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I partiti politici

Nella prima metà del XIX secolo il partito politico è generalmente espressione del ristretto potere dei notabili, di coloro che fanno politica e gestiscono il potere, mentre negli ultimi decenni del secolo, a fianco delle vecchie formazioni, sorgono nuovi partiti organizzati e di massa.

Le origini della democrazia rappresentativa

A differenza delle classi e dei ceti, che si collocano nell’ordinamento economico e in quello sociale, i partiti – scrive il sociologo Max Weber – “appartengono in prima linea alla sfera della potenza sociale”. Per poter esercitare una tale funzione il partito deve sempre configurarsi come un’associazione rivolta a un fine deliberato, sia esso oggettivo – come l’attuazione di un programma avente scopi materiali o ideali – o personale – cioè diretto a ottenere benefici, potenza e pertanto onore per i loro capi e seguaci –, oppure, di solito, rivolta a tutti questi scopi insieme.

Tale definizione permette di individuare una serie di elementi comuni, utili a descrivere e classificare le innumerevoli associazioni che si pongono finalità politiche – come la conquista del potere – o obiettivi di potenza sociale e che vengono denominate partiti politici. Si tratta di una definizione che sottolinea il carattere associativo, la specifica azione condotta da queste associazioni per conquistare il potere politico all’interno di una società e anche la diversità di motivazioni che spingono gli individui ad associarsi e a riconoscersi in un partito politico.

Storicamente il XIX secolo rappresenta un periodo di formazione e di mutamento della forma partito che, inizialmente, tiene conto del modello politico sperimentato durante le rivoluzioni del secolo precedente, rivoluzioni che, con la loro dinamica sociale e ideologica, determinarono la formazione di soggetti collettivi con finalità politiche, i più idonei alle situazioni di conflitto e capaci di esercitare in modo durevole ed efficace la loro azione. L’Ottocento si conclude poi con la formazione di grandi partiti di massa, costituiti da complesse organizzazioni con una base di iscritti e di militanti e con un gruppo dirigente, capaci di meccanismi e azioni tali da permettere la candidatura di propri rappresentanti al governo dello Stato o alla guida di un processo di radicale rinnovamento della società.

Riprendendo uno schema ormai classico della politologia e della storia dei partiti – proposto da Maurice Duverger – è possibile tracciare un quadro generale dell’evoluzione storica dei partiti, caratterizzato dal perfezionarsi delle forme e dei modelli della democrazia rappresentativa, ma anche dal progressivo allargarsi della base elettorale e dal concretizzarsi, in forme storiche fra loro diverse, del bipartitismo. Nel corso del XIX secolo, l’opposizione fra partiti conservatori e partiti liberali, ancora caratterizzati dal primato dei notabili e da una struttura a comitato elettorale, deve essere descritta in termini di contrapposizione fra i ceti aristocratici e la borghesia, classe sociale emergente e portatrice di un disegno riformatore, in alcune occasioni rivoluzionario. Nella seconda metà del secolo lo sviluppo industriale e la nascita del proletariato generano una “terza forza” politico-sociale con una propria ideologia e una peculiare idea di partito politico: i partiti socialisti, i partiti espressione del mondo del lavoro. Anche in questa seconda fase, temporaneamente tripartitica, gli schieramenti in campo – che corrispondono a uno o a più partiti politici, a gruppi parlamentari, a gruppi di pressione – esprimono nuovi termini della lotta fra classi sociali. Sul finire del secolo, e non in tutti i paesi d’Europa, ma solamente dove si assiste a un forte sviluppo industriale e a un coerente processo di sviluppo della democrazia liberale, al tripartitismo di conservatori, liberali e socialisti si sostituisce un nuovo bipartitismo, segnato dall’affermazione definitiva della prassi liberal-democratica e dalla crisi di una prospettiva aristocratica e restauratrice. Destinata a incidere profondamente sul XX secolo, questa nuova versione del bipartitismo si concretizza in una tendenziale riunificazione delle forze conservatrici e liberali, in risposta alla fondazione, allo sviluppo e alla significativa crescita dei partiti socialisti e operai.

Comitati elettorali, club, gruppi di interesse: l’età del partito dei notabili

La storia dei partiti, modernamente intesi, si fa iniziare con la riforma elettorale inglese del 1832 (First Reform Act). Ma, nonostante il raddoppio degli elettori determinato dalla riforma, non è possibile considerare quella data il momento di nascita di un sistema politico fondato su partiti rigidamente distinti, dotati di programma, e capaci di esercitare una funzione di controllo e di stimolo sugli eletti. La fluidità delle posizioni politiche rimane un elemento costante e lo stesso Benjamin Disraeli, statista degli anni Sessanta e leader dei conservatori inglesi, nel 1833 proclama la coerenza del suo comportamento politico, nonostante il variare incessante di partiti e di liste radicali e conservatrici in cui si è candidato. L’importanza di tale riforma è riferibile innanzitutto alla precedente campagna di manifestazioni di piazza e alle battaglie di stampa, alla formazione di associazioni e di comitati per ottenere l’allargamento del voto o per impedirlo; in quell’occasione, infatti, emerge un articolato tessuto associativo, fondamentale per il successivo sviluppo dei primi partiti politici.

Prima degli anni Trenta, tuttavia, i partiti dell’Inghilterra parlamentare, originati nel corso del XVIII secolo, sono privi di organizzazione e di un qualsiasi radicamento sociale; si configurano invece come semplici etichette e tra di loro non presentano reali differenze nella rappresentanza degli interessi o nelle proposte ideologiche. Diversa, grazie all’intensità del processo rivoluzionario, è la polarizzazione prodotta in Francia con il 1789 e con il 1793, vero e proprio avvio della politica moderna che costringe tutti gli attori a collocarsi a favore o contro l’evento rivoluzionario, a giudicare i suoi presunti eccessi e i suoi risultati sul lungo periodo, nel vivo delle nuove rivoluzioni e delle successive controrivoluzioni.

In generale si può affermare che, nonostante le diversità relative ai singoli casi nazionali, il modello prevalente di partito politico è legato al potere e alla libertà d’azione del gruppo parlamentare. Una volta eletti, i deputati-notabili ritengono il proprio mandato assolutamente svincolato dagli elettori del loro collegio e, per quanto riguarda le indicazioni politiche di carattere generale o di valenza nazionale, non si sentono responsabili di fronte alla rete organizzativa di comitati e di club, che pure è decisiva per il loro successo elettorale. La loro particolare attenzione nei confronti del collegio e degli elettori solitamente si traduce in voto di scambio, in salvaguardia e in tutela delle aspettative e degli interessi particolari, espressi a livello municipale o regionale.

Partiti e fazioni durante le rivoluzioni

Una sospensione del funzionamento del partito dei notabili o del partito strutturato in comitati elettorali – che per loro natura non sopravvivono alla tornata elettorale – si determina nei periodi di grande conflitto sociale, politico e ideologico, nel corso delle rivoluzioni, quando il nuovo potere non si è ancora affermato e l’esercizio della sovranità rimane vacante.

Il XIX secolo, specie il biennio 1848-1849, è caratterizzato da cicli rivoluzionari in grado di sconvolgere gli equilibri tradizionali, di rivendicare e di ottenere significative riforme elettorali, e in grado – a volte – di rivedere o di riformulare le carte costituzionali e invocare il rispetto dei diritti delle singole nazionalità.

Durante le rivoluzioni il sistema tradizionale dei partiti, gestito da gruppi di aristocratici o da borghesi, viene sospeso e in alcuni casi travolto definitivamente. Almeno per breve tempo e in singolari congiunture, si verifica una spinta alla partecipazione diretta, all’azione politica delle masse guidate da organizzazioni settarie e da vere e proprie élite. Riemerge così un’esigenza diffusa di controllare gli eletti, dopo averli scelti e proclamati, e di imporre loro il mandato imperativo. Anche se per brevi periodi da considerare eccezionali, il partito rivoluzionario (così come il partito della reazione) si presenta come fazione-gruppo dirigente, come avanguardia consapevole in grado di guidare la transizione e di imporre il cambiamento o il ritorno a ottimali, naturali e originarie condizioni di partenza. Senza costituire un modello e senza rientrare nelle tradizionali tipologie, il partito della congiuntura rivoluzionaria, necessariamente transitorio, anticipa nelle sue modalità d’azione e nel suo credo ideologico il dispositivo del primato del politico sulle necessità del sociale e dell’economico, rivendica la forza dell’autonomia della politica e della sua capacità di produrre soluzioni.

La nascita dei grandi partiti di massa

In parte raccogliendo l’eredità del partito rivoluzionario, ma facendo contemporaneamente i conti con il fallimento delle rivoluzioni, negli ultimi decenni del XIX secolo si sviluppano le organizzazioni del movimento operaio. Si tratta di organizzazioni che nascono sul terreno sindacale, da esigenze di rivendicazione sociale ed economica, ma che ben presto si misurano con la dimensione politica e con il problema della gestione e della riforma dello Stato. Inoltre, almeno considerando la loro matrice ideologica, essi si propongono come insieme internazionale di forze e di partiti, capaci di unire il proletariato di tutti i Paesi, e di sconfiggere socialmente e politicamente la borghesia sul terreno dell’internazionalismo.

Il sorgere e il consolidarsi di tali partiti comporta l’assunzione di caratteristiche completamente nuove, inedite nella storia della forma partito. Il loro seguito e la loro base militante vuole essere di massa e aspira a esercitare in modo continuativo ed efficace un’azione politica anche fuori dal parlamento e dalle sedi della democrazia rappresentativa. Per salvaguardare queste caratteristiche e queste finalità, i vari partiti socialisti, espressione del mondo del lavoro, devono dotarsi – e quindi mantenere – una struttura organizzativa particolare, gestita e animata da funzionari di partito che diventano i veri professionisti della politica, dipendenti dalle casse del partito stesso, dai contributi e dalle sottoscrizioni raccolte presso gli iscritti. Il partito, inoltre, si deve diffondere sul territorio e nei luoghi di lavoro, deve dotarsi di organismi di direzione e di rappresentanza nazionale, deve controllare l’attività dei gruppi parlamentari e dirigerne la politica.

I principali partiti di massa del movimento operaio europeo, che assumono varie denominazioni, vengono fondati e si sviluppano tra il 1875 e il primo decennio del XX secolo. Il primo partito socialista, concepito come partito-guida dal punto di vista ideologico e come partito-modello dal punto di vista organizzativo, è quello tedesco.

Molte delle caratteristiche che in generale si attribuiscono al partito di massa corrispondono a quelle del Partito socialdemocratico tedesco (SPD), fondato a Gotha nel 1875 ed erede di altre formazioni socialiste dell’area tedesca. Altri partiti dell’area socialista e progressista, espressione originale di singoli movimenti operai nazionali, sono in Inghilterra il Labour Party, fondato ufficialmente nel 1906, in Italia il Partito socialista, fondato nel 1892, in Francia la Section Française de l’Internationale Ouvrière, frutto della convergenza di ben cinque organizzazioni politiche operaie e socialiste, che nasce nel 1905.


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