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Introduzione alla storia del Novecento

A più riprese ci si è chiesti come scrivere una storia d’Europa oggi, quando tante certezze sembrano scomparse, in un’epoca nella quale è in crisi l’idea di nazione, il cui contenuto etico-politico è sopraffatto dal prevalente potere dell’economia, scalzata dalla globalizzazione, dall’integrazione europea, dal rinascere di localismi che mettono in luce aspirazioni latenti e minoritarie o si appellano a una memoria storica più o meno inventata. Ma è anche in crisi l’identità europea, poiché il Vecchio Continente non basta più a se stesso ed è piuttosto una pedina di un gioco più vasto che spesso lo vede ai margini del quadro geopolitico. Oggi più che mai è impossibile non tenere conto di ciò che avviene fuori dei suoi confini. Cambiamenti profondi sono pure intervenuti recentemente, non solo in Europa, nella vita quotidiana, nell’attrezzatura mentale e ancor più nelle aspettative scosse sia dal crollo delle ideologie, che hanno rimesso in questione convinzioni apparentemente granitiche, sia dai mutamenti indotti dall’innovazione tecnologica. È generalizzata la consapevolezza di una fine millennio che rappresenta anche l’apertura di un mondo nuovo in cui si vedranno non solo cibi transgenici ed elettrodomestici intelligenti, ma robot dotati di sensibilità e di sistemi di autoriproduzione, e corpi umani disegnati a tavolino, imbottiti di componenti artificiali, un mondo in cui l’uomo e le creature da lui fabbricate, l’uomo e gli oggetti che utilizza saranno indistinguibili. Non c’è da meravigliarsi dunque se si va diffondendo una sensazione di timore rispetto al futuro e se ci si appiglia a un’idea di natura che, come altre volte nel passato, quando la rapidità delle innovazioni pare superare la possibilità umana di controllarle, appare un elemento di rassicurazione, lo specchio eterno sul cui metro i cambiamenti si riducono a poca cosa, piuttosto che come il frutto – come è in buona parte – dell’intervento umano e del discorso su di essa. L’attenzione per l’ecologia va vista sia come cura necessaria per mantenere l’equilibrio dell’ecosistema, sia come frutto della ricerca di un impossibile ritorno a una ipotizzata perfezione originaria. Non è neppure un caso che si assista a una rivitalizzazione di Chiese e confessioni religiose, quelle tradizionali e quelle provenienti da Paesi lontani che sembrano venire dal profondo dei tempi, ma anche di altre credenze che vogliono offrire ancoraggi rassicuranti e finiscono con il presentare la storia come un susseguirsi di fatti inscritti dentro un ordine prestabilito. Interviene pure a problematizzare la percezione del concatenarsi degli eventi una crescente rapidità del loro accadere, e forse il prolungarsi della vita umana, che ci fa testimoni di una sequenza storica più lunga e desiderosi, da anziani, di una maggiore stabilità degli assetti politici, sociali ed economici, aspirazione cui contribuisce, del resto, la sensazione di sazietà indotta dal benessere da non molto tempo generalizzato. Gli storici hanno avuto anch’essi l’acuta sensazione che gli avvenimenti sfuggissero clamorosamente alla loro presa, alla lentezza della loro riflessione, recentemente, in occasione della caduta del muro di Berlino e del crollo del comunismo.

Una nuova periodizzazione: quando inizia la storia contemporanea?

Tutto ciò ha sollecitato un ripensamento della storia europea nel quale le stesse periodizzazioni sono in questione. Il passaggio dalla storia moderna a quella contemporanea, è stato tutt’altro che stabile – è passato infatti dalla Rivoluzione francese, al Congresso di Vienna, alla metà o alla fine dell’Ottocento, alla prima guerra mondiale – e spesso si stabilisce al tempo della seconda guerra mondiale, ai decenni successivi, o al crollo del muro di Berlino nel 1989. Si è pure parlato per il Novecento di un secolo breve, tra il 1914 e il 1989: una periodizzazione che tiene molto in conto la nascita e il crollo del comunismo e, fra l’altro, mette in evidenza la possibilità di pensare le cesure temporali per problemi, senza andare necessariamente alla ricerca di nodi che possano riassumere le innumerevoli spezzature di storie settoriali. E alcuni storici hanno considerato il periodo fra l’ultimo decennio dell’Ottocento e gli anni Cinquanta o Sessanta del Novecento come un’epoca di transizione che apre il passo alla contemporaneità. Tra le tante possibili, la misura del secolo resta comunque per l’Europa del Novecento una periodizzazione che, nella sua neutralità dichiarata, permette di essere scavalcata in avanti e a ritroso, là dove i diversi temi trattati lo richiedono, e di contenere in sé una pluralità di importanti cesure. Le possibili periodizzazioni si fanno in ogni caso più serrate fra la fine del XIX secolo e i nostri giorni.

Che la prima guerra mondiale resti uno degli eventi di sicuro impatto su numerosi aspetti politici, economici, religiosi, sociali è in ogni caso indubitabile. Benché ancora non sia generalmente avvertita la riduzione della potenza europea nella misura in cui essa si è in realtà prodotta, è tuttavia evidente che il conflitto si è svolto a livello mondiale, che i Paesi vincitori non sono stati tutti europei, che essi hanno avuto un ruolo nella sistemazione dell’Europa e dell’impero coloniale tedesco e voce in capitolo negli organismi internazionali incaricati di mantenere l’ordine mondiale. Se il tentativo di ridisegnare l’Europa orientale obbedisce a un’ottica nazionalistica e democratica, non si riesce però a creare compagini omogenee dal punto di vista etnico, linguistico e religioso. Si può dunque già parlare, perlomeno nella sua attuazione, di un qualche fallimento dell’idea di nazione, che tuttavia sarà ancora fortemente sentita negli anni fra le due guerre.

Nel dopoguerra si avverte poi tutto il peso dei cambiamenti intervenuti nella vita quotidiana. Cambia il modo di vita fin nelle abitudini più sedimentate: le donne irrompono nella scena pubblica; la morte che è inevitabilmente molto presente a causa della passata carneficina, deve essere sconfitta dandole una patente di eroicità o negandola in una fremente gioia di vivere che scardina le limitazioni imposte dal senso del dovere, dall’onestà puntigliosa di impronta ottocentesca; la religione, che ha costituito un forte appiglio durante il conflitto, viene messa da parte, allontanata dal vivere quotidiano; e questo è ben compreso e costituisce una novità soprattutto nel mondo cattolico, dove i vescovi lanciano spesso anatemi contro i nuovi abiti femminili, corti e sbracciati, la moda dei bagni di mare, il vortice degli affari e tutto ciò che trascina gli uomini lontano dal raccoglimento e dalla contemplazione. Dopo il fermento degli anni Venti l’economia subisce una battuta di arresto dovuta alle difficoltà e ai disordini della riconversione industriale, alle pesanti sanzioni economiche imposte alla Germania, all’isolazionismo degli Stati Uniti, alla riduzione degli scambi fra Est e Ovest, al rinchiudersi delle economie dentro l’ambito di confini nazionali, al prevalere di aspirazioni autarchiche. Aumenta la disoccupazione, ingrossata dai reduci che non trovano posti di lavoro soddisfacenti, e si fanno più acuti gli antagonismi sociali. Il contraccolpo della crisi economica del 1929, importata dagli Stati Uniti, è un altro importante segnale del declassamento europeo su scala mondiale. Gli Stati Uniti vedono scoppiare un’economia in espansione ancora priva di sistemi di regolazione in grado di attenuare gli effetti delle congiunture negative, ma gli esiti della crisi saranno, non a caso, duraturi per l’Europa. Misure protezionistiche facilitano l’intervento dello Stato nell’economia e la tendenza all’autoritarismo, mentre lo sviluppo di un nuovo capitalismo tende alla concentrazione della produzione e dei mezzi finanziari.

Intanto un nuovo modello di organizzazione politica e sociale si impone, ed è quello scaturito dalla rivoluzione bolscevica. Così il disagio e la protesta diventano una critica mirata ai vecchi ceti dirigenti in ordine alle contraddizioni irrisolte nei Paesi occidentali. L’ideale di giustizia sociale che anima i partiti socialisti viene tuttavia spazzato via dalle forze tradizionaliste che prevalgono prima in Italia, che diventa un modello di regime autoritario per altri Paesi europei, e poi in Germania, dove, sebbene con modalità molto diverse, cade la Repubblica di Weimar e si assiste all’ascesa di Hitler. Ma nella partita che si gioca in Europa sono presenti pure le forze democratiche e liberali, anche se esse mostrano segni di timidezza e se negli stessi Paesi che si sottraggono alla svolta autoritaria si indeboliscono i parlamenti a favore del potere esecutivo, e degli apparati burocratici e si sviluppano forme di dirigismo economico. La guerra di Spagna è un banco di prova che denuncia questa timidezza nel riluttante sostegno alle brigate internazionali che si schierano a favore della repubblica, atteggiamento che sarà confermato dalla iniziale arrendevolezza nei confronti delle mire espansionistiche di Hitler. Gli organismi internazionali che avrebbero dovuto intervenire mostrano, d’altra parte, la loro insufficienza, in questa occasione come nel conflitto italo-etiopico.

Un dato comune ai Paesi democratici e alle dittature è la rilevanza assunta dalle masse anche come effetto della mobilitazione bellica, sia sul piano politico sia su quello economico. È questo uno degli aspetti che più mettono in crisi lo Stato liberale e sollecitano tentativi di trovare scorciatoie per risolvere i problemi connessi alla più larga partecipazione politica e all’organizzazione del consenso. La diffusione dell’istruzione, l’industrializzazione, l’urbanesimo, lo sviluppo dei corpi amministrativi danno intanto un nuovo volto alla società. Non a caso la scuola degli “Annales” nasce alla fine degli anni Venti: non basta più guardare gli eventi che increspano la superficie e i gruppi che apparentemente fanno la storia, ma occorre tenere conto delle tendenze di fondo, di tutta la profondità del sostrato, dei ceti che costituiscono l’humus in cui agiscono i protagonisti, e che costituiscono a volte i limiti della loro azione, e dei tempi lunghi che sono loro propri.

Se i decenni che separano i due conflitti mondiali possono essere considerati in blocco un’epoca in cui si elaborano i temi della contemporaneità, per molti aspetti la seconda guerra mondiale costituisce una cesura anche più profonda. Essa porta alle estreme conseguenze alcune delle caratteristiche che si erano già manifestate in particolare in Germania, ma pure in altri Paesi e nella stessa Unione Sovietica, dove, fra l’altro, l’antisemitismo non è meno virulento che altrove e il lager è utilizzato come mezzo di punizione e di eliminazione dei nemici e dei diversi. Le contraddizioni di un’Europa profondamente in crisi sono evidenziate dall’indifferenza per la vita umana, dalle politiche di annientamento di intere comunità, dall’internamento di malati, vecchi, zingari e minoranze in genere in campi di concentramento e, soprattutto, dalla Shoah, dallo sterminio degli ebrei nelle camere a gas messo in atto dal regime hitleriano, che riveste un’eccezionalità innegabile, prima che l’esito del conflitto spazzi via quella che è stata considerata da alcuni una parentesi nella storia europea, qualcosa che nella sua enormità e assurdità non trova posto né spiegazione nelle sue tradizioni. Ma neppure la conclusione del conflitto, la bomba atomica sganciata dagli Americani su Hiroshima e su Nagasaki, mette in mostra una maggiore considerazione per le sofferenze degli individui, piegate alle ragioni di un ipotetico e distorto bene collettivo. Nell’Europa occidentale la guerra influisce sulla stratificazione sociale, provocando una mobilità inedita – non solo in ascesa – fondata sulla rapida ricostruzione e sulla duttilità del capitalismo, mentre si mettono in evidenza le resistenze ai regimi totalitari che avevano operato sotterraneamente e si riorganizzano i partiti democratici. Nell’Europa orientale, invece, i cambiamenti sono ancora pilotati dall’alto e indirizzati a un’economia intesa a sostenere una politica di potenza. Nascono anche nuovi problemi, tra cui quello degli equilibri nel Vicino Oriente, dove, nel 1948, viene istituito lo Stato di Israele e si apre la questione palestinese destinata ad avere importanti conseguenze fino ai nostri giorni. Ma sul piano politico l’esito fondamentale del conflitto mondiale è uno spostamento conclamato dell’egemonia dall’Europa, che vede sfaldarsi il suo impero coloniale e subisce il trauma della divisione della Germania, verso gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e la formazione di un mondo bipolare che sarà dominato per tutti gli anni Cinquanta, e fino all’età di Chruscev e di Kennedy, dalla guerra fredda e da un contrasto fra Oriente e Occidente di cui il muro edificato all’interno della città di Berlino nel 1961 costituisce il simbolo più evidente.

Il secondo dopoguerra

Non molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, si producono però le prime avvisaglie di una crisi di quest’ordine. Nel 1949 nasce lo Stato comunista cinese che costituisce un modello alternativo a quello rappresentato dall’URSS e perciò stesso lo mette in discussione. Anche il regime che si instaura a Cuba nel 1960 è una gemmazione, ma anche l’indicazione, di una via diversa da percorrere rispetto all’URSS. La rivolta di Berlino Est nel 1953, l’insurrezione ungherese nel 1956, la Primavera di Praga nel 1968 sono altrettanti scossoni decisivi che minano la compattezza del blocco orientale. Nella stessa Unione Sovietica, che finisce con il ridursi a essere un Paese blindato, ingessato da una burocrazia soffocante, diretto da un partito unico, nel quale la vita culturale è irreggimentata e anche l’economia, il campo in cui si realizzano comunque significativi progressi, risulta serrata fra pianificazione e collettivizzazione, si produrrà un diffuso malcontento e un’aspirazione alla libertà e al modello occidentale dei consumi che monterà fino alle élite dirigenti e costituirà il motivo preminente – anche più dell’impossibilità di competere con gli Stati Uniti nella corsa agli armamenti – dell’implosione del sistema verso la fine del secolo. Il comunismo si manifesta, nonostante ciò, come una delle ideologie più importanti prodotte in Europa, suscettibile di realizzazioni e sviluppi diversi ed esportata largamente al di fuori del vecchio continente.

Le critiche degli ambienti intellettuali al sistema occidentale sono anche più radicali, benché ristrette ad ambiti più circoscritti e decisamente minoritari della società. Il 1968 ne è il momento culminante. È l’anno in cui si evidenziano i limiti del rapido sviluppo economico che aveva caratterizzato il decennio e in cui monta la protesta delle fasce emarginate o marginali, delle minoranze, dei giovani, delle donne e dei salariati che vogliono essere partecipi degli avanzamenti economici conseguiti dal sistema negli anni precedenti. Sul piano sociale il Sessantotto incide profondamente, anche quando la sua spinta verso forme di democrazia diretta si dimostra priva di risultati concreti, modificando in modo duraturo i comportamenti in senso egualitario, da un lato, e libertario, dall’altro, per la nuova attenzione alle esigenze di ogni singolo individuo, ma anche lasciando in retaggio il terrorismo che resterà a lungo una minaccia, assumerà forme diverse e si innesterà persino su contrasti di carattere religioso, come nell’Irlanda del Nord. Il Sessantotto non è un fenomeno esclusivamente europeo. Proprio a partire dall’Europa si sviluppa invece il nuovo protagonismo della Chiesa di Roma, che con Giovanni XXIII, la sua politica di dialogo con i fedeli di altre confessioni religiose e con i non credenti e il nuovo corso impresso alla vita ecclesiastica dal Concilio Vaticano II, si svincola da una partecipazione troppo stretta alla politica europea e si avvicina ai semplici e ai diseredati di tutto il mondo, chiedendo ai fedeli di stringersi in una comunità veramente cristiana. È a partire da questo concilio che, fra l’altro, la teologia della liberazione influisce decisamente sulla politica e sulla vita quotidiana dell’America Latina. Giovanni Paolo II porterà poi la Chiesa ad avere un ruolo politico di rilievo nella caduta del comunismo e continuerà la sua proiezione al di fuori dell’Europa anche con i suoi numerosi viaggi in tutto il globo.

Il mondo si divide anche in un Nord avanzato e in un Sud povero. Il Terzo Mondo finisce però presto, almeno a partire dagli anni Sessanta, con il contrapporsi ai due blocchi che formano il mondo progredito e al loro imperialismo. I Paesi non allineati costituiranno una forza in grado di condizionare il quadro politico. D’altro canto il risveglio dei Paesi arabi e la conseguente crisi petrolifera, scompiglierà le carte e favorirà l’accumulazione di ricchezze nei Paesi produttori di oro nero e il loro ingresso nella finanza internazionale, rendendo difficile parlare genericamente di un Terzo Mondo. Il formarsi, nell’Occidente e soprattutto in Europa, di una serie di miti provenienti da oltre i confini del continente, che fanno capo a Mao, al Che, a Castro, indicano non solo la ripulsa del capitalismo e delle conseguenti differenziazioni sociali, ma anche la ricerca di modelli che, pur non aderendo in toto a quello sovietico, segnano comunque un avvicinamento ai valori espressi dal mondo comunista. Altri miti, come quelli di Mandela, di Martin Luther King e di Gandhi che portano in primo piano il desiderio crescente di ricomporre le fratture sociali e politiche dovunque esse si siano prodotte nel mondo, e, a suo modo, di Kennedy, con il suo slancio giovanilistico, la sua attenzione per i marginali, il riconoscimento di un nuovo ruolo dell’Europa nello scacchiere internazionale, andranno a formare il quadro composito delle aspirazioni dell’epoca sulle cui basi il movimento pacifista degli anni Settanta potrà diffondersi ed entrare in consonanza con il messaggio postconciliare della Chiesa di Roma. Sono gli anni della conclusione della guerra nel Vietnam, della guerra del Kippur, del colpo di Stato contro Allende, dell’avvio verso l’integrazione europea e dell’incrinarsi dell’egemonia mondiale di Stati Uniti e Unione Sovietica, della fine del bipolarismo e dell’inizio di un’epoca di relazioni bilaterali.

L’era della globalizzazione

Questo incalzare di avvenimenti, tutti in qualche modo epocali, prepara l’implosione del sistema comunista, di cui la caduta del muro di Berlino è la grande rappresentazione. Si apre una nuova era, quella della globalizzazione, della prevalenza delle ragioni dell’economia su quelle della politica, del rafforzarsi degli organismi sovranazionali, dell’indebolimento dell’idea di nazione, della formazione di identità locali fondate su comunanze religiose, etniche, o anche storiche o pretese tali, oppure più banalmente su motivi economici che si ammantano delle prime. Un’era in cui l’Europa avverte il rischio che alcuni Paesi dell’ex Terzo Mondo (Cina e India soprattutto) possano prevalere in un futuro non lontano sui mercati internazionali e che venga quindi messo in forse il benessere che essa è venuta conquistando lungo tutto il secolo scorso. Un’epoca in cui anche sul piano politico si potrà guardare il globo mettendo il Pacifico al centro della mappa. E, ancora, un tempo in cui si diffonde la paura che le migrazioni dal “sud” del mondo verso l’Europa ne mettano in pericolo l’identità e l’islam possa rompere la compattezza religiosa del continente. Così l’Europa può essere oggi considerata una parte del mondo giunta al capolinea della sua storia, sulla via di una decadenza irresistibile. Ma è anche possibile una lettura diversa. L’Europa, seppure “alla periferia dell’impero”, può essere vista, nonostante o proprio per la perdita della sua centralità politica ed economica, come un luogo ancora capace di elaborare nuovi modelli fondati su quello che resta un suo carattere distintivo, e cioè l’essere un luogo di incontro di gente diversa per lingua, religione e costumi, un centro in cui si pensa e si sperimenta faticosamente un avvenire di convivenza pacifica.

La sensazione di essere entrati da poco in un’epoca nuova influenza la scrittura della storia che tende a essere perciò un racconto aperto al suo futuro e, di conseguenza, a guardare il passato senza chiudere gli avvenimenti dentro sequenze inevitabili e univoche, senza correre il rischio della unilinearità e della teleologia. E non sorprende che si mettano in evidenza i sistemi di relazione e di scambio. Non per nulla è stato dato spazio recentemente alla storia degli ebrei, dei poveri, dei pellegrini e delle minoranze in genere, mentre quella degli zingari e dei piccoli Stati (non a caso presenti in queste pagine al fianco dei grandi Stati europei) è appena agli albori. La storia di questi ultimi può essere considerata emblematica in quanto scambi e relazioni sono stati e sono per loro ben più necessari che per gli Stati maggiori. Basti pensare non solo alla frequenza dei passaggi attraverso le frontiere, ma anche e soprattutto alla contrattazione continua con i Paesi confinanti cui essi devono la loro sopravvivenza.

L’ultimo conflitto mondiale in particolare ha, d’altra parte, favorito il proliferare di una storia cronachistica, di parte, vista dall’angolo visuale del singolo e basata sui suoi limitati orizzonti, interessi, competenze, possibilità, ideologie, mentre la storia orale, la raccolta dei ricordi dei sopravvissuti, ha indotto a riflettere anch’essa sulla diversità dei racconti e sulla problematica costruzione della memoria. Dal momento poi in cui la cortina di ferro è caduta, sono state esaminate le diverse storie insegnate a ovest e a est di questa linea di demarcazione ed è venuta in primo piano la questione dell’uso politico della storia. Con questo bagaglio e per rispondere a queste sollecitazioni, ci si propone oggi, e si tenta qui, non certo di omogeneizzare le storie, ma piuttosto di utilizzare un approccio comparativo che faccia risaltare similarità, reti e interconnessioni, ma anche disarmonie e conflitti e di presentare una storia d’Europa che metta in luce la mutevolezza delle identità e il suo continuo ricostruirsi.


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