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Fotografia, tecnica e società

Lo sviluppo delle tecniche fotografiche sembra procedere nel Novecento verso una crescente semplificazione tecnica, che segnerà profondamente tanto la fotografia come linguaggio e come arte, quanto la sensibilità della società nel suo complesso e la possibilità dell’immagine di rappresentare adeguatamente l’identità collettiva, ma anche privata, familiare, intima. Con la maturazione delle tecniche digitali e la proliferazione incontrollata delle immagini questo processo raggiunge un massimo di saturazione che tende a riassumere la molteplice e differenziata esperienza sensoriale della realtà nella sintesi della rappresentazione fotografica.

La fotografia, ovunque

"Nella lunga serie delle brillanti scoperte scientifiche del nostro secolo – osservava Hermann Vogel (1834-1898), professore all’Accademia di Berlino nel 1876 – due sono sopra le altre eminenti: la fotografia e l’analisi spettrale. Mentre la seconda non è uscita dal campo scientifico, la fotografia si è invece rapidamente introdotta nella pratica e non v’è arte, non v’è mestiere, non v’è insomma manifestazione dell’umana attività dove essa non porti un aiuto sommamente utile ed efficace".

Erano trascorsi 37 anni dall’invenzione ufficiale della dagherrotipia (7 gennaio 1839), seguita da quella del "photogenic drawing" di Talbot in Inghilterra, e già la fotografia si era incisa profondamente con la sua presenza nel sistema sociale e non soltanto nell’arte, la pittura in primis che, secondo Paul Delaroche (1797-1856), avrebbe di conseguenza e in breve tempo, dovuto scomparire. L’annuncio parigino della "maravigliosa", però ancora misteriosa invenzione di Louis Jacques Mandé Daguerre, rese increduli, non soltanto i lettori delle "Gazette", ma gli stessi cronisti, che commentavano così la notizia: "se riesce", osservava un giornalista ancora scettico, "sarà un’invenzione meravigliosa che porterà una rivoluzione anche nelle Arti del disegno che ne mancavano".

La "rivoluzione" portata dalla fotografia si estenderà ben oltre le Arti figurative, invadendo più o meno evidentemente ogni settore, oltretutto come metafora della modernità, negli anni delle grandi applicazioni scientifiche e dei perfezionamenti tecnologici; ad esempio, il viaggio: dalla diligenza al treno e, in mare, con rapide "pirocorvette" dotate di un’"elice" e di un motore "a vapore", al posto di remi e vele. Nel 1839, mentre si annunciava ovunque a grandi titoli la magia della dagherrotipia, in Italia si inaugura la prima tratta ferroviaria, Napoli-Portici, un breve tragitto, ma emblematico di un nuovo tempo, con la sua sorprendente velocità.

Il dagherrotipo, come tecnica, consentiva di ottenere un’immagine "automatica" in pochi minuti, ma in un’unica copia, sopra una lastrina di rame placcata d’argento. Per la sua lucentezza speculare viene anche chiamato "specchio della memoria", ma è in realtà simile a una miniatura perfezionata, quindi riservato, specialmente all’inizio, a un’élite di benestanti, mentre l’invenzione di William Henry Fox Talbot, perfezionata con il calotype (negativo su carta, resa trasparente con la cera), invece permette di ottenere molte immagini positive, su fogli di carta sensibilizzata con i sali d’argento. Ed è proprio il procedimento di Talbot ad avviare al successo, relativamente popolare, la fotografia, che pretende specificamente – come in passato la xilografia, l’acquaforte e infine la litografia – un’ampia diffusione, avviando quella massificazione delle immagini e del loro universale utilizzo, che ha raggiunto il massimo nel nostro tempo, dopo 167 anni di inesauste sperimentazioni.

Il realismo eccezionale della fotografia influisce subito, tra l’altro, nell’indicare in modo nuovo e "al vero", la bellezza del mondo, nell’arte e nel paesaggio; inizialmente soprattutto lungo il tradizionale Grand Tour, la cui illustrazione viene subito alimentata e rinvigorita proprio dai dagherrotipi e dai calotipi, che mostrano tutto ciò con dovizia e in modo non soltanto "diverso", ma stupendamente credibile, d’aprés nature. I viaggiatori se ne impadroniscono subito, sostituendo via via la fotografia al disegno e all’acquarello dei taccuini di viaggio tradizionali.

Le incisioni all’acquatinta dell’editore parigino Noël Marie Paymal Lerebours (1807-1873), vengono stampate tra il 1841 e l’anno successivo nella serie a dispense delle Excursions daguerriennes, ottenute ricopiando manualmente le immagini eseguite al dagherrotipo. Ne erano autori alcuni artisti e letterati, tra i quali Horace Vernet (1789-1863) e Girault de Prangey, improvvisatisi fotografi con poche lezioni a Parigi, prima di partire per il classico viaggio esotico, dalle Alpi a Pompei, da Taormina in Grecia e poi a Beirut e in Egitto, trasformando concretamente, nella forma ma anche nell’immaginario, l’idea delle "meraviglie del mondo", all’inizio soprattutto mediterraneo, in architettura, archeologia e paesaggio.

Così accadrà poco più di un decennio dopo, per le prime fotografie di guerra, come quelle di Roger Fenton in Crimea nel 1855, ma ci si accorge allora dei possibili effetti negativi alla vista di cadaveri dilaniati sul campo di battaglia, che la fotografia non rende "eroici", a differenza dei disegni e delle incisioni degli artisti inviati al seguito delle truppe, com’era consueto fare.

Viene quindi proibito l’accesso ai campi di battaglia ai fotografi, considerati come "sciacalli di cadaveri", secondo un Editto di Napoleone III durante le guerre d’Indipendenza.

I ritratti fotografici – soprattutto quelli dagherrotipici, chiusi in un tascabile scrigno in cuoio decorato – hanno da subito un successo straordinario, nonostante la difficoltà della ripresa che richiede una lunga posa (anche di qualche minuto), a causa della quale le persone risultano spesso simili a manichini, immobilizzati da varie attrezzature e "poggiatesta", e i loro occhi, se di colore azzurro, risultavano assai chiari, cerulei. L’insieme risente a volte di un’atmosfera cadaverica e i cadaveri, infatti, sono un soggetto ideale per i fotografi, che oltretutto garantiscono, con le loro gelide immagini, una memoria stabile, perlomeno prolungata, del caro estinto. In America si attivano subito centinaia di avventurosi fotografi, a volte ex pittori e a Broadway, nel 1840, ossia pochi mesi dopo l’invenzione, lavorano centinaia di dagherrotipisti in un numero superiore a quello di tutta Europa. La fotografia, d’altronde, nelle sue varie tipologie, gode subito in America di un eccezionale successo, sia per una maggiore fiducia nelle nuove tecnologie che si aprono alla modernità, sia per la mancanza di una eredità d’arte ricca e sublime come in Europa. Qui si avvia subito quel "combattimento per un’immagine", che tuttora influisce nel novero delle arti, oltre che nel concetto comune, quasi reazionario, che mette in concorrenza le immagini "fatte a mano" con quelle – da molti ritenute più banali e alla portata di tutti – invece "fatte a macchina", quali appunto sono le fotografie.

Evoluzione e diffusione

Dopo circa un decennio dal fatidico 7 gennaio 1839, data della presentazione all’Accademia delle Scienze di Parigi dell’invenzione di Daguerre, le sperimentazioni sulle sostanze sensibili e i materiali di supporto, conducono finalmente alla pratica di un nuovo e migliore procedimento, che caratterizzerà addirittura un’epoca, definita "d’oro", ossia quella del collodio, che per convenzione va dal 1851 al 1880 ca. Questa tecnica sostituisce soprattutto la calotipia, adottando un supporto di vetro anziché di carta, per ottenere quindi immagini positive più nitide, in quanto non risulta impressa la granulosità inevitabile della pasta cartacea, data la completa trasparenza del supporto di vetro. L’uso del dagherrotipo, limitato oltretutto della sua unicità, va nel frattempo scomparendo, nonostante le resistenze professionali e sentimentali di alcuni fotografi. Il procedimento al collodio – un miscuglio di nitrocellulosa, alcool ed etere – viene proposto dall’inglese Frederick Archer e dal francese Gustave Le Gray (1820-1882), verso il 1850; ha la capacità di inglobare e trattenere le sostanze fotosensibili ai sali d’argento e di aderire stabilmente sulla lastra trasparente di vetro, operazione difficile da ottenere con altre sostanze collose e trasparenti.

La lastra così sensibilizzata va utilizzata prima che il collodio si asciughi, ossia in pochi minuti, per cui il procedimento viene detto "al collodio umido"; in seguito, dopo ansiose ricerche, anche per scopi commerciali e pratici, si giunge alla soluzione del problema, con una tecnica al "collodio secco", che viene praticata fino all’ultimo decennio dell’Ottocento, mentre verrà finalmente sostituita da quella "alla gelatina-sali d’argento", verso il 1880, assai versatile e semplice nell’uso pratico anche amatoriale, diffondendo ulteriormente la pratica della fotografia.

Nell’epoca del procedimento al collodio – che fa fiorire ovunque la fotografia, negli atelier, nel commercio e nella sua industria, si sviluppa soprattutto il settore della riproduzione d’arte (a Parigi, con i Baldus, Bayard, Le Gray, a Firenze gli Alinari e i Brogi, a Venezia i Naya e Ponti, a Roma gli Anderson, McPherson, tra gli altri) e della ritrattistica (a Parigi eccelsero Nadar, Disderi, Salamon…) – anche gli apparecchi e gli obiettivi vengono migliorati, semplificati e l’insieme reso più maneggevole, non soltanto per ottenere migliori risultati anche nella fotografia istantanea, ma per favorire la diffusione del mezzo fotografico, che sul finire dell’Ottocento aumenta la sua popolarità, incoraggiata dalla facilità raggiunta del procedimento.

Una diffusione, però, limitata a un ceto benestante, di persone che a volte ostentano l’uso della fotografia anche come uno status symbol, e sono conti, notai, ingegneri i primi "fotografi" registrati nei circoli amatoriali e partecipanti ai Salon fotografici. Ma questo uso più disinvolto e non commerciale della fotografia consente in molti casi di esprimere con questo linguaggio un nuovo percorso narrativo, come quello definito nell’opera del conte Giuseppe Napoleone Primoli, il quale a Roma realizza, tra Otto e Novecento, un insostituibile racconto sulla vita della città, anche con vivaci istantanee di strada, avviando in effetti quello che sarà il fotogiornalismo contemporaneo, non appena sarà possibile riprodurre più economicamente e fedelmente le fotografie nei giornali, il che succederà nell’ultimo decennio dell’Ottocento, con la tecnica Similgravure ed Heliogravure, cui seguiranno l’Offset e il Rotocalco nei primi decenni del Novecento.

Nel frattempo, proprio in opposizione a questa ipotetica massificazione, consentita da una fotografia "resa facile" – soprattutto quando George Eastman, fondatore della Kodak americana, mette in commercio un apparecchio adatto anche ai principianti, la "Kodak n°1", dotata di pellicola dal supporto di celluloide e non più di lastre di vetro –, si sviluppa una tendenza estetica definita pittorialista, in concorrenza con i moduli dei pittori, utilizzando anche tecniche inconsuete, come la gomma bicromatata e il bromolio. Paradossalmente si cerca di rendere le immagini meno fotografiche, anche meno nitide, con tecniche definite flou, sfocature e viraggi colorati, ma nel contempo si avvia coerentemente anche una saggistica meno manualistica e tecnica, tesa invece a individuare i caratteri estetici e linguistici della fotografia stessa.

Tra i primi a soffermarsi efficacemente su queste problematiche è Anton Giulio Bragaglia, con il suo audace saggio sul "fotodinamismo", un’esperienza soprattutto concettuale, che tende a far riconoscere i valori linguistici della fotografia e semmai a contestare la retorica dell’istantanea – un’azione "che uccide il gesto", osserva provocatoriamente Bragaglia –, che allora invece era considerata un virtuosismo, particolarmente in auge nei primi decenni del Novecento, soprattutto in funzione narrativa giornalistica.

Al termine del primo conflitto mondiale, quando la fotografia, che in effetti più efficacemente del cinematografo svolge un ampio servizio di informazione sui giornali illustrati, si sviluppa rapidamente il fotogiornalismo, affidando ai fotografi un ruolo primario e non soltanto didascalico. Emblematico sarà l’ebdomadario americano "Life", fondato nel 1936 sull’esempio però di alcuni giornali europei, come "Vu" e "Illustrierte Berliner Zeitung"; in Italia nasce allora "Omnibus" di Leo Longanesi e "Tempo" di Alberto Mondadori (1914-1976).

Ricordi a colori

Il colore in fotografia viene da subito ritenuto indispensabile, ma si ottiene assai lentamente nella pratica. Con il procedimento autochrome dei fratelli Lumière, soltanto nel 1904 (verrà commercializzato tre anni dopo), sostituirà via via la fotografia in bianco e nero, il cui monocromatismo era stato però inevitabile nel grado zero della fotografia alla sua invenzione, come d’altronde per il cinematografo e, più tardi, per la televisione.

Negli anni Novanta del Novecento, la tecnologia fotografica si arricchisce rapidamente di nuove possibilità espressive e di trasmissione, innanzitutto nel confronto con l’influente medium televisivo, che mette fortemente in crisi il fotogiornalismo, e successivamente con la maturazione delle tecnologie elettroniche e digitali, che vanno diffondendosi anche a livello amatoriale.

Si è giunti quindi a una autentica e definitiva massificazione globale, sia con gli strumenti di ripresa, come i videocellulari, sia con quelli per la trasmissione internet, email, concludendo dopo circa 160 anni il primo grande ciclo dell’Era dell’Iconismo – "da Daguerre a Bill Gates" –, verso un orizzonte di immagini che si sostituiscono sempre di più alla realtà concreta – ponderabile, percorribile, odorosa, termica –, che con quelle inevitabilmente confrontiamo.


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