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I barbari: lo scontro

Il problema gotico, sopito da quasi un secolo, si riapre bruscamente nel 378 con la sconfitta di Adrianopoli. Negli anni successivi si sperimenterà la soluzione di concedere ai gruppo barbarici di insediarsi in massa nel territorio imperiale, in cambio del servizio militare: la prassi si rivela rischiosa fin da subito. La pressione dei gruppi germanici, peraltro, interessa soprattutto l’Occidente (il sacco di Roma è del 410), mentre l’Oriente ne è maggiormente preservato.

La disfatta di Adrianopoli

Dopo la morte di Giuliano nel corso della campagna contro la Persia (363) e l’effimero regno di Gioviano, i vertici dell’esercito scelgono come suo successore Valentiniano, un alto ufficiale di origine pannonica, che si associa come augusto il fratello Valente. A quest’ultimo viene affidato l’Oriente, mentre Valentiniano si riserva il governo dell’Occidente. I due imperatori, di origini umili, si applicano a una riforma monetaria e intervengono anche nell’ambito della giustizia, ma il loro regno resta famoso soprattutto per il riemergere del problema dei Goti che, dopo essere stati sconfitti da Claudio II nel 269, hanno finito per occupare la zona tra il Don e il Danubio, divisi nei due regni dei Tervingi e dei Greutungi.

L’avanzata degli Unni, dopo la metà del IV secolo, inizia a porre gli stanziamenti gotici sotto pressione. In una prima fase alcuni esponenti dei Tervingi pensano di accordarsi con Roma chiedendo asilo nei suoi territori. Nel 376 Valente concede loro di stanziarsi in Tracia, con l’obbligo di fornire truppe come federati; il trasferimento risulta tuttavia molto problematico, sia per una serie di carenze logistiche, sia per l’atteggiamento rapace del governatore locale, Lupicino. L’esasperazione induce infine i Goti a ribellarsi. La penisola balcanica viene messa a ferro e fuoco e a nulla servono le operazioni militari con cui si tenta di arginarli. Nel 378 l’imperatore Valente decide di prendere il controllo della situazione, avvalendosi della collaborazione del nipote Graziano, succeduto al fratello in Occidente.

Con una mossa avventata, senza attendere i rinforzi e basandosi su stime affrettate della consistenza dei nemici, Valente affronta i Goti capeggiati da Fritigerno presso Adrianopoli: l’esito della battaglia è deciso dall’arrivo inaspettato della cavalleria nemica, e nella fuga generale finisce per morire lo stesso imperatore. La portata di questa sconfitta, pur molto pesante, è stata forse sopravvalutata in passato (i Goti divengono padroni del campo ma, essendo inesperti di assedi non riescono ad impadronirsi delle piazzeforti balcaniche); certo è che lo stato romano fatica a reagire, nonostante i tentativi di Teodosio, l’ufficiale di origine spagnola al quale Graziano affida l’Oriente. Un compromesso è raggiunto solo nel 382, in forza del quale i Goti ottengono il permesso di stanziarsi nella Mesia, a sud del Danubio, con l’obbligo di fornire contingenti ausiliari. Benché le fonti dell’epoca lo considerino un successo romano e parlino di resa (deditio) dei barbari, il fatto che a questi ultimi sia stato concesso di mantenere la propria struttura tribale e la propria marcata identità etnica (nonché religiosa: i Goti infatti sono ariani) si rivela con il tempo estremamente destabilizzante, e costituisce un precedente pericoloso.

Vegezio e l’arte della guerra

Probabilmente si può collocare all’indomani della pace con i Goti l’Epitoma rei militaris (Sunto di scienza militare) di Flavio Renato Vegezio, dedicato ad un imperatore di nome Teodosio che in genere è identificato con il primo di questo nome. Inizialmente composto dal solo primo libro, dedicato all’arruolamento, il trattato viene più tardi accresciuto con altri tre libri dedicati ad altri aspetti della scienza bellica. Non si deve pensare ad un’opera che restituisca la situazione attuale: in realtà, come dichiara programmaticamente, Vegezio ha consultato tutta una serie di autori antichi, dai quali ricava i suoi precetti. Il lavoro, dunque, si colloca nel filone dei “breviari” che fioriscono all’epoca e che sono destinati a informare rapidamente una classe dirigente che spesso manca proprio delle nozioni fondamentali. D’altro canto, l’Epitoma non può nemmeno essere considerata puramente anacronistica, e , una sua lettura attenta fornisce, per molti versi, il polso della situazione militare del periodo. Di particolare rilievo è il quarto libro, dedicato agli assedi ed alla marineria.

Nel primo caso è significativo che l’autore, al termine della sua esposizione, dichiari di aver raccolto “per la pubblica utilità” sia i precetti degli autori antichi, sia gli stratagemmi emersi nel corso delle “recenti necessità”, a testimonianza del fatto che gli assedi, come nella recente guerra gotica, erano purtroppo all’ordine del giorno. Vegezio, peraltro, sottolinea come l’elemento più importante per la difesa di una città assediata sia costituito dalle riserve alimentari: una notazione forse dettata anche dalla scarsa perizia delle popolazioni germaniche nell’arte poliorcetica, e dal loro essere sprovviste di macchine d’assedio. Gli ultimi capitoli dell’opera sono dedicati all’armamento della flotta e alle tattiche navali. Vegezio, nel preambolo, dichiara con sufficienza che si tratta di una parte tutto sommato poco importante, giacché “essendo stato pacificato il mare, adesso si combatte solo per terra contro le nazioni barbare”. Fino agli inizi del V secolo, in effetti, la superiorità dei Romani sul mare è abbastanza solida, come dimostrerà, ad esempio, la distruzione delle imbarcazioni gotiche nei pressi di Costantinopoli nel 400. Questo, tuttavia, è dovuto perlopiù all’inesperienza dei barbari, che invece, una volta acquisita dimestichezza con la navigazione, costituiranno una pericolosissima minaccia: lo dimostrano i successi dei Vandali nel corso del V secolo, culminanti con il secondo sacco di Roma nel 456.

L’erosione dell’Occidente

La parte occidentale dell’impero è quella che più direttamente viene investita dalla pressione dei barbari. Una pressione non imponente dal punto di vista demografico (gli studi più recenti dimostrano come le “ondate” delle popolazioni germaniche fossero spesso costituite solo da poche migliaia di uomini) ma continua, ed evidentemente insostenibile per un sistema statale e militare sempre più debole e che per giunta, in una sorta di circolo vizioso, si rivela sempre più dipendente dai barbari stessi. Una notevole fonte di problemi per la pars occidentis si rivela, fin dalla morte di Teodosio, il capo dei Goti stanziati in Mesia, Alarico, che in più di un’occasione arriva a minacciare la stessa Italia, in particolare nel 401-402. Il modus operandi adottato in questo e in simili casi dal generale Stilicone, magister militum d’Occidente di origine vandala, è prevalentemente attendista: si cerca di tamponare gli sfondamenti e di respingere il nemico fuori dai confini.

Una conseguenza di questa politica eminentemente difensiva è quella di drenare truppe dalla Britannia, dalla Gallia e dalla Germania per concentrarle a protezione dell’Italia nord-orientale, considerato il punto più critico; per maggiore sicurezza, la corte di Onorio, il figlio di Teodosio che regna sull’Occidente, si sposta da Milano a Ravenna. Secondo alcuni storici la relativa sicurezza garantita dalle paludi che circondano Ravenna favorisce un atteggiamento ancora più miope, e ancora più disinteressato alla difesa del limes renano. La politica di Onorio, ostacolata peraltro da una serie di rivalità e discordie interne, si rivela doppiamente fallimentare, sia perché non riesce a proteggere i confini orientali dell’Italia, sia perché apre la strada al collasso delle altre province occidentali.

Nel 405 il goto Radagaiso riesce a entrare in Italia dalla Pannonia e si spinge a sud fino ad assediare Firenze; il 31 dicembre dell’anno successivo, approfittando di un brusco calo della temperatura che fa gelare le acque del fiume, bande di Vandali, Alani e Suebi riescono ad attraversare il Reno presso Magonza e si riversano nella Gallia, spingendosi fino alla Spagna. Approfittando del caos, anche Burgundi e Alamanni varcano il confine più a sud. Una volta entrati in circolo nell’organismo debilitato dell’impero, questi gruppi barbarici si rivelano impossibili da smaltire e finiscono col tempo per ritagliarsi ampi spazi all’interno delle antiche province: i Suebi in Spagna, i Vandali dapprima in Andalusia e poi in Africa, i Burgundi in parti della Gallia sudorientale, gli Alamanni nella Germania Superiore. Occorreranno anni perché si arrivi ad una convivenza organizzata (benché non priva di problemi) tra barbari e romani all’interno di questi territori; all’epoca, le province occidentali precipitano nel caos.

Il sacco di Roma

A complicare le cose si aggiunge l’eliminazione del generale Stilicone per ordine dell’imperatore Onorio, nel 408. La rivalità tra i due non è una novità, ma non si può escludere che i recenti sviluppi non abbiano comportato un ulteriore peggioramento delle relazioni; fatto sta che il successore di Stilicone, Olimpio, dà immediatamente mostra di un’intransigenza antigermanica che a lungo andare si rivela rovinosa.

Una serie di sanguinose rappresaglie induce immediatamente gli ausiliari barbarici di Stilicone a passare sotto Alarico, che nel 408 riesce a spingersi una prima volta sotto le mura di Roma, suscitando il panico della popolazione. Il capo visigoto acconsente a ritirarsi solo dietro pagamento di un pesante riscatto; giunto in Etruria, tuttavia, si ferma, attendendo la ratifica di un trattato di pace e la consegna di ostaggi che tuttavia Onorio, dall’imprendibile Ravenna, continua a procrastinare. Persino la sostituzione di Olimpio con Giovio, seguace di Stilicone e amico dello stesso Alarico, non fa mutare la politica dell’imperatore, che, trincerato nella sua capitale e privo di ogni potere al di fuori delle sue mura, rifiuta ciononostante ogni minima concessione. Le richieste dei Goti, in realtà, paiono abbastanza ragionevoli (chiedono terre in cui stanziarsi e un tributo annuale), ma Onorio rimane irremovibile. Alarico giunge addirittura ad accordarsi con il senato di Roma, scegliendo dai suoi ranghi una sorta di controimperatore, Prisco Attalo. Onorio è sul punto di fuggire a Costantinopoli, quando l’arrivo di poche migliaia di uomini inviatigli in soccorso da Oriente lo induce a rimanere. Sempre più esasperato, Alarico acconsente a deporre la sua creatura, Attalo, in cambio di un accordo; ma quando, nel corso della trattativa, viene attaccato da un’altra banda gotica capeggiata da Saro (che forse agisce su iniziativa personale), ritiene di essere stato ingannato e marcia nuovamente su Roma, che cade il 24 agosto del 410. I tre giorni di saccheggio fanno scalpore in tutto il mondo, e lo stupore di fronte alla caduta della città riecheggia nelle parole di Gerolamo (“In una sola città è caduto tutto il mondo”) e di Agostino, che, di fronte a chi biasima il cristianesimo come causa di questa vera e propria catastrofe, scrive La città di Dio. Certo è che il sacco di Roma, di fronte all’analisi storica, più che la ferocia dei barbari sembra mostrare la sclerotizzazione della corte di Ravenna, incapace di scendere a patti con la realtà, preoccupata principalmente di questioni dinastiche e faide di corte, soprattutto ostile a ogni compromesso con i barbari che ormai si stanno avviando a divenire i padroni dell’impero (mentre i Visigoti devastano l’Italia, la Gallia e la Spagna sono percorse da Alani, Vandali, Suevi…) e infine dipendente dagli aiuti di un Oriente tutto sommato abbastanza indifferente. La storiografia recente, peraltro, tende a considerare la caduta della città come una sconfitta anche per lo stesso Alarico, che vi ricorre come atto estremo di risentimento e frustrazione, dopo aver tentato in ogni modo di raggiungere un accordo che avrebbe forse permesso al suo popolo di trovare un modus vivendi con l’impero.

La diffidenza dell’Oriente: il caso di Gainas

L’intransigenza che Onorio dimostra, dopo essersi liberato dell’ingombrante presenza di Stilicone, verso ogni accordo con i Goti, trova un parallelo (e forse anche una spiegazione) nelle vicende accadute nella metà orientale dell’impero (governato dal fratello Arcadio) un decennio prima. Gainas è un comandante gotico che ha militato sotto Teodosio e che, divenuto generale supremo, nel 399 è riuscito a cacciare dalla corte i suoi principali nemici (in particolare il prefetto Aureliano). Entrato a Costantinopoli con le sue truppe, sembra destinato a divenire il vero padrone dell’impero, senonché si trova a dover affrontare un’opposizione agguerrita su tutti i fronti.

Il patriarca di Costantinopoli, il celebre Giovanni Crisostomo si dimostra fermamente ostile ai barbari in quanto ariani e rifiuta categoricamente di concedere loro una chiesa in città; all’interno della corte, il generale gotico deve affrontare l’opposizione dell’imperatrice Eudossia. Quando alla fine del 400 decide, forse per motivi precauzionali, di abbandonare la capitale, la popolazione insorge e massacra molti dei suoi uomini prima che riescano a fuggire. Gainas ripara in Tracia, ma la resistenza della popolazione locale lo induce a tentare di passare in Asia Minore. Questo tentativo viene bloccato, con grande strage, dalla flotta romana capeggiata da un altro goto, Fravitta; a quel punto Gainas cerca di fuggire oltre il Danubio ma è ucciso dal re degli Unni, Uldin, che invia la sua testa ad Arcadio. Il trionfo del partito antigermanico a Costantinopoli viene celebrato con la costruzione di una colonna coclide ed è stato messo in connessione con alcune affermazioni di Sinesio di Cirene, discepolo di Ipazia, nel suo discorso Sul regno: è significativo che in esso venga auspicata una totale epurazione di ogni elemento barbarico dal mondo romano, in particolare dall’esercito; al massimo, i barbari potranno essere schiavi. Non a caso, il pur lealissimo Fravitta viene messo a morte poco dopo la sconfitta di Gainas, e questo gesto sembra rimarcare la netta ostilità (su basi religiose, ma anche, chiaramente, etniche) verso i Germani da parte della corte orientale (dove pure l’imperatrice Eudossia era figlia di un franco, cosa che le attirò non poche critiche), secondo una linea condivisa sia dalla popolazione sia anche dalle élite intellettuali. A differenza dell’Occidente, sempre più debole e fragile, la prosperità economica, demografica ed anche militare dell’Oriente permette però di perseguire questa politica senza eccessivi rischi.


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