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Introduzione alla filosofia del Medioevo Centrale

È luogo comune che l’Europa conosca una rifioritura in tutti i settori dopo il Mille e in effetti tra l’XI e il XIII secolo avvengono trasformazioni radicali nella vita politica, nell’arte, nell’economia e nella tecnologia, al punto che, per quei secoli, qualcuno ha parlato di “prima rivoluzione industriale”. Di questo rifiorire di energie fisiche e di idee se ne rendevano conto anche i contemporanei, e rimane celebre un brano del monaco Rodolfo il Glabro, il quale nasce proprio negli ultimi anni del primo millennio e inizia a scrivere le sue Storie circa 30 anni dopo. Rodolfo racconta di una carestia del 1033 dove sono descritti atroci episodi di cannibalismo tra i contadini più poveri, ma in qualche modo avverte che con l’anno Mille qualcosa di nuovo è avvenuto nel mondo e le cose, che sino ad allora erano andate malissimo, incominciano a prendere una piega positiva. Così che esplode in un brano, quasi lirico, e rimasto famoso negli annali del Medioevo, dove racconta come allo scadere del millennio la terra rifiorisse di colpo come un prato a primavera: “Si era già all’anno terzo dopo il Mille quando nel mondo intero, ma specialmente in Italia e nelle Gallie, si ebbe un rinnovamento delle chiese basilicali [...] Ogni popolo della cristianità faceva a gara per averne una più bella. Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi dalla vecchiaia, si rivestisse tutta di un candido mantello di chiese” (Historiarum III,13).

Il pensiero filosofico sembra partecipare di questa rinascita materiale e intellettuale. Non a caso è nel giro di un secolo dopo la scadenza del primo millennio che nascono le prime università, e università non significa soltanto insegnamento e ricerca ma anche continua migrazione di studiosi e studenti da paese a paese e pertanto superamento delle culture e tradizioni locali in una visione più ampia, più “europea” del sapere.

Se nei secoli precedenti la conoscenza era stata vista soltanto come commento della saggezza tradizionale, in questi secoli si fa strada un’idea di cultura come innovazione: l’aforisma celeberrimo per cui i contemporanei si consideravano dei nani sulle spalle di giganti, e pertanto dotati di prospettive più ampie dei loro maggiori, dimostra (comunque lo si voglia interpretare) l’idea che la ricerca sia sempre in qualche modo innovatrice.

In ogni caso tra XI e XII secolo si profilano figure di pensatori che sono diventati “giganti” per noi contemporanei: se pensiamo che la metafisica odierna sta ancora dibattendosi tra accettazione e ripudio dell’argomento ontologico di sant’Anselmo d’Aosta, o se pensiamo allo sviluppo che il pensiero filosofico ha avuto con la ricerca di Abelardo, se consideriamo che il problema degli universali (già posto nell’alto Medioevo da Boezio) assume una posizione centrale nel dibattito tra realisti e nominalisti – e che ogni teoria contemporanea della conoscenza fa in fondo ancora i conti con quella antica ma non superata questione – possiamo valutare la vivacità di pensiero che pervade questi due secoli.

La Scuola di Chartres, rileggendo l’unico dialogo platonico noto all’epoca, il Timeo, fonda una vertiginosa cosmologia; il pensiero mistico tocca vette altissime coi Vittorini, Bernardo di Chiaravalle o Ildegarda di Bingen; con l’opera di Giovanni di Salisbury si pongono le basi del pensiero politico moderno; Pietro Lombardo scrive un’opera, le Sentenze, che diverrà nei secoli successivi oggetto di commento costante e canonico. Anche la tradizione delle enciclopedie si arricchisce con autori quali Bartolomeo Anglico o Alessandro Neckham, preparando quella che sarà la grande sintesi enciclopedica del XII secolo, i quattro Specula di Vincenzo di Beauvais.

Se le dispute tra francescani e domenicani domineranno l’università del secolo successivo, è tuttavia nel XII secolo che nascono e si formano sia san Francesco d’Assisi che san Domenico di Guzman.

Non ultima annotazione, nel mondo musulmano appaiono nel X secolo Al Farabi, tra X e XI Avicenna e nel XII Averroè e al-Ghazali, tutti filosofi che eserciteranno maggiormente la loro influenza sulla scolastica del XIII e XIV secolo.

La riscoperta dell’opera di Aristotele

È nel XII secolo che inizia la riscoperta occidentale di gran parte dell’opera di Aristotele. Boezio nel VI secolo aveva tradotto tutto l’ Organon, ma solo una parte, e in forma largamente corrotta, aveva circolato per secoli, quella detta Logica Vetus, vale a dire le traduzioni delle Categorie e del De interpretatione, accompagnate da quella dell’ Isagoge di Porfirio e da alcuni altri trattati di Boezio sui sillogismi categorici e ipotetici, sulla divisione e sulla topica. Boezio aveva tradotto anche gli Analitici Primi, i Topici, gli Elenchi sofistici, ma queste opere non avevano circolato finché nel XII secolo non sono state riviste o ritradotte, dal greco o dall’arabo, assieme agli Analitici secondi (già tradotti da Boezio, ma la cui versione era andata perduta). Col XII secolo si traducono dapprima dall’arabo e poi dal greco anche i Libri Naturales: la Fisica, il De coelo et mundo, il De generatione et corruptione, le Meteore, il De anima, i Parva Naturalia. La Metafisica appare dapprima parzialmente in una translatio vetustissima di Giacomo Veneto e un’altra vasta porzione ne appare anche – dal greco – sempre nel XII secolo (translatio media). Tommaso d’Aquino avrà una versione completa solo quando Guglielmo di Moerbeke, completando la traduzione, gli fornirà anche il libro K. Al secolo XII risalgono anche versioni parziali dal greco dei Libri Morales. Le altre opere appariranno nel XIII secolo.

Questo immenso lavoro traduttorio ha avuto un’importanza decisiva sullo sviluppo della filosofia scolastica.


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