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Il fenomeno della deruralizzazione

La crescita delle città e lo spopolamento delle campagne sono probabilmente il più visibile dei cambiamenti ambientali del XX secolo. La deruralizzazione è un fenomeno complesso che coinvolge insieme le trasformazioni urbane e rurali, attraverso cinque percorsi storici: industrializzazione e meccanizzazione dell’agricoltura; rottura del cerchio organico tra città e campagna; ampliamento dell’impronta ecologica della città; inglobamento di aree ex rurali dentro la città e suburbanizzazione; spopolamento e dissesto.

La corsa verso la città

Una delle macroscopiche trasformazioni ambientali del XX secolo, con ripercussioni di ordine sociale, economico, ecologico e culturale, è stato il passaggio dal modo di vita rurale a quello urbano. Si tratta di un cambiamento che ha coinvolto milioni di persone in tutto il mondo, spostato individui, famiglie, talvolta interi villaggi da monte a valle, dalle aree interne a quelle costiere, dal sud al nord e dall’est all’ovest, ridisegnato completamente i paesaggi, sconvolto gli stili di vita e le abitudini. Per avere un’idea della dimensione planetaria del fenomeno basta pensare che all’inizio del Novecento viveva nelle città circa una persona su dieci (nell’Ottocento non più di una su 25), cioè circa 100 milioni in tutto il mondo, mentre ottant’anni dopo ci viveva una persona su due, per un totale di circa due miliardi e mezzo di persone. All’inizio, tra Settecento e Ottocento, il fenomeno interessa soprattutto l’Europa occidentale, in particolare Olanda, Gran Bretagna e Belgio, poi si estende al Nord America, all’Australia, all’Unione Sovietica, al Giappone, e infine ad America del Sud, Asia e Africa. Si tratta di un processo di tipo quantitativo, oltre che qualitativo: non soltanto la popolazione si sposta verso la città, ma essa cresce anche di numero, cosicché, di fatto, l’aumento demografico degli ultimi due secoli circa contribuisce alla crescita delle città, riversando verso di esse la quota di popolazione rurale in eccesso rispetto alle risorse agricole.

La deruralizzazione ha un duplice impatto: da un lato essa trasforma le città, ridisegnandone il profilo urbanistico e funzionale, aumentandone l’estensione e il numero, ponendo nuove sfide all’architettura e all’ingegneria nel campo dei servizi (trasporti, igiene, edilizia ecc.); contemporaneamente essa cambia le campagne e le zone rurali di collina e di montagna che per secoli erano state modellate dalla presenza umana, dando loro un aspetto fisico e funzioni del tutto diverse da quelle tradizionali.

Sebbene il processo di deruralizzazione abbia assunto caratteristiche diverse in tempi e luoghi diversi, esistono tratti comuni che consentono di condurre un discorso generale sulle trasformazioni a essa legate. Va detto preliminarmente che le trasformazioni della città e della campagna vanno considerate come aspetti di un unico processo, poiché esse sono strettamente correlate. Possiamo schematizzare queste correlazioni in cinque punti.

Industrializzazione e meccanizzazione dell’agricoltura

A partire dall’età della prima rivoluzione industriale, l’esodo di popolazione dal lavoro agricolo a quello industriale e terziario non ha avuto praticamente interruzione. L’industria ha dispiegato, rispetto all’agricoltura, una maggiore capacità produttiva e di assorbimento della forza lavoro, così che nei Paesi industrializzati questa è trasmigrata dalle campagne alle città, e molti centri rurali si sono urbanizzati diventando città industriali, mentre altri si sono svuotati o sono andati scomparendo. Ma come si sostiene questa popolazione urbana se il lavoro si svolge nelle fabbriche e non nei campi? In realtà l’agricoltura aveva visto aumentare molto la sua produttività già prima della rivoluzione industriale, e dopo di essa la produzione agricola continua ad aumentare grazie ai concimi chimici, ai motori agricoli e ai pesticidi. Ciò consente che quote sempre minori della popolazione attiva siano dedite all’agricoltura e rafforza quindi il processo di abbandono delle campagne. L’industrializzazione rende inoltre tanto l’agricoltura quanto l’allevamento imprese ad alto investimento di capitali, condotte su aziende sempre più grandi, e ciò contribuisce a far sì che molte famiglie abbandonino i campi per l’impossibilità di trarre guadagni sufficienti da piccoli appezzamenti senza adeguati mezzi finanziari e tecnici. Questo fenomeno, dopo aver trionfato nel mondo occidentale, comincia a prendere piede nel Terzo Mondo verso la metà degli anni Sessanta, costringendo milioni di contadini poveri a riversarsi nelle megalopoli.

Rottura del cerchio organico tra città e campagna

Nel mondo preindustriale le città sono strettamente collegate al loro “contado”, ossia la cerchia di orti, giardini e pascoli che le rifornisce di cibo e materie prime; ma la cosa più interessante è il fatto che anche le campagne sono in qualche modo dipendenti dalle città, poiché queste le riforniscono di concime organico (i rifiuti umani, animali e vegetali). Dunque, il ciclo della fertilità agricola viene garantito da questo ritorno dei nutrienti essenziali (azoto e fosforo soprattutto) alla terra, il che rallenta il processo di esautoramento dei suoli, e risolve il problema dello smaltimento dei rifiuti urbani. Con la deruralizzazione e l’abnorme crescita della popolazione urbana il problema igienico si fa molto più pressante che nel passato, inducendo le città a costruire sistemi di smaltimento dei rifiuti con sbocco a mare, in fiume o in lago. Si rompe così il tradizionale cerchio organico, e ciò apre la strada all’inquinamento delle acque e all’impoverimento dei suoli, che perdono l’apporto del concime organico urbano. Il fenomeno è evidente già alla metà dell’Ottocento, e dà vita a una nuova branca scientifica, la chimica agraria, dedita allo studio di nuovi sistemi di concimazione.

Ampliamento dell’impronta ecologica della città

Man mano che la popolazione rurale si trasferisce nelle città, queste hanno bisogno di crescenti approvvigionamenti idrici, alimentari, energetici e materiali (questi input costituiscono il flusso di materia ed energia in entrata nel corpo urbano). Al tempo stesso, la città comincia a occupare spazi sempre più ampi della superficie terrestre e dell’atmosfera per lo smaltimento dei rifiuti solidi, l’emissione di liquidi e di gas serra (questi output costituiscono il flusso di materia ed energia in uscita). Messi insieme, il flusso in entrata e quello in uscita misurano l’impronta ecologica delle città industriali, cioè la quantità di risorse e di spazio che esse consumano. Con la deruralizzazione l’impronta ecologica delle città è cresciuta enormemente, per varie ragioni: esse erano troppo popolose per potere essere rifornite dalle campagne circostanti, e cominciavano a importare energia e materia da campagne sempre più distanti, non di rado da altre nazioni o persino continenti; i loro output cominciano a essere anche troppo massicci per poter essere assorbiti dall’ambiente circostante, così che l’inquinamento idrico raggiunge ampi tratti costieri, interi bacini, le falde sotterranee; quello atmosferico passa dalla scala locale a quella globale, mentre le discariche occupano quote crescenti di suolo suburbano, e i rifiuti pericolosi cominciano a viaggiare verso destinazioni sempre più lontane. L’ampliamento dell’impronta ecologica urbana significa per le aree rurali una forte aggressione in termini di prelievo di risorse e sversamento di residui, e trasforma la campagna da luogo di abitazione, lavoro e svago a background funzionale alla vita urbana.

Inglobamento di aree ex rurali dentro la città e suburbanizzazione

Un aspetto ulteriore della deruralizzazione è il fatto che molte aree rurali sono inglobate nell’espansione della città, trasformandosi da casali agricoli in sobborghi periferici. Queste aree, a differenza delle altre, non si spopolano, ma al contrario assorbono una popolazione molto maggiore di prima, proveniente dai centri storici urbani che vengono risanati ed espellono la popolazione povera e le industrie insalubri. Dunque masserie, casali, ville e orti vengono circondati da nuove costruzioni (prevalentemente edilizia popolare e fabbriche, snodi stradali e ferroviari, depositi, cisterne, centrali elettriche) fino a far scomparire quasi il nucleo originario e a stravolgerne completamente l’aspetto. Naturalmente tutta la storia della città, fin dall’era precristiana, è storia di trasformazione di aree rurali in aree urbane: ciò che caratterizza il XX secolo però è la velocità con cui la trasformazione avviene, concentrandosi spesso nell’arco di pochi decenni, la radicalità dei cambiamenti e l’alta concentrazione di nuova popolazione nei quartieri periferici. Piuttosto che le ville da diporto circondate da giardini, che caratterizzano la città preindustriale nel suo espandersi verso la campagna, sorgono ora edifici a molti piani con un elevato numero di appartamenti: dunque la quantità di popolazione che vi si trasferisce tutta insieme è elevata, mentre in passato questi trasferimenti avvenivano in modo graduale nel corso di più secoli. Il processo è incoraggiato dai progressi nel campo dei trasporti, della pavimentazione stradale, dell’illuminazione e del rifornimento energetico, e costituisce la vera essenza della trasformazione delle grandi città in metropoli nel corso del XX secolo. Verso la fine del secolo, comunque, comincia a emergere nei Paesi industrializzati un ulteriore aspetto della deruralizzazione: la tendenza della popolazione urbana a deconcentrarsi, scegliendo un tipo di insediamento sparso a bassa concentrazione, o abbandonando le metropoli a favore di città più piccole, o edificando nuove abitazioni in aree rurali limitrofe alle città. Questo tipo di insediamento (la “campagna urbanizzata” del centro Italia, ad esempio), che spesso unisce l’abitazione all’attività lavorativa (piccole imprese, attività commerciali, aziende di vario tipo) contribuisce a deruralizzare la campagna, poiché di fatto occupa terreni agricoli a basso valore di mercato destinandoli ad attività secondarie o terziarie.

Spopolamento e dissesto

La concentrazione della popolazione nelle città ha conseguenze importanti anche sull’ambiente rurale: molte aree, specie collinari e montuose, hanno perso popolazione nel corso dell’ultimo secolo, o hanno acquistato un nuovo tipo di insediamento, quello turistico stagionale. Lo spopolamento ha avuto un impatto controverso sull’ambiente rurale. Da una parte esso ha liberato molte aree dal peso di una popolazione in eccesso, e dal rischio di esautoramento dei suoli agricoli; dall’altra, però, esso ha lasciato molte aree sprovviste di manutenzione e soggette a rischi come smottamento, alluvionamento, frana, dilavamento ecc. Tipico il caso dei terrazzamenti collinari che hanno ospitato vigneti e uliveti, sulle sponde del Mediterraneo, per diversi secoli prima di venire abbandonati a un destino di livellamento e inselvatichimento che cancelleranno per sempre uno dei tratti caratteristici del paesaggio europeo. Si tratta ovviamente di processi naturali, ossia la ricomparsa del bosco e della macchia selvatica in terreni agricoli abbandonati; in qualche caso, però, l’abbandono ha delle ripercussioni importanti anche sull’insediamento umano: in particolare nelle aree di montagna, la mancanza di controllo sui fenomeni idrogeologici può far aumentare il rischio di alluvioni, inondazioni e frane a spese dei centri abitati a valle; nelle aree costiere, l’abbandono dell’attività agricola può comportare il ritorno di fenomeni di paludismo e il diffondersi di malattie infettive legate alla presenza dell’acqua.


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