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Introduzione al Novecento

Conclusosi da pochi lustri il Novecento ci è ancora troppo vicino, specie se consideriamo che la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta vi è nata e cresciuta. In tal senso è difficile proporre una sintesi degli eventi e della cultura del XX secolo, nello stesso modo in cui è possibile farla per i secoli precedenti.

Cosa ricorderemo?

La lontananza nel tempo infatti agisce da filtro, e cioè stabilisce quali fenomeni debbano essere considerati rilevanti e caratterizzanti e quali invece possano venire – se non dimenticati – relegati in archivi raramente consultati. Tanto per fare un esempio, delle guerre risorgimentali ricordiamo, oltre che le battaglie, i nomi dei condottieri come Garibaldi, o degli eroi che abbiamo eletto a modello di virtù guerriere o civili, come per esempio Carlo Pisacane, dei grandi protagonisti della vita politica come Cavour o Crispi; ma non ricordiamo e non riteniamo necessario ricordare tutti i nomi dei caduti nella battaglia di Novara e persino i nomi dei Mille garibaldini – che pure sono registrati e disponibili per un’eventuale consultazione, ma possono essere riesumati solo da studi eruditi sul Risorgimento. Non si può dire lo stesso del Novecento, quando i nomi dei caduti delle due guerre mondiali sono ancora presenti nella memoria individuale e familiare e, almeno nei piccoli centri, incisi su cippi e monumenti celebrativi. Se per l’Ottocento anche i manuali scolastici ricordano i presidenti del Consiglio del Regno d’Italia, come Ricasoli o Minghetti (noti talora anche ai meno colti perché a loro sono state intitolate strade o piazze) gli stessi manuali non menzionano la serie dai vari ministri dei loro governi. Al contrario, per il Novecento, la storia non ha ancora definitivamente deciso se vada ricordato il nome di Vanoni, associato a una riforma fiscale, o di Scelba, ministro degli Interni del governo De Gasperi.

Un secolo difficile da raccontare

Lo stesso avviene anche per le lettere e le arti. Solo gli specialisti di italianistica ricordano il nome di alcuni scrittori “minori” dell’Ottocento (che al massimo tornano talora a incuriosire il bibliofilo sulle bancarelle), e solo in una ristretta cerchia di collezionisti, antiquari, funzionari di museo conosce ancora alcuni pittori o scultori scomparsi dai testi di storia dell’arte per i licei. La storia seleziona, filtra, cancella. Non avviene lo stesso per il Novecento, che alla nostra stessa memoria individuale appare popolato da una serie di nomi su cui non è stata ancora operata quella “decimazione” che consente appunto le sintesi, le viste d’insieme, il ricordo di un’epoca attraverso fatti e personaggi che siano stati definiti come maggiormente rappresentativi di un certo periodo. È facile dire che il più grande narratore dell’Ottocento italiano è stato Manzoni, e anche se alcuni critici possono chiamare a competere per il titolo, per esempio, Ippolito Nievo, nessuno azzarderebbe oggi la candidatura di Cesare Cantù o di Francesco Mastriani. Ma nessuno potrebbe ancora dire senza timore di essere contestato, chi sia stato il più grande narratore italiano del Novecento. La gara rimane, per così dire, tuttora aperta. Parlare del Novecento rende dunque difficili e problematiche le sintesi: ci obbliga ad abbondare, nelle notizie, per evitare ingiustizie, colpevoli dimenticanze, errori di prospettiva.

Il secolo breve

Di ogni secolo si definisce un inizio e una fine, che di solito per comodità sono stabilite in base a convenzioni cronologiche. Tuttavia sentiamo la debolezza di questa periodizzazione, e invece di parlare, per esempio, di arte del Cinquecento o del Seicento, si preferisce parlare di Rinascimento, manierismo o barocco, sapendo benissimo che il Rinascimento non inizia nel 1501, che per moltissimi studiosi esso si conclude già nel 1520 con la morte di Raffaello, e che i confini tra manierismo e barocco non si pongono allo scadere preciso né di un ciclo centenario né di un preciso periodo decennale. E lo stesso avviene per un concetto come quello di romanticismo: da un lato parliamo dell’Ottocento romantico, ma dall’altro sappiamo che il romanticismo nasce negli ultimi decenni del Settecento, e che nel corso del XIX secolo abbiamo anche fenomeni di ben altra natura, come il positivismo o il decadentismo.

Che cosa significa allora parlare di Novecento? Di un periodo che inizia col 1901 e si conclude con l’anno 2000? È stato suggerito che il Novecento, così come comunemente lo si intende, sia stato un “secolo breve”: si vede il suo primo decennio come conclusione di una Belle époque che conclude l’Ottocento, lo si fa iniziare con lo scoppio della prima guerra mondiale, che sconvolge la carta geopolitica d’Europa, genera da un lato la rivoluzione russa e dall’altro le dittature di estrema destra in Italia, Spagna, Germania e area balcanica, si apre a nuovi rivolgimenti con la seconda guerra mondiale ma si conclude alla fine degli anni Ottanta, con il crollo del sistema sovietico, e il ritorno alle divisioni geopolitiche di inizio secolo… Dopo inizierebbe già il XXI secolo (vent’anni prima di quanto la cronologia suggerisca), con la modificazione del sistema d’equilibrio mondiale, l’Unione Europea, le grandi migrazioni, l’apparizione sulla scena non solo politica ma economica di nuove grandi potenze come la Cina o l’India, la globalizzazione, un nuovo peso assunto dall’islam, la nascita del terrorismo internazionale, e persino la crisi del concetto classico di guerra come confronto tra Stati e conflitto tra eserciti nettamente separati da un “fronte” chiaramente delineato.

Di secolo breve si potrebbe parlare anche a proposito delle periodizzazioni proposte dalla critica letteraria e artistica: il Novecento sarebbe allora il secolo del modernismo, che inizia con le avanguardie artistiche e la messa in crisi dei modelli classici, ma terminerebbe con il postmodernismo, di cui si individua l’apparizione già verso la metà del secolo.

Ma i limiti del secolo breve potrebbero mutare, sino a far del Novecento un periodo che supera i 100 anni, per esempio se assumessimo come discrimine l’evoluzione tecnologica e scientifica. La maggior parte delle invenzioni che ci paiono caratterizzare il XX secolo sono nate nell’Ottocento: il treno (ma la macchina a vapore è del secolo precedente), l’automobile (con l’industria del petrolio che presuppone), le navi a vapore con propulsione a elica, l’architettura in cemento armato e il grattacielo, il sommergibile, le ferrovie sotterranee, la dinamo, la turbina, il motore Diesel a nafta, la macchina per scrivere, il grammofono, il dittafono, la macchina da cucire, il frigorifero e i cibi in scatola, la vaccinazione, il latte pastorizzato, l’accendisigari (e la sigaretta), le serrature di sicurezza Yale, l’ascensore, la lavatrice, il ferro da stiro elettrico, la penna stilografica, la gomma per cancellare, la carta assorbente, il francobollo, la posta pneumatica, il water closet, il campanello elettrico, il ventilatore, l’aspirapolvere (1901), il rasoio a lametta, i letti ribaltabili, la poltrona da barbiere e la sedia girevole per ufficio, il fiammifero a frizione e i fiammiferi di sicurezza, l’impermeabile, la chiusura lampo, la spilla da balia, le bevande gassate, la bicicletta con copertoni e camera d’aria, le ruote a raggi d’acciaio e trasmissione a catena, l’omnibus, il tram elettrico, la ferrovia sopraelevata, il cellophane, la celluloide, le fibre artificiali, i grandi magazzini per vendere tutte queste merci, per non dire dell’illuminazione elettrica, del telefono, del telegrafo, della radio, della fotografia e del cinema. Ed è nell’Ottocento che Babbage inventa una macchina calcolatrice capace di fare 66 addizioni al minuto, aprendo quindi la strada all’era del computer. Alla prima metà del Novecento resterebbero forse soltanto l’aeroplano (ma per una differenza di pochi anni), le materie plastiche, la radio e la televisione.

Il secolo della modernità

Ma se riconosciamo uno scarto non da poco tra le prime proposte tecnologiche di trasmissione televisiva e l’avvento della televisione come elettrodomestico a disposizione di tutti, ecco che la televisione come fenomeno principe della comunicazione di massa e la cosiddetta “società dello spettacolo” iniziano a svilupparsi da metà secolo e da quel momento, con lo sfruttamento dell’energia atomica, l’elettronica (e quindi l’apparizione del computer e di internet), la navigazione spaziale, l’impressionante allungamento della vita nei Paesi sviluppati, un’accelerata mutazione climatica, la diversa considerazione della condizione femminile, il riconoscimento ufficiale delle rivendicazioni delle minoranze, inizia il secolo in cui viviamo ancora oggi. Più di un secolo (in termini non cronologici ma qualitativi) separa la dattilografa dall’ hacker , la squadra calcistica del 1930 da quella odierna che deve rispondere a esigenze di spettacolarizzazione planetaria, il volo solitario di Lindbergh dai voli a basso costo di milioni di turisti che invadono ogni angolo del pianeta, l’allevamento di polli ruspanti dal fast food e dagli organismi geneticamente modificati. Ed ecco, pertanto, che una storia del Novecento deve sempre essere conscia della debolezza di ogni periodizzazione basata soltanto sullo scadere dei secoli. Ma, se non ci si attiene a qualche periodizzazione, non si può neppure iniziare a fare storia di alcunché. E quindi, con tutte le riserve e le cautele del caso, si deve tentare una sintesi, sempre rivedibile, di quella imprecisa entità che per ora chiamiamo Novecento, riferendoci a quei cento anni che, in mancanza di criteri più sottili, i nostri padri hanno vissuto come il secolo della modernità.


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