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Gli zingari

Immigrati in Europa nel tardo Medioevo, gli zingari riescono a inserirsi, in posizioni di subalternità, nelle strutture socio-economiche dell’area orientale, mentre i gruppi nomadi che si spingono nei Paesi occidentali diventano oggetto di politiche repressive o assimilazionistiche. L’antiziganismo si manifesta inizialmente nelle politiche di espulsione, in un secondo momento nei tentativi di annichilimento identitario. Raggiunge il suo acme storico nel XX secolo con il genocidio nazista. Nel secondo dopoguerra cresce la visibilità politica degli zingari come minoranza etnica, che conquista il riconoscimento delle istituzioni internazionali.

Le origini

La parola zingari (o zigani), derivante dal greco medievale athinganoi (intoccabili: denominazione dei membri di una setta religiosa di origine frigia accusata di pratiche magiche), denota nel linguaggio comune un insieme di gruppi sociali linguisticamente affini, i quali si autoidentificano, distintamente, con gli etnonimi di rom (diffusi attualmente in tutta Europa, con maggiori concentrazioni nell’area carpato-balcanica), sinti (radicati prevalentemente nei Paesi germanofoni e nelle regioni limitrofe, Italia settentrionale compresa), manus (concentrati in Francia), romanicel (presenti in Gran Bretagna) e kale, o calós (abitanti nella penisola iberica, in Finlandia e in Galles). Gli idiomi storici di questi gruppi (e dei rispettivi molteplici sottogruppi) costituiscono varianti dialettali, differenziate dalla pluralità delle influenze lessicali europee, della lingua romanes, formata da un sostrato originario derivante dai parlari popolari dell’India Nord-Occidentale, ibridato con elementi persiani, armeni e greci. Non appartengono a questa famiglia linguistica gli jenische svizzeri, i woonwagenbewoners olandesi, i travellers irlandesi e i caminanti siciliani, generalmente classificati come zingari.

Secondo una risalente e accreditata tradizione storiografica la stratificazione linguistica del romanes attesterebbe l’origine indiana dei popoli zigani e permetterebbe di ricostruire il percorso migratorio da essi compiuto prima del loro arrivo e della loro diffusione in Europa; che è documentata, in modo inequivoco, soltanto a partire dalla fine del Medioevo, inizialmente nei territori greci, poi nelle regioni dell’attuale Romania, più tardi in tutto il continente. Le modalità dei rapporti, che si instaurano tra XIV e XV secolo e che tendono a perdurare nel corso dell’età moderna, tra gli zingari e le società nelle quali essi si trovano a vivere, variano sensibilmente da regione a regione. Le differenze più marcate si registrano tra l’Europa orientale, dove si afferma un modello di inserimento socioeconomico caratterizzato da relazioni di dominio/soggezione, e l’Europa occidentale, dove prevalgono politiche di rigetto e di repressione.

Più analiticamente, si possono individuare, all’interno dell’una e dell’altra area, esperienze discrete, che consentono di comprendere alcune delle ragioni storiche dell’attuale distribuzione demografica e del carattere nomade o sedentario delle comunità zigane in Europa. A oriente, per tutta l’età moderna, la condizione sociale dei rom immigrati nei principati cristiani di Valacchia e di Moldavia (attualmente parti della Romania) è assai peggiore di quella dei rom soggetti al dominio del sultano di Costantinopoli. Indubbiamente questi ultimi (che un registro fiscale del XVI secolo censisce nel numero di 16.591, la maggior parte dei quali concentrati nei territori balcanici dell’impero) appartengono agli strati sociali più bassi e sono spesso malvisti e maltrattati. Tuttavia non diventano mai oggetto di politiche oppressive o di imposizioni giuridiche vessatorie e discriminanti. Restano liberi di praticare i loro mestieri tradizionali, di vivere da nomadi oppure di radicarsi stabilmente all’interno di un territorio rurale o urbano, salvo il rispetto degli obblighi tributari imposti dall’autorità imperiale, che inquadra le comunità zigane in unità fiscali, suddivise in “quartieri”, rappresentati e gestiti da capi responsabili di fronte al governo del prelievo annuale delle tasse.

Tutt’altra è la condizione dei rom nelle regioni danubiane della Moldavia e della Valacchia, dove, sin dal Quattordicesimo secolo, sono inglobati nelle strutture produttive come manodopera schiavile entro un sistema sociale rigidamente piramidale, nelle cui posizioni di vertice si collocano il principe, il clero e i boiari, i quali dominano sulla massa dei servi della gleba e sulla nutrita schiera di schiavi-zingari che sono venduti, scambiati, donati, trasmessi in eredità, come qualsiasi oggetto di diritti patrimoniali. Gli schiavi del principe, nel cui novero è compreso automaticamente ogni zingaro che varca i confini di uno dei due principati, sono classificati per gruppi occupazionali e suddivisi in comunità assoggettate al controllo del tesoriere di corte, che vigila sulla corresponsione dei rispettivi tributi. Gli schiavi dei boiari e dei monasteri sono sottomessi a un regime di sfruttamento più rigido e costrittivo, che si aggrava ulteriormente nella condizione degli “zingari di campo” impiegati nei lavori rurali, il cui numero aumenta considerevolmente nel Settecento, allorquando i sistemi economici dei due principati sono integrati nel circuito mercantile internazionale dei prodotti cerealicoli. La liberazione dei rom moldavalacchiani avviene (con un cospicuo indennizzo a favore dei proprietari) soltanto alla metà del Diciannovesimo secolo, dopo un trentennio di campagne abolizionistiche e in seguito a forti pressioni diplomatiche da parte di Francia e Inghilterra. In Valacchia, sono 6241 le famiglie di zingari affrancate dalla corona, 12.081 dai monasteri, 14.945 dai boiari, per un totale che ammonta al 7 percento della popolazione del principato, cifra non lontana da quella calcolata per la Moldavia.

Nomadismo e antiziganismo

All’abolizione della schiavitù nei due Stati danubiani segue una fase di elevata mobilità internazionale che coinvolge i rom di tutta l’area balcanica, producendo una seconda ondata di migrazioni verso Ovest, a 400 anni di distanza dalla grande diaspora paneuropea, che nel XV secolo mette per la prima volta in contatto i popoli zigani e i popoli dei Paesi occidentali, innescando dinamiche relazionali di conflitto e di repulsione. Inizialmente le bande di zingari che tra il 1415 e il 1430 si spingono a nomadizzare in Italia, in Svizzera, in Germania, in Francia, in Olanda riescono a inserirsi nello stretto sentiero della mobilità territoriale culturalmente accettata, rappresentandosi come cristiani penitenti provenienti dall’Egitto (donde l’origine delle denominazioni gypies e gitanos, corrispettive di “zingari”), condannati a un pellegrinaggio settennale per un reato di apostasia.

I capi di queste compagnie di sedicenti pellegrini, fregiandosi di altisonanti titoli nobiliari e ostentando patenti imperiali, instaurano vantaggiosi contatti con le autorità delle città di transito, dalle quali ottengono donativi pubblici in denaro e in derrate alimentari. Tale strategia nomade, però, entra subito in crisi. Le tensioni suscitate tra le popolazioni autoctone dal passaggio e dal comportamento “predatorio” degli zingari, accusati di rubare, di ingannare e di approfittare della buona fede della gente, montano presto in ostilità e in disprezzo xenofobo. I governanti locali cominciano a rifiutare le richieste dei conti e dei duchi “egiziani” e a bandire dalle città i gruppi di “penitenti” al loro seguito. Nel torno di una generazione la copertura religiosa si dissolve del tutto e l’immagine commendevole dei pellegrini espianti trasfigura in quella spregevole degli stranieri vagabondi e mendicanti, portatori di un’alterità identitaria intollerabile.

Nell’epoca della formazione dello Stato moderno e della fioritura del capitalismo nell’occidente europeo, la presenza di una minoranza etnica dalle modalità di esistenza contrarie alle logiche politiche ed economiche dominanti, entra in rotta di collisione con i valori socioculturali dei detentori del potere, che inesorabilmente approntano i mezzi per estirparla. Nel XVI secolo, tutti gli Stati dell’Europa occidentale si dotano di legislazioni antizingare, consistenti in precetti di espulsione e divieti di ingresso, accompagnati dalla minaccia di pene severissime per gli inosservanti. Durante i primi secoli dell’età moderna gli zingari restano, in molti Paesi del continente, una minoranza perseguitata, vittima di feroci politiche repressive. Tuttavia, nonostante le impiccagioni e gli squartamenti, le cacce all’uomo e le deportazioni, il progetto di annientamento della presenza zigana fallisce ovunque e la presa d’atto di questo insuccesso spinge alcuni governi a sperimentare politiche alternative, miranti, non più all’espulsione, bensì all’assimilazione integrale: se il diverso non può essere eliminato, dev’essere omologato.

A inaugurare il nuovo paradigma dell’antiziganismo è la monarchia spagnola che, a partire dagli anni Trenta del XVII secolo, emana una serie di disposizioni legislative tese all’annichilimento identitario dei gitanos, ai quali è fatto divieto di parlare romanes, di nomadizzare, di esibirsi in danze, di vestire l’abbigliamento tradizionale, di praticare attività tipicamente zigane come il commercio degli equini. I “nuovi castigliani” (così vengono ribattezzati) devono sedentarizzarsi, lavorare nell’agricoltura, abitare in località popolate da famiglie spagnole. La politica dell’assimilazione forzata, fermamente perseguita nei decenni, si rivela più efficace degli impotenti provvedimenti di espulsione e, nella seconda metà del XVIII secolo, viene adottata anche dalla monarchia asburgica nei domini balcano-carpatici strappati all’Impero ottomano. Alle decine di migliaia di rom gravitanti nei territori dell’Ungheria, della Croazia, della Slovacchia, della Transilvania, è interdetto l’uso della lingua materna ed è imposta la giurisdizione statale, la leva militare e la sedentarizzazione accompagnata dal lavoro salariato.

L’assolutismo illuminato di Maria Teresa e di Giuseppe II si spinge a perseguire l’obiettivo dell’omologazione culturale attraverso la disgregazione generazionale delle comunità dei rom, i cui bambini, all’età di cinque anni, sono sottratti ai genitori e affidati a famiglie non zingare, sotto la supervisione pedagogica dei preti. La stigmatizzazione socioculturale che colpisce l’identità zigana nell’Europa moderna assume, nel XIX secolo, la fisionomia ideologica del razzismo. Alla concezione di matrice religiosa degli zingari come stirpe maledetta discendente da Caino o da Cham – uno dei tre figli di Noè – si sostituisce la concezione “scientifica” degli zingari come razza biologicamente inferiore e congenitamente tarata.

Le persecuzioni nel Novecento

Gli studi frenologici degli antropologi positivisti classificano gli zingari tra i delinquenti atavici, ispirando nuovi modelli di controllo e repressione da parte degli apparati polizieschi. Il sodalizio tra scienza razzista e organi di pubblica sicurezza si concretizza nella forma organizzativa più compiuta in Germania, dove, all’inizio del Novecento, è avviata l’opera di schedatura sistematica dei sinti e dei rom nel quadro della “lotta contro la piaga zingara”. L’ascesa al potere di Hitler, con la progressiva attuazione del progetto nazista di salvaguardia della purezza della razza, segna un salto di qualità nell’antiziganismo tipico dell’occidente europeo.

Nel 1936, anno in cui gli zingari delle città tedesche cominciano a essere ghettizzati, il regime si dota di un Istituto di Igiene Razziale, che sotto l’impulso dell’eugenista Robert Ritter raccoglie dati genealogici ed elabora soluzioni per la “questione zingara”. Tre anni dopo, le autorità del Reich scelgono la via delle deportazioni di massa, che prende avvio nella primavera del 1940. La sorte degli zingari tedeschi, deportati nei campi di concentramento in Polonia, è presto condivisa dagli zingari di tutti i Paesi conquistati dalla Germania hitleriana. Dopo l’approvazione della “soluzione finale”, i campi di lavoro si trasformano in campi di sterminio, dove tra il 1942 e il 1945 perdono la vita centinaia di migliaia di zingari. Se è difficile precisare il numero delle vittime di questo genocidio, ancor meno accertabili sono le dimensioni quantitative dei massacri di rom e di sinti compiuti fuori dai campi di sterminio, nei Paesi dell’Europa centro-orientale occupati dai nazisti.

Nel dopoguerra, i governi di questi Paesi, entrati a far parte del blocco sovietico, adottano la linea della normalizzazione sociale degli zingari dettata da Mosca. Il divieto di nomadizzare, pena cinque anni di lavori forzati, decretato da Chruscev nel 1956 è ripreso a stretto giro in Bulgaria e in Cecoslovacchia. Il regime polacco si muove in anticipo, con la creazione nel 1952 di un Ufficio per gli Affari Zingari, dipendente dal ministero degli Interni. Gli obiettivi della sedentarizzazione e dell’assimilazione proletaria segnano le coordinate di azione dei regimi comunisti. In Ungheria e in Romania, il tentativo di scolarizzazione dei bambini zingari si accompagna all’inserimento forzato degli adulti nelle fabbriche e nelle cooperative. In Cecoslovacchia, dal 1965, gli interventi di ingegneria sociale seguono la strada delle politiche demografiche, che iniziano con il trasferimento “polverizzante” delle comunità zigane slovacche in Boemia e Moravia (deziganizzate dai nazisti) e giungono a esperimenti di controllo della prolificità delle donne rom.

La difficile battaglia verso il riconoscimento

Al collasso dell’ordine comunista nell’Est europeo fa seguito la terza e maggiore ondata migratoria dei rom verso l’Europa occidentale. Le aree di partenza sono soprattutto le regioni della ex Jugoslavia, martoriate dalla guerra, e della Romania, dove si verificano, dopo il 1989, veri e propri pogrom antizingari. I Paesi di arrivo sono l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna, l’Inghilterra, nelle cui città i rom immigrati conducono un’esistenza marginale, segnata dall’estrema precarietà economica e dalle pessime condizioni abitative. Diversa è la condizione degli zingari occidentali sedentarizzati da lunga pezza, come i circa 650 mila calós spagnoli (1,6 percento della popolazione totale), inseriti in maggioranza nel tessuto urbano dell’Andalusia e della Catalogna, che si distingue per l’elevata integrazione economica, sociale, politica e culturale delle sue comunità gitane. Dal punto di vista demografico il caso della Spagna costituisce un’eccezione nel panorama della presenza zingara nei Paesi occidentali, dove si registrano invece valori assoluti e rapporti percentuali con il totale della popolazione di gran lunga più bassi, come in Italia, in Germania e in Gran Bretagna (dallo 0,10 allo 0,15 percento), o comunque sensibilmente inferiori, come in Francia, in Portogallo e in Irlanda (dallo 0,4 allo 0,6 percento).

La grande maggioranza dei circa 7 milioni di zingari europei vive negli Stati dell’area carpato-balcanica, in comunità per lo più sedentarie, che costituiscono minoranze etniche molto consistenti. In Romania la popolazione zingara (1 milione e 800 mila) rappresenta l’8 percento della popolazione totale, in Bulgaria (700 mila) l’8,4 percento, in Ungheria (550 mila) il 5,4 percento, in Slovacchia (480 mila) l’8,9 percento, in Macedonia (220 mila) addirittura l’11 percento (con punte di concentrazione locale che raggiungono l’80 percento come nella municipalità di Suto Orizari).

Negli ultimi decenni del XX secolo cresce la visibilità politica di queste minoranze che nel 1969 ottengono il riconoscimento internazionale dal Consiglio d’Europa. Due anni dopo il Comité International Tzigane, fondato a Parigi nel 1965, e il britannico Gypsy Council, presieduto dal romanicel Fred Wood, organizzano il primo Congresso Mondiale Rom, che riunisce a Londra numerosi attivisti provenienti da 14 Paesi, impegnati nella costruzione di un’identità nazionale rom, che trova allora espressione simbolica in un inno (di origine jugoslava) e in una bandiera (azzurra e verde con una ruota rossa al centro). Nel 1978 un secondo Congresso, a Ginevra, celebra la nascita dell’International Romani Union (IRU), che ottiene lo statuto di Organizzazione non governativa presso lONU e si afferma come l’espressione associativa politicamente più rilevante del movimento identitario e rivendicativo dei rom.


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