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Introduzione alla filosofia del Settecento

Illusioni storiche

Più che della “filosofia del XVIII secolo” in questa introduzione si parlerà della “filosofia nel XVIII secolo” perché nulla può essere più ingannevole delle grandi periodizzazioni storiche, in cui un’epoca viene etichettata in base alle tendenze che, agli occhi dei posteri, sono apparse come le più significative.

In ogni manuale scolastico il XVIII secolo è identificato con l’epoca dei Lumi o, per usare una espressione italiana che in altre lingue assume diversi significati, viene etichettato come il “secolo dell’Illuminismo”. In altri casi è definito come l’epoca del razionalismo. È indubbio che in questo secolo la filosofia, mentre riprende e sviluppa i temi fondamentali del razionalismo e dell’empirismo del secolo precedente, procede a una critica serrata della metafisica tradizionale, dei principi religiosi, della fiducia in un rapporto “facile” e garantito tra la mente umana e la realtà che essa presume di conoscere. È in questo secolo che la tematica dell’empirismo di John Locke viene ripresa in direzioni diverse sia da George Berkeley sia da David Hume, procedendo a un ribaltamento totale delle teorie della conoscenza, che troverà la sua maggiore espressione nel criticismo di Immanuel Kant. È indubbio che nel corso del secolo viene ripreso e sviluppato il meccanicismo cartesiano: la macchina (che subisce in quest’epoca una trasformazione radicale, diventando sempre più automa, macchina che fa il proprio lavoro da sola, provocando così la Rivoluzione industriale) viene assunta come modello, sia pure ridotto, dell’organismo umano. È indubbio che in questo secolo appaiono filosofie sensistiche e materialistiche; che le dottrine economiche e politiche si sviluppano attraverso una attenzione scientifica, realistica, ai fenomeni sociali. I concetti di Stato, di comunità, di governo, assumono una dimensione “laica”; vengono messe in questione le funzioni tradizionali del Trono e dell’Altare, si approfondisce la tematica del libero pensiero e della tolleranza (peraltro già inaugurata nel secolo precedente da Locke e da Spinoza). Il secolo si conclude con la Dichiarazione d’indipendenza americana – che provocatoriamente inizia definendo come fine fondamentale dell’uomo la felicità – e con la Costituzione civile del clero e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nel quadro della Rivoluzione francese.

Lumi e partita doppia

La luce della ragione, il filtro spietato dell’investigazione critica sembrano imporsi a ogni livello d’indagine. In questo senso non è inesatto vedere il secolo sotto il segno dell’Encyclopédie.

Questa gigantesca impresa è significativa per molti versi. Con essa si sottomettono tutti i dati del sapere tradizionale a una radicale revisione critica; si presenta una silloge di tutte le conoscenze nell’ambito della quale non si evitano le contraddizioni, i punti di vista diversi, tutti ammessi con pari tolleranza. È vero che la tolleranza è talora l’effetto di calcolo prudente, per compensare gli interventi che rischiano la censura con altri più accomodanti: ma anche questo senso di una flessibile “politica” della cultura è tipico della sensibilità settecentesca.

Si dissolve in questi anni la divisione tra una casta di sapienti che lavorano intorno alle università (come sarà ancora Kant) e una comunità di “laici” curiosi e indipendenti, egualmente versati in filosofia, scienze naturali, letteratura, capaci di usare l’arma del trattatello o del pamphlet per far circolare nuove e corrosive idee (si pensi a personaggi come Montesquieu, Voltaire e Diderot), in cui vengono presentati personaggi fantastici (persiani o abitanti di stelle lontane) per aiutarci a guardare al nostro mondo con spirito critico e ironico. A questa atmosfera appartiene anche il romanzo filosofico e la pleiade di romanzi utopici, che fioriscono in questi anni, e che manifestano il gusto, l’ansia, l’eccitazione della scoperta di nuove terre e nuove forme di società.

La nuova filosofia, di cui certamente l’Encyclopédie è il manifesto, si piega a riflettere sui nuovi portati della tecnica, sul valore del sapere artigiano; e soprattutto si stabilisce un diverso legame tra cultura e industria, nel senso che l’Encyclopédie è al tempo stesso una monumentale impresa filosofico-scientifica e una impresa industriale, condotta calcolando costi e rendimenti. D’altra parte in questo secolo ogni impresa culturale (compresa la letteratura) diventa contemporaneamente impresa economica: gli autori del nuovo romanzo inglese fanno i conti con un pubblico determinato di acquirenti, composto non più di mecenati, bensì di mercanti e di donne; d’altra parte per questa nuova borghesia nasce anche un genere di divulgazione scientifica, in cui la trasmissione del sapere tiene d’occhio anche le classi emergenti. Tutti questi fenomeni non possono influire su uno stile di pensiero, che sovente acquista anche una maggiore affabilità, evita le formule ipertecniche per assumere il tono pacato della conversazione tra laici ansiosi di conoscere ma estranei alle dispute scolastiche.

Occultismo e scienze anomale

Ma questo secolo che, secondo lo stereotipo appena delineato, ci appare in una luce di chiarezza, illuminato appunto dai lumi della Ragione, è anche un secolo percorso dalle fantasie ermetiche che hanno agitato il secolo precedente. In esso ancora scrive un uomo come Isaac Newton, che è certamente il padre di una nuova visione scientifica ma al tempo stesso un pensatore immerso in speculazioni occulte, il quale nel 1704 (nella sua Ottica) afferma che “il cambiamento dei corpi in luce e della luce in corpi è del tutto conforme alle leggi della natura, perché la natura sembra affascinata dalla trasmutazione”: delighted with transmutation.

L’alchimia da un lato cede il passo alla nuova chimica, ma dall’altro continua come filone non troppo sotterraneo. La speculazione magico-cabalistica si prolunga a nutrire il pensiero occultistico del secolo successivo (è per esempio del 1729 il Tractatus mago-cabbalistico chymicus di Georg von Welling). Lo sviluppo di quella che è stata definita “linguistica illuministica” e l’invenzione di nuove lingue universali per la diffusione del commercio e delle idee rivoluzionarie sono accompagnati passo passo dalla rivisitazione delle dottrine su un’origine mistica e remota delle lingue (è del 1773 il monumentale Le monde primitif di Court de Gebelin).

Il Settecento è un’epoca di mistici (Emanuel Swedenborg, Louis-Claude de Saint-Martin, Friedrich Christoph Oetinger) e alla fine del secolo si sviluppa una filosofia della natura (per esempio con i primi scritti di Franz von Baader) che andrà a nutrire le speculazioni del romanticismo – il quale prende le mosse con lo Sturm und Drang negli anni Settanta del secolo – mentre del 1797 sono gli Inni alla notte di Novalis. Sul declinare del secolo prende forma la reazione mistica e legittimista alla Rivoluzione francese, che avrà la sua massima espressione nel pensiero di Joseph de Maistre.

Il Settecento è l’epoca in cui circolano e fanno “filosofia” (anche se non “dei Lumi”) cultori di scienze anomale come Mesmer e Lavater, trionfano come maestri di pensiero avventurieri quali il conte di Saint-Germain o Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro, e un ininterrotto filone di alchimisti, rosacrociani, templaristi va a nutrire le discussioni della massoneria (almeno nel suo filone “scozzese” o “occultista e templare”). Tutte queste influenze non sono da sottovalutare, non solo perché vi soggiacciono personaggi della statura di Goethe, ma anche perché è questo filone di un Settecento mistico e tradizionalista che andrà a costituire non solo quelle che saranno definite “le sorgenti occulte del romanticismo” ma tutto il pensiero tradizionalista, reazionario e legittimista del secolo XIX (e del XX).

Diverse anime

Ma il XVIII secolo è anche quello in cui abbiamo, con Giambattista Vico, i prodromi dello storicismo, e si sviluppa una attenzione agli aspetti non neoclassici dell’esperienza estetica (si pensi alle dottrine del sublime). La riflessione sulle passioni e sul sentimento, che ha già avuto inizio nel secolo precedente, va a investire gli aspetti più oscuri e ambigui dell’animo umano: né basta citare Jean-Jacques Rousseau, perché proprio nel nostro secolo si è preso a riflettere anche sull’aspetto filosofico dell’opera del marchese de Sade. È a queste istanze del sentimento che tenterà di offrire una fondazione la Critica della Ragion pura kantiana, che sembra riprendere e riorganizzare le riflessioni settecentesche, ma in effetti si presta a una lettura ben più romantica nel secolo successivo.

Insomma, a epitome della vicenda di pensiero del XVII secolo potrebbe valere la parabola di Napoleone, che inizia come tecnico dell’artiglieria al servizio della Dea Ragione rivoluzionaria ed entra nel secolo successivo come l’Eroe, il Genio titanico salutato da Ludwig van Beethoven. Il XVIII secolo manifesta più di un’anima e sfugge alle classificazioni da manuale; fa nascere diverse forme di pensiero filosofico, e solo per illusione storica si ritiene che quella illuministica sia stata la sola vincente.


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