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Il cristianesimo ortodosso nel Cinquecento e nel Seicento

Il patriarcato di Costantinopoli si trova integrato nel sistema statale ottomano, per quanto in una posizione di netta sudditanza; al suo interno, l’elemento greco tende ad assumere una rilevanza sempre più esclusiva. Nel XVI secolo si ha la nascita di un nuovo grande patriarcato ortodosso, quello di Mosca, che tuttavia alla metà del Seicento vive un momento di smarrimento: le riforme modernizzatrici del patriarca Nikon finiscono per provocare una mai sopita dissidenza interna, quella dei Vecchi Credenti.

Gli ortodossi: un millet nello Stato turco

Nel corso del XVI secolo, il ruolo della Chiesa ortodossa nei territori dell’Impero ottomano si va sempre più caratterizzando, per molti versi, come quello di una sorta di relais dell’autorità statale. I cristiani ortodossi, infatti, costituiscono un millet, una comunità religiosa che, pur all’interno dello Stato turco, gode di una qualche autonomia giuridica ed amministrativa.

Il responsabile dei fedeli ortodossi di fronte al sultano è il patriarca di Costantinopoli che dunque, insieme al clero che da lui dipende, risulta investito anche di funzioni giudiziarie nei confronti del suo gregge. Le autorità ecclesiastiche sono dunque competenti in merito a una casistica che non contempla solo reati spirituali o morali: ai sacrilegi e agli adulteri, infatti, si aggiungono furti, insolvenze, dispute confinarie, stregoneria, omicidi e vari altri crimini. La Chiesa, tuttavia, non ha a sua disposizione un vero e proprio braccio secolare per assicurare la messa in atto e il rispetto delle sue sentenze e deliberazioni, e pertanto si fa sempre più frequente ed esteso il ricorso a una sanzione spirituale, quella della scomunica. Spesso l’anatema è lanciato “con riserva” nei confronti di un condannato e diviene effettivo solo se quest’ultimo non ottempera ai gesti riparatori e di penitenza che gli sono stati imposti dalla corte giudicante; e del resto, prima della celebrazione di una sentenza, una sorta di scomunica “in bianco” viene lanciata anche su tutti i testimoni e gli imputati, con la precisazione che diverrà efficace solo se si macchieranno di spergiuro o falsa testimonianza. Per ovviare alla debolezza intrinseca di questo tipo di sanzione, ovvero il limite di agire su un piano puramente spirituale, si va sempre più diffondendo (come dimostrano i trattati di diritto canonico, come il cinquecentesco Nomocanone di Manuele Malasso) la concezione secondo cui gli scomunicati, una volta morti, non potranno decomporsi sintantoché non sia stata celebrata ufficialmente la revoca dell’anatema. In questa maniera, i cadaveri più o meno integri rinvenuti durante le operazioni di esumazione attuate dai familiari qualche tempo dopo la morte (la cosiddetta “sepoltura secondaria”, una prassi forse di origine slava e diffusa nei Balcani) sono considerati la prova concreta del potere inerente alle sanzioni della Chiesa, e costituiscono per essa anche una fonte d’introito non del tutto trascurabile, se si considera che le cerimonie di assoluzione richiedono in genere offerte anche consistenti.

Non si devono sopravvalutare, tuttavia, l’autonomia e il potere della Chiesa ortodossa all’interno dello Stato ottomano: tutti i suoi rappresentanti, a partire dal patriarca, si trovano sempre in un’assoluta sudditanza e spesso anche in una posizione molto precaria, nei confronti delle autorità ottomane. In questo senso, i “diritti” di cui gode l’ortodossia sono davvero molto limitati e hanno un costo molto alto. Ogni transazione con le autorità turche comporta in genere la richiesta di esosi donativi e un esborso significativo è richiesto anche in occasione dell’insediamento di un nuovo patriarca (avvenimento che, sia per le beghe interne alla Chiesa greca, sia anche per l’interesse economico dei Turchi, ha luogo molto di frequente: tra il 1595 e il 1695 vi sono ben sessantuno cambiamenti sul trono patriarcale!). Si può pensare poi al divieto di costruire nuove chiese e alla costante erosione da parte islamica di quelle esistenti, che in qualche caso (come quello della Mouchliotissa, l’unico santuario risalente all’epoca bizantina rimasto ancor oggi in mano ortodossa a Istanbul) può essere scongiurata a fatica presentando concessioni (firmani) risalenti allo stesso Maometto II. La stessa sede patriarcale, stabilita dal 1455 nel monastero della Vergine Pammakaristos, deve subire un brusco trasloco dopo il 1586, quando l’edificio viene requisito dal sultano Murad III che lo trasforma in moschea celebrativa per eternare la sua conquista della Georgia e dell’Azerbaigian (è l’attuale Fethiye Camii); solo qualche anno dopo il patriarcato trova una sede definitiva (perlomeno fino ad oggi) presso la più modesta chiesa di San Giorgio, nel quartiere del Fanar, lungo il Corno d’Oro, che rimarrà fino agli inizi del secolo scorso la roccaforte dell’ellenismo costantinopolitano.

Le influenze esterne e l’ellenizzazione del patriarcato

Oltre a questa “erosione” dei luoghi di culto e al drenaggio fiscale, gli ortodossi che vivono sotto il dominio turco devono sperimentare anche una continua pressione da parte del cattolicesimo e del protestantesimo. Il primo può contare su una sorta di “quinta colonna” costituita dal clero missionario inviato (in particolare nelle isole dell’Egeo) a prendersi cura dei cattolici locali, che non rifugge dallo svolgere un’attività di proselitismo; senza contare che uno dei luoghi di preparazione ed educazione più prestigiosi per gli ortodossi ellenici è pur sempre costituito dal Collegio Greco di Roma fondato nel 1577 da papa Gregorio XIII), dov’è naturale che siano sottoposti a una certa dose di propaganda cattolica. I gesuiti, del resto, aprono scuole di grande successo anche a Pera (il sobborgo di Istanbul abitato dagli occidentali), Smirne, Tessalonica, e in alcuni casi riescono a convertire non solo i loro allievi, ma anche le loro famiglie. Anche nell’Europa orientale la penetrazione della cattolicesimo risulta molto forte e dà origine al fenomeno dell’uniatismo, che vede l’assorbimento nell’ambito della Chiesa romana di intere comunità di cristiani orientali, ai quali si concede di mantenere la propria liturgia e alcune altre consuetudini. Si ricordano in particolare le “unioni” di Brest-Litovsk (1596) e di Uzghorod (1646), sottoscritte dai Ruteni (Ucraini), e quella di Alba Julia del 1698, che vede protagonisti gli ortodossi della Transilvania.

L’attrattiva del protestantesimo si esercita innanzitutto sulle realtà più direttamente a contatto con esso, in particolare in Lituania; nel 1566 è attestato anche il tentativo (fallimentare) di avviare una sorta di processo di riforma in seno alla Chiesa ortodossa della Transilvania, ad opera del principe Giovanni Sigismondo Szapollyai. Quale possa essere la forza di attrazione delle dottrine protestanti all’interno dello Stato ottomano è dimostrato invece dalla vicenda di Cirillo Loukaris (1572-1638), dapprima patriarca di Alessandria e poi di Costantinopoli. Nato a Creta, allora in mano veneziana, come altri suoi connazionali si reca a Padova e Venezia per studiare; a quanto pare successivamente visita anche Wittemberg e Ginevra, dove viene profondamente influenzato dal pensiero calvinista. Nel 1596 è inviato in Polonia da Melezio Pigas, allora patriarca di Alessandria, con l’intento di contrastare l’unione di Brest-Litovsk; probabilmente anche alla volontà di arginare le influenze cattoliche può essere attribuita la fondazione di un seminario teologico sul Monte Athos e l’invio di vari giovani a studiare teologia in Svizzera, Inghilterra e Paesi Bassi. Per quanto in ambito ortodosso sia ancora oggetto di discussione, sembra difficile negare la portata del suo avvicinamento al calvinismo, così come la sua paternità della cosiddetta Confessione orientale della fede cristiana, pubblicata a Ginevra nel 1629, che contiene diverse affermazioni di taglio nettamente calvinista e che finisce per inimicargli definitivamente i rappresentanti delle potenze cattoliche presso il sultano. In particolare gli ambasciatori di Francia e Austria non perdono occasione di denigrarlo e diffamarlo agli occhi di Murad IV, che alla fine, a quanto sembra, lo fa uccidere nel 1638. Il sinodo di Betlemme, nel 1672, sconfessa completamente la Confessione orientale, affermando peraltro che non si tratta di un’opera autentica di Cirillo, ma una falsificazione protestante.

C’è da dire, peraltro, che gli stessi sultani turchi non vedono di buon occhio le infiltrazioni protestanti e cattoliche all’interno del millet ortodosso che, in questa maniera, ai loro occhi rischia di essere al contempo pretesto e strumento per ingerenze occidentali, sia diplomatiche sia militari, nello Stato ottomano. Per questo cercano di limitare queste tendenze centrifughe accentuando il più possibile il carattere autarchico e autoctono dell’ortodossia locale, in quello che è stato definito un fenomeno di “ellenizzazione”, per il quale da un lato le istituzioni ecclesiastiche dei Balcani gravitano sempre più sul patriarcato di Costantinopoli, e dall’altro si irradia da Istanbul una serie di amministratori greci, provenienti dal quartiere del Fanar e per questo detti Fanarioti, che vanno a governare soprattutto i voivodati (Stati feudali nell’orbita ottomana) di Moldavia e Valacchia, dove sono presenti casate locali che, soprattutto nel corso del XVI secolo, si rendono protagoniste di grandi atti di munificenza religiosa (di cui beneficiano soprattutto i monasteri del Monte Athos e delle Meteore). In entrambi questi territori i rappresentanti delle grandi famiglie fanariote (che, a torto o a ragione, spesso rivendicano tra i loro ascendenti le grandi personalità imperiali di Bisanzio) si intrecciano alle dinastie del posto, arrivando a soppiantarle.

La nascita del patriarcato di Mosca

Tale “grecizzazione” finisce per far sentire i suoi effetti anche in Russia, che nel XVI secolo, peraltro, tenta in qualche maniera di affrancarsi da Costantinopoli. La scarsa affidabilità del più importante patriarcato ortodosso emerge drammaticamente nel 1562, quando il patriarca Ioasaf, di fronte alle richieste russe (accompagnate da sostanziose sovvenzioni economiche) di ratificare finalmente la qualifica imperiale per lo zar russo (l’incoronazione di Ivan IV risaliva al 1547), nell’impossibilità di convincere gli alti ecclesiastici che componevano il suo sinodo permanente, pensa bene di inviare in Russia una serie di documentazioni fasulle emanate da un concilio mai avvenuto. Questo falso emerge poco dopo (Ioasaf viene deposto nel 1565) e sicuramente contribuisce ad accrescere la convinzione, negli ambienti ecclesiastici russi, che sia giunto il momento di dar vita a un patriarcato autonomo. L’occasione opportuna si verifica nel 1588, quando il patriarca Geremia II si trova a passare da Mosca nel corso di un viaggio nei territori russi finalizzato soprattutto, come avviene sovente, a raccogliere sovvenzioni. Vengono discusse varie soluzioni per appagare l’ambizione imperiale del sovrano moscovita, tra cui quella di trasferire il patriarcato stesso di Costantinopoli a Mosca, o in un’altra città della Russia; alla fine però prevale l’idea di fondare un nuovo patriarcato. Nel gennaio 1589, al termine di un concilio presieduto dallo stesso Geremia, è consacrato il primo patriarca di Mosca, di nome Giobbe. La decisione viene ratificata l’anno successivo dal sinodo di Costantinopoli, che tuttavia scontenta lo zar collocando il nuovo patriarcato al quinto posto della gerarchia, dopo le antiche sedi di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme: il sovrano russo aspirerebbe invece alla terza posizione (questa sua ambizione, tra l’altro, sarà nuovamente frustrata nel 1593). In ogni caso, con la cooptazione di Mosca è ricostituita l’antica “pentarchia” patriarcale, il collegio di cinque presuli mutilato secoli prima con la separazione da Roma. Com’è stato giustamente notato, dunque, anche in questo caso è applicata la prassi tipicamente bizantina di inquadrare le innovazioni sostanziali sotto le specie della continuità formale, se non addirittura della restaurazione.

Le riforme di Nikon

Un “ritorno alle origini” è alla base anche delle profonde riforme patrocinate alla metà del XVII secolo da Nikon, patriarca di Mosca (1652-1658). Uno degli oggetti principali del suo zelo sono i libri sacri e i testi liturgici: notando le differenze tra le versioni greche e quelle russe, si giunge alla conclusione che queste ultime siano in qualche modo corrotte e alterate, e dunque sia necessario emendarle. Nel 1652, il patriarca convoca un sinodo dove esprime la necessità di “purificare” i testi canonici. Negli anni seguenti è attuata una raccolta di manoscritti da tutta la Russia, nel tentativo di individuare e correggere gli errori introdotti dai copisti nel corso del tempo. In realtà, oggi si sa che, rispetto ai testi costantinopolitani, molte delle discrepanze che sono individuate in quel periodo costituiscono piuttosto arcaismi, resti di una tradizione testuale originaria poi modificata proprio in ambito greco; all’epoca, tuttavia, si procede a una radicale revisione dei libri liturgici, accompagnata anche da interventi nell’ambito delle pratiche devote e del rituale (così, ad esempio, si decide che occorre farsi il segno della croce con tre dita, anziché con due). È stato peraltro sostenuto che una delle cause di questa sorta di “rivoluzione” ecclesiastica possa essere individuata anche nella coeva espansione russa in Ucraina (la dipendenza del metropolita di Kiev dal patriarca di Mosca verrà sancita nel 1686 da Dositeo di Gerusalemme e Dionisio di Costantinopoli). Il clero ucraino è sottoposto direttamente al patriarca di Costantinopoli e non a quello di Mosca, e appare evidente che in media il suo livello culturale e teologico è superiore a quello degli ecclesiastici russi. Con un rovesciamento di prospettiva, sono dunque questi ultimi a doversi adeguare e ciò com’è ovvio suscita forti malumori, motivati spesso più dal nazionalismo o dallo sciovinismo che da autentiche argomentazioni teologiche.

Nikon, la cui personalità ingombrante finisce per inimicargli lo zar, viene deposto nel 1658, ma la sua opera va avanti ed è portata a compimento nel corso di un sinodo tenuto nel 1666, al quale prendono parte anche i patriarchi Michele III di Antiochia e Paisio di Alessandria. Il sinodo non solo ratifica le innovazioni, ma lancia la scomunica contro chi non le accoglie, dichiarando per giunta falsi ed eretici tutti gli antichi libri e rituali. La durezza di questo pronunciamento rivela già all’epoca una forte opposizione contro questi cambiamenti, che difatti sono nettamente rifiutati da un ampio strato di “conservatori”, i cosiddetti Vecchi Credenti, che si identifica soprattutto con gli abitanti dei villaggi e con il basso clero (i vescovi sono pressoché sempre schierati con le riforme di Nikon). Ha inizio una persecuzione, anche violenta, che vede nel 1682 l’esecuzione dell’arciprete Avvakum Petrov, considerato il capofila dei Vecchi Credenti, molti dei quali negli anni successivi fuggiranno verso la Siberia, ma anche nelle paludi intorno al delta del Danubio, nel tentativo di sfuggire all’oppressione. Non bisogna peraltro dimenticare che, almeno stando all’ultimo censimento zarista prima della Rivoluzione d’Ottobre, nel 1910 ancora un quarto della popolazione russa aderisce a questa tendenza scismatica. In ogni caso, alla fine del XVII secolo la Russia perde l’uniformità religiosa che la caratterizza fino a quel momento e le traumatiche riforme di Nikon prefigurano in un certo senso le altrettanto epocali innovazioni che saranno imposte da Pietro il Grande.


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