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La scuola hegeliana

Dopo la morte di Hegel gli allievi si dividono sulla base di interpretazioni divergenti del suo lascito teorico. Per la “destra” hegeliana, l’esistente (a cominciare dall’autorità dello Stato) rappresenta la ragione concreta, la realtà dello Spirito; per la “sinistra”, la ragione è la potenza che trasforma la realtà nel segno dei principi rivoluzionari di libertà e uguaglianza. Questa critica radicale coinvolge la filosofia ponendo in discussione la sua stessa legittimità.

Contro Hegel, razionalista e ateo

Alla morte di Hegel (1831) i delicati equilibri in seno alla cerchia dei suoi allievi si infrangono e ben presto la scuola, fino a quel momento agguerrita, unitaria e influente anche grazie all’efficace strumento degli “Annali per la critica scientifica” (fondati nel 1827) manifesta profondi dissidi interni. Su questa rottura influisce il contesto politico. In Europa l’impressione della Rivoluzione francese è ancora vivissima e nel 1830 lo scoppio della rivoluzione di luglio a Parigi dà nuovo alimento ai fermenti rivoluzionari, che condurranno ai moti del ’48. I conflitti sociali si inaspriscono e nella Prussia di Federico Gugliemo III Hohenzollern il clima politico si fa sempre più soffocante. Un mutamento politico in senso conservatore aveva cominciato a profilarsi e a divenire progressivamente prevalente già a partire dai “deliberati di Karlsbad” del 1819. Il cancellierato di Karl August von Hardenberg mostrerà negli ultimi anni tutta la sua ambivalenza riflettendo tale evoluzione. La reazione trionfa dopo la morte del ministro Karl von Stein zum Altenstein (1839) e del sovrano (1840), al quale succede il figlio Federico Guglielmo IV, deciso a sradicare i germi della cultura moderna laica e razionalista, e a restituire alla Prussia la fisionomia di uno “Stato cristiano”, teocratico e feudale. Il nuovo re è animato da odio antihegeliano: di Hegel – che considera maestro di ateismo e di rivoluzione – si propone di cancellare persino il ricordo. Si inquadra in questo clima la cacciata dalle università prussiane di tutti i “giovani hegeliani”, un evento che a sua volta favorisce la radicalizzazione delle loro posizioni politiche.

“Sinistra” contro “destra”

Arnold Ruge

La denunzia degli “Annali di Halle”
“Annali di Halle” e “Annali tedeschi” 1838-1843

Le mie parole suonano: “Nessuno progetta, nessuno fa, nessuno ferma una vera rivoluzione: essa non è fatta ma fa se stessa”, cioè, se essa avviene, tale violenza dell’evoluzione è storicamente necessaria. Ma se ora l’evoluzione non è trattenuta né frenata, bensì al contrario lo Stato segue il principio del riformare come lo segue la Prussia, allora non sussiste alcuna necessità, anzi neppure una possibile di una rivoluzione.

A. Ruge, “Annali di Halle” e “Annali tedeschi” 1838-1843, a cura di G. A. de Toni, Firenze, La Nuova Italia, 1981

Arnold Ruge

Streckfuss e il prussianesimo visti da un württemberghese
“Annali di Halle” e “Annali tedeschi” 1838-1843

Laddove il prussiano crede a tutte queste cose come a sacri dogmi con cieca dedizione; mentre il prussiano non ha nulla in contrario a che l’assolutismo tenga per sé l’assoluto quale si rappresenta nello Stato, cioè lo spirito divino che entra nel mondo in forma di Stato, come un tempo Papa e Chiesa avocavano a sé Iddio e la verità – per contro noi tedeschi non prussiani siamo protestanti anche nello Stato, non crediamo alcuna cosa in cui non abbiamo la più viva partecipazione di spirito, non crediamo in nulla che noi non si sappia.

A. Ruge, “Annali di Halle” e “Annali tedeschi” 1838-1843, a cura di G. A. de Toni, Firenze, La Nuova Italia, 1981

Arnold Ruge

Prefazione
“Annali di Halle” e “Annali tedeschi” 1838-1843

La conclusione del sistema hegeliano diede luogo a una scuola – quella dei vecchi hegeliani – e questa, molto in contrasto col concetto della filosofia, cadde in una triplice dipendenza. Anzitutto fu filosoficamente ortodossa in quanto presuppose assoluto il sistema e ne annunziò la verità per lo più con le stesse parole del fondatore; poi divenne ortodossa sul piano teologico e sviluppò una scolastica neoprotestante in piena regola; e infine – cosa che più di ogni altra andava da sé e di cui per questo si parlò tanto di rado – fu ortodossa politicamente e ad onta della filosofia hegeliana del diritto non credette affatto a un impegno dell’idea contro la realtà effettuale: la realtà empirica valse da realtà vera.

A. Ruge, “Annali di Halle” e “Annali tedeschi” 1838-1843, a cura di G. A. de Toni, Firenze, La Nuova Italia, 1981

Bruno Bauer

La tromba del giudizio universale contro Hegel, ateo ed anticristo. Un ultimatum
La sinistra hegeliana

Se il seguire fedelmente il principio hegeliano sarà un titolo di merito, destinato a garantire l’ammissione agli uffici pubblici, allora tutti i giovani hegeliani dovrebbero essere, di colpo, insigniti delle cariche e delle dignità, mentre i vecchi hegeliani dovrebbero improvvisamente perdere i loro uffici ed esser cacciati dalle cattedre. Sono questi ultimi che si sono allontanati da Hegel, forse solo ufficialmente, per mostra, per lavorare di nascosto con tanto maggior sicurezza per il sistema infernale – la macchina infernale che deve far saltare in aria lo Stato cristiano. I giovani hegeliani invece sono i veri, gli autentici hegeliani.

B. Bauer, La sinistra hegeliana, a cura di C. Cesa, Roma-Bari, Laterza, 1966

Per le vicende della scuola è decisivo il biennio 1835-1837, che vede la pubblicazione della Vita di Gesù e degli Scritti polemici in sua difesa pubblicati dal giovane teologo David Friedrich Strauss. Più che un’opera filosofica, la Vita di Gesù è un’indagine storico-critica di natura filologica. Strauss è interessato a verificare l’attendibilità e la coerenza interna delle fonti bibliche e a studiarne il contesto storico-culturale. Ma proprio queste caratteristiche prefigurano la tesi fondamentale dell’opera, che consiste nella riduzione del testo evangelico a un prodotto culturale (storico) e nell’espunzione di qualsiasi connotato trascendente. In tale prospettiva, i Vangeli appaiono un racconto fantastico (“mitologico”), in cui si riflettono le attese e i sentimenti, storicamente determinati, delle comunità cristiane delle origini.

Non sorprende che la pubblicazione della Vita di Gesù desti scandalo. Strauss viene attaccato ed espulso dall’istituzione che lo ospitava (l’autorevole Stift – “Collegio” – protestante di Tubinga, nel quale hanno studiato Hegel, Hölderlin e Schelling) e in breve la polemica coinvolge l’intera schiera degli allievi di Hegel, la filosofia del quale è interpretata in modi tra loro incompatibili e tali da riflettere la crisi del sistema hegeliano. Esito di questa divaricazione nelle interpretazioni del maestro è la netta divisione della scuola in due tronconi: la “destra” dei “vecchi” e la “sinistra” dei cosiddetti “giovani” hegeliani (così definiti non soltanto perché tali sul piano anagrafico, ma anche perché portatori di istanze di rinnovamento culturale e politico). Le prese di posizione a favore o contro Strauss costituiscono lo spartiacque tra “sinistra” e “destra” hegeliane (definizioni che lo stesso Strauss mutua dal lessico parlamentare francese e per primo applica alle divisioni interne alla scuola).

Contraddizioni e conciliazioni

Moses Hess

Gli ultimi filosofi
La sinistra hegeliana

La “filosofia dell’avvenire” di Feuerbach non è altro che una filosofia del presente, di un presente però che ai tedeschi appare ancora un avvenire, un ideale. […] Questa contraddizione viene risolta soltanto dal socialismo, che procede seriamente all’attuazione e alla negazione della filosofia, lascia da una parte sia la filosofia che lo Stato – non scrive dei libri filosofici sulla negazione della filosofia – e non si limita a dire che la filosofia, in quanto semplice teoria, vada negata e attuata nella vita sociale.

M. Hess, La sinistra hegeliana, a cura di C. Cesa, Bari, Laterza, 1966

Arnold Ruge

La filosofia hegeliana del diritto e la politica del nostro tempo
“Annali di Halle” e “Annali tedeschi” 1838-1843

Né Hegel né Kant fanno alcuna opposizione, si accontentano entrambi di esserla. I loro sistemi sono sistemi della ragione e della libertà nel bel mezzo della non-ragione e della non-libertà.

A. Ruge, “Annali di Halle” e “Annali tedeschi” 1838-1843, a cura di G. A. de Toni, Firenze, La Nuova Italia, 1981

Karl Rosenkranz

La configurazione organica dell’unità della Germania
Gli hegeliani liberali

In nessun paese il divario tra ricco e povero, tra privilegiati e non privilegiati, tra colti e incolti, è altrettanto esiguo che in Germania. Per oscura dunque che sia in questo momento la sua situazione, essa non è però affatto una situazione disperata, come la dipingono gli “ultras” dei vari partiti, e presto si vedrà il paese rinfrancarsi rapidamente a una vita nuova, più serena. Proprio l’elemento che il miope fanatismo vorrebbe immolare sulla ghigliottina del suo livellamento, per russificarci o infranciosarci, proprio l’elemento della libera individualità è la nostra più bella dote, che non dobbiamo gettar via.

K. Rosenkranz, Gli hegeliani liberali, trad. it. di G. Oldrini, Bari, Laterza, 1974

Per gli avversari di Strauss (la “destra” hegeliana), il maestro ha predicato la necessaria conciliazione tra la ragione e la fede (e, in generale, tra i termini contrapposti delle “contraddizioni”). Ciò equivale, in sostanza, ad attribuire a Hegel l’idea della subordinazione della ragione alla “verità rivelata” e un programma di teologizzazione della filosofia, vincolata alla difesa della tradizione. Fanno parte, a diverso titolo, della “destra” hegeliana, i filosofi Georg Andreas Gabler (1786-1853), Friedrich Wilhelm Carové (1789-1852) e Karl Rosenkranz, gli storici della filosofia Karl Ludwig Michelet (1801-1893) e Johann Eduard Erdmann (1805-1892), il funzionario dello Stato prussiano Karl Streckfuß (1778-1844) e i giuristi Karl Friedrich Göschel (1784-1861) ed Eduard Gans (1798-1839).

Per contro, la “sinistra” – nelle cui file figurano il poeta Heinrich Heine e i filosofi Ludwig Feuerbach, Max Stirner, Bruno Bauer, Moses Hess, Karl Marx, Friedrich Engels e gli editori degli importanti “Annali di Halle” (1838-41), Arnold Ruge ed Ernst Theodor Echtermeyer – interpreta in termini dinamici e conflittuali la concezione dialettica di Hegel: il maestro ha inteso affermare l’irriducibilità delle contraddizioni (la loro inconciliabilità) e celebrare la potenza trasformatrice della negazione. Per i “giovani” (che accusano la “destra” di aver determinato la “totale degenerazione della scuola hegeliana in teologia”) ciò equivale ad affermare il primato della ragione e il suo diritto di critica nei confronti della religione, considerata come un “momento” da superare, perché caratterizzato da abbandono dogmatico.

La critica della filosofia

Karl Rosenkranz

Repubblica e monarchia costituzionale
Gli hegeliani liberali

La famiglia è lo Stato originario. Principio dell’intero, essa deve ripresentarsi anche come suo culmine. La sovranità del popolo si ottiene da sé nella sovranità monarchica. Essa diviene, come famiglia del monarca, la vivente, personale autointuizione del popolo, che, proprio come questa, si trasmette di padre in figlio. Il potere monarchico si trasmette tramite la mediazione della natura, ma questa naturalità, da parte sua, è vivificata tramite la storia. Non è il rozzo accidente, ma una naturalità consacrata dai fatti.

K. Rosenkranz, Gli hegeliani liberali, trad. it. di Guido Oldrini, Bari, Laterza, 1974

Friedrich Engels

Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca

Nessuna proposizione filosofica si è mai attirata la riconoscenza di governi gretti e la collera di altrettanto gretti liberali, quanto la tesi famosa di Hegel: “Tutto ciò che è reale è razionale, e tutto ciò che è razionale è reale”. Questa era manifestamente, infatti, l’approvazione di tutto ciò che esiste, la consacrazione filosofica del dispotismo, dello Stato poliziesco, della giustizia di gabinetto, della censura. E così l’interpretò Federico Guglielmo III, così i suoi sudditi. Ma per Hegel non tutto ciò che esiste è, senz’altro, anche reale. L’attributo della realtà viene da lui applicato solo a ciò che è, al tempo stesso, necessario, “la realtà si manifesta nel suo sviluppo come necessità”; una qualsivoglia misura di governo – Hegel stesso dà l’esempio di “una determinata istituzione fiscale” – non è affatto per lui senz’altro una cosa reale.

F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, trad. it. di P. Togliatti , Roma, Editori Riuniti, 1950

Le prese di posizione della “sinistra” non riguardano soltanto l’ambito religioso. Esse sono espressione di una generale crisi delle tradizionali forme del sapere che si svolge nel corso di tutto l’Ottocento e che colpisce con particolare violenza la tradizione filosofica. L’aspirazione a costruire sistemi di pensiero in grado di fornire mappe onnicomprensive della realtà viene meno (o diviene minoritaria) a fronte dell’affermarsi di nuovi saperi specialistici (linguistica, antropologia, sociologia, economia e scienza politica). Agli occhi dei “giovani” la filosofia accademica è lontana dalla vita reale al pari della religione: entrambe tradiscono concezioni della realtà “alienate”, nelle quali la teoria (il “concetto”) sostituisce la realtà; entrambe, soprattutto, configurano sistemi di pensiero autoritari, incentrati su polarità gerarchiche (cielo-terra; spirito-materia; anima-corpo; teoria-prassi; genere-individuo; infinito-finito, ecc.).

L’attacco alla religione si ripercuote dunque sulla filosofia tradizionale. Se la religione va umanizzata, tradotta in discorso immanentistico (libero cioè da ipoteche trascendenti), la filosofia va a sua volta deteologizzata, cioè ricondotta sulla terra, nel mondo della vita e dell’esperienza. Su questa base, le invettive dei “giovani” approdano alla richiesta che la filosofia cambi natura, cessi di essere soltanto “discorso” (conoscenza, teoria), per divenire anche vita concreta (prassi, esperienza). Come scrive Hess, la filosofia dev’essere “negata e attuata nella vita sociale”. In questo senso la filosofia viene, per dir così, usata contro se stessa. La critica è (o almeno vorrebbe essere) autocritica della filosofia: essa deve superare nella realtà concreta le scissioni per mezzo delle quali, al pari della religione, ha puntellato i rapporti di potere esistenti. Come il cielo deve “cadere sulla terra” (il che equivale a propugnare l’avvento di una prospettiva radicalmente immanentistica, quindi panteistica), così la teoria deve fondersi con la prassi. Questa problematica conduce i “giovani” a proclamare la fine della filosofia.

Atomismo e socialismo

I “giovani” non esitano a proclamare con toni forti il carattere essenzialmente politico della propria battaglia. Sin dal 1831, abbozzando un programma condiviso da tutta la “sinistra” hegeliana e destinato ad approdare alle Tesi su Feuerbach di Marx, Heine scrive: “Nella filosofia abbiamo felicemente concluso il grande cammino circolare, ed è naturale che ora passiamo alla politica”. Con analoga enfasi, nel 1842 Feuerbach dichiara che “la politica deve diventare la nostra religione”. In particolare l’“alienazione” della coscienza religiosa (la scissione tra terra e cielo, tra corpo e anima) appare un riflesso dell’egoismo che informa di sé lo spirito borghese, il frutto della fantasia distorta di soggettività isolate. Ma lo stesso vale per la filosofia, che isola gli individui precisamente come il “cattivo spirito del protestantesimo”, che fa dell’uomo un “individuo privato” (Ruge). Il filosofo (o l’uomo al quale il filosofo si riferisce) è – osserva Hess – il “singolo uomo”, “diviso nella sua ‘coscienza’” perché chiuso nell’angusto àmbito dei propri interessi egoistici. Bersaglio della polemica è dunque il carattere frammentario e conflittuale della società borghese. Muovendo da tali premesse, Hess abbozza una critica della relazione mercantile (la “società civile” come un “mondo di bottegai” attraversato da una perenne guerra di tutti contro tutti) che anticipa temi centrali della futura critica marxiana dell’economia politica e che reca un nome scandaloso: “socialismo”.

A ispirare le minacciose invettive dei “giovani” è un evidente intento di scandalizzare, di infrangere tabù e di spaventare i benpensanti. Non sono rari atteggiamenti iconoclasti e ribellistici. Ancora Heine definisce la croce un “talismano marcio”, ed è quasi ossessiva l’evocazione del necessario “rovesciamento di tutte le istituzioni esistenti”. In questo quadro trova ragion d’essere il ricorrente confronto tra la Germania e la Francia: se quest’ultima è il paese della rivoluzione politica, la Germania è la patria della critica e della rivoluzione filosofica. La “filosofia classica tedesca” (da Kant a Hegel) è presentata come teoria della rivoluzione. In questo senso Heine dichiara che “in Germania si ripresenterà un dramma, rispetto al quale la Rivoluzione francese non sarà che un innocente idillio”, e paragona Fichte a Napoleone, Kant a Robespierre.

Dialettica e critica sociale

Sono eccessi un po’ infantili, non di rado segnati dal moralismo e – come Marx non mancherà di rilevare – non immuni da contraddizioni: i “giovani” mostrano di considerare decisivo il pensiero, non diversamente da quella filosofia tradizionale che intenderebbero rifiutare e superare. Tuttavia, l’istanza politica della “sinistra” hegeliana è concreta e non priva di coerenza. Non è difficile scorgere temi sociali alla base della polemica contro la separatezza del lavoro teorico. Il soggetto a cui si riferisce la riflessione filosofica non è più soltanto l’uomo che pensa (coloro ai quali sono riservate funzioni intellettuali), ma anche l’uomo che agisce (quanti svolgono lavori manuali). In questo contesto si sviluppano aspirazioni radicalmente democratiche: “il popolo – scrive Bruno Bauer – non vuole più essere un semplice spettatore della lotta tra aristocratici”, e per questo avanza pressanti richieste di “livellamento rivoluzionario”.

La rivendicazione di un ruolo rivoluzionario dell’impegno teorico chiama in causa con particolare vigore la dialettica hegeliana. E anche la dialettica è oggetto di interpretazioni profondamente diverse in seno alla scuola. La “destra” concepisce il superamento (la hegeliana Aufhebung) delle contraddizioni dialettiche come “conciliazione” (Versöhnung), cioè come la definitiva conclusione dei conflitti. Perciò considera a priori la realtà come quiete, come un ordine stabile e statico, destinato a trovare espressione teorica nel “sistema” del sapere assoluto. La “sinistra” invece, leggendo la dialettica hegeliana in una chiave dinamica e critica, scorge nel superamento di una contraddizione la premessa di nuove contraddizioni. La dialettica è in questo senso una potenza corrosiva, una “diabolica energia” (Bauer) capace di sconvolgere incessantemente gli assetti dati. Sul piano della teoria la dialettica è l’arma della critica, il suo “metodo”, contrapposto alla chiusa staticità del sistema. Per questo essa è lo strumento teorico in grado di decifrare le contraddizioni che, sempre di nuovo, si producono nel contesto della realtà.

Ragione, realtà, storia

Tale interpretazione sorregge una concezione dinamica della realtà come divenire incessante e conduce alla elaborazione di una filosofia progressiva della storia. Su questa base la “sinistra” interpreta il controverso tema hegeliano dell’identità di ragione e realtà, intorno al quale erano divampate aspre polemiche quando Hegel era ancora in vita. Nella Prefazione alla Filosofia del diritto e in altri luoghi della Enciclopedia delle scienze filosofiche, Hegel definiva “reale” la ragione e “razionale” la realtà. A prima vista, posto che reale è tutto ciò che esiste, sembrava ovvio che ne derivasse la consacrazione dello “stato presente delle cose”. Questa è l’interpretazione “apologetica” e marcatamente conservatrice prospettata dalla “destra”, che pertanto scorge nello Stato prussiano – con le sue istituzioni e la sua “santa” alleanza con l’autorità ecclesiastica – l’espressione dello Spirito assoluto e la realizzazione della sua razionalità. Ma è possibile interpretare la tesi hegeliana anche in un modo diverso, sulla base di una differente nozione di realtà. Se si considera reale non tutto ciò che esiste, ma soltanto ciò che dimostra, nella lunga durata, di riflettere il senso immanente nello sviluppo storico, allora la razionalità non inerisce all’esistente in quanto tale, ma caratterizza esclusivamente la direzione di marcia e il significato del processo storico. Reale è in questo senso l’istanza di liberazione che (per Hegel) innerva la storia dell’umanità, imprimendole un connotato progressivo. Questa è l’interpretazione della dialettica fornita dalla “sinistra”: reale è, scrive Strauss, “il nocciolo sostanziale di ciò che è”; in una delle sue ultime opere, nella quale ripercorre le vicende della scuola (Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, 1886), Engels chiarisce a sua volta che per Hegel “l’attributo della realtà si addice solo a ciò che è, al tempo stesso, anche necessario” (dunque non a tutto l’esistente, bensì solo a quanto contiene in sé una fondamentale ragion d’essere).

In questo senso, proclamare la razionalità del reale significa affermare il carattere progressivo della storia. Per la “sinistra”, ciò equivale ad affermare la legittimità della prassi rivoluzionaria, che vuole appunto trasformare l’esistente in senso progressivo. In quanto processo di realizzazione della ragione, in quanto espressione della libera e razionale creatività del soggetto umano, la storia è, per dir così, divinizzata. Non è difficile comprendere come proprio tale divinizzazione della storia umana rappresenti l’approdo della critica della religione da cui abbiamo preso avvio, e che costituisce il cuore della posizione feuerbachiana. Lungi dall’essere un’entità trascendente, Dio è soltanto la rappresentazione proiettiva dell’umanità alle prese con la propria autocoscienza universale e con il proprio divenire storico.

Il distacco da Hegel

La presa di posizione feuerbachiana può essere intesa come un congedo della filosofia dal maestro. A partire dai primi anni Quaranta i protagonisti della scuola hegeliana consumano il loro distacco da Hegel. Le loro strade divergono e la stessa “sinistra” è attraversata da un conflitto sempre più netto tra le istanze borghesi democratiche (prevalentemente incentrate sulla rivendicazione delle libertà civili – di opinione e di stampa – e delle garanzie giuridiche e costituzionali proprie dello Stato di diritto) e le posizioni rivoluzionarie dei critici del capitalismo. Il rapporto dei “giovani” con la filosofia si fa sempre più problematico.

Gli “Annali tedeschi”

Gli “Annali tedeschi” (1841-1843), nati dalle ceneri degli “Annali di Halle”, segnano un’ulteriore radicalizzazione sul terreno politico, a spese del dibattito teorico. Anche gli esordi del giovane Marx, la sua “resa dei conti” con Hegel dalle pagine degli “Annali franco-tedeschi” (1844) e quella con la “sinistra” hegeliana nella Sacra famiglia e nell’Ideologia tedesca, sono già parte di un’altra storia. Il 1848 sancisce il declino della fama di Hegel che perdurerà fino ai primi anni del Novecento.


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