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Introduzione alla filosofia del Seicento

Il secolo dell’inquietudine

La filosofia medievale era fondata sulla certezza della fede.

Umanesimo e Rinascimento avevano nutrito nuove certezze provenienti dalla riscoperta di antichi misteri, dal culto della classicità e dalla persuasione della dignità dell’uomo come centro dell’universo. Il XVII secolo potrebbe essere invece definito come secolo dell’inquietudine, dello spaesamento, della ricerca di nuovi punti di riferimento, in cui l’uomo deve ridefinire la propria posizione nel cosmo. Per capire come questo sentimento si traduca nel pensiero filosofico, bisogna vedere la filosofia di questo secolo in riferimento alle nuove scoperte della scienza e ai rivolgimenti politici e religiosi dell’epoca.

L’infinità dei mondi

Il XVI secolo era già stato sconvolto dalla rivelazione di Copernico: la Terra non era, come voleva la teoria tolemaica, immobile al centro dell’universo. Essa si muoveva e si trovava in posizione periferica rispetto al Sole. Ma è all’inizio del secolo XVII, in particolare attraverso l’opera di Galileo, che questa idea si afferma e viene dimostrata attraverso prove sperimentali.

Non solo: se nel sistema galileiano le orbite planetarie erano viste ancora come circolari (e per millenni il cerchio era stato considerato simbolo della perfezione divina), con le scoperte di Keplero le orbite dei pianeti si presentano come ellittiche.

Da più di un secolo Magellano aveva compiuto la circumnavigazione del globo e i navigatori stavano scoprendo terre ignote, popolazioni dai costumi sconosciuti. Locke ricorderà che presso diversi popoli vi sono modi di pensare, di vivere, di considerare il bene e il male, diversi da quello che la cultura europea aveva considerato come universale.

D’altra parte quando missionari gesuiti come Matteo Ricci arrivano in Cina, scoprono una morale e una religiosità che, per quanto diverse dal cristianesimo, paiono loro ispirate ai principi della ragione e dell’etica; anziché tentare di negarle e distruggerle (come i primi conquistatori avevano fatto nel secolo precedente con la religione e i costumi degli Indiani d’America), tentano di tradurre i principi del cristianesimo nei termini del pensiero e del costume cinese.

Infine, proprio queste scoperte rivelano che le cronologie imperiali cinesi sono più antiche delle cronologie bibliche, e nasce addirittura, a opera del protestante La Peyrère, l’idea che il peccato di Adamo coinvolga solo, a un momento avanzato della storia, il popolo ebraico e il mondo cristiano, mentre sarebbe esistita in Oriente una umanità preadamitica, immune dal peccato originale. L’idea sarà certamente ritenuta eretica, ma rivela una serie di inquietudini di fronte all’allargamento del nostro globo e alla scoperta di altre civiltà.

Galileo, usando il cannocchiale, scopre corpi celesti sino ad allora sconosciuti, come i satelliti di Giove o gli anelli di Saturno, e trova che un corpo considerato sino ad allora perfetto come il Sole presenta delle macchie.

Nello stesso periodo si fanno le prime esperienze al microscopio e si scopre che, al di là di quanto l’occhio possa cogliere, esistono altri esseri che abitano uno spazio impercettibile.

Il brivido che l’uomo di questo secolo può provare di fronte a questa nuova immagine del mondo si trova espresso in Pascal, che definisce l’uomo come situato tra due infiniti, l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Si allarga la terra, si amplia il cielo, si rivelano degli abissi.

Sta cambiando l’intera forma dell’universo, e questo sentimento si riflette anche nelle arti. Se la Terra si muove alla periferia di un astro centrale, se il sistema solare non è più una serie di sfere di cristallo e gli altri pianeti si muovono come il nostro, se esistono altri corpi celesti di cui si ignorava prima l’esistenza, non sarà difficile iniziare a pensare che non solo l’universo può ospitare infiniti altri mondi, ma che molti di questi mondi possono essere abitati come il nostro.

Scienziati e scrittori immaginano viaggi in una Luna su cui abitano esseri viventi, dal Somnium di Keplero al The Man in the Moon di Godwin, e ai viaggi immaginari di Cyrano de Bergerac negli imperi del Sole e della Luna. Il secolo inizia con la morte sul rogo di Giordano Bruno, che aveva parlato della infinità dei mondi, e termina con le Conversazioni sulla pluralità dei mondi di Fontenelle.

Il problema del metodo

C’è una costante nel pensiero di questo secolo: si mette in discussione la tradizione, si cerca un metodo di scoperta che permetta di fare piazza pulita di tutte le opinioni precedenti, coltivando il dubbio non come debolezza, ma come atto di forza del pensiero. Cartesio inizierà a filosofare decidendo di non accettare mai nessuna cosa per vera, se non possa essere riconosciuta evidentemente per tale.

Il metodo può essere “razionale”, come per lo stesso Cartesio o per Spinoza e Leibniz (e allora si cercano nei meccanismi stessi del pensiero umano le leggi che permettano di capire l’ordine dell’universo, e si asserisce che percepiamo e comprendiamo il mondo sulla base di principi innati, tali per cui, come dirà Spinoza, l’ordine e la connessione delle idee siano identici all’ordine e alla connessione delle cose). Oppure è “empirico”, come per Bacon o Locke (e allora si cerca nel ricorso all’esperienza e nella sperimentazione la risposta ai quesiti irrisolti). Per questo si usa opporre, per il Seicento, ai seguaci del razionalismo quelli dell’empirismo. Ma sovente la definizione è troppo rigida: Galileo, per esempio, esplora il cielo sperimentalmente, fa ricerche sperimentali sulla caduta dei gravi o sui fenomeni idraulici, ma ritiene che l’universo sia scritto in caratteri matematici e che la matematica possa esprimere le sue leggi.

L’opposizione tra razionalisti ed empiristi si svolge però in modo radicale intorno al problema della percezione e della conoscenza. Ad alcuni il mondo appare, anche di fronte ai risultati delle nuove scoperte scientifiche, come un immenso teatro di fenomeni visibili e la conoscenza parte dall’evidenza della visione. Lo stesso sentimento domina anche le espressioni più fantasiose e artificiose di quel secolo. L’entusiasmo scientifico e filosofico per le meraviglie del visibile può condurre anche al culto della parvenza e dell’inganno: si eccede nel gioco retorico dei contrasti, delle antitesi, si costruiscono rappresentazioni distorte e illusionistiche, teatri di specchi, giochi di luce e d’ombra. Ma anche questi sono modi di sperimentare la varietà delle percezioni, le molteplici prospettive di cui il mondo può essere guardato.

Metodo sperimentale e ricerca cooperativa

Quello che caratterizza il pensiero di questo secolo è che, se l’universo deve essere ridefinito, senza prestare più fede alla tradizione, occorre trovare un metodo di ricerca, sia esso quello “razionalista”, sia quello “sperimentale”. Fa parte del nuovo metodo anche una pratica di ricerca collettiva. Se si deve procedere sulla base di nuove scoperte (e non di un semplice commento ai testi tradizionali), queste scoperte debbono essere controllate, discusse, confrontate. Gli uomini di scienza e di pensiero si scambiano incessantemente lettere in cui si raccontano reciprocamente i risultati a cui sono pervenuti, e nascono le accademie scientifiche, da quella galileiana del Cimento alla Royal Society inglese.

La conversazione e la cultura femminile

È il secolo della conversazione colta ed erudita. Appare in Francia la figura dell’honnête homme, non necessariamente un aristocratico, ma un gentiluomo compito, abile nel dibattito d’idee, curioso di nuove conoscenze. La cultura non è più appannaggio del “chierico” (come nel Medioevo) o del filosofo di corte (come nel Rinascimento), ma anche dei membri della borghesia agiata e dell’aristocrazia illuminata.

Il fenomeno non concerne più soltanto gli uomini. Appare anche una figura femminile che è stata sovente caricaturata attraverso l’immagine creata da Molière della femme savante e della “preziosa” (segno che la sua apparizione sulla scena culturale incontrava delle resistenze). Le Conversazioni sulla pluralità dei mondi di Fontenelle, opera in cui discutono principi filosofici e scientifici, ha per interlocutore una dama.

Il XVII secolo vede la donna come protagonista di molte discussioni culturali. In Francia sono i celebri salotti della Marchesa di Rambouillet o di Mademoiselle de Scudery che ospitano le menti più belle del secolo. Le donne non hanno solo una funzione di mediazione culturale, ma concorrono con gli uomini alla discussione su questioni filosofiche e letterarie. Questo non elimina il ruolo ancora passivo della donna nel campo delle scienze e del pensiero filosofico, permettendole al massimo di apparire come protagonista nel campo della creazione letteraria; e, naturalmente, il processo di affrancamento femminile si verifica solo a livello delle classi superiori. In ogni caso la donna appare in molte situazioni non più solo come moglie, ispiratrice, cortigiana, bensì come soggetto attivo di discussione e di ricerca.

Platonismo e atomismo

La filosofia di questo secolo, in polemica contro la tradizione aristotelica, da un lato rilegge la tradizione platonica (vedi i platonici di Cambridge), dall’altro riscopre filosofi come Democrito e, specialmente, Epicuro, in chiave materialistica. Da essi deriva l’idea di un mondo fatto di atomi.

Si apre un dibattito se l’atomismo coincida con un materialismo assoluto (compresa l’affermazione dell’eternità del mondo e della casualità del suo divenire), se si possa asserire l’infinita divisibilità degli atomi a sostegno di una fisica e di una metafisica dell’infinità dei mondi, o se la visione atomistica, come per Gassendi, sia conciliabile con l’idea di un mondo creato e finito le cui leggi sono pur sempre state disposte da Dio. In ogni caso prevale in molti l’idea che il mondo sia una macchina di cui si può descrivere il funzionamento, e sia ordinato come un grande orologio.

Macchine e scienza quantitativa

Questo è il secolo delle “artificiose macchine”. Sin dal Medioevo, con Ruggero Bacone, sin dal Rinascimento, con Leonardo da Vinci, si erano sognate o progettate macchine. Ma il XVII non solo progetta e immagina macchine di ogni tipo, per sollevar pesi, per navigare, per macinare il grano, per elevare l’acqua, per guardare nei cieli o per osservare l’interno dei corpi: la novità è che queste macchine ora funzionano e permettono di modificare la natura.

Il secolo precedente aveva elaborato l’idea della modificabilità della natura, le cui sostanze non erano più considerate immutabili. Ma la forza che doveva agire sulla natura era una forza magica dove le “qualità” di certe sostanze, oggetti, gesti o invocazioni dovevano modificare le qualità di altri aspetti del mondo terrestre o celeste.

La scienza del XVII si avvia a diventare “quantitativa”: il rapporto tra ciò che agisce e ciò che è modificato viene studiato matematicamente in termini di “quantità”. Questo non significa che nel XVII sia scomparsa la mentalità magica: anzi, essa sovente convive con la mentalità che oggi definiamo “scientifica”.

Uno scienziato, che consideriamo ormai moderno, come Newton si muove alla ricerca delle leggi gravitazionali pensando di poter scoprire quelle che, in termini ancora magici, si chiamavano “forze occulte”. Ma le leggi fisiche che scoprirà saranno espresse in formule matematiche.

Il secolo dell’utopia

Se questo è il secolo della scienza, è anche il secolo delle grandi utopie. Dopo la Riforma protestante del secolo precedente, e la Controriforma della Chiesa cattolica, l’Europa è dilaniata dalle divisioni religiose, che si riflettono nel massimo conflitto del secolo, la guerra dei Trent’anni.

Ma mentre gli eserciti attraversano un continente devastato da invasioni e massacri, sorgono movimenti, o personaggi isolati, che predicano la concordia universale al di sopra delle divisioni teologiche.

Nel XVI secolo Thomas More, descrivendo l’Isola di Utopia, aveva disegnato una repubblica ideale; in questo secolo si moltiplicano le utopie, dalla Nuova Atlantide di Bacon alla Città del sole di Campanella, dalla proposta di una Christianopolis dovuta a Johann Valentin Andreae (che alcuni reputano l’ispiratore della riforma magico-religiosa dei Rosacroce) al sogno di una pace universale fondata sull’educazione da parte di Comenio. All’interno del mondo cattolico questo bisogno di profondo rinnovamento spirituale è affermato da movimenti come il giansenismo.

La riflessione sul linguaggio

Per unire tutti i popoli del mondo, alcuni cercano di ritrovare la lingua perfetta parlata da Adamo, mentre altri cercano di costruire lingue nuove, artificiali ma costruite secondo i principi della ragione e della scienza, non solo (o non tanto) per propagare la fede nelle nuove terre, ma per favorire la diffusione delle idee scientifiche.

Nel frontespizio del progetto di Cave Beck per un linguaggio universale si vede un viaggiatore europeo (non un missionario, ma probabilmente un mercante) che offre la nuova lingua a un Indù, a un Africano e a un Indiano d’America, come mezzo di scambio valido su tutto il globo.

In ogni caso (in un secolo in cui si intensificano i viaggi, le conquiste coloniali, i contatti tra i popoli diversi) il problema del linguaggio, delle sue origini, delle sue imperfezioni e dei suoi usi controllati e ragionevoli, occupa la mente di molti pensatori, da Bacon a Locke, da Hobbes ai logici di Port-Royal alla ricerca di una Grammatica Universale (e anche la discussione sul linguaggio è attraversata dalla disputa tra razionalisti, che credono a una facoltà linguistica innata, ed empiristi, che ritengono le varie lingue effetto di una interazione dei diversi popoli con il loro ambiente).

Assolutismo e diritto naturale

Il continente europeo cerca tuttavia altre forme di unificazione attraverso il potere dello Stato.Thomas Hobbes parla del potere statale come di un Leviatano (in riferimento al mostro biblico) che deve piegare le volontà individuali per ridurre la guerra di tutti contro tutti. Il secolo si concluderà con quella che sarà chiamata l’età dell’assolutismo, delle grandi monarchie assolute che riescono a unificare un Paese, ma che si confrontano in armi tra loro per la supremazia europea.

Di fronte al potere del monarca l’uomo di questo secolo sente diminuita la propria libertà: se non si rifugia nel pensiero coltivando la propria libertà interiore, cerca di adeguarsi alla ragion di Stato, elaborando tecniche di difesa psicologica, attraverso l’elogio della simulazione (Gracián), della dissimulazione (Accetto), del segreto. Oppure, come nel caso dei filosofi detti “libertini”, mentre si considererà libero in termini di filosofia e di morale, esprimendo teorie materialiste e facendo spesso professione di ateismo, in politica si comporterà come sostenitore dello Stato, ritenendo che, proprio perché nel mondo non valgono più le leggi etiche tradizionali, occorra un potere forte per tenere a freno gli impulsi delle masse popolari.

Ma è di questo secolo anche il tentativo di fondare l’autorità stessa e il potere delle leggi sulla ragione naturale. Grozio asserirà che le norme della ragione naturale sarebbero valide anche se Dio non ci fosse, ed elabora una teoria del diritto che mette in discussione gli stessi limiti della sovranità del principe al popolo. Infine è nel Seicento che appaiono alcune delle più vigorose rivendicazioni della tolleranza e della libertà di pensiero, in filosofi come Spinoza e Locke.

Intanto, meno interessato ai problemi filosofici o alle raffinatezze della discussione culturale, trionfa la figura conquistatrice del mercante, che raggiunge il proprio trionfo nella società olandese. Questa etica mercantile non è priva di riflessi sul pensiero filosofico, perché ispira (oltre alla ricerca scientifica) una politica pragmatica della tolleranza, ed è in Olanda che molti pensatori, altrove perseguitati per le loro idee, trovano accoglienza, e molti altri filosofi e scienziati, per sfuggire ai rigori della censura, pubblicano le loro opere.

Non solo nel ritratto olandese, espressione di una civiltà borghese, ma anche nella pittura religiosa si sente l’influenza di un pensiero volto all’osservazione della natura. Caravaggio, che per dipingere la morte della Vergine, non riprende l’iconografia tradizionale, ma osserva direttamente il cadavere di una donna annegata, ci dice che in questo secolo le immagini non rinviano più simbolicamente a una realtà soprannaturale ma esprimono se stesse, ovvero quella concretezza del visibile a cui si ispirano.

Il gusto dell’artificiale e dell’inaudito

D’altra parte lo stesso sentimento di infinità, di scoperta, di ricomposizione, modificazione, ricreazione della natura, che domina il pensiero scientifico e filosofico, lo si ritrova anche nella ricerca di pittori, scultori, architetti, che spesso mira all’artificiale e all’inaudito.

Lo stesso gusto (che non è puramente estetico, ma risponde alla visione del mondo di questo secolo) appare anche in poesia.

Quando Marino afferma che “è del poeta il fin la meraviglia” manifesta qualcosa di più di un puro compiacimento retorico. Il fine della poesia deve essere lo sviluppo dell’idea inedita, ingegnosa (wit, Witz, agudeza, pointe) ed Emanuele Tesauro nel suo Cannocchiale aristotelico considererà la metafora come un equivalente del cannocchiale galileiano, che anziché consentire scoperte fisiche permette di rivelare o istituire rapporti inediti (“arguti”) tra i vari aspetti del mondo.

La letteratura partecipa all’ansia di scoperta e alla sete di novità che pervade questo secolo, in cui l’uomo scopre di vivere alla periferia di un universo senza limiti, o dai limiti ancora inesplorati.


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