo. Nel Novum Organum baconiano (1620) appare un’appendice intitolata Parasceve ad historiam naturalem et experimentalem dove, dopo aver chiarito che si tratta di evitare il ricorso all’autorità degli antichi per evitare informazioni dubbie, si traccia un indice ideale che contempla, secondo un ordine abbastanza logico, corpi celesti, fenomeni atmosferici, terra, i quattro elementi, le specie naturali (minerali, vegetali e animali), l’uomo, le malattie e le medicine, le arti, ivi comprese la culinaria, l’ippica e i giochi – e d’altra parte un museo enciclopedico è la Casa di Salomone vagheggiata nel New Atlantis (1627).

Strutture indirettamente enciclopediche si realizzano, nel XVIII secolo, in vari progetti di lingua filosofica a priori (come A common Writing di Lodwick, The Universal Character di Beck, l’Ars signorum di Dalgarno, o l’Essay Toward a Real Character di Wilkins) in cui “caratteri” comprensibili a gente di lingua diversa, possano rappresentare una struttura globale del mondo. In questi sistemi si dibatte la possibilità di rappresentare i significati di ogni termine attraverso un sistema gerarchico di incassamenti da genere a specie (puntigliosamente esibito), ma nel contempo si vuole rendere conto della molteplicità non-irreggimentabile di nozioni di cui un parlante comune dispone. Per esempio nel progetto di Wilkins (del 1668) si procede a una sorta di colossale recensione del sapere e si stabilisce una tavola di 40 Generi maggiori per poi suddividerli in 251 Differenze peculiari e derivarne 2030 Specie (che si presentano in coppie). La tavola dei 40 generi parte da concetti generalissimi come Creatore e Mondo e, attraverso una divisione tra sostanze e accidenti, sostanze animate e inanimate, creature vegetative e sensitive, perviene a Pietre, Metalli, Alberi, Uccelli, oppure accidenti come Grandezza, Spazio, Qualità sensibili, Relazioni economiche. Più articolate sono le tavole che permettono di arrivare alle singole specie, dove Wilkins pretende di classificare, per esempio, anche bevande come la birra, in modo da rappresentare l’intero universo nozionale di un cittadino inglese del XVII secolo.

Sin dal XVII secolo si inizia a intravedere quale fosse il limite di quei progetti. Leibniz a vent’anni scrive una Dissertatio de arte combinatoria (1666) di esplicita ispirazione lulliana e perseguirà per tutta la vita l’ideale di una characteristica universalis, una lingua razionale, basata su un numero ridotto di primitivi e regole logiche, che permetta ai saggi di sedere intorno a un tavolo e pervenire alla verità all’insegna di un “calculemus”. Ma si convince ben presto che non c’è alcuna certezza che i termini primitivi a cui si perviene non siano ulteriormente scomponibili e che al massimo essi possono essere postulati come tali per la comodità del calcolo. In effetti egli è maggiormente interessato alla forma delle proposizioni che il calcolo può generare che non ai significati dei termini. Egli paragona infatti la sua characteristica a un’algebra che possa esercitarsi, con rigore quantitativo, su nozioni qualitative. La characteristica, come l’algebra, dovrebbe essere una forma di “pensiero cieco” (cogitatio caeca) che permetta di condurre calcoli, pervenendo a risultati esatti, su simboli del cui significato non si riesce ad avere una idea chiara e distinta. Così facendo Leibniz ha dato avvio agli sviluppi di una logica formale dove i simboli non stanno al posto di una idea ma invece di essa.

Quando invece pensa in termini di recensione del sapere universale Leibniz assume una posizione nettamente diversa, e in vari scritti paragona una enciclopedia a una biblioteca come inventario generale di tutte le conoscenze. Nel Consilium de Encyclopaedia nova conscribenda methodo inventoria del 1679 propone una enciclopedia che consideri grammatica razionale, logica, arti della memoria, matematica universale e sue applicazioni tecniche (geodesia, architettura, ottica), meccanica, scienza delle proprietà fisiche e chimiche dei corpi, cosmografia, mineralogia, botanica e agronomia, biologia e medicina animale, morale, geopolitica e teologia naturale. Ma l’enciclopedia deve rimanere, come per Bacon, aperta: il suo ordine verrà scoperto a mano a mano che la scienza progredisce, ed essa deve comprendere anche le conoscenze non scritte che si trovano disperse tra uomini di diverse professioni. In Nouveaux essais sur l’entendement humain del 1703 si ricorda che essa dovrebbe avere “molti rinvii da un luogo all’altro, dato che la maggior parte delle cose può essere vista da diverse prospettive, e una verità può avere collocazioni diverse secondo i suoi diversi rapporti: coloro che sistemano una biblioteca non sanno sovente dove porre certi libri, rimanendo indecisi tra due o tre collocazioni egualmente convenienti”. Leibniz sta pensando a una enciclopedia che diremmo polidimensionale, dove si stabiliscono interconnessioni multiple e trasversali.

In effetti Leibniz anticipa il progetto che sarà poi teorizzato da D’Alembert a inizio dell’Encyclopedie. L’enciclopedia illuminista si vuole critica e scientifica: non rinuncia a registrare tutte le credenze, anche quelle ritenute erronee, ma le denuncia come tali (si veda per esempio la voce “Licorne”, che sembra descrivere l’animale secondo la tradizione, ma sottolineandone la natura leggendaria), e sul modello di quelle antiche intende rendere ragione di tutti i saperi umani, anche quelli popolari connessi alle arti e ai mestieri. Si regge su una classificazione preliminare dei saperi, ma, essendo in ordine alfabetico, non la rivela, se non in un piano iniziale. In effetti nelle pagine introduttive, dovute a D’Alembert, si dice che “il sistema generale delle scienze e delle arti è una specie di labirinto, di cammino tortuoso che lo spirito affronta senza troppo conoscere la strada da seguire […] Questo disordine, per quanto filosofico per la mente, sfigurerebbe, o almeno annienterebbe del tutto un albero enciclopedico nel quale lo si volesse rappresentare […] Il sistema delle nostre conoscenze è composto di diverse branche, di cui molte hanno uno stesso punto di riunione; e poiché partendo da questo punto non è possibile imboccare contemporaneamente tutte le vie, la determinazione della scelta risale alla natura dei diversi spiriti”. Peraltro l’enciclopedia tende a riunire queste conoscenze nel più breve spazio possibile, e nel porre, per così dire, il filosofo al di sopra di questo vasto labirinto, in un punto di vista molto elevato da dove gli sia possibile scorgere contemporaneamente le scienze e le arti principali; vedere con un sol colpo d’occhio gli oggetti delle sue speculazioni e le operazioni che può fare su questi oggetti; distinguere le branche generali delle conoscenze umane, i punti che le separano o le accomunano, e intravedere persino, a volte, le vie segrete che le riuniscono. Essa è come una specie di mappamondo dove gli oggetti sono più o meno ravvicinati e presentano diversi aspetti secondo la prospettiva scelta dal geografo. Si possono dunque immaginare tanti diversi sistemi della conoscenza umana quanti sono i mappamondi che si possono costruire secondo diverse proiezioni, e “spesso un oggetto, posto in una certa classe a causa di una o più delle sue proprietà, rientra in un’altra classe per certe altre proprietà”. L’immagine del mappamondo, su cui è possibile disegnare diversi percorsi e raccordi, ci farebbe pensare oggi a una rete ferroviaria (che è poi una delle incarnazioni moderne del labirinto), ed è in effetti sul modello della rete che si sono sviluppate le teorie contemporanee del modello enciclopedico.


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