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I sette Stati d’Italia

Nel corso del Cinquecento la realtà politica italiana è organizzata in sette Stati territoriali principali. Nella prima metà del secolo le cosiddette “guerre d’Italia” distruggono i principi e le strutture della politica dell’equilibrio e ridefiniscono l’organizzazione statuale del Paese. Dopo la pace di Cateau-Cambrésis del 1559, con cui termina il pluridecennale conflitto fra Francia e Spagna per la conquista della penisola, si ha il definitivo consolidamento del dominio spagnolo in Italia.

Il Ducato di Milano

Per la sua posizione strategica il Ducato di Milano viene a trovarsi, durante il XVI secolo, al centro del conflitto franco-spagnolo. Dal punto di vista geografico il ducato rappresenta una sorta di porta d’entrata nella penisola, tanto da essere definito dalla trattatistica del tempo la “chiave d’Italia”: confina a nord con la Confederazione elvetica, a ovest con il Ducato di Savoia e il Marchesato di Monferrato, a sud con la Repubblica di Genova e a est con il Ducato di Mantova e la Repubblica di Venezia. Ma, oltre a occupare una posizione favorevole, lo Stato di Milano è politicamente determinante per la Spagna: da un lato perché è un opportuno deterrente per le sempre possibili espansioni della Francia; dall’altro perché svolge un ruolo di avamposto e difesa degli interessi spagnoli nell’Italia meridionale. Inoltre, con l’estendersi dei domini asburgici, nel corso del Cinquecento il ducato milanese assicura la comunicazione fra il settore mediterraneo-meridionale dell’impero e quello centro-settentrionale. Queste considerazioni strategiche sono valide per l’età di Carlo V e aumentano di importanza dopo la rivolta dei Paesi Bassi alla fine degli anni Sessanta del secolo. Infatti passa anche per Milano la cosiddetta “strada spagnola” che dal porto di Genova, attraverso la Savoia, la Franca Contea e la Lorena, conduce uomini, armi, viveri e denaro al nuovo fronte bellico aperto nell’Europa del Nord.

Non deve stupire quindi che lo Stato di Milano sia oggetto di un’aspra e altalenante contesa tra la Francia e la Spagna nei primi decenni del secolo. Il re di Francia Luigi XII conquista la Lombardia nel 1499 rivendicandone il possesso con il pretesto di una discendenza viscontea. Se si eccettua la breve parentesi rappresentata dal ritorno di Ludovico il Moro, lo Stato lombardo resta in mano francese fino al 1512. A causa della pressione politica e militare della Lega Santa, la Francia è costretta a lasciare Milano agli Svizzeri che la restituiscono, almeno formalmente, agli Sforza nella persona di Massimiliano Sforza.

Ma nel 1515 il nuovo sovrano francese Francesco I sconfigge gli Elvetici a Marignano e riconquista la Lombardia. Essa resterà francese per un decennio, ossia fino alla sconfitta di Pavia del 1525, quando la Francia cede il ducato a Francesco II Sforza. Nel 1535, alla morte di quest’ultimo ha inizio la dominazione diretta della Spagna che si legittima definitivamente nel 1546; in quell’anno infatti Filippo II riceve ufficialmente dal padre Carlo V l’investitura imperiale del Ducato di Milano. La speranza dei consiglieri dell’imperatore è che l’amministrazione diretta della Lombardia possa rappresentare una fonte di ricchezza per tutto l’impero. Tuttavia tale previsione è destinata a mostrarsi fallace tanto che, all’inizio degli anni Quaranta, Carlo V medita di rinunciare a Milano e di indirizzare i suoi sforzi esclusivamente sui Paesi Bassi. Infatti proprio la Lombardia deve essere finanziata da altri settori dell’impero a causa degli alti costi della guerra, delle spese per l’alloggiamento dei soldati e per rimpinguare le esauste casse dell’erario. Per ciò che concerne le forme istituzionali la Lombardia spagnola è diretta da un governatore di nomina regia e vede la presenza di un senato che raccoglie la nobiltà locale. Sono conservate antiche cariche di tradizione municipale, ma di fatto il potere è nelle mani del governatore. Progressivamente il senato viene svuotato delle sue prerogative e il personale di governo tradizionale viene sostituito con elementi spagnoli o di provato lealismo monarchico. Nel 1581, al culmine di questo processo, si ha la decisione di Filippo II di affrontare il problema della ratifica degli atti del governatore da parte del senato. Con il rescritto di Tomar si stabilisce l’abolizione del diritto senatoriale di controllare la legittimità delle decisioni del governatore. Per evitare conflitti, al senato resta comunque la facoltà di svolgere un’azione consultiva: il governatore si limita a domandare il parere dell’assemblea su una determinata questione e in seguito decide liberamente.

L’unico potere che nel corso del Cinquecento sembra essere in grado di contrastare il dominio spagnolo è quello ecclesiastico. Il carisma dell’arcivescovo della città Carlo Borromeo, la sua azione di riforma dei conventi corrotti e di disciplinamento della vita dei parroci e degli abitanti delle diocesi, conducono a un inevitabile scontro di natura giurisdizionale con le autorità secolari. Nel 1567 il senato milanese viene scomunicato per aver rifiutato la pretesa dell’arcivescovo di essere dotato di personali forze di polizia e per avergli negato il potere di arrestare i laici. Il caso assume un rilievo diplomatico internazionale in anni in cui gli ambiti di autorità del potere secolare e ecclesiastico sono in via di definizione. Il papa Pio IV e il re Filippo II difendono l’uno le prerogative dell’arcivescovo e l’altro quelle del governatore. Quando però Carlo Borromeo giunge a scomunicare il governatore Luis de Resquens per avere notificato disposizioni reali a tutela della giurisdizione civile, la reazione delle autorità spagnole non si fa attendere: il palazzo dell’arcivescovo viene circondato dalle forze di polizia e l’insigne ecclesiastico è costretto a rivedere la radicalità delle proprie posizioni.

Nel corso del XVI secolo l’attività industriale milanese, rivolta soprattutto all’esportazione, resta fiorente. La Lombardia registra un forte incremento demografico (Milano giunge a contare alla fine del secolo 112 mila abitanti) e un notevole aumento della pressione fiscale: il tributo da pagare come periferia dell’impero alla dominazione spagnola in cambio di uno stato di relativa quiete civile e di tutela militare e politica dopo anni di guerre.

Il Ducato di Savoia

Il duca Emanuele Filiberto di Savoia contribuisce in modo determinante alla decisiva vittoria spagnola di San Quintino nel 1557 contro i Francesi. Due anni dopo, al momento della stipulazione del trattato di pace di Cateau-Cambrésis, vede ricompensate le sue gesta con la restituzione del ducato, sottratto alla Francia dopo un ventennio d’occupazione.

Per quasi trent’anni il sovrano governerà lo Stato sabaudo modificandone radicalmente le strutture secondo le direzioni di una politica assolutistica. Dal punto di vista politico si destreggia con notevole opportunismo tra Francia e Asburgo per conservare l’indipendenza del proprio Stato e tutelarne il più possibile l’autonomia. Si trova ad affrontare una difficile situazione, ma riesce a sfruttare sia l’abilità militare raggiunta come condottiero al servizio della Spagna, sia le conoscenze relative all’organizzazione statuale francese. I problemi principali derivano dal fatto che il ducato è uno Stato frammentato e di frontiera, composto da realtà geografiche differenti – come la Contea di Nizza, la Savoia e il Piemonte – e diviso in tante signorie locali ostili a qualunque processo di centralizzazione. Il sovrano ricostruisce l’esercito e la flotta e, alla ricerca di uno sbocco sul mare, annette la Contea di Tenda e acquista Oneglia dai Genovesi. Il tentativo di dotarsi di armi proprie e l’inserimento della leva obbligatoria per tutti i cittadini dello Stato ha il significato di coinvolgere direttamente i sudditi nella politica del principe saltando la mediazione nobiliare e il suo tradizionale potere di reclutamento militare. Nel 1561 i soldati arruolati nell’esercito sabaudo sono 24 mila, tutti potenzialmente in grado di fruire, prescindendo dalla nascita, delle immunità e delle prerogative militari. Per ciò che riguarda la politica istituzionale Emanuele Filiberto decide di valorizzare la parte italiana dello Stato. Trasferisce quindi a Torino gli istituti di governo (parlamento, camera dei conti) che già funzionavano nella capitale Chambéry.

Il successore del sovrano sabaudo è Carlo Emanuele I che regge lo Stato per un cinquantennio. Abile uomo politico e accorto stratega militare, alla fine del secolo occupa Saluzzo e approfitta della crisi francese, causata dalle guerre di religione, cercando di riprendere la città di Ginevra e di penetrare nella Provenza e nel Delfinato.

I tentativi dei due sovrani sabaudi di riformare una delle aree più marginali d’Europa hanno successo sia a causa della durata e della conseguente stabilità dei loro regni, sia in virtù di quella storica arretratezza che consentiva un ampio raggio di intervento. Soprattutto Emanuele Filiberto ha il merito di cogliere con realismo la situazione politico-economica dello Stato governato e di sfruttare l’esperienza accumulata vivendo in un Paese come la Francia. La capacità di adeguare ai tempi rinnovati i possedimenti ottenuti con la pace di Cateau-Cambrésis, permette ai due sovrani di gettare quelle basi che consentiranno allo Stato sabaudo di svolgere un ruolo importante nella storia italiana dei secoli successivi.

La Repubblica di Venezia

Nel corso del XVI secolo la Serenissima è l’unica realtà italiana che svolge una politica autonoma e che prova a sottrarsi all’incontrastato dominio spagnolo. Dopo la sconfitta di Agnadello del 1509, Venezia deve rinunciare all’espansione dei suoi territori e ridurre le proprie ambizioni politiche; ispirando però la sua azione a un prudente realismo, riesce a riconquistare quasi integralmente i domini di terraferma e mantenere un ruolo importante in Italia come in Europa.

L’idea quindi di una immediata quanto meccanica decadenza veneziana in seguito alle scoperte geografiche d’America e d’Oriente è falsa; a essa è opportuno sostituire una visione che valorizzi la sostanziale tenuta della repubblica e le risposte da essa adottate per difendersi e adeguarsi a un mutamento in atto dell’economia e della politica europee.

Nel periodo preso in considerazione i commerci si mantengono stabili nella loro vivacità. La vendita del pepe, ad esempio, non subisce gravi danni dall’affermazione del monopolio portoghese. In primo luogo per l’alta qualità della spezia trattata dai Veneziani che giustifica il prezzo più elevato rispetto a quella lusitana e, in secondo luogo, grazie al fatto che per alcuni centri dell’Europa del Nord il minore costo di trasporto è in grado di compensare la differenza di prezzo. Una medesima tenuta mostra di avere l’industria laniera e la produzione di beni di consumo di lusso come i tessuti di seta e le vetrerie.

Dal punto di vista socio-economico i gruppi dirigenti scelgono di attuare una politica di riconquista della terra. Tuttavia la tendenza all’investimento immobiliare all’interno non ha gli aspetti parassitari che assume in altre zone dell’Italia: rappresenta invece un’intelligente scelta di collocazione di capitali, in uno scenario politico ed economico cambiato. Le ville venete (257 costruite nel corso del Cinquecento) si strutturano come aziende agrarie produttrici di profitto: colonizzano e irrigano la terra, estendono i poderi, permettono di ridurre le zone paludose attraverso opere di bonifica. La vita economica marittima risente di una crisi nella costruzione navale e la politica protezionistica adottata – i commerci devono fare capo a Venezia e le merci devono essere trasportate in navi veneziane – finisce con il danneggiare l’economia della repubblica.

Gli aspetti politico-istituzionali sembrano seguire l’andamento difensivo dell’economia e delle strategie di investimento della ricchezza. Il patriziato urbano accentua l’antica tendenza a costituirsi come nucleo oligarchico e attenua i poteri storicamente conferiti al senato. Al Consiglio dei Dieci si affianca nel 1547 la magistratura dei Tre savi all’eresia, con compiti relativi alla lotta contro i protestanti. Durante la guerra contro i Turchi nel periodo 1538-1540, il Consiglio dei Dieci – bisognoso di denaro per finanziare il conflitto – avoca a sé il diritto di nominare i patrizi di meno di venticinque anni che, in cambio di una cifra pari a 20 mila ducati, possono sedere nel Maggior Consiglio. Alla fine della guerra tale misura straordinaria resta in vigore e assegna alla nobiltà un potere politico aggiuntivo nella selezione dei gruppi dirigenti.

Tale potere viene inoltre rafforzato dalla coesione che il patriziato urbano raggiunge con l’apparato burocratico dei segretari. Si creano così le condizioni per l’emergere di un conflitto, all’interno del ceto aristocratico, tra famiglie di vecchia e nuova nobiltà. Questo scontro, la cosiddetta “lotta tra vecchi e giovani”, caratterizza la storia politica e istituzionale veneziana del secolo. Le famiglie di recente nobiltà richiedono, fra le altre cose, una politica estera più dinamica e maggiormente rivolta all’antica vocazione commerciale e marinara, un recupero della dignità senatoriale e una maggiore fermezza nei confronti delle pretese giurisdizionali ecclesiastiche nei territori della repubblica. La vivacità della polemica e alcune riforme costituzionali del 1582 nella direzione desiderata dai giovani non riescono tuttavia a incrinare il quadro di generale conservatorismo della politica veneziana del tempo; ciò comporta la rinuncia a un rilancio della Serenissima nel contesto europeo e obbliga la repubblica a svolgere un’azione non dissimile da quella di un qualsiasi Stato territoriale della penisola.

La Repubblica di Genova

Nel corso del Cinquecento l’antica Repubblica di Genova è alleata della Spagna. Rinuncia a una politica autonoma e indipendente sin dal 1528, quando Andrea Doria, alleato con la Francia, passa al campo avverso.

Il patriziato genovese è probabilmente il maggior beneficiario della presenza spagnola in Italia: banchieri e mercanti controllano le finanze statali del regno italico. Anche la Spagna trae beneficio dall’alleanza con la Repubblica di San Giorgio: attraverso di essa riesce a finanziare le sue guerre e a mantenere un accesso sul Mediterraneo. I traffici economici sono regolati da una società locale detta Casa di San Giorgio, la cui potenza politica è pari a quella finanziaria. L’alta finanza genovese diviene appaltatrice delle entrate dello Stato spagnolo e finanziatrice della corona. Una funzione determinante è svolta dalle fiere: nel 1579 si apre quella della città di Piacenza, dove i finanzieri ottengono in cambio del denaro prestato alla corona una partecipazione rateale sulle importazione dell’argento americano e alla fiera non pagano in contanti ma con cambiali che rappresentano i loro crediti. Nella seconda metà del secolo il porto di Genova vede crescere i suoi traffici: a causa dell’emergere della pirateria atlantica, la rotta Barcellona-Genova diviene la più sicura per far affluire in Europa le ricchezze provenienti dall’America. La città è retta da un’oligarchia nobiliare incentrata sulla famiglia dei Doria. Attraverso un sistema misto di elezione e sorteggio le principali cariche della città si concentrano nelle mani della vecchia nobiltà filo iberica. La continua rivalità fra aristocrazia vecchia e nuova esplode nel 1547 con la congiura ordita dai Fieschi che giunge a un passo dal successo in seguito all’uccisione di Giannetto Doria, nipote di Andrea. Ma dopo la pace di Cateau-Cambrésis (1559) le resistenze anti-spagnole si spengono definitivamente a Genova come nel resto d’Italia. La Repubblica di San Giorgio continua a svolgere il suo ruolo di emporio commerciale mediterraneo e di centro finanziario nell’ambito dell’orbita spagnola seguendo le sorti dell’impero.

Il Granducato di Toscana

Alla fine del XV secolo, dopo la morte di Girolamo Savonarola (1498), la repubblica fiorentina attraversa una grave crisi di direzione politica. Il gruppo oligarchico – scontento a causa dell’allargamento della base sociale voluto dal carismatico frate – si rifiuta di pagare le tasse per finanziare la guerra perduta con la città di Pisa e non offre la propria disponibilità a svolgere le funzioni diplomatiche tradizionalmente assegnategli. Nel 1502, per uscire dalla crisi con una soluzione di compromesso, viene creata la carica di gonfaloniere a vita che viene affidata a Pier Soderini. Nel 1509 la città di Pisa è riconquistata, ma l’esperimento della magistratura vitalizia non ottiene i risultati sperati a causa della mancata collaborazione fra Soderini e il gruppo oligarchico che ne aveva promosso la scelta con la speranza di vedere riconosciuto il proprio potere in un’assemblea senatoriale come quella della repubblica veneziana. Nel 1512 l’esperienza repubblicana si conclude con il ritiro delle truppe francesi dall’Italia in seguito alla battaglia di Ravenna, e i Medici ritornano alla guida della città. Il governo di questa famiglia è rafforzato dagli stretti rapporti che intercorrono con lo Stato pontificio; nel 1513 infatti viene eletto papa, con il nome di Leone X, il cardinale Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico. Suo nipote diviene signore della città e duca d’Urbino, mentre Giulio de’ Medici viene nominato arcivescovo di Firenze e cardinale.

L’alleanza continuerà negli anni, perché alla morte di Leone X nel 1521, dopo il breve pontificato di Adriano VI, il cardinale Giulio de’ Medici sale al soglio pontificio con il nome di Clemente VII. Nonostante questo stretto legame dinastico e politico, che comporta una forte alleanza con la causa spagnola in Italia, il dominio mediceo su Firenze resta incerto e dipendente dalle vicende italiane dei suoi principali alleati. Soprattutto perché continua l’annoso contrasto, all’interno dei gruppi aristocratici, tra i fautori del principato e i sostenitori di una soluzione oligarchica; e quello che vede l’aristocrazia unita contro il comune nemico rappresentato dagli esponenti popolari. I Medici cementano il consenso intorno al loro disegno grazie alla minaccia di un ritorno del radicalismo popolare al potere. Utilizzano le strutture repubblicane, ma in sostanza svolgono una politica autoritaria e favorevole alla costituzione di un principato. I settori dell’aristocrazia favorevoli a una soluzione oligarchica del governo della città, guidati da Filippo Strozzi, sono emarginati, ma sempre pronti a riconquistare il potere approfittando di una crisi all’interno del sistema di alleanze mediceo. E ciò avviene nel 1527 quando, contemporaneamente al sacco di Roma a opera dei lanzichenecchi e alla fuga di Clemente VII a Castel Sant’Angelo, nella città di Firenze viene restaurata la repubblica. L’esperienza dura solo un triennio, ma è significativa perché da un lato indica il perdurare nel corso del Cinquecento di fermenti e idealità repubblicane mai sopite e dall’altro rileva la conflittualità del processo che porta all’affermazione definitiva del principato territoriale. Questi anni infatti rappresentano la lenta transizione da una forma di Stato repubblicana, con la sua tradizione comunale, al principato, primo nucleo dello Stato territoriale moderno.

Le cacciate dei Medici nel 1494, nel 1527 e i loro periodici ritorni sono, quindi, determinate da fattori esterni come la discesa di Carlo VIII in Italia o il sacco di Roma. Questi fattori permettono alle forze aristocratiche, favorevoli a una soluzione oligarchica, di occupare uno spazio politico e recuperare una funzione di gruppo dirigente. Ma le ragioni della loro momentanea ascesa sono anche quelle che determinano poi, l’una come l’altra volta, la restaurazione medicea: lo spostamento della bilancia del potere apre infatti la strada al radicalismo repubblicano e anti-aristocratico dei popolari che favorisce il ritorno dei Medici e l’aumento di un progressivo consenso intorno alla soluzione del principato da loro propugnata. Nel 1530, dopo l’incoronazione di Carlo V a imperatore e re d’Italia sotto l’egida di papa Clemente VII, si stabilisce che Firenze da repubblicana debba ritornare medicea. A Gavinana, in provincia di Pistoia, l’esercito imperiale capitanato da Filiberto d’Orange, forte di 40 mila uomini, sconfigge quello repubblicano guidato da Francesco Ferrucci. Alessandro de’Medici è investito del potere e nel 1532 riceve il titolo di duca. Tuttavia nel 1537 viene ucciso dal cugino Lorenzino, ma né i fuoriusciti repubblicani né i nobili avversari riescono ad approfittare della situazione; a Monterumurlo gli avversari dei Medici sono sconfitti dal cugino del defunto Alessandro, Cosimo I. Questi è scelto come duca e reggerà lo Stato fino al 1574.

La stabilità del suo governo si deve anche alla messa in pratica delle riforme istituzionali deliberate nel 1532, che portano alla liquidazione politica di quei settori dell’aristocrazia ostili al disegno mediceo del principato. Per mezzo della riforma si abolisce la carica di gonfaloniere e si affida il potere al Consiglio dei quarantotto che elegge quattro consiglieri che formano, insieme con il duca, l’esecutivo. Al duca si riserva inoltre l’importante diritto di consentire o meno la riunione delle altre magistrature. Cosimo I, detto il Saggio per i suoi metodi di governo, riesce a realizzare due difficili obiettivi: evitare il ripetersi delle esperienze del 1494 e del 1527, e al tempo stesso assicurare la difesa dell’indipendenza fiorentina dalla minaccia di uno strettissimo controllo imperiale. Nel 1555 viene conquistata la Repubblica di Siena e annessi i suoi territori tranne cinque fortezze costiere nei pressi del promontorio dell’Argentario, cedute alla Spagna per formare il cosiddetto Stato dei Presidi. Nel 1569 i Medici ricevono da papa Pio V la dignità granducale. Questo atto ha una notevole importanza dal punto di vista politico e culturale, perché rappresenta la consacrazione del potere indipendentemente dall’eventuale conferma imperiale. Il Granducato di Toscana diviene progressivamente uno Stato territoriale attraverso un processo di centralizzazione amministrativa e una parificazione di città e contado. Il granduca avoca a sé la totalità dei poteri e favorisce l’emergere di funzionari scelti non per nascita, ma in base alle competenze e alla fedeltà al disegno mediceo; essi hanno il compito di fare da tramite tra il granduca e le magistrature svuotate ormai di ogni potere sostanziale.

I successori di Cosimo I ereditano uno Stato solido e proseguono la politica assolutistica del predecessore. Francesco I de’ Medici realizza il porto franco di Livorno che, in pochi anni, diventa un importante centro commerciale, grazie anche all’apporto di mercanti e finanzieri ebrei d’origine spagnola, ai quali vengono assicurate alcune libertà. Ferdinando I de’ Medici (1551-1609, al potere dal 1587) accresce le strutture dell’università di Pisa e, con il matrimonio di sua nipote Maria de’ Medici con il nuovo sovrano di Francia Enrico IV, inizia una politica filofrancese che sarà proseguita dai suoi successori durante il Seicento.

Lo Stato pontificio

Nel corso del Cinquecento sono essenzialmente due gli eventi che caratterizzano la storia dello Stato pontificio. Il primo è il cosiddetto sacco di Roma del 1527; il secondo, a partire dal 1545, è il concilio di Trento. Essi rappresentano rispettivamente il punto più basso della parabola discendente dello Stato lacerato dalla rottura protestante e l’inizio della sua rinascita politica e culturale. Sullo sfondo di questi eventi si ha uno degli Stati più arretrati e peggio amministrati della penisola, una città-capitale di crescenti grandezza e splendore e un sovrano anomalo: principe territoriale di uno Stato non vasto, e al tempo stesso capo spirituale di una Chiesa dai confini, dai poteri e dalle ambizioni sovranazionali.

Tuttavia, lo splendore della Roma barocca e le iniziative urbanistiche e architettoniche dei papi postridentini, volte a celebrare una capitale e una Chiesa finalmente restaurata, non possono far dimenticare l’umiliazione subita nel 1527 dalla città. Un esercito di 18 mila lanzichenecchi, soldati mercenari tedeschi, nella tarda primavera di quell’anno entra a Roma mettendola a ferro e fuoco: monache violentate, preti uccisi, altari distrutti, reliquie disperse e ricchezze rubate. La città si spopola per la fuga dei suoi abitanti e per l’esodo di artisti e letterati. Roma, profanata e violata nei suoi simboli, appare prostrata: è come se tutto il corrotto papato rinascimentale trovasse condanna e punizione per la sua scandalosa condotta. L’episodio, che scuote l’Europa intera, mostra ancor di più la necessità di avviare una Riforma cattolica, che rinnovi la Chiesa nelle sue strutture e nella sua organizzazione. Lo strumento scelto è quello dell’assemblea conciliare che dopo diversi tentativi è convocata nel 1545 da papa Paolo III e, fra alterne vicende e spostamenti di sede, tiene impegnati i vescovi partecipanti fino al 1563. Il Concilio definisce l’ortodossia della dottrina cattolica, tenta di riorganizzare le istituzioni ecclesiastiche nel territorio e comincia un processo di acculturazione e disciplinamento dei fedeli che prende il nome di Controriforma. L’azione del papato coinvolge anche l’organizzazione dello Stato e le forme di esercizio della sovranità. Ha inizio un processo di centralizzazione amministrativa che comporta la crisi dell’assemblea concistoriale e il rafforzamento della curia pontificia. Nel 1588, al culmine di tale strategia, si ha l’istituzione da parte di Sisto V di quindici congregazioni cardinalizie, con la funzione di governare temporalmente e spiritualmente lo Stato pontificio. Fra queste congregazioni la più importante è quella del Sant’Uffizio, fondata nel 1542, che funziona come tribunale ecclesiastico preposto al controllo e alla punizione dell’eresia. In breve tempo far parte di questa congregazione diviene necessario per poter svolgere attività politica nella curia e ascendere al papato.

Ma la realtà dello Stato pontificio del tempo è composita: accanto ai processi assolutistici descritti, simili a quelli che avvengono contemporaneamente negli altri Stati italiani, si hanno notevoli manifestazioni di reazione e arretratezza signorile. Allo splendore della capitale corrisponde una crisi del contado e dei centri minori che progressivamente si spopolano per l’attrazione esercitata da Roma. Per rispondere alla grande domanda di carne della città le campagne sono quasi interamente trasformate in pascolo, cosa che consente un maggior profitto rispetto alla cerealicoltura. Un altro problema del tempo, diffuso nei diversi Stati ma particolarmente acuto in quello pontificio, è il banditismo. Il fenomeno si sviluppa in connessione con la vessatoria politica fiscale del governo ed è acuito dalle periodiche carestie della fine del Cinquecento. Solo con papa Sisto V, grazie alla promessa di impunità ai pentiti e agli accordi con i Paesi vicini ove i banditi trovano rifugio, si registra un’inversione di tendenza del banditismo.

Alla fine del secolo lo Stato pontificio ha sicuramente recuperato le posizioni perdute in seguito alla scissione protestante. Per il suo prestigio è un protagonista della politica europea ed è in grado di condizionare le scelte in materia di giurisdizione degli altri Stati territoriali italiani. Non a caso sarà proprio la definizione degli ambiti di sovranità secolare rispetto a quella ecclesiastica a rappresentare una ragione di scontro prima con il Ducato di Milano e con la Repubblica di Venezia poi. Ma, al tempo stesso, sul finire del secolo appare una realtà dai contorni incerti: sospesa tra crisi e sviluppo, rinnovamento e declino.

I Regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna

Dopo la discesa di Luigi XII in Italia sul finire del XV secolo, il Sud della penisola viene diviso tra Spagna e Francia. Con il trattato di Granada (novembre 1500) a Ferdinando il Cattolico toccano la città di Napoli, la Calabria e la Puglia e a Luigi XII la Campania e l’Abruzzo. Ma, dopo l’ingresso dei Francesi a Napoli nel 1501, le due potenze straniere, nonostante i patti stipulati entrano in conflitto. L’esercito spagnolo guidato da Consalvo di Cordova prevale su quello francese, sconfiggendolo nel 1503 nei pressi del fiume Garigliano. L’anno successivo viene rinegoziato a Lione un nuovo trattato e la Francia deve rinunciare all’intera Italia meridionale che per due secoli, da allora, resterà sotto la sfera di influenza spagnola. Sui caratteri di questa dominazione si è sviluppata nel corso dei secoli una sorta di leggenda nera: governo spagnolo e Chiesa controriformata sarebbero le cause principali della storica arretratezza economica e politica dell’Italia del Sud.

Occorrerà attendere i lavori di Benedetto Croce dedicati al Regno di Napoli per arrivare a una più obiettiva riconsiderazione del giudizio sulla presenza degli Spagnoli in Italia. È indubbio che il Meridione, nel corso del XVI secolo, sia oggetto di un’esorbitante pressione fiscale e sia costretto a subire gli oneri che, per altro, qualunque occupazione straniera comporta; ma è anche vero che nel medesimo periodo gode di tranquillità politica e bellica notevoli. I domini spagnoli nella penisola sono gestiti da un organo denominato Supremo Consiglio d’Italia con sede a Madrid e composto da rappresentanti italiani e spagnoli. Il rappresentante spagnolo della corona nel Regno di Napoli è il viceré con poteri equivalenti a quelli del governatore nel Ducato di Milano. Ma, a differenza della Lombardia, la coesione tra gli Spagnoli e la vecchia aristocrazia locale è più accentuata nel Meridione. Di conseguenza il viceré vede spesso ridotta l’autonomia della propria iniziativa politica e di governo dalla diretta alleanza – una vera e propria diarchia – tra monarchia e baronato; quest’ultimo, pur di conservare formalmente il ruolo sociale tradizionalmente assegnatogli, accetta una sostanziale esautorazione politica. La Spagna elimina progressivamente il personale di governo autoctono per sostituirlo con elementi spagnoli, e riesce a frenare ogni velleità di autonomia politica della nobiltà che –fatto salvo un tentativo di resistenza organizzato dal principe di Salerno nel 1547 – si allea con i dominatori. Nel 1532 Pedro de Toledo è nominato viceré e conserva questa carica per un ventennio. Carattere energico e fiero avversario del ceto nobiliare locale, durante il suo governo non riesce però a mutare la struttura politica del regno. Esemplare al proposito è il tentativo del 1547 di inserire nel regno l’Inquisizione spagnola: grazie alle resistenze nobiliari ostili all’Inquisizione, vista come lo strumento più efficace dell’assolutismo, il viceré è costretto a rinunciarvi. Durante il Cinquecento Napoli con i suoi 200 mila abitanti è la capitale più popolata d’Europa; allo stesso tempo è anche una delle più povere, con migliaia di persone parassitarie e una struttura sociale composta principalmente da non produttori. Medesime difficoltà si hanno nelle campagne ove impera il banditismo causato, fra le altre cose, dalla doppia pressione tributaria che l’abitante del contado deve subire, ossia quella del percettore della rendita agraria e quella dell’esattore regio. Il disagio sociale è profondo in queste zone; si registrano processi che sono stati definiti di rifeudalizzazione con una notevole ripresa della rendita fondiaria ed ecclesiastica.

Nel corso del secolo il ruolo politico e culturale svolto dai regni di Sicilia e di Sardegna è molto più marginale. La simbiosi tra corona e aristocrazia è totale, tanto che i parlamenti locali possono mantenere i loro poteri tradizionali perché totalmente asserviti alla causa spagnola. Le due terre sono fatte oggetto di una pressione fiscale notevole al fine di finanziare l’erario imperiale; la Sicilia continua la sua produzione di seta grezza e la millenaria esportazione di grano nel resto d’Europa. Se la crisi politica italiana del Cinquecento rappresenta una svolta per la storia d’Italia – gli Stati rinnovano le loro istituzioni creando nuovi uffici o riformando i vecchi e realizzano quell’accentramento delle pubbliche funzioni che caratterizza la teoria e la pratica dello Stato moderno a livello europeo –, la realtà meridionale rappresenta comunque un’anomalia rispetto agli altri Stati territoriali italiani. Il conservatorismo delle scelte produttive e l’assenza di ogni spirito d’iniziativa, presenti in realtà come quella dei regni di Sicilia e di Sardegna, sembrano preannunciare le difficoltà che caratterizzeranno quasi tutta la penisola nel corso del XVII secolo, quando il Paese precipiterà in gravi condizioni di arretratezza politica e depressione economica.


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