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Frank O. Gehry

Dopo una lunga carriera in cui partecipa al rinnovamento dell’architettura americana rileggendo la tradizione della modernità californiana, Gehry raggiunge la sua fama negli anni Settanta scomponendo le forme e gli elementi costruttivi e lavorando con i materiali di scarto tipici della società americana e della cultura pop. La propria casa a Venice diventa un manifesto progettuale dell’architettura decostruttivista. Dagli anni Ottanta trova sempre maggior successo e incarichi, sino alla celebrità globale che arriva con il progetto del Museo Guggenheim di Bilbao.

Architetti allo specchio

Frank O. Gehrynasce a Toronto, in Canada, nel 1929. Il suo nome è Frank Owen Goldberg, e diventerà Gehry solo nel 1954, sette anni dopo che la sua famiglia si è trasferita in California. La sua fama è legata soprattutto alla costruzione del museo Guggenheim di Bilbao, realizzato negli anni Novanta.

Gehry, spesso catalogato come un architetto-artista, uno scultore di forme a scala urbana, durante la sua lunga carriera ha saputo innovare significativamente l’architettura americana, come si comprende dando uno sguardo ampio al contesto culturale nel quale opera. Negli Stati Uniti, a partire dalla fine degli anni Sessanta, una generazione di giovani architetti comincia un lavoro di riposizionamento culturale che vuole portare New York al centro della discussione architettonica mondiale. Da Robert Venturi a Peter Eisenman sino a John Hejduk, tutti i protagonisti di questa vicenda lavorano nel tentativo di costruire un dibattito colto, che sia in grado di prefigurare un nuovo modello di architetto legato alla ricerca teorica.

Gehry partecipa al dibattito dalla sua posizione defilata sulla West Coast, ma appare distante da questa radicalizzazione intellettuale. Gli architetti della costa est vengono attratti dalla rilettura sistematica delle avanguardie storiche europee degli anni Venti, mentre Gehry rilegge le interpretazioni del moderno della costa occidentale degli Stati Uniti. Gehry, dopo studi di ceramica e disegno, si iscrive alla facoltà di architettura alla University of California, a Los Angeles, dove otterrà il diploma nel 1954: sono anni in cui il sistema didattico americano è fortemente orientato a formare validi professionisti da immettere nel mercato e gli elementi di ricerca e di rilettura dell’architettura moderna sono ancora esorcizzati dalle scuole.

Il giovane Gehry inizia a lavorare per diversi grandi studi commerciali, ma durante la sua gavetta segue un semestre a Harvard nel 1956 e, cinque anni più tardi, si reca a Parigi per frequentare gli ambienti artistici parigini, oltre che per lavorare da Rémondet. Al suo rientro a Los Angeles aprirà il proprio studio con sede a Santa Monica, che dal 1967 prenderà il nome di Frank O. Gehry and Associates, tuttora in uso.

Sino agli anni Settanta l’attività prevalente dello studio è costituita da progetti di case che rileggono con molta attenzione Frank Lloyd Wright, Craig Ellwood, Gordon Drake (1917-1952), invece di Soriano e di tutta la tradizione della modernità californiana, come spiega Reyner Banham nel suo Los Angeles. L’architettura di quattro ecologie.

Gehry progetta rileggendo la prima modernità, ma allo stesso tempo vive in un immaginario di tecnologia avanzata, benessere ambientale, materiali innovativi (si pensi ai progetti degli anni Cinquanta degli Eames) e una vita semplice di relazione con la natura, il tutto mescolato con l’artificialità del luccicante mito del cinema incarnato da Hollywood.

I primi committenti importanti sono i coniugi Stevens che gli affidano (1959) la realizzazione di una villa in cui Gehry lavora con un linguaggio wrightiano e crea spazialità giapponesi, elementi ripresi poi in quegli anni anche in Casa Marais e Miranda (1960), Casa Romm (1954) e negli uffici della Key Jewelers (1965).

Nel 1965 Gehry completa la Casa Danzinger a Hollywood dove possiamo leggere una sua nuova impostazione progettuale che parla un linguaggio più urbano, in cui il rapporto con la strada è molto più duro, fatto di volumi puri e grandi muri che racchiudono il complesso, elementi che diverranno una delle caratteristiche di molte sue opere successive. Questo approccio verso un’architettura introversa si può vedere nella Villa Davis a Malibu (1968) oppure in edifici pubblici come l’American School of Dance di Los Angeles (1969), il Placement and Career Planning Centre della UCLA del 1975 o, ancora, gli edifici per la Wastington Distribution Service del 1974.

Un progetto di svolta è il centro commerciale Santa Monica Place (1971-1980), dove si cominciano a spezzare elementi e la geometria si fa irregolare e scomposta.

Icone della decostruzione

Negli stessi anni Gehry costruisce una casa per se stesso che diviene il suo manifesto progettuale. Partendo da una esistente tipica casetta di lottizzazione a Santa Monica, Gehry comincia a tagliarne la superficie e ad aggiungere nuovi elementi dalle geometrie non lineari fatte di materiali semplici provenienti dagli scarti dell’ipertecnologia e dalla cultura di massa.

Il baloon frame, il classico metodo di costruzione americana fatto di telai di legno tamponati e stuccati, viene disgregato ed esploso; i tamponamenti non riescono più a identificare con certezza cosa è dentro e cosa è fuori dalla casa, lo spazio si complica descrivendo la condizione del vivere in un tempo presente fatto di incertezza, instabilità e precarietà.

Sono gli anni in cui Gehry comincia a collaborare con molti artisti, su tutti Claes Oldenburg, con cui realizzerà diversi progetti. Da queste collaborazioni Gehry trae rapporti spaziali complessi e l’uso sempre più sofisticato di materiali di recupero presi dall’immaginario americano. I progetti più significativi di questo passaggio sono Casa Spiller (1978), il Layolla Law School (1979-1984) e la Casa Norton del 1982, che vengono inframezzati dalla partecipazione alla Biennale del 1980, curata da Paolo Portoghesi, con una installazione per la Strada Novissima in cui a tutta la serie delle facciate postmoderne e posticce che caratterizzano la mostra, Gehry risponde lasciando in vista il solo scheletro del baloon frame con chiaro intento provocatorio.

Con la fama crescente aumentano le dimensioni dei progetti: è del 1982-1984 il museo aerospaziale a Los Angeles, che raccoglie in sé molte tematiche progettuali di Gehry, dai rivestimenti, alla scomposizione dello spazio, sino al lavoro con i materiali e i miti della California, in questo caso rappresentati dalla corsa aerospaziale e dalle fabbriche di aeroplani (appeso in facciata vi è un modello di F-104).

Negli anni Ottanta i progetti continuano a moltiplicarsi con richieste di grandi opere ed edifici complessi, occasione per inaugurare nuove tematiche progettuali. Nel 1983 realizza una installazione per il gallerista Leo Castelli in cui compare la prima forma di pesce, una figura che verrà reiterata con grande frequenza e a tutte le scale, dalle lampade a interi edifici come nel caso del Fishdance Restaurant a Kobe (1986) o della copertura realizzata a Barcellona nel 1992. Gli spazi si fanno sempre più complessi e deformati e nello stesso tempo compaiono sempre più forme prese dall’immaginario pop, come il grande barattolo del latte che troneggia sotto forma di edificio nel progetto per il campo estivo Good Times a Malibu (1984) o il grande binocolo per la Chiat/day a Venice (1985-1991).

Il successo lo porta a progettare ovunque, costringendolo a confrontarsi con realtà differenti, fatte di caratteristiche estetiche, materiali, luci e modi di vivere molto diversi da quella vena californiana con cui aveva sempre flirtato.

L’incarico per il museo della Vitra, in Germania, è del 1987 (l’anno successivo per la stessa Vitra, lavorerà per la sede operativa in Svizzera). Nel 1988 lavorerà in Francia per Eurodisney (per la Disney l’anno prima progetta la sede americana di Anaheim che terminerà nel 1995) e per la costruzione dell’American Center nel centro di Parigi. Le forme e il lavoro di scomposizione spaziale sono analoghi ai progetti californiani, mentre i materiali sono spesso diversi e meno precari e anche i sistemi costruttivi meno a vista.

Gehry viene invitato nel 1994 alla mostra del MoMA sul decostruttivismo; negli stessi anni viene incaricato della progettazione, tra l’altro, della nuova sala da concerti della Disney a Los Angeles e degli edifici per uffici di Praga universalmente chiamati Ginger e Fred per il loro sinuoso avvinghiarsi, come in una danza. È del 1991 il progetto per la nuova sede del museo Guggenheim a Bilbao che terminerà nel 1997 e che gli darà una fama planetaria. Il gigantesco museo, completamente rivestito di placche di titanio, diviene l’icona dell’architettura che si propone al nuovo millennio. Gehry a Bilbao tocca lo spirito del tempo materializzando in un edificio l’esplosione delle forme costruttive e il trionfo delle nuove tecnologie legate alla progettazione assistita dal computer, in una icona della cultura contemporanea e della comunicazione che assume una scala ormai globale.

Dal trionfo mediatico del Guggenheim, Gehry saprà trarre solide basi per una lunga serie di progetti in tutto il mondo che, sebbene capaci di manifestare tutto il suo talento, tendono a essere sofisticate variazioni su quel tema. Tra queste si segnalano per qualità il museo dedicato a Jimi Hendrix a Seattle (del 1996), per il farsi liquido e ancora più sinuoso delle forme e l’immenso progetto per il nuovo Guggenheim a Manhattan che non ha trovato più le necessarie risorse finanziare a seguito delle vicende dell’11 settembre.


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