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John Locke

Figura centrale della tradizione empirista, di derivazione baconiana, Locke circoscrive il campo dell’indagine filosofica sulla conoscenza allo studio dei limiti dell’intelletto umano. Anticipatore di temi illuministici, pone le basi filosofiche dello Stato costituzionale moderno e propugna un regime di libertà religiosa, sia pure limitata.

Un deciso e prudente empirismo

John Locke nasce nel Somerset nel 1632 e i suoi primi studi sono di carattere classico, benché in seguito si dedichi anche agli studi di medicina. Non conseguirà mai il titolo di dottore ma praticherà l’arte medica in molte occasioni. A causa delle sue idee di stampo liberale conosce momenti di difficoltà politica che lo portano a vivere all’estero, prima a Parigi, dove si dedica alla lettura di Descartes e di Gassendi, e poi in Olanda. Tornato in Inghilterra, dopo aver ricoperto varie cariche di carattere politico e civile, muore nel 1704. Forse a causa dei suoi studi di medicina elabora un atteggiamento empirista, da cui nasce la sua critica all’innatismo cartesiano; e tutta la sua speculazione è caratterizzata da tratti poco accademici, tanto è vero che la sua opera principale, il Saggio sull’intelletto umano , nasce (come egli ci dice) da una serie di conversazioni non specialistiche con un gruppo di amici. Se Locke è stato considerato come l’anticipatore di molti temi dell’Illuminismo del secolo successivo, questo è dovuto anche al fatto che, con i filosofi dell’Encyclopédie , egli ha in comune lo stile dell’argomentazione, che si svolge in modo pacato come un colloquio tra intellettuali provenienti da formazioni diverse, che non impiegano termini filosofici tecnici se non dopo averli definiti, e anche in questo caso cercando di attenersi allo stile e alla terminologia del linguaggio quotidiano.

È interessante confrontare l’inizio del Discorso del metodo di Descartes con le pagine introduttive del Saggio. Secondo Descartes “il buon senso è la cosa meglio distribuita nel mondo poiché ciascuno pensa d’esserne così ben provvisto che anche coloro che più difficilmente si accontentano di ogni altra cosa non sogliono desiderarne più di quel che ne hanno”. Questa affermazione apparentemente banale rinvia alla fiducia cartesiana in un patrimonio di idee innate comuni a tutti gli esseri umani, cosicché obbedendo alla loro logica si poteva pervenire con la forza della sola ragione a dedurre tutto ciò che si deve conoscere, compresa l’esistenza di Dio. Il prudente elogio che Locke fa invece del nostro intelletto, che certamente il creatore ha reso capace di intrattenere un rapporto di conoscenza col mondo, concerne peraltro la sua imperfezione, il fatto che può procedere solo in base a criteri di probabilità – e questo perché noi traiamo le nostre capacità di conoscenza non da un patrimonio di principi innati bensì e soltanto dall’esperienza.

Il Saggio sull’intelletto umano

Il Saggio inizia pertanto con un documentato attacco alla persuasione che esistano idee innate: gli uomini possono acquisire tutta la loro conoscenza semplicemente usando le proprie facoltà naturali senza l’ausilio di alcuna idea innata, il consenso universale su alcuni principi non dimostra che essi siano innati, e d’altra parte è evidente che questo consenso non è propriamente universale, dato che le idee che possiamo ritenere innate non sono note ai bambini o agli idioti (che pure hanno un’anima), e persino nel campo delle idee morali e dei principi pratici esistono popoli che hanno concezioni del bene e del male diverse da quelle degli Europei, e che addirittura (tema che veniva usato dai libertini, ma non da Locke, per trarne conclusioni ateistiche) non posseggono l’idea di Dio.

John Locke

Delle parole, o del linguaggio in generale
Saggio sull’intelletto umano, Libro III, cap. I, 1-6

Delle parole, o del linguaggio in generale

1. - Dio, avendo inteso che l’uomo avesse ad essere una creatura socievole, lo ha fatto, non soltanto con l’inclinazione, e dominato da una necessità, di accompagnarsi agli altri esseri della specie sua, ma lo ha anche fornito del linguaggio, destinato ad essere il grande strumento e il comune legame della società. L’uomo, perciò, da natura ha avuto gli organi suoi foggiati in tal modo da esser atti a formare suoni articolati, che chiamiamo parole. Ma questo non bastava a produrre il linguaggio; poiché i pappagalli, e vari altri uccelli, potranno venire istruiti a emettere suoni articolati abbastanza distinti, benché tali animali non siano in alcun modo capaci di linguaggio.

2. - Oltre i suoni articolati, perciò, era ancor necessario che egli fosse in grado di servirsi di tali suoni come segni di concezioni interiori, e di fissarli come contrassegni delle idee contenute nella sua mente: contrassegni mediante i quali esse potessero venir notificate ad altri, e i pensieri della mente degli uomini trasmessi dall’uno all’altro.

3. - Ma nemmeno questo bastava a dare alle parole tutta l’utilità che dovevano avere. Non basta, per la perfezione del linguaggio, che i suoni vengano presi come segni delle idee, ove di tali segni non si possa far uso tale da comprendere in essi varie cose particolari: poiché la moltiplicazione delle parole ne avrebbe reso l’impiego pieno di perplessità, se ogni cosa particolare avesse avuto bisogno di un nome distinto con cui significarla. [Per porre rimedio a questo inconveniente, il linguaggio ottenne ancora un altro miglioramento nell’uso dei termini generali, coi quali fu fatta una sola parola a contrassegnare una moltitudine di esistenze particolari; e questo uso così vantaggioso dei suoni fu ottenuto soltanto mediante la differenza delle idee delle quali essi vennero presi come segni: diventando generali quei nomi cui è stato dato da significare idee generali, e rimanendo particolari quelli che sono usati per idee particolari.]

4. - Oltre questi nomi che rappresentano delle idee, vi sono altre parole di cui gli uomini fanno uso, non per significare alcuna idea, ma la mancanza o assenza di certe idee, semplici o complesse, o delle idee tutte quante; tali sono nihil in latino, e, in italiano, ignoranza e sterilità (in ingl. barrenness). E non si può dire di tutte queste parole negative o privative che propriamente non appartengano a qualche idea o non ne significhino alcuna: poiché in tal caso sarebbero suoni perfettamente insignificanti; ma si riferiscono a idee positive, e ne significano l’assenza.

5. - Ci aiuterà anche un poco a intendere l’origine di tutte le nostre nozioni e di ogni conoscenza l’osservare quanto sia grande la dipendenza delle nostre parole dalle idee sensibili comuni; e come quelle di cui si fa uso perché rappresentino azioni e nozioni del tutto remote dal senso, abbiano da quello il loro nascimento, e da idee sensibili ovvie siano trasferite a significati più astrusi, e portate a rappresentare idee che non cadono sotto la cognizione dei nostri sensi; ad es., immaginare, apprendere, comprendere, aderire, concepire, instillare, disgustare, turbamento, tranquillità, ecc., sono tutte parole tolte dalle operazioni di cose sensibili, e applicate a certi modi del pensiero. Spirito, nel suo senso primario, è il respiro; angelo è un messaggero; e io non dubito che, se potessimo riportarli alle loro fonti, in tutti i linguaggi troveremmo che i nomi esprimenti cose che non cadono sotto i nostri sensi hanno avuto la loro prima origine da idee sensibili. Dal che possiamo in qualche modo congetturare di quale specie fossero le nozioni, e donde tratte, che riempirono di sé le menti di coloro che furono i primi iniziatori dei linguaggi, e come inconsapevolmente la natura, già nel nominar delle cose, suggerisse agli uomini le origini e i principî di tutta la loro conoscenza; poiché, per dare nomi che potessero render note ad altri quelle operazioni, quali che fossero, che essi sentivano in se stessi, o qualunque altra idea che non cadesse sotto i loro sensi, furon costretti a prendere in prestito parole dalle idee di sensazione comunemente conosciute, per ottenere che, in tal modo, gli altri concepissero più facilmente quelle operazioni di cui facevano esperienza in se stessi, ma che non davano di sé alcuna manifestazione esteriore sensibile. E allora, quando avevano ottenuto che certi nomi fossero noti e concordati, a significare quelle operazioni intere delle loro menti, erano ormai abbastanza provvisti per rendere note con parole tutte le altre idee loro; poiché queste non potevano consistere in altro che nelle percezioni sensibili esteriori, o nelle operazioni interiori delle loro menti intorno a quelle: infatti, come si è dimostrato, noi non abbiamo alcuna idea che non ci sia venuta originalmente dagli oggetti sensibili che son fuori di noi, o da ciò che sentiamo dentro noi stessi, dall’interiore operare del nostro spirito, di cui siamo interiormente consapevoli di fronte a noi stessi.

6. - Ma per meglio intendere l’uso e la forza del linguaggio, in quanto serve all’istruzione e alla conoscenza, sarà opportuno considerare:primo luogo, a che cosa siano immediatamente applicati i nomi nell’uso del linguaggio.secondo luogo, poiché tutti i nomi (tranne quelli propri) sono generali, e quindi non rappresentano particolarmente questa o quella cosa singola, bensì specie e categorie di cose, sarà necessario considerare, successivamente, che cosa siano queste categorie e tipi, o, se preferite i nomi latini, che cosa siano le specie e i generi delle cose, in che consistano, e come vengano ad esser formati. Quando questi argomenti siano stati ben considerati (come è necessario), ci troveremo in posizione migliore per venir a scoprire il retto uso delle parole, i naturali vantaggi e difetti del linguaggio, e i rimedi che dovrebbero essere usati ad evitare gli inconvenienti dell’oscurità e dell’incertezza nel significato delle parole: senza di che è impossibile discorrere intorno alla conoscenza con alcuna chiarezza o alcun ordine; poiché la conoscenza, riferendosi sempre a proposizioni, ed essendo, queste, le più comuni e universali, avviene che essa sia più connessa alle parole di quanto forse non si sospetti.considerazioni, perciò forniranno la materia ai seguenti capitoli.

J. Locke, Saggio sull’intelletto umano, trad. it. a cura di C. Pellizzi, Roma-Bari, Laterza, 1951

E qui Locke è uno dei primi pensatori a mettere a frutto (in termini che oggi diremmo di antropologia culturale) le notizie diffuse da viaggiatori ed esploratori di civiltà esotiche sui modi di vivere e di pensare di altre genti, diffondendo così i principi di un certo relativismo culturale.

Certamente, concede Locke, esistono tendenze comuni a tutti gli uomini (come il desiderio della felicità e l’avversione all’infelicità), ma si tratta di inclinazioni del nostro appetito e non di verità concepite dal nostro intelletto. L’uomo ha riconosciuto come innate alcune proposizioni generali sulle quali è parso che fosse istintivo il consenso di tutti. Ma la nostra mente è tabula rasa, ovvero un foglio di carta bianco su cui vengono scritte le idee solo via via che ci provengono dall’esperienza.

Anche se il bersaglio dell’anti-innatismo di Locke non è tanto Cartesio, dal quale trae molti suggerimenti, ma piuttosto l’innatismo dei platonici di Cambridge e quello di Malebranche), il suo empirismo si preoccupa di stabilire i limiti dell’intelligenza umana rispetto ai fenomeni di cui si può parlare in modo ragionevole. Da questo stile non si discostano neppure le sue opere sull’educazione, sulla religione, sulla tolleranza e sulla filosofia politica. In tal senso Locke ha profondamente influenzato lo stile filosofico anglosassone sino ai giorni nostri.

Dato che l’esercizio dell’intelligenza è la facoltà che pone l’uomo al di sopra degli altri esseri sensibili, nel Saggio Locke intende indagare l’estensione e i limiti della conoscenza umana, e stabilire quanto questa conoscenza sia certa oppure basata su principi di probabilità, attraverso i vari gradi della certezza, della credenza, dell’opinione e del consenso.

Non tutte le conoscenze hanno lo stesso grado di certezza. Ma il fatto che esistano cose al di fuori del raggio della nostra conoscenza non significa che questa non possa essere migliorata. “Se un domestico pigro e capriccioso, che non ha compiuto il lavoro che doveva fare al lume della candela, si lamenta che non aveva a disposizione la luce aperta del sole, questo non sarà ammesso come scusa per la sua trascuratezza. La candela, che è accesa in noi, fa una luce sufficiente per tutti i nostri propositi... Non dobbiamo chiedere la certezza quando può essere ottenuta solo la probabilità, e non dobbiamo rifiutare la credenza in ogni cosa solo perché non possiamo conoscerle tutte”. In tal caso “saremmo tanto saggi quanto chi non usasse le gambe, ma restasse fermo e morisse, perché non ha ali per volare” (Saggio, Introduzione, 1-8).

Il primo problema che Locke si pone è esaminare in base a quali movimenti della nostra mente e a quali alterazioni dei nostri corpi si crei una sensazione mediante l’aiuto dei nostri organi sensoriali, o una idea interna del nostro intelletto.

I nostri sensi, che vengono in contatto con oggetti sensibili particolari, convogliano nella mente diverse percezioni delle cose, secondo il modo in cui gli oggetti agiscono sui sensi. La prima fonte delle nostre idee è la sensazione; la seconda è la riflessione interna.

Alcune idee sono semplici (colori, sapori, forme, solidità), altre sono complesse (elaborate per composizione di idee semplici dalla riflessione interna) come l’idea di fiore, uomo o cavallo.

“Né il genio più esaltato né l’intelletto più vasto, per rapido e vario che sia il suo pensiero, può inventare o costruire una nuova idea semplice” (Saggio 1, II, 1-2). Ogni conoscenza proviene dall’esperienza.

Locke chiama “idea” tutto ciò che la mente concepisce in se stessa o è oggetto immediato di percezione. Questi oggetti esibiscono delle qualità. Sono primarie le qualità che sono nei corpi (come la massa, la figura o il numero) e sono secondarie o sensibili quelle che un corpo, a causa delle sue qualità primarie, produce operando sui nostri sensi (colori, suoni o gusti).

I corpi hanno inoltre poteri, e possono agire sugli altri corpi, come il fuoco ha il potere di fondere il piombo. Da un punto di vista rigorosamente empiristico la distinzione tra qualità primarie e secondarie non sarebbe sostenibile, ma pare che Locke consideri primarie le qualità su cui la maggior parte di noi dovrebbe assentire in qualsiasi circostanza (il peso di un corpo non muta a seconda delle circostanze esterne) e secondarie quelle su cui il consenso è determinato dalle circostanze (sapori e colori possono cambiare a seconda del soggetto che li percepisce) e dalle condizioni esterne.

La mente umana è anche capace di separare un’idea da tutte le altre che l’accompagnano: così facendo astrae, e produce idee generali.

Le idee complesse possono essere modi (come l’idea di triangolo o di gratitudine), sostanze singole (come quella di uomo o di pecora) o collettive (esercito o gregge), oppure relazioni tra idee diverse (marito o fratello). Le nozioni che abbiamo delle relazioni sono più chiare di quelle che abbiamo delle sostanze.

La critica dell’idea di sostanza è un caposaldo della filosofia lockiana. Nel comporre idee semplici in idee complesse noi siamo portati a conferire a queste idee complesse una esistenza autonoma. Così pensiamo che esistano sostanze come uomo o pecora, e riteniamo che le loro varie qualità primarie o secondarie siano altrettanti accidenti che sono sostenuti da un sostrato (o sostanza, o essenza) nel senso che riteniamo che una tale sostanza umana sia bianca, o alta, o in movimento. Tuttavia di queste sostanze non abbiamo alcuna idea chiara e distinta che non sia la composizione delle varie qualità attuate nella riflessione interna. Nello stesso modo ci comportiamo supponendo che esista una sostanza spirituale come supporto dei vari nostri atti di pensare, ragionare o temere.

La critica dell’idea di sostanza si basa sulla concezione lockiana del linguaggio. Le parole che usiamo sono segni sensibili delle idee che sono nella mente di chi le usa. Solo mediatamente riteniamo anche che siano (1) segni delle idee che sono nella mente di chi ci ascolta e (2) segni delle cose di cui parliamo.

Ma le parole significano in prima istanza solo le idee, alle quali sono state applicate in base a una scelta arbitraria. È impossibile che ogni cosa particolare di cui abbiamo esperienza possa essere nominata (come se si dovesse elaborare un termine particolare per il colore di un certo fiore in una certa ora del giorno e in un determinato momento dell’anno). Se anche questo fosse possibile, nulla garantirebbe che il nome che diamo a questa esperienza particolare possa riferirsi alle esperienze altrettanto particolari che si riflettono nella mente dei nostri ascoltatori. Pertanto la maggior parte delle parole che usiamo sono termini generali, ovvero segni di idee generali.

Locke non nega che la natura faccia molte cose simili tra loro, come è testimoniato dal fatto che gli animali che assegniamo a una certa specie generano solo animali della stessa specie. Ma l’assortire cose sotto termini generali (uomo, pecora, cane ecc.) è operazione dell’intelletto umano, che costruisce idee generali astratte sulla base delle somiglianze che percepisce.

L’essenza reale di una cosa sfugge alla nostra conoscenza, e noi parliamo solo della sua essenza nominale (che ne è l’idea generale astratta contrassegnata da un nome). Le idee nominali sono costruzioni artificiali che dipendono dal grado d’informazione che possediamo circa qualcosa. Il linguaggio è lo strumento grazie al quale organizziamo la nostra conoscenza della realtà individuando essenze nominali. In tal senso si è detto che Locke riproduce il “nominalismo” di Ockham – ovvero, a essere corretti, il suo concettualismo.

Pur essendo strumento indispensabile di conoscenza della realtà, il linguaggio è tuttavia imperfetto perché spesso le parole non si riferiscono a idee chiare e distinte, vengono usate in modo incostante o oscuro, oppure si crede che le parole siano cose, o le si usa per cose che esse non significano; infine si crede che chi ci ascolta debba necessariamente associare alle parole che noi usiamo le stesse idee che vi associamo noi. Locke dedica il terzo libro del suo Saggio non a proporre (come altri pensatori del suo tempo) una lingua perfetta, ma a fornire istruzioni per controllare l’uso che noi facciamo delle parole, per eliminare quanto possibile ambiguità e imprecisioni. La critica degli usi linguistici diventa perciò in Locke la critica dei limiti della nostra conoscenza. Questo terzo libro è opera di straordinaria modernità ed è certo sotto la sua influenza che la filosofia anglosassone ha poi elaborato, nel corso del XX secolo, un’analisi del linguaggio ordinario come riflessione filosofica per eccellenza.

A confermare l’interesse centrale che il linguaggio assume nella sua speculazione va ricordato come alla fine del Saggio Locke specifichi che l’insieme della conoscenza si articola in fisica, etica o pratica, e semiotica. La semiotica, identificata con la logica, diventa la disciplina che considera “la natura dei segni dei quali la mente fa uso per comprendere le cose o per trasmettere agli altri la propria conoscenza” (Saggio, 4, XXI, 4).

La nostra conoscenza è vera solo quando si stabilisce una conformità tra le nostre idee e la realtà delle cose. Il criterio di conformità si basa sulla certezza che sia le idee semplici sia quelle complesse (tranne quelle delle sostanze) siano conformi alla realtà che le provoca. La verità consiste dunque nell’unire e separare segni “secondo che le cose significate da quei segni sono in accordo o disaccordo l’una con l’altra” (Saggio, 3, IX, 3).

Per poter estendere la conoscenza al di là delle evidenze empiriche disponiamo della ragione, le cui facoltà sono la sagacia e l’illazione (o inferenza), grazie alle quali si trovano le connessioni tra le idee, e le si ordina in modo da pervenire a deduzioni esatte. Però anche la ragione ha dei limiti: essa non può funzionare se non si esercita su idee ottenute attraverso l’esperienza, viene spesso applicata a idee confuse, non riesce sovente a individuare la giusta connessione tra le idee, è molte volte ingannata da parole dubbie e segni incerti usati nei ragionamenti.

Una teoria della conoscenza basata sull’individuazione dei suoi limiti induce Locke, come si era detto, a formulare una teoria del giudizio (mediante il quale si sopperisce alla mancanza di conoscenze chiare e certe) come basato sulla probabilità e la verosimiglianza.

Il più alto grado di probabilità si ha quando il generale consenso, di tutti gli uomini e in tutte le epoche, concorre a confermare con l’esperienza costante e continua la verità di una data opinione. Gradi più deboli di conoscenza si basano sulla fiducia.

Nell’ambito della riflessione interna Locke analizza anche la vita della coscienza (memoria, ricordo, contemplazione, attenzione) e spiega come dalle idee semplici di dolore e piacere si generino quelle di bene e male, e da queste altre passioni come amore e odio, disagio, gioia, desiderio ecc. Dalla riflessione sulle passioni scaturiscono anche le nozioni di volontà e libertà che rivestono un ruolo centrale nella teoria politica di Locke.

Quanto ai temi classici della riflessione cartesiana, che Locke riprende, noi abbiamo della nostra esistenza una percezione chiara e certa che non richiede alcuna altra prova. Se si assume che l’intelletto è tabula rasa, è evidente che le idee vi si formano solo a opera di una realtà esterna. Quanto all’idea di Dio, essa non è innata, tuttavia ci appare evidente che qualcosa debba esistere dall’eternità.

Questa parte della filosofia lockiana appare la più debolmente argomentata, non solo perché non si comprende come esistano allora dei popoli privi dell’idea di Dio, ma perché il pensiero di una sostanza divina dovrebbe cadere sotto la stessa critica che viene rivolta alla nozione di sostanza pensante.

La certezza delle verità di fede è data dal fatto che esse si basano sulla testimonianza di chi non può né ingannare né essere ingannato, e cioè Dio stesso. Evidentemente questa sicurezza implica la fede in una verità rivelata. Locke (sia nel Saggio sia in Sulla ragionevolezza del cristianesimo) sostiene che, per quanto distinta dalla ragione, la fede è un saldo assenso dello spirito: “Ora, se esso è regolato come è ragionevole regolarlo, non può essere concesso a una cosa se non sulla base di una buona ragione, e questo non può essere opposto alla ragione” (Saggio 3, XVIII, 24). La fede è accettata sulla base della rivelazione ma, siccome neppure la rivelazione può comunicare idee che noi non abbiamo ricevuto dall’esperienza, nessuna rivelazione può contraddire la nostra conoscenza intuitiva. Al massimo alcune verità di fede possono essere accettate anche quando mostrano probabilità assai deboli, ovvero quando, senza contraddire la ragione, sono contro la probabilità. Il “cristianesimo razionale” (o ragionevole) di Locke si limita in effetti a credere che vi è stato il peccato di Adamo e che Cristo è il Messia e il nostro maestro di vita morale.

La tolleranza

Locke ha poi lasciato scritti fondamentali sul problema politico e sul concetto di tolleranza, dall’Epistola sulla tolleranza ai Due trattati sul governo civile. Sulla base di una fede fondamentalmente estranea all’accettazione di ogni dogma (e la posizione di Locke è stata in seguito identificata col “deismo” degli illuministi) Locke sostiene che nessuna Chiesa può vincolare i credenti in modo indissolubile, nessun potere ecclesiastico può essere costrittivo, dato che non riguarda gli affari di competenza dello Stato, e può esercitarsi solo attraverso ammonizioni e consigli. Del pari, nessuno Stato può identificarsi con una Chiesa particolare. Locke sostiene la limitazione e il mutuo rispetto dei due poteri, ecclesiastico e politico. Egli tuttavia esclude dal diritto alla tolleranza i cattolici (che si rifanno al diritto politico del papa) e gli atei. Sia pure con queste limitazioni, tipiche del suo tempo e della situazione politica in cui viveva, Locke diventa il campione di un pensiero liberale che fiorirà nei secoli successivi, sostenendo la non confessionalità dello Stato, il diritto di libera associazione e il rispetto di tutte le fedi.

L’origine della democrazia moderna

Nei Due trattati sul governo del 1690 Locke pone le basi giuridiche dello Stato costituzionale moderno. Nel primo Trattato confuta la pretesa di legalità dello Stato assoluto, e dimostra falsa la pretesa di poter fondare il potere monarchico su una legittimità divina, attraverso interpretazioni distorte delle Sacre Scritture, come aveva invece tentato lo scrittore politico inglese Robert Filmer.

Nel secondo Trattato espone le sue tesi sull’origine del diritto e dello Stato. Tutti gli uomini nascono naturalmente liberi, e lo stato di natura è visto da Locke come condizione positiva di uguaglianza naturale in cui ogni individuo agisce per la sua conservazione senza subire la volontà di altri. Il suo modello di stato di natura, come d’altronde accade per la concezione globale della politica, è radicalmente opposto a quello di Hobbes.

Lo stato di natura comprende il diritto alla proprietà privata individuale e all’uso dei frutti del proprio lavoro. È anzi il lavoro che legittima la proprietà dei beni e dei terreni lavorati. Il passaggio all’associazione politica tra individui (la fondazione di una comunità o di uno Stato) diventa necessario a scopo di protezione, per stabilire un diritto eguale per tutti e un giudice imparziale.

Lo Stato nasce quindi per contratto comune allo scopo di difendere i diritti e la libertà dei singoli. Nell’associazione gli individui si impegnano a seguire le decisioni della maggioranza, e delegano a una autorità la difesa dei diritti naturali: vita, sicurezza, proprietà, punizione per chi offende la legge naturale.

Lo Stato organizza il potere politico dividendolo tra potere legislativo (che fissa le leggi), esecutivo (che fa rispettare le leggi con la forza) e federativo (che regola i rapporti tra Stati).

Questi poteri devono, secondo Locke, essere separati e rappresentati da persone diverse. Il potere politico è affidato al governo. Se il governo viola i patti danneggiando la comunità, il popolo può destituirlo esercitando il diritto alla rivolta. Il potere è quindi uno strumento scelto dalla società per migliorare l’esistenza dei singoli, e deve rispettare questa finalità. Locke, dunque, sostiene il modello della democrazia rappresentativa inglese, realizzato a partire dal 1689 con la prima monarchia costituzionale della storia.


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