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Il costo della caduta dell’Impero ottomano

La fine dell’Impero ottomano e la disgregazione che ne è conseguita ha eroso un equilibrio che si era costituito nel corso dei secoli, facendo emergere problemi e conflittualità, molti dei quali ancora oggi non risolti. La volontà delle potenze occidentali, a seguito della prima guerra mondiale, di eliminare tutto quanto era connesso all’esperienza di un governo imperiale sovrannazionale ha generato una diffusa frammentarietà, madre di reazioni fondamentaliste in numerosi Paesi, della crisi israelo-palestinese, dell’insicurezza, dell’instabilità e della violenza che caratterizza tutto l’universo vicino-orientale.

L’abbandono del sultanato e la nascita della Repubblica turca

La conferenza di Pace che conclude la prima guerra mondiale, inaugurata nel castello di Versailles il 19 gennaio 1919, conduce il 10 agosto dell’anno successivo alla firma, a Sèvres, del trattato di pace tra i vincitori e la Turchia. Esso prevede l’internazionalizzazione degli Stretti, la cessione alla Grecia di Tracia orientale con Gallipoli, delle isole egee e di Smirne con il suo retroterra e l’accettazione dei “mandati” di governo conferiti dalla neonata Società delle Nazioni alla Francia per Siria e Cilicia e all’Inghilterra per Mesopotamia, Cisgiordania, Transgiordania e Arabia; si crea un’Armenia indipendente, mentre Rodi e il Dodecaneso passano all’Italia, Cipro e l’Egitto all’Inghilterra. Frattanto, gli Italiani occupano le regioni anatoliche di Antalya e di Konya prospicienti il Dodecaneso, i Greci il territorio attorno a Smirne, i Francesi la Cilicia, mentre il nord-est dell’Anatolia viene incluso nella nuova Repubblica Armena e, tra essa, la Persia e la Siria, s’incunea un Kurdistan a sua volta desideroso d’indipendenza.

Contro le trattative di pace che ormai chiaramente stanno procedendo nel senso dello smembramento dell’Anatolia sorge un “movimento nazionale” guidato dal generale Mustafà Kemal (1881-1938) che, in un proclama lanciato da Amasya il 22 giugno 1919, lancia un appello alla disobbedienza contro il governo d’Istanbul che si era piegato all’armistizio. Nei congressi nazionali di Erzurum e di Sivas, tra il luglio e il settembre successivi, Kemal propugna la creazione di un nuovo Stato nazionale turco entro i “naturali confini” dell’Anatolia e respinge l’ipotesi di un “mandato” americano su quel che rimane dell’impero, una soluzione che pur piaceva anche ad alcuni nazionalisti. L’ultimo parlamento ottomano ratifica il “patto nazionale” varato a Sivas: si giunge così alla “grande assemblea nazionale” proclamata ad Ankara nell’aprile del 1920, nonostante Kemal e gli altri capi nazionalisti vengano sconfessati e condannati a morte dal governo del sultano Mehmet VI (1918-1922) e i giuristi abbiano emanato una fatwa contro di lui. Dopo la pace di Sèvres, l’esercito nazionalista riconquista il territorio armeno, stipula un trattato d’amicizia con l’Unione Sovietica che riconosce il confine caucasico, reprime duramente i conati di resistenza armena, batte ripetutamente l’esercito greco che, forte di un “mandato” degli Alleati, aveva occupato Tracia e Bitinia, e conquista Smirne, mentre nel 1921 gli Italiani e i Francesi si ritirano rapidamente dalle loro posizioni nell’Anatolia meridionale. La conferenza di Londra del febbraio del 1921 ha ormai riabilitato anche formalmente i kemalisti, isolando la Grecia e riconoscendo il governo provvisorio di Ankara come l’unico interlocutore credibile.

Il 1° novembre 1922, dopo l’armistizio con la Grecia, il sultanato viene soppresso e, subito dopo, proclamata la Repubblica; due anni dopo, nel 1924, Mehmet VI abbandona anche il titolo di califfo. Con la pace di Losanna del 1923 la nuova Turchia riacquista la Tracia orientale fino alla Maritza, le isole di Imbro e Tenedo, rientra in possesso dell’area circostante Smirne e dell’Armenia occidentale, accoglie 430 mila turchi profughi da territori che ormai erano perduti ed espelle alla volta della Grecia un milione e 350 mila ellenici; viene abolito il regime delle “capitolazioni” che riconosceva l’ingerenza di Paesi stranieri sul controllo delle popolazioni cristiane in territorio turco e rinuncia bilateralmente alla richiesta di riparazioni di guerra. Nel 1923, Mustafà Kemal diviene presidente della nuova repubblica con capitale Ankara, in un regime monopartitico incentrato sul Partito Popolare Repubblicano e con un programma che prevede la laicizzazione, l’eliminazione del diritto religioso islamico dalla vita amministrativa e dal sistema scolastico, un sistema economico fondato sulle partecipazioni statali. I modelli assunti sono il Codice civile svizzero e quello penale italiano. Nel 1928 si adotta per la lingua turca scritta l’alfabeto latino, sostituendolo a quello arabo; nel 1929 si abolisce l’insegnamento obbligatorio dell’arabo e del persiano nelle scuole superiori; nel 1934 s’introduce l’uso del cognome e l’abbigliamento europeo.

La riorganizzazione dei territori dell’ex impero

Procede frattanto la riorganizzazione della compagine meridionale dell’ex impero. Gli Inglesi sono riusciti a sollevare nel 1916 gli arabi contro il sultano turco, che è peraltro anche califfo e quindi anche capo dei musulmani sunniti. La prospettiva è quella di un mondo arabo libero e unito. Ma ciò entra in contrasto con la logica dei “mandati” della Società delle Nazioni che, su richiesta di Francia e Inghilterra (e sulla base degli accordi di Sykes-Picot del 1917) affidano il Vicino Oriente a tali potenze. In Siria, nel 1918, l’emiro Feisal (1883-1933), figlio dello sherif Hussein (1852-1931), viene proclamato re da un “congresso nazionale” arabo riunito con l’appoggio del colonnello Thomas Edward Lawrence (1888-1935): ma i Francesi, ai quali il governo di quell’area era stato assegnato come “mandato”, lo cacciano, stroncano i tentativi di rivolta e avviano un’esperienza di governo che nel 1925 conduce alla proclamazione della Repubblica del Libano.

Feisal, cacciato dalla Siria, s’insedia invece nel 1921, con il favore inglese, in Mesopotamia, che i Turchi avevano ripartito in tre vilayet rispettosi delle distinzioni etniche e religiose (curdi sunniti a nord, arabi sunniti al centro, arabi sciiti a sud) e che invece viene riorganizzata in un’entità unitaria che assume il nome di Iraq: lì si avvia nel 1925 una monarchia costituzionale che, grazie a un trattato del 1930, è riconosciuta dall’Inghilterra come indipendente, in cambio della cessione di alcune basi aeree alla RAF: frattanto, però, la rivalità tra Inghilterra e Francia per il controllo dell’area petrolifera di Mossul ha dato luogo alla conferenza di Sanremo del 1920, nella quale si riconosce la compartecipazione della Francia allo sfruttamento della zona, e al trattato di Mosul del 1926 nel quale le azioni dell’Iraq Petroleum Company vengono ripartite tra un gruppo di società petrolifere inglesi (il 52,5 percento), statunitensi (il 21,25 percento), francesi (il 21,25 percento) e un mediatore armeno (il 5 percento). La Transgiordania, “mandato” britannico, è organizzata nel 1921 in emirato sotto Abdallah I (1882-1951), altro figlio di Hussein e quindi fratello di Feisal; nel 1923 il Paese viene separato dalla Palestina mentre stringe ancor più i suoi legami con l’Inghilterra, garantiti dalla prestigiosa Arab Legion fondata dal generale britannico Glubb Pasha (1897-1986). In Palestina, il diretto governo mandatario britannico non sa né può impedire i sempre più frequenti scontri fra gli arabi e i coloni ebrei, fino a una prima proposta di spartizione del Paese nel 1937 (respinta dagli uni e dagli altri) e al Libro Bianco britannico del 1939, che propone la limitazione dell’immigrazione ebraica a 1500 unità al mese ma non è in grado di arrestare l’immigrazione clandestina.

In Arabia, il re del Regno dello Hijaz, lo Stato costiero della penisola formalmente soggetto al sultano d’Istanbul e che, in quanto emiro “custode” della Mecca, aveva promosso nel 1916 la rivolta araba contro i Turchi, ha sì assistito alla promozione regia dei suoi due figli Feisal e Abdallah, ma è scontento di come le potenze vincitrici hanno “risolto” – con il regime mandatario – la questione dell’unità araba. Per questo, l’Inghilterra appoggia la lotta contro di lui del sultano del Negev, Abd al-Aziz Saud (1921-2005), capo politico della setta radicale wahabita, che dal 1921 lo contrastava. Nel 1924, allorché Huissein si arroga la dignità califfale – rimasta vacante dopo la deposizione del sultano turco Mehmet VI – Ibn Saud gli dichiara guerra. Il conflitto si chiude l’anno successivo con l’abdicazione prima di Hussein, poi di suo figlio Ali; nel 1926 Ibn Saud viene proclamato re dello Hijaz e del Negev, che nel 1932 sono riuniti nel Regno dell’Arabia Saudita.

Quanto all’Egitto, la Gran Bretagna – che se lo era annesso come protettorato allo scoppiare della guerra, nel 1914 – ne riconosce nel 1922 lo status di regno indipendente, cedendo anche alla pressione dei nazionalisti del partito WAFD: ma si riserva il controllo militare del Paese e del Sudan nonché quello, pieno, sul canale di Suez; l’emiro Fuad I (1868-1936), incoronato re, scioglie il parlamento e governa autoritariamente fino al 1936, quando con il successore Faruk I (1920-1965) si accede a un trattato angloegiziano che riconosce formalmente l’indipendenza, ma con la clausola che le truppe britanniche sarebbero rimaste per venti anni a presidio del canale.

A Cipro, anch’essa già annessa dall’Inghilterra e dove la maggioranza ellenica si era battuta negli anni Cinquanta per l’unione alla Grecia, l’accordo di Londra del 1959 che garantiva la permanenza delle basi militari britanniche nell’isola prelude all’esperimento della Repubblica unitaria cipriota, varata nel 1960 sotto la presidenza dell’arcivescovo Makarios (1913-1977), ma finita con una nuova spartizione greco-turca dell’isola.

La fine di un equilibrio

L’Impero ottomano, che aveva rappresentato tra Quattro e Ottocento l’unità dell’umma sunnita mediterranea e vicino-orientale nei confronti dell’impero musulmano sciita persiano e che aveva saputo, grazie soprattutto all’opera legislatrice di Solimano il Magnifico (1494-1566), ereditare e metabolizzare la tradizione istituzionale bizantina, aveva mantenuto a lungo un saggio equilibrio fra le fedi e le etnie utilizzando le istituzioni delle comunità (le millet) e rispettando le prerogative dei sudditi non musulmani (i dhimmi). La decadenza politica dell’impero, avviata già alla fine del Seicento, non aveva sostanzialmente scalfito questo equilibrio, in quanto le tecnologie e i capitali dell’Occidente, che sempre più interessavano il governo sultaniale al pari del rapporto diplomatico con alcune potenze occidentali privilegiate (soprattutto Francia e Inghilterra; poi anche Venezia e Spagna, confinanti sul mare; e quindi Austria, confinante nei Balcani), venivano tuttavia coinvolti nella vita dell’impero in modi che prevedevano sempre e comunque un rigoroso controllo governativo.

Questo equilibrio viene gradualmente corroso e sconvolto nel corso dell’Ottocento a causa sia dei contrastanti interessi politico-economici delle potenze occidentali e della Russia, che stavano mettendo a punto differenti sistemi di penetrazione e di conquista coloniale, sia dall’interesse e dal fascino che la modernità esercitava sulle élite socioeconomiche e commerciali sia turche sia arabe. Il concetto di “Stato-patria-nazione”, originariamente estraneo all’ umma (“comunità”) e alla dawa (“potere”) del mondo musulmano, agirono nel corso dell’Ottocento e con maggior forza ancora a partire dal Novecento come un possente fattore di progresso, di rinnovamento, ma anche di disgregazione della compagine sultaniale, dando vita a un nazionalismo turco e a uno arabo che coinvolse tra Anatolia e Vicino Oriente le rispettive comunità, mentre i territori nordafricani dell’impero, già fin dalla fine dell’Ottocento e dai primissimi anni del Novecento strappati dalla sia pur formale sudditanza a Istanbul e direttamente travolti dai disegni coloniali francese e inglese, solo nel secondo dopoguerra avrebbero trovato la via dell’indipendenza nazionale.

La corsa allo smembramento dell’impero, già avviata all’inizio dell’Ottocento con le lotte per l’indipendenza sia della Grecia, sia delle varie nuove nazioni balcaniche – dove però il “mosaico etnico”, che il potere sultaniale era riuscito a lungo a gestire, sarebbe divenuto dirompente man mano che tale potere veniva meno e sarebbe infine entrato in conflitto con il principio wilsoniano dell’autodecisione dei popoli – conduce più tardi all’insorgere anche di un nazionalismo panarabo che, tuttavia, deve confrontarsi con la necessità di adattarsi alla nascita di più Paesi arabi soggetti a regimi istituzionali in gran parte suggeriti dalle rispettive potenze occidentali egemoni. La contraddizione, all’interno delle scelte politiche delle potenze dell’Intesa, tra la necessità di ottenere e mantenere l’appoggio arabo in funzione antiturca, quella di salvaguardare la riuscita dei loro disegni neocoloniali e di attirarsi la simpatia del movimento sionista in funzione antitedesca, s’incontrano con le esigenze dettate dall’insorgere della corsa all’accaparramento della gestione dei giacimenti petroliferi, scoperti nell’area tra penisola arabica, Golfo Persico, Mesopotamia e Iraq.

La necessità di accattivarsi le simpatie della nuova Turchia kemalista sottraendole all’attrazione per i fascismi (nei confronti dei quali essa aveva un’evidente iniziale simpatia) e poi di conservarsene l’alleanza strategicamente fondamentale contro l’Unione Sovietica ai tempi della guerra fredda hanno indotto le potenze occidentali, tra anni Venti e anni Novanta, a chiudere un occhio dinnanzi al genocidio armeno e alla pluridecennale repressione dei Curdi. La scelta di applicare nei confronti delle popolazioni arabe una politica di divide et impera e il costante appoggio a Israele nella questione palestinese hanno ingenerato nel mondo arabo una crescente avversione per l’Occidente liberale, accusato di aver illuso il mondo arabo ai tempi della guerra contro la Turchia e poi di averlo ingannato, inducendo gli arabi (al pari del resto di molti musulmani in Iran e in India) a indirizzare in parte le loro simpatie prima verso i fascismi, quindi verso l’Unione Sovietica e infine verso le istanze fondamentaliste.

Lo screditamento, quindi la disgregazione e, infine, lo smantellamento dell’Impero ottomano, plurinazionale e, in qualche misura, multiculturale, scatenando la corsa all’appropriazione dei suoi frammenti e fomentando quindi una “modernizzazione” e una “laicizzazione” che hanno fatalmente provocato la reazione fondamentalista, hanno creato i presupposti dell’insicurezza, oggi diffusa in tutto l’universo vicino-orientale. La crisi israelo-palestinese, i movimenti fondamentalisti dall’Egitto al Pakistan, la svolta islamista in Iran, il caos irakeno, l’enigmatica fragilità della compagine araba, le “democrazie autoritarie” o le dittature camuffate dei Paesi nordafricani, la nascita del terrorismo su una base ideologica fondamentalista, sono aspetti dell’eredità pesante lasciataci dalla prima guerra mondiale, dalla forsennata e preconcetta volontà di alcune potenze occidentali di eliminare a qualunque costo le esperienze di governo imperiale sovranazionale e dalla cattiva pace dei patti di Versailles, quella che, come l’ha ben definita lo storico americano David Fromkin, è stata “una pace per farla finita con tutte le paci future”. Da questa pesante eredità, non siamo ancora riusciti a liberarci.


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