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Gli Aragonesi nel Mediterraneo

La politica espansionistica della corona aragonese nel Mediterraneo, iniziata nel XIII secolo, giunge a compimento intorno alla metà del XV secolo: a questa data, dopo aver conquistato le Baleari, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, gli Aragonesi conquistano il Regno di Napoli (1442). Con Alfonso V il Magnanimo costruiscono un vero e proprio impero marittimo con una sua civiltà e una sua ideologia, fondato su una specie di “mercato comune” come fattore di sviluppo per i Paesi del Mediterraneo meridionale, l’integrazione fra mercanti catalani e grande capitale straniero soprattutto toscano, la mercantilizzazione dell’agricoltura feudale. L’unione tra la corona d’Aragona e la corona di Castiglia attraverso il matrimonio tra Ferdinando e Isabella (1469) non conclude ma rilancia su nuove basi l’egemonia spagnola nel Mediterraneo ancora per alcuni decenni.

La corona d’Aragona

La politica espansionistica degli Aragonesi nel Mediterraneo ha una durata plurisecolare e si svolge tra il Duecento e il Quattrocento. Dopo la conquista delle Baleari, della Sicilia, della Sardegna, nel 1442 Alfonso V sottrae il Regno di Napoli agli Angioini. Si completa così un’egemonia nel Mediterraneo destinata non solo a condizionare la storia europea alla metà del Quattrocento, ma anche a ispirare le linee di politica internazionale della Spagna tra la fine del Quattrocento e il secolo successivo.

L’egemonia non si fonda esclusivamente, come successivamente si vedrà, su basi economiche, ma anche sulla possibilità di strutturare in modo originale l’istituzione monarchica e il rapporto tra il sovrano e i sudditi.

In Catalogna, infatti, riceve una particolare elaborazione dottrinale e politica il pattismo, fondato sulla regolazione del rapporto tra l’autorità del monarca e il riconoscimento di prerogative e “libertà” dei sudditi, organizzati in istituzioni rappresentative dotate di maggiori poteri e deleghe rispetto a quelle di altri Paesi europei del tempo.

Il successore di Alfonso, Giovanni II, fratello ed erede di Alfonso tranne che per il Regno di Napoli, assegnato al figlio naturale Ferrante, è coinvolto in una guerra civile che scoppia nelle campagne e nelle città della Catalogna. Costretto a chiedere l’aiuto del re di Francia Luigi XI , deve cedergli alcune terre ai confini pirenaici. Ma nel 1469 il matrimonio tra Ferdinando il Cattolico, erede al trono di Giovanni, e Isabella di Castiglia, crea le condizioni, con l’unione delle due corone, non solo per salvaguardare l’unità catalano-aragonese, ma anche per rafforzare lo Stato monarchico spagnolo, consolidato dopo la conquista di Granada (1492) e la cacciata dei Mori dal suolo iberico, nonché per rilanciare su scala europea la centralità mediterranea.

La centralità mediterranea: gli spazi economici

Il Quattrocento è il secolo di quella che Fernand Braudel (1902-1985) ha chiamato l’economia-mondo mediterranea. Si tratta di un circuito di produzione, distribuzione e scambi su larga scala che ha ancora nelle città e nelle loro strutture economiche i protagonisti principali.

I Catalani controllano, tra Trecento e Quattrocento, le grandi correnti del traffico delle spezie, hanno relazioni marittime col Levante, col Mare del Nord, con le Fiandre e l’Inghilterra. Le relazioni commerciali con l’Italia sono intensissime. In Sicilia i Catalani godono di straordinari privilegi; il grano siciliano serve per l’approvvigionamento di Barcellona, ma alimenta anche le speculazioni della corona, i profitti dei mercanti e della nobiltà feudale.

L’avvento di Alfonso V avvia un diverso indirizzo allo sviluppo economico della Catalogna, fondato sulla protezione delle attività industriali e sul potenziamento della marina con la promozione di costruzioni navali. Certo non vengono meno alcuni elementi di fragilità a questo riguardo: la limitata dimensione dei tonnellaggi, la poco flessibile struttura dei noli, le lacune dell’organizzazione marittima.

La conquista di Napoli, il cui progetto e la lunga maturazione coincidono con la fase dell’espansione economica catalana, si realizza al culmine di una fase di intensissime relazioni d’affari tra Catalani e Napoletani. Ma l’impresa alfonsina rappresenta un importantissimo valore aggiunto: la penetrazione profonda in un’area strategica del mercato; l’indebolimento della concorrenza di Genova, temibile antagonista aragonese; la possibilità di incidere nel complesso equilibrio politico italiano.

La conquista del Regno di Napoli (1442) consolida enormemente la posizione dei Catalani nel Mediterraneo e ne potenzia le prospettive di ulteriore espansione entro la linea tradizionale tesa a utilizzare l’espansione militare per conseguire immediati interessi mercantili. La novità sta nell’elaborazione di un vero programma economico valido per tutti i domini aragonesi, fondato sulla “integrazione della produzione e dei mercati dei regni aragonesi di là e di qua del Tirreno” (Mario Del Treppo, I mercanti catalani e l’espansione della Corona d’Aragona nel secolo XV, 1972). Un articolato protezionismo che comporta: il divieto di importare nei Paesi della corona d’Aragona i panni lana di fabbricazione straniera; l’obbligo per tutti i sudditi della corona di servirsi esclusivamente dei trasporti nazionali; investimenti massicci in navi di grosso tonnellaggio; l’obbligo di importazione del grano unicamente dalla Sicilia, dalla Sardegna e da Napoli. Un embrionale progetto di integrazione economica viene ideato da Alfonso. In esso la Catalogna e Barcellona sono i poli dell’industria tessile, a cui è riservato il monopolio dei mercati aragonesi di qua dal Tirreno, sottratti alla penetrazione dei panni stranieri; nelle stesse aree sono collocati i poli dell’armamento navale; i possedimenti italiani devono svolgere la funzione di costituire l’hinterland agricolo per le città industriali e commerciali della Spagna e, naturalmente, deve essere scoraggiata l’industria tessile locale. Forse l’espressione mercato comune è un po’ forte: bisogna, peraltro, tener presente che si tratta più di un progetto che di un’effettiva realizzazione. Qualche storico ha negato che un sovrano del basso Medioevo fosse in grado di concepire e attuare un disegno così ambizioso di specializzazione e integrazione sovraregionale. Altri hanno guardato con sospetto a una terminologia tesa a identificare mercato comune e confederazione: i regni dominati dagli Aragonesi conservano tutti una loro individualità soprattutto istituzionale, messa in evidenza dall’istituto del viceré che proprio sotto gli Aragonesi si afferma e si definisce quale autorità di governo del territorio, ma anche collegamento con la volontà e il potere del comune sovrano. La maggioranza degli storici, tuttavia, ritiene acquisito il fatto che l’età aragonese segni, soprattutto per i territori italiani, un positivo inserimento nel mercato internazionale e l’inizio di un favorevole trend dello sviluppo economico che avrà un’inversione di tendenza solo nella lunga crisi del Seicento.

La penetrazione massiccia dei mercanti stranieri, prima toscana poi catalana, nell’economia e nella società del Mezzogiorno d’Italia fa sì che quest’area dia un contributo significativo alla crescita dell’economia e della società della Toscana e della Catalogna: non si risolve in un puro e semplice drenaggio di risorse a favore di quelle regioni, ma rappresenta uno stimolo per l’economia locale, crea le condizioni per il sorgere di piccole e medie aziende commerciali, intermediarie tra i grandi operatori stranieri e i produttori locali, stimolatrici dell’aumento della produzione agraria, del potenziamento delle colture, che vanno ad alimentare le più significative correnti di traffico.

Nell’economia-mondo mediterranea il peso delle città, soprattutto quelle italiane, è forte. Il loro primato non è scalzato nemmeno dalla stagione espansionistica catalano-aragonese che, nella concentrazione dei capitali nel commercio, nell’organizzazione delle aziende, nel conseguimento dei profitti, raggiunge generalmente livelli inferiori a quelli italiani. I più alti premi di assicurazione a Barcellona rispetto a Genova indicano un maggior costo del denaro, una minore disponibilità di capitali. “A questo livello tecnologico più basso, ed al costante ritardo nei metodi commerciali, in confronto con quelli italiani, corrisponde, nella massa degli operatori (ma non in certi uomini di punta come quelli che operano a Napoli intorno alla corte) anche una mentalità più angusta, poco disposta a concepire, se non come strumenti diabolici e del peccato, certe tecniche del mondo degli affari, incapace di razionalizzare integralmente l’operare economico, di dargli basi filosofiche e scientifiche” (Mario Del Treppo).

La superiorità della banca toscana resta indiscussa. Ma, attraverso di essa, si consolida anche il sistema bancario mercantile aragonese. È stato studiato il suo modello napoletano. Al vertice del sistema bancario-mercantile sono gli Strozzi, che svolgono un ruolo organizzativo e di razionalizzazione dell’insieme delle attività, di propulsione delle iniziative locali, di inquadramento e di raccordo degli spazi economici del regno. A un livello appena inferiore operano alcuni gruppi bancario-mercantili toscani, tutti dimoranti a Napoli. Su questo stesso livello si collocano anche alcuni operatori catalani. Il grosso invece dei Catalani costituisce la base, solida ed estesa, di questa piramide in cui verticalmente si struttura l’attività del credito. Dai Catalani dipendono, nelle città e nelle circostanti regioni, i numerosissimi piccoli commercianti locali, gli artigiani, i bottegai e, ultimi in questa gerarchia, gli Ebrei che operano quasi esclusivamente nelle aree rurali.

Questo modello, fondato su un insieme di sottosistemi sapientemente integrati tra di loro, fattore che garantisce la compattezza del modello, ha al suo vertice un’élite internazionale come i banchieri fiorentini Strozzi.

La centralità mediterranea: gli spazi politici

Non è lo spazio che detta norme alla politica; tuttavia la politica deve misurarsi con lo spazio e con il suo controllo. Così spazio e politica diventano un’endiadi storica importantissima. C’è un nesso strettissimo tra lo spazio mediterraneo e la strategia politica aragonese fondata sulla centralità di quello spazio. Nel realizzare la sua impresa nel Regno di Napoli, Alfonso si avvale delle spinte che i mercanti catalani, al massimo delle loro fortune mediterranee, esercitano: e proprio queste spinte devono far parlare di una realtà complessiva catalano-aragonese piuttosto che di un’indifferenziata e unica realtà aragonese. Ma è altrettanto evidente che l’ispirazione della conquista napoletana di Alfonso è politica, legata alla volontà di potenza del sovrano: una volontà di potenza che si iscrive nell’evoluzione dei modelli di potere alla metà del secolo XV.

“Saie quanno fuste Napule Corona? Quanno regnava casa d’Aragona”. È questo un famoso verso del poeta dialettale napoletano Velardiniello che nel XVI secolo, nel pieno della dominazione spagnola, ritorna sulle ali della nostalgia agli splendori aragonesi. È necessario riflettere sul termine “corona” usato dal poeta.

In esso è in primo luogo esaltata la forza di una dinastia e dell’istituzione monarchica a essa collegata che, in piena autonomia, sanno esercitare un ruolo di primo piano nell’economia e nella politica mediterranea. E il “re proprio”, Alfonso I re di Napoli – che viene scelta come capitale – esalta insieme l’autonomia del regno e il prestigio dinastico. Non a caso nella realizzazione del trinomio monarchia-autonomia-principe Niccolò Machiavelli può identificare il Regno di Napoli come “regno per antonomasia”.

Ma “corona” vuol dire anche altro. Se il re sceglie di stabilirsi a Napoli è perché è proprio da qui che può partire il coordinamento di quel vasto impero catalano-aragonese, formatosi tra XIV e XV secolo, che occupa un posto di primo piano nel bacino occidentale del Mediterraneo.

È da qui che è possibile svolgere un ruolo di punta nella penisola italiana, nella relazione con quegli Stati a nord della penisola, Milano, Genova, Venezia, Firenze, destinati a reggere l’equilibrio politico italiano dopo la pace di Lodi. Dunque è proprio l’integrazione di Alfonso nello spazio politico italiano a consentirgli anche il rafforzamento dell’impero mediterraneo.


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