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Il processo di decolonizzazione

Le condizioni che consentono la progressiva indipendenza di tutte le colonie europee in Africa e in Asia, tra gli anni Cinquanta e Settanta, sono le seguenti: l’ideologia anti-imperialista delle potenze vincitrici dopo la prima guerra mondiale; la crescita di élite locali desiderose di introdurre sistemi di rappresentanza democratica simili a quelli della madrepatria; la destabilizzaione dei territori coloniali verificatasi durante la seconda guerra mondiale; la formazione di gruppi guerriglieri nelle colonie; il riconoscimento del carattere antiecononomico del possesso coloniale.

La condanna dell’imperialismo: come cambia l’opinione pubblica nei primi del Novecento

Il termine “decolonizzazione” indica il processo storico attraverso cui raggiungono l’indipendenza, tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Settanta del XX secolo, la totalità dei possedimenti coloniali europei, in Africa e in Asia. La decolonizzazione si realizza in un arco di tempo molto breve, se confrontato al lungo periodo che interessò il processo opposto di colonizzazione. È infatti il risultato di una contingenza storica che da una parte persuade le potenze coloniali a ritenere troppo oneroso, economicamente e politicamente, il possesso delle colonie, dall’altra favorisce movimenti di resistenza armata nei Paesi colonizzati capaci di coinvolgere l’opinione pubblica indigena e convincerla a sostenere la causa dell’indipendenza. Nelle molteplici ricostruzioni storiche di questo processo di liberazione, è stato di volta in volta accentuato ora l’uno ora l’altro fattore, dando luogo a una complessa storiografia della decolonizzazione; alcuni studi hanno sostenuto la maggiore rilevanza dell’iniziativa autonoma degli Stati imperiali, altri hanno valorizzato la spinta dal basso che, nel particolare contesto politico internazionale del secondo dopoguerra, si sviluppa nelle colonie.

È indubbio che nel mondo occidentale, fino alla seconda guerra mondiale, prevale nell’opinione pubblica un diffuso appoggio all’ideologia della colonizzazione; l’opposizione alla pratica imperialistica, i cui principali argomenti vertono sullo sfruttamento brutale cui è sottoposta la manodopera indigena, rimane espressione di una minoranza, incapace di condizionare le decisioni politiche nazionali. In alcuni casi tali denunce, pur fondate nei contenuti, sono strumentalmente appoggiate da potenze coloniali rivali; per esempio, nel 1904 è la Gran Bretagna a organizzare la protesta internazionale contro il Belgio per le condizioni di lavoro imposte alla popolazione del Congo. L’accusa al colonialismo di essere lesivo dei diritti umani è formulata da una parte minoritaria dell’opinione pubblica liberale e dalla quasi totalità delle organizzazioni socialiste; in particolare, dopo la fondazione dell’Unione Sovietica, viene condivisa dal movimento comunista internazionale la critica all’imperialismo formulata da Lenin (1870-1924), che sostiene la sostanziale identità della lotta anticoloniale con quella anticapitalista. Nelle colonie, all’inizio del XX secolo, si formano delle élite, esponenti delle più prestigiose famiglie indigene, le quali, dopo avere sostenuto studi nella madrepatria e avere verificato la positività del sistema politico parlamentare, si fanno portavoce di istanze indipendentistiche, verificando la contraddizione esistente tra i principi etico-politici sostenuti dai Paesi colonizzatori e il trattamento riservato alle colonie.

La conclusione della prima guerra mondiale produce un rafforzamento dell’ideologia coloniale; la propaganda anti-imperialista scatenata contro la Germania provoca in effetti la cancellazione delle colonie tedesche, che vengono però tutte spartite tra i Paesi vincitori. Le proposte formulate dal presidente degli Stati Uniti Wilson (1856-1924), convinto che l’autodeterminazione dei popoli sia condizione imprescindibile per assicurare la pace mondiale, non vengono tenute in considerazione nei diversi trattati di pace. Una sorta di compromesso tra queste posizioni è rappresentata dalla doppia risoluzione della Società delle Nazioni, nella quale si auspica la trasformazione delle colonie in mandati. In realtà la formula dei mandati, dopo la prima guerra mondiale, serve a porre sotto una nuova amministrazione coloniale la Palestina, la Siria e il Libano, oltre alle colonie tedesche in Africa. L’articolo 22 della Società delle Nazioni stabilisce che l’attività del Paese mandatario deve essere rivolta al progresso delle popolazioni indigene. Nonostante queste premesse, il sistema coloniale, che proprio in questi anni raggiunge la sua massima espansione, mantiene le proprie tradizionali caratteristiche, mutando solo l’ideologia di supporto, che non presenta più alcun riferimento al diritto legittimo di una civiltà superiore, ma esprime finalità umanitarie; il Paese colonizzatore deve, con le sue iniziative politiche, favorire lo sviluppo del territorio, poiché non sono presenti le condizioni umane e materiali per realizzarlo in autonomia. Questo mutamento ideologico costituisce un’importante premessa alla decolonizzazione, perché offre nuovi argomenti agli oppositori dell’imperialismo, nel momento in cui tali principi vengono smentiti dalla realtà dello sfruttamento, e perché ammette implicitamente un controllo politico a termine del territorio, qualora si verifichino le condizioni interne favorevoli all’autogoverno. Questa svolta, se pure per il momento solo di ordine culturale, incoraggia nelle colonie la formazione di movimenti nazionalistici, sia in Africa sia in Asia: nell’Indonesia olandese, ad esempio, un movimento indipendentista è attivo già dalla fine degli anni Dieci e nel 1927 Ahmed Sukarno (1901-1970) fonda il Partito Nazionalista Indonesiano; negli anni Venti in Marocco il leader Abd el-Krim (1881-1963) organizza un’efficace azione di guerriglia; negli anni Trenta l’Indocina è sconvolta da una lunga serie di scioperi; nel 1934 viene fondato in Tunisia il Partito Destour, che si propone il raggiungimento dell’indipendenza.

La risposta dei Paesi coloniali a queste rivendicazioni è prettamente repressiva: sia gli Olandesi in Indonesia, sia i Francesi in Indocina reagiscono con estrema durezza, non esitando a usare le armi contro la folla durante le manifestazioni di protesta. Solo la Gran Bretagna mostra un atteggiamento differente, valutando la possibilità di estendere lo stato di dominion alle colonie. La condizione di dominion, ossia di membri del Commonwealth, la comunità di nazioni dell’ex-impero britannico costituita dalla Conferenza Imperiale nel 1926, è stata attribuita, nel 1931, al Canada, all’Australia e alla Nuova Zelanda, divenuti Stati sovrani. Si tratta però di nazioni abitate prevalentemente da coloni; nel caso di territori in cui la popolazione inglese rappresenta un’esigua minoranza, questa trasformazione politica sembra più difficile. Sono però le pressanti azioni dei movimenti nazionalisti nelle colonie a consigliare questa soluzione; in un primo tempo, alla vigilia della seconda guerra mondiale, la trasformazione delle colonie in dominion viene sostenuta esclusivamente dal Partito Laburista, limitando peraltro l’iniziativa alle colonie dell’India e di Ceylon. Dopo la guerra, l’intero corpo politico britannico si convince che questa è l’unica proposta realistica da offrire alle colonie, per continuare a mantenere in vita, pur in forme rinnovate, l’egemonia sui territori dell’ex Impero britannico.

La seconda guerra mondiale indebolisce in modo ancora più deciso le motivazioni dei Paesi coloniali vincitori, dal momento che la guerra è stata combattuta chiaramente per ideali anti-imperialistici. Ma non è solo questa motivazione ideologica a produrre, in poco più di due decenni, l’indipendenza di quasi tutte le colonie; in alcune aree, infatti, sono state determinanti le vicende stesse della guerra e, in particolare, le occupazioni giapponesi delle regioni asiatiche. Nel momento infatti in cui le truppe giapponesi occupano le colonie europee in Asia, cercano nello stesso tempo di stabilire una complicità con le autorità locali in nome proprio di ideali anti-imperialistici; il contenuto peculiare di quest’azione di propaganda è quello di restituire la sovranità sull’Asia ai Paesi asiatici e di presentare il Giappone, da questo punto di vista, come l’esponente di un riscatto continentale contro le prevaricazioni dell’Occidente. Questa strategia spiega la decisione giapponese di concedere l’indipendenza alla Birmania (1° agosto 1943) e alle Filippine (14 ottobre 1943). Nell’agosto 1945 è imminente la stessa decisione per l’Indonesia; la resa incondizionata del Giappone lo impedisce, ma il leader indipendentista indonesiano Sukarno ne approfitta per proclamare la Repubblica (17 agosto 1945). Queste decisioni non rimangono lettera morta con la sconfitta del Giappone, ma producono conseguenze decisive anche dopo la resa nipponica; difatti, nello spazio di tempo compreso tra il ritiro delle truppe giapponesi e il ritorno delle precedenti truppe coloniali, le colonie ne approfittano per organizzare la resistenza al ritorno degli occupanti occidentali. A rendere problematica la situazione dei Paesi europei è anche l’atteggiamento degli Stati Uniti i quali, già a partire dai principi contenuti nella Carta atlantica del 1941, sostengono le posizioni anticolonialiste già di Wilson, con l’intenzione questa volta di imporle in modo deciso agli alleati. Il ricorso all’azione di forza non riesce a modificare le nuove situazioni, come deve constatare l’Olanda in Indonesia, indipendente dal 1949. Prima di quell’anno la Gran Bretagna ha concesso l’indipendenza all’India (1947), alla Birmania e a Ceylon (1948), dando concretezza a una decisione che era sembrata inevitabile già durante la guerra. La nuova situazione internazionale obbliga anche all’abbandono dei mandati in Medio Oriente: la nascita dello Stato di Israele provoca l’abbandono dell’intera Palestina da parte delle truppe inglesi, mentre i Francesi lasciano la Siria e il Libano.

Il processo di dissoluzione degli imperi coloniali europei

Alla fine del decennio la situazione internazionale muta radicalmente e né la Francia né la Gran Bretagna sono disposte a manifestare eguale atteggiamento nei confronti degli altri possedimenti coloniali. L’evoluzione postbellica conduce da una parte a considerare economicamente vantaggioso il possesso delle colonie, dall’altra a stemperare la posizione degli Stati Uniti, a causa dello stabilizzarsi della guerra fredda. La preoccupazione principale diventa quella di evitare che i Paesi dell’area asiatica e dell’Africa si schierino con l’alleanza comunista guidata dall’Unione Sovietica. A differenza di Spagna e Portogallo, che si mostrano intransigenti nel mantenere i rispettivi possedimenti coloniali, rimasti in vita fino alla scomparsa dei regimi dittatoriali nei due Stati iberici, Francia e Gran Bretagna avvertono l’esigenza quanto meno di un cambiamento organizzativo. I due Stati intendono integrare i possedimenti coloniali in un unico organismo politico, i cui membri godono sostanzialmente di pari diritti; in questo modo il possesso coloniale viene giustificato con un argomento filantropico, non dissimile da quello diffuso dopo la prima guerra mondiale. Per la Gran Bretagna questa soluzione è agevole, in quanto si limita a trasformare le colonie in dominion. Ciò che ha rappresentato in precedenza un’eccezione – ovvero l’estensione dello status di dominion all’India e a Ceylon – diventa un atto consueto. Con gli anni il passaggio dei dominion alla piena sovranità, rimanendo all’interno del Commonwealth, rende non traumatici i processi di decolonizzazione di quasi tutti i possedimenti inglesi. Diverso è il caso della Francia, che pure cerca di realizzare un’analoga organizzazione; il generale de Gaulle (1890-1970), negli anni dell’esilio di Londra, matura conclusioni affatto diverse da quelle dei politici britannici, non mostrando dubbi sull’opportunità di mantenere l’Impero francese. Nel 1944, quando la vittoria è ormai imminente, organizza una conferenza a Brazzaville, capitale del Congo, presenti tutti gli amministratori delle colonie, in cui ribadisce l’impossibilità di concedere l’autonomia politica. Non vengono più utilizzate le espressioni “impero” o “colonia”, ma l’insieme dei possedimenti – contemporaneamente all’imporsi della quarta repubblica – fanno ora parte dell’Unione Francese, in qualità di “Stati” o “territori associati”. La Francia incontra la prima grande difficoltà in Indocina dove, durante la seconda guerra mondiale, il governo collaborazionista di Vichy è stato costretto a lasciare il controllo del territorio ai Giapponesi. Questi, nel marzo 1945, con un’iniziativa analoga a quelle già richiamate, concedono l’indipendenza al Vietnam. Nell’agosto dello stesso anno, dopo la resa incondizionata del Giappone, le forze nazionaliste e comuniste del Vietnam, che già avevano combattuto gli occupanti francesi a partire dagli anni Trenta, proclamano la Repubblica del Vietnam. I Francesi riescono a occupare la parte meridionale del Paese, ma non il nord, che rimane indipendente; tuttavia, il leader comunista vietnamita Ho Chi Minh (1890-1969) accetta l’idea di costituire una Federazione dell’Indocina (con la Cambogia e il Laos) all’interno dell’Unione Francese. Quest’intesa, nota come Accordo di Hanoi, si risolve in un fallimento per l’indisponibilità francese a concedere una piena autonomia politica. La rottura, maturata durante la conferenza di Fontainebleau (luglio-settembre 1946) dà origine a una guerra che si conclude con il riconoscimento francese dell’indipendenza del Vietnam (maggio 1954), senza peraltro che lo scontro diminuisca d’intensità. L’accordo conclusivo viene raggiunto nel 1954 a Ginevra, con il riconoscimento degli Stati del Laos, della Cambogia e della divisione in due del Vietnam sulla linea del 17° parallelo (Repubblica Democratica del Vietnam a nord e Repubblica del Vietnam a sud).

Durante gli anni Cinquanta e per i successivi due decenni, a livello mondiale si diffonde una nuova sensibilità sul problema coloniale. Nei Paesi occidentali parte consistente dell’opinione pubblica condivide un deciso sentimento antimperialista, fondato su principi diversi da quelli diffusi durante la seconda guerra mondiale. Contemporaneamente, nei Paesi colonizzati, i movimenti indipendentistici guerriglieri o le forze politiche che hanno come obiettivo il raggiungimento dell’indipendenza diventano sempre più organizzati e accelerano la loro iniziativa. Questi due fenomeni convergenti aumentano decisamente i costi del dominio coloniale e conducono le diverse nazioni a porsi l’interrogativo in merito all’opportunità del mantenimento dei domini, a fronte di nuove relazioni possibili da instaurare in un eventuale futuro postcoloniale. Il primo Stato a emanciparsi dalla condizione di colonia, all’inizio degli anni Cinquanta, è la Libia: in un primo tempo l’ONU, dopo avere rifiutato di accordare all’Italia l’amministrazione fiduciaria e avere sottoposto il Paese all’amministrazione britannica, consente l’elezione di un’Assemblea Costituente (1950) e la formazione di uno Stato federale indipendente (Regno di Libia, 1951). Nel clima della nuova situazione mondiale, in particolare del conflitto arabo-israeliano, si inserisce l’indipendenza del Sudan e dell’Egitto. L’indipendenza dell’Egitto e la fine del protettorato inglese era stata in realtà già decisa nel 1936, ma la sudditanza verso la potenza britannica era continuata, tanto che, nel corso della seconda guerra mondiale, pur non venendo mai militarmente coinvolto negli eventi bellici, il Paese diventa base per le truppe inglesi, con l’accondiscendenza di re Faruk (1920-1965), che contribuisce così a infiammare l’opposizione nazionalista. L’ultimo soldato inglese abbandona il territorio egiziano soltanto nel 1956. Nello stesso anno viene concessa anche l’indipendenza al Sudan in funzione antiegiziana, poiché l’Egitto in passato lo aveva controllato, con ambizioni di estensione territoriale. Nello stesso anno, la Gran Bretagna e la Francia scatenano un’offensiva militare contro l’Egitto, a causa della scelta del presidente Nasser (1918-1970) di nazionalizzare il canale di Suez. La crisi di Suez ha molta importanza nel favorire, nel corso del decennio successivo, il processo di decolonizzazione. L’intervento franco-britannico, nonostante il proposito di sostenere lo Stato di Israele, si propone un consueto obiettivo coloniale: la destituzione del presidente Nasser e il controllo del canale. Da questo punto di vista, l’iniziativa fallisce completamente; non solo l’Unione Sovietica minaccia l’intervento militare, ma gli stessi Stati Uniti, alla vigilia di un’elezione presidenziale, ritengono inopportuna l’impresa e intimano alle potenze alleate il ritiro delle truppe. Nonostante la sconfitta subita dall’Egitto a opera di Israele, Nasser rimane saldamente al comando del proprio paese; la vecchia logica militare si dimostra ormai anacronistica.

Di lì a pochi anni sia la Gran Bretagna sia la Francia concedono l’indipendenza a quasi tutte le loro colonie, senza curarsi se le condizioni interne dei vari Paesi favoriscano un governo stabile. Questo cambio d’atteggiamento può essere spiegato, oltre che con il fallimento dell’impresa di Suez, anche con altri fattori, quali i costi economici e politici di una politica di controllo e di repressione: l’indipendenza concessa dalla Francia al Marocco nel 1956 e alla Tunisia nel 1957 evita di fronteggiare le formazioni terroristiche che minano l’autorità dei territori. D’altra parte ogni azione repressiva esercitata nelle colonie scatena un forte dissenso in patria e all’estero, dando luogo a decise manifestazioni di protesta. In Europa, vengono pubblicati diversi saggi di personalità intellettuali africane e asiatiche che reclamano l’indipendenza, favorendo verso queste posizioni una convinta solidarietà. In Francia, nel 1961, è edito uno studio intitolato I dannati della terra, di Frantz Fanon, reso celebre dall’introduzione di Jean-Paul Sartre – nel quale si considera il colonialismo come uno dei crimini maggiori dell’Occidente. Un clima decisamente anti-imperialista prevale anche a livello internazionale e si concretizza in iniziative quali la conferenza di Bandung del 1956, in Indonesia, che rappresenta uno dei momenti di maggiore consapevolezza politica dei Paesi del Terzo Mondo e, nel 1961 a Belgrado, la Conferenza dei Paesi non allineati.

Nel 1958 la Francia intende riformare l’Unione Francese: il nuovo nome dato all’organizzazione, che richiama in modo evidente il Commonwealth britannico, è quello di Communauté. Questa sorta di federazione dura appena due anni; nel 1960 ottengono l’indipendenza tutti gli Stati che ne fanno parte: Senegal, Costa d’Avorio, Mauritania, Mali, Benin, Burkina Faso, Ciad, Gabon, Repubblica Centrafricana. In quegli stessi anni, nell’ambito del Commonwealth britannico, diventano indipendenti le ultime colonie rimaste in possesso della Gran Bretagna. Singolare è il caso del Sud Africa, dove un referendum destinato alla sola popolazione bianca approva la trasformazione in Repubblica, uscendo volontariamente dal Commonwealth, in seno al quale non era possibile praticare la politica di discriminazione razziale. Drammatica è invece l’emancipazione dell’Algeria, che i Francesi non considerano una colonia, ma parte integrante del territorio patrio. Si tratta di un vero confronto militare, durante il quale i Francesi utilizzano una strategia repressiva spietata, con strascichi anche nella madrepatria e con colpi di mano delle forze militari francesi, appoggiate dai coloni residenti in Algeria. Si tratta forse dell’ultimo grande confronto coloniale, anche se in Angola e in Mozambico continueranno per diversi anni le attività di guerriglia contro la potenza portoghese. Il generale de Gaulle, con i protocolli di Evian, rende possibile, attraverso un referendum, l’indipendenza del Paese. La decisione del generale de Gaulle dimostra come, tra le ex potenze imperiali, sia maturata la consapevolezza in merito all’inutilità del possesso di colonie: la Francia in Algeria, come del resto gli Inglesi tra il 1956 e il 1958 in Kenya, riescono a prevalere militarmente sulle forze che si oppongono alla loro presenza, ma queste vittorie non contribuiscono affatto a rendere politicamente ed economicamente vantaggioso il possesso coloniale. È più conveniente, invece, puntare su relazioni privilegiate nei rapporti con le ex colonie, evitando i costi dell’occupazione e mantenendo rendite di carattere commerciale. L’azione indiretta delle potenze occidentali sulle ex colonie rimane infatti una prassi consueta e viene favorita dal clima della guerra fredda. A preoccupare le potenze occidentali è il notevole consenso ottenuto in Africa, negli anni Sessanta, dall’ideologia socialista. Un esempio emblematico dell’interventismo delle superpotenze è quello della Repubblica Democratica del Congo, che ottiene l’indipendenza dal Belgio nel 1960, dopo una lunga serie di lotte per opporsi al governo di Lumumba, considerato estremista, i Belgi e altri Paesi occidentali favoriscono la secessione della regione del Katanga, la più ricca di giacimenti minerari, scatenando così una guerra civile le cui fazioni sono appoggiate, secondo logiche opposte, dalle superpotenze USA e URSS.

Con l’indipendenza dell’Angola e del Mozambico dal Portogallo, nel 1974, il processo di decolonizzazione, almeno nelle sue fasi più eclatanti, può dirsi terminato. Rientra solo in parte nella problematica coloniale il contrasto tra la Gran Bretagna e l’Argentina a proposito delle isole Falkland/Malvinas, che, nel 1982, dà luogo a un confronto armato. Gli studiosi della decolonizzazione pongono come data conclusiva del fenomeno, ammettendo il carattere simbolico di questo riferimento, il 1997, con il ritorno di Honk Kong alla Cina. La tematica della decolonizzazione però, non coinvolge solo la ricostruzione storica dell’emancipazione politica delle ex colonie, ma investe problematicamente anche il loro successivo destino politico, che in molti casi si è rivelato assolutamente drammatico. Da questo punto di vista, la situazione africana risulta molto differente da quella asiatica. Nelle colonie dell’Asia era già presente un forte senso di appartenenza nazionale che, da una parte, si ricollegava a un passato storico di grande tradizione, dall’altra a contenuti culturali comuni. Il sud-est asiatico è stato pesantemente condizionato dall’ideologia socialista che, attraverso la Cina, ha coinvolto il Vietnam, il Laos e la Cambogia. Sia le guerre che hanno investito questi Stati, sia le vicende politiche interne, sono state strettamente collegate al destino del movimento comunista internazionale, nelle versioni sovietica e cinese. Anche le entità statali createsi nel Medio Oriente, pur in alcuni casi caratterizzate da forti instabilità politiche, non hanno avuto difficoltà a instaurare una dimensione nazionale, fondata sulla comune appartenenza religiosa e sull’importanza decisiva delle risorse possedute, che hanno consentito loro di assumere un ruolo internazionale di rilievo. Il decisivo conflitto con lo Stato di Israele, che drammaticamente caratterizza ancora oggi l’area, non ha impedito un ruolo politico comunque significativo di queste Nazioni.

I movimenti integralisti interni agli Stati arabi

In alcuni Stati arabi, nell’ultimo decennio del XX secolo, è comparsa un’opposizione intransigente, di matrice religiosa, che si oppone in modo illegale ai governi legittimi, denunciando il carattere collaborativo di questi verso l’Occidente. Questo fondamentalismo islamico, attraverso la sua predicazione, denuncia la persistenza di una servitù di tipo coloniale e, quindi, esaspera nuovamente i caratteri nazionalistici e indipendentistici, sia pure interpretati dal punto di vista religioso. Una situazione totalmente differente caratterizza invece l’Africa: non solo nelle ex colonie non si è verificato alcun sensibile aumento della produttività economica e del tenore di vita, ma l’instabilità politica – caratterizzata da continui colpi di Stato e da guerre civili o fra Nazioni confinanti – ha avuto effetti disastrosi dal punto di vista umanitario, sia per il comportamento atroce di molte milizie guerrigliere, sia per le conseguenze strutturali provocate da tali scontri sui beni di prima necessità. Le ragioni di tale destino tragico sono state variamente individuate, secondo una dicotomia che ricalca la doppia possibile interpretazione dello stesso fenomeno della decolonizzazione: una prima interpretazione fa ricadere la responsabilità principalmente sulle ex potenze coloniali, le quali avrebbero mantenuto un sistema di sfruttamento delle risorse locali, impedendo un decollo economico delle nuove nazioni e un loro inserimento paritario nelle logiche del mercato internazionale; una seconda interpretazione, denuncia l’incapacità e la corruzione delle classi dirigenti locali che, nei casi più eclatanti, hanno accumulato patrimoni personali persino superiori al prodotto interno lordo del loro Paese. Indubbiamente questi nuovi Stati – se si eccettua l’Africa del Nord, coesa dal riferimento comune alla religione islamica – non avevano alcuna tradizione nazionale, né era possibile che essa nascesse all’interno di confini arbitrari, stabiliti dalle potenze coloniali senza alcun riferimento alla struttura territoriale e agli equilibri etnico-tribali delle regioni occupate. Questo fattore ha sicuramente contribuito a produrre sanguinosi conflitti civili, nei quali sono emersi contrasti dovuti a differenti appartenenze tribali, molto più avvertite dalla popolazione rispetto al sentimento di partecipazione nazionale; divisioni etniche che spesso hanno condizionato in modo diseguale la distribuzione delle risorse. Inoltre, nell’Africa subsahariana, al momento dell’indipendenza non era presente, tra la popolazione, un consistente gruppo dotato di competenze e titoli di studio adeguati capaci di affrontare i problemi dell’economia internazionale o di contribuire all’organizzazione strutturale e tecnica dei servizi essenziali; mancanza tanto più grave rispetto al problema della denutrizione, ancora radicalmente diffuso in quell’area. La classe dirigente dei Paesi africani, composta o da quadri della passata guerriglia, nella maggior parte privi di adeguata preparazione, o dalla piccola borghesia, non fa che spartirsi i posti privilegiati nella gerarchia sociale lasciati vacanti dai dirigenti della madrepatria.


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