13'

José Saramago

L’autore portoghese è profondamente radicato nel proprio Paese, di cui illumina tratti di storia con corrosivo umorismo in Memoriale del convento, per poi giungere con L’anno della morte di Ricardo Reis a una sorta di realismo magico. Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con Storia dell’assedio di Lisbona, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Cecità e con il conferimento del premio Nobel nel 1998.

Una scrittura rumorosa: verso il Memoriale del convento

José Saramago

Ricardo Reis e Fernando Pessoa

Allora bussarono alla porta. Ricardo Reis si precipitò, andò ad aprire, con le braccia pronte ad accogliere la donna in lacrime, invece era Fernando Pessoa, Ah, sei tu, Aspettavi qualcun altro, Se sai cosa è successo, devi supporre di sì, credo di averti detto una volta che Lìdia aveva un fratello in Marina, È morto, Sì. [...] Senza muoversi, disse, Sono venuto a dirti che non ci rivedremo più, Perché, Il mio tempo è giunto alla fine, ti ricordi che avevo detto di averne solo per alcuni mesi, Mi ricordo, Ebbene, sono finiti. [...] E quel libro, a che serve, Con tutto il tempo che ho avuto, non sono riuscito a finire di leggerlo, Non avrai tempo, Avrò tutto il tempo, Ti sbagli, la lettura è la prima facoltà che si perde, ricordi. Ricardo Reis aprì il libro, vide dei segni incomprensibili, delle linee nere, una pagina sporca, Faccio già fatica adesso a leggere, disse, ma me lo porterò lo stesso, Perché, Lascio il mondo con un enigma di meno. Uscirono di casa, Fernando Pessoa osservò ancora, Non hai preso il cappello, Lo sai meglio di me che là non si usa. Erano sul marciapiede davanti al giardino, guardavano le luci pallide del fiume, l’ombra minacciosa dei monti. Allora andiamo, disse Fernando Pessoa, Andiamo, disse Ricardo Reis. Adamastor non si voltò a guardare, gli sembrava che questa volta sarebbe riuscito ad emettere il grande urlo. Qui, dove il mare è finito e la terra attende.

J. Saramago, L’anno della morte di Ricardo Reis, Torino, Einaudi, 1996

José Saramago nasce il 16 novembre 1922 ad Azinhaga, in Portogallo, ed esordisce nel 1947 con Terra del peccato (Terra do pecado), romanzo di impronta neorealista che non ottiene però particolare successo. Attivo oppositore del regime salazarista, Saramago si iscrive al Partito comunista clandestino e, acquistata notorietà come critico letterario per la rivista “Seara Nova”, pubblica nel 1966 la sua prima raccolta di poesie I Poemi possibili (Os Poemas Possíveis, 1966) a cui segue, quattro anni dopo, Probabilmente allegria (Provavelmente Alegria, 1970). Di quegli anni, insieme a testi teatrali, novelle e romanzi, sono le cronache Di questo e d’altro mondo (Deste mundo e do outro, 1971), Il bagaglio del viaggiatore (A bagagem do viajante, 1973) e Le opinioni che Dl ebbe (As opiniões que o DL teve, 1974).

Alla caduta di Salazar (1974) Saramago diviene esponente di spicco della generazione di scrittori postrivoluzionari. In Manuale di pittura e calligrafia (Manual de pintura e caligrafia, 1977), romanzo ambientato nelle ultime settimane del regime e definito dall’autore “un libro di apprendistato; ma […] anche forse il mio libro più autobiografico”, assistiamo alla presa di coscienza dell’artista narratore H. che, rifiutando l’asservimento al potere, rigetta la sua mediocre attività di ritrattista “ufficiale” per dedicarsi alla calligrafia, nello specifico alla stesura di un diario. Una terra chiamata Alentejo (Levantado do Chão, 1980) narra le vicende di una famiglia contadina dell’omonima regione portoghese dai primi anni del secolo fino alla rivoluzione dei garofani. La rappresentazione della dura realtà latifondista caratterizzata da povertà, violenze e sfruttamento coincide con la nascita di quella cosiddetta “scrittura orale” che, da qui in poi, caratterizzerà, in forme e modi diversi, tutte le opere di Saramago: “Come evitare” – dice l’autore stesso in un’intervista del 1994 – “di cadere nei modelli neorealisti che la storia stessa sembrava richiedere? Senza essere venuto a capo dei miei dubbi mi sono rassegnato a cominciare il libro. Dopo circa 30 pagine, improvvisamente, senza poter dire come e perché, sono passato dalla mia scrittura ‘normale’ a un flusso verbale apparentemente senza regole, come se stessi raccontando la vita di coloro che mi avevano raccontato la loro vita”.

Qualche anno dopo, nel 1984, Saramago raggiunge il successo internazionale con Memoriale del convento (Memorial do Convento, 1982), romanzo poliedrico dove la grande storia ufficiale si incrocia con quella dimenticata degli umili, intessendo una complessa e frastagliata rete di vicende e racconti sullo sfondo del Portogallo di inizio Settecento dominato dalla monarchia e dall’Inquisizione: la costruzione del convento di Mafra, voluto da re Giovanni V in cambio della grazia ricevuta per la nascita dell’erede maschio, con i sacrifici in termini di vite umane che essa comporta; la storia d’amore tra l’ex soldato monco Baltasar Mateus il Sette-Soli e la giovane Blimunda che, se a digiuno, è dotata del potere di leggere dentro le persone; il progetto di padre Bartolomeu Lourenço de Gusmão (figura storica realmente esistita) di raggiungere il cielo grazie alla Passarola, un aerostato “fatto di sole, ombra, nuvole chiuse, calamite e lamine di ferro” mosso dalle volontà delle persone, alla cui costruzione prendono parte sia l’ingegnere-operaio Baltasar sia Blimunda con le sue doti sovrannaturali. Lo scrittore denuncia l’arroganza del potere monarchico e smaschera la stupidità ipocrita di quello ecclesiastico, mostrando come entrambi concorrano ad attuare e perpetrare lo stato di sfruttamento e sottomissione del popolo e delle donne; il tentativo di ascensione al cielo, sogno liberatorio e “allegoria” – sono parole dello scrittore stesso – “per parlare di Dio e dello Spirito”, termina con la fuga del prete e il rogo che Bartolomeu condivide con il famoso autore drammatico Antonio José da Silva detto il Giudeo, anch’egli, come il prete, personaggio storico realmente esistito e bruciato per ordine dell’Inquisizione il 17 ottobre 1739. La dura critica storico-sociale di Saramago si esprime in scene di alto contenuto drammatico, mentre la messa in questione di una narrazione uniforme e lineare accompagna l’idea che menzogna e verità siano indissolubilmente legate fra loro e che la storia sia la somma di tanti destini individuali e simultanei: la moltiplicazione di punti di vista insoliti, controversi e periferici si affianca, spesso senza possibilità di una chiara distinzione, ai commenti dell’autore stesso; diverse forme di ironia e un umorismo corrosivo costituiscono il tessuto sul quale si manifesta una divertita mescolanza di diversi codici culturali e stilistici, dall’opera comica al picaresco, dalla commedia dell’arte all’oratorio; continue digressioni su svariati temi, sia storici, sia letterari, sia di carattere più generale interrompono frequentemente la narrazione, assemblando un testo che rivela il suo procedimento e si dichiara esplicitamente nel suo farsi, aumentando così quel corto circuito tra reale e fantastico e tra storia e letteratura che caratterizza la scrittura mistificatrice di Saramago.

Pessoa e l’identità portoghese

Se, come ha sottolineato lo scrittore stesso nel suo discorso per l’assegnazione del Nobel nel 1998, “la possibilità dell’impossibile, i sogni e le illusioni sono il soggetto dei miei romanzi”, proprio il paradosso tra immaginazione e mondo concreto costituisce il punto di partenza de L’anno della morte di Ricardo Reis (O ano da morte de Ricardo Reis, 1984), dove Saramago immagina che il dottore-poeta Ricardo Reis, uno dei tre eteronomi usati dal poeta lusitano Fernando Pessoa, esista realmente e, alla morte di questi, torni a Lisbona dopo 16 anni di assenza dal Portogallo, non sapendo neanche lui esattamente per quale motivo. Si crea insomma una sorta di realismo magico, basato sulla narrativizzazione di un personaggio fittizio messo di fronte al suo creatore divenuto anch’egli fittizio. Ricardo Reis alloggia all’Hotel Bragança, dove ha dapprima una storia con la cameriera Lidia, poi con una ragazza di Coimbra, Marcenda, ospite regolare dell’albergo per le cure mediche al suo braccio leso. Di quando in quando il fantasma di Pessoa torna a trovare il protagonista, quest’ultimo testimone e filtro di un passato nazionale ancora vicino e presente tanto che, come ha rilevato Luciana Stegagno Picchio, “il vero protagonista del suo libro eponimo non è […] lui [Ricardo Reis], ma come vuole realmente il titolo, l’anno della sua morte”, quel 1935 che segna, tra le altre cose, il successo del fascismo in Italia, l’ascesa del nazismo in Germania, la dittatura salazarista in Portogallo e la guerra civile in Spagna. Ricardo Reis, come immaginato e delineato da Pessoa, è infatti un poeta neoclassico e pastorale, erede morale e spirituale di tutta la tradizione umanista. Egli è sostenitore neoepicureo del disimpegno dello scrittore e proprio per questo è rappresentato da Saramago con ironia: la fine della relazione con Lidia, sorella di un rivoluzionario, e il loro disaccordo sulla guerra di Spagna rimandano al rifiuto di Ricardo di stare dalla parte dei poveri, quasi a dire che il distacco dell’artista, in tempi difficili, è condizione indispensabile ma non sufficiente per un’arte veramente significativa. Proseguendo la sperimentazione stilistico-formale dei due romanzi precedenti Saramago ci presenta Ricardo attraverso il punto di vista dei vari personaggi (Lidia, Marcenda, il facchino Pimenta, l’attento direttore d’albergo); i numerosi rimandi intertestuali spaziano dai riferimenti alle altre opere di Saramago stesso ai poeti nazionali Pessoa e Luis de Camões fino a Herbert Quain (quest’ultimo, analogamente a Ricardo Reis, personaggio fittizio prodotto della fantasia di Jorge Luis Borges); l’atto della scrittura è reso manifesto dalle diverse voci del narratore, di Pessoa e di Reis, mentre il testo è intessuto di una vasta gamma di registri e stilemi giocosamente riprodotti e parodiati, dalle frasi fatte del pettegolezzo allo slogan, dall’inno patriottico al proverbio, dagli stereotipi giornalistici alla canzonetta. Ancora degli anni Ottanta ricordiamo La zattera di pietra (A jangada de Pedra, 1986), in cui Saramago immagina che la penisola iberica, dopo essersi staccata dall’Europa, cominci a dirigersi verso l’Atlantico, Storia dell’assedio di Lisbona (História do cerco de Lisboa, 1989), che tratta il tema della verità storica, della sua falsificazione e dunque della reale possibilità di giungere alla conoscenza, e la pièce teatrale La seconda vita di San Francesco (A segunda vida de Francisco de Assis, 1987), dove San Francesco, tornato sulla Terra ai giorni nostri, trova l’ordine da lui fondato ridotto a una sorta di holding finanziaria e comincia una battaglia contro la povertà perché “è un errore contro la carne e contro lo spirito fare della povertà la condizione per accedere al Cielo”.

Visione e Cecità

Con Il Vangelo secondo Gesù Cristo (O Evangelho segundo Jesus Cristo, 1991), come spiega Saramago stesso in un’altra intervista, “termina la fase del romanzo storico e di ricerca dell’identità collettiva portoghese e inizia una nuova fase del mio lavoro”. Il romanzo, che suscita grande scalpore e subisce anche varie censure, è una rilettura in chiave umana e terrena degli episodi più significativi della vita di Gesù e affronta, con toni spesso ironici, talvolta apertamente sarcastici e irriverenti, serie questioni esistenziali, filosofiche e teologiche quali, per esempio, il ruolo di Dio, il senso del martirio, la natura del bene e del male, dell’innocenza e della colpa. Quattro anni dopo, nel 1995, Saramago pubblica Cecità (Ensaio sobre a ceguiera, 1995), romanzo che tratta il tema postmoderno della contaminazione: la diffusione di un’improvvisa quanto devastante epidemia di “mal bianco” che rende tutta la popolazione cieca invade un non ben identificato paese (c’è infatti una sorta di rarefazione di tutte le connotazioni spazio-temporali) gettandolo nel caos e nella violenza. Unica immune è la moglie dell’oculista scopritore del morbo che, ultima speranza in un mondo ormai regredito a uno stato disumano, fingendosi cieca porta in salvo il marito e un gruppo di pazienti internati in un ex manicomio, ora adibito a campo di concentramento per contenere gli appestati. La rappresentazione della barbarie non risparmia scene di violento e crudo impatto, nel tentativo di indagarne le ragioni filosofiche (in che cosa effettivamente consiste la vita umana e quali sono le sue condizioni di esistenza), il significato antropologico (il rapido passaggio dalla civilizzazione allo stato ferino di natura) e quello socio-politico (la follia di una nazione che cade nella cecità della dittatura e del totalitarismo) proprio attraverso la figura femminile della donna, l’unica che comincia a vedere e ad avere quella comprensione lucida del mondo che a tutti gli altri, regrediti nelle tenebre della cecità, è negata. Nel romanzo seguente, Tutti i nomi (Todos os nomes, 1997), nessun personaggio ha paradossalmente un nome eccetto il protagonista, l’irrilevante impiegato José, che intraprende la ricerca di una donna sconosciuta di cui legge il nome in un registro, muovendosi tra il mondo dei vivi, la Conservatoria Generale dell’Anagrafe, e quello dei morti, il Cimitero: se la Conservatoria appare sempre più metafora del mondo, il labirinto sembra essere quella della vita (a sua volta specchio della morte), mentre il concetto di identità si configura come un complesso e indecifrabile mistero. Dopo il conferimento del premio Nobel nel 1998, Saramago completa la “trilogia accidentale” di Cecità e Tutti i nomi con il romanzo La caverna (A caverna, 2000), rielaborazione in chiave moderna dell’omonimo mito platonico (trasfigurato ora in un centro commerciale), dove è analizzato il tema del mondo consumistico contemporaneo e della percezione illusoria che l’uomo ha della realtà in cui vive.

In L’uomo duplicato (O homem duplicado, 2002) Saramago immagina che un solitario professore di matematica, Tertuliano Màximo Afonso, scopra per caso, tra gli attori di un film che gli capita di vedere, nientemeno che la copia (o l’originale?) di se stesso, a se stesso identico in tutto e per tutto, perfino nelle cicatrici del corpo. Comincia così un accattivante poliziesco tra il reale e l’onirico, un’inquietante e misteriosa ricerca attraverso la quale lo scrittore portoghese continua la sua riflessione sull’essere umano e tratta i temi del doppio, dell’identità e dell’alterità, dell’autenticità e della riproducibilità seriale. Saggio sulla lucidità (Ensaio sobre a lucidez, 2004) condivide con Cecità alcuni personaggi che ricompaiono, il titolo analogo (Ensaio sobre a ceguiera significa letteralmente “Saggio sulla cecità”) e una simile paradossale situazione di partenza (la popolazione di un imprecisato Paese vota in massa scheda bianca dando inizio a una svolta repressiva del governo) che Saramago utilizza per imbastire un giallo politico definito da lui stesso una “satira violentissima della democrazia” ormai sottomessa al pervasivo e onnipresente potere economico. Il romanzo dal titolo Le intermittenze della morte (Las intermitencias de la muerte, 2005) racconta cosa succederebbe se un giorno, d’un tratto, la morte decidesse di sospendere la sua attività: altra situazione paradossale e allegorica tipica dei romanzi di Saramago che, ancora una volta, si confronta con temi universali come quelli dell’esistenza e dell’immortalità senza perdere mai la lucidità e la levità che caratterizzano la sua scrittura.


Tutti i diritti riservati - EM Publishers Srl