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La Babilonia all’epoca di Hammurabi

Nella prima fase del suo regno, Hammurabi, asceso al trono di Babilonia nel 1792 a.C., è impegnato in una serie di campagne militari che hanno come scopo principale la definizione dei confini del proprio regno rispetto a quelli dei vicini regni di Eshnunna e Mari. La sconfitta nel 1764 a.C. dell’avanzata elamita in Mesopotamia segna invece l’inizio di una politica di espansione che conduce Hammurabi alla conquista di Larsa e di Mari. Alla sua morte, avvenuta nel 1750 a.C., Babilonia è il regno più potente del Vicino Oriente antico. Tuttavia, i suoi successori si trovano ben presto a dover fronteggiare numerosi problemi legati alla sua organizzazione e al mantenimento dei confini. Ribellioni, inondazioni, carestie e l’infiltrazione di popolazioni nomadiche provenienti da nord, i Cassiti, ne indeboliscono progressivamente le fondamenta. Il colpo di grazia viene inflitto a Babilonia dagli Ittiti che nel 1595 a.C. conquistano e saccheggiano la città. Grazie alla varietà e alla ricchezza delle sue fonti, lo studio del periodo paleobabilonese ha raggiunto negli ultimi decenni livelli di notevole approfondimento. Caratteristico di questa fase è, ad esempio, lo sviluppo di intense relazioni internazionali favorite dalla comune appartenenza tribale che lega i sovrani delle principali città del Vicino Oriente antico. Possediamo inoltre numerose informazioni sulla composizione della società, l’amministrazione della giustizia – si pensi al famoso Codice di Hammurabi – l’economia e la religione.

Dall’ascesa di Hammurabi alla distruzione di Babilonia (1792-1595 a.C.)

Hammurabi è il sesto re di una dinastia d’origine amorrea che si stabilisce a Babilonia all’inizio del XIX secolo a.C. Al momento della sua ascesa, nel 1792 a.C., il regno di Babilonia è un regno di modeste dimensioni che svolge un ruolo secondario all’interno di uno scenario politico che vede come protagonisti il regno di Larsa a sud, il regno di Eshnunna a est e il regno dell’Alta Mesopotamia a nord. I primi anni del regno di Hammurabi, lo vedono soprattutto impegnato nel tentativo di ampliare il proprio territorio a danno dei vicini. Nel 1777 a.C. è alleato con Samsi-Addu e Ibal-pi-El di Eshnunna in una vittoriosa campagna contro il regno di Malgium.

Lo smembramento del regno dell’alta Mesopotamia dopo la morte di Samsi-Addu nel 1775 a.C. apre un periodo di tensione fra i vari sovrani della Mesopotamia per la definizione dei confini dei rispettivi territori. Il re di Eshnunna, Ibal-pi-El II, cerca di ricostituire a proprio profitto il regno dell’alta Mesopotamia e nel 1772 a.C. attacca la regione del Medio Eufrate, dove è collocato il regno di Mari, ora posto sotto il dominio di Zimri-Lim. Quest’ultimo attraversa una fase di difficoltà a causa di una rivolta delle tribù nomadi di etnia beniaminita (si ricordi che la sua dinastia appartiene all’etnia simalita). Ibal-pi-El stabilisce di aprire due fronti: uno in prossimità di Mari, dove si impadronisce della città di Khanat, e uno a nord-ovest, dove occupa diverse città collocate nella regione del Djebel Sindjar e tra queste Shubat-Enlil, la vecchia capitale di Samsi-Addu (una conquista di notevole portata simbolica). Nel frattempo Hammurabi decide di portare aiuto a Zimri-Lim e tra il 1772 e il 1771 a.C. un’armata babilonese si insedia in due piazzeforti nella valle dell’Eufrate. Il re di Mari, domata la rivolta interna, si porta a sua volta a nord per tentare di frenare l’avanzata di Eshnunna e mantenere il controllo dei piccoli regni della regione, alcuni dei quali sono già passati dalla parte del nemico (è il caso, ad esempio, del re di Andarig, Qarni-Lim). L’improvvisa ritirata delle truppe di Eshnunna dal Djebel Sindjar dà il via ad una serie di regolamenti di conti tra i re della regione rimasti fedeli a Mari e quelli passati dalla parte di Eshnunna. Nel 1770 a.C. Zimri-Lim stipula un trattato con Ibal-pi-El: il re di Mari riconosce la supremazia del re di Eshnunna e gli conferisce il titolo di “padre”, secondo la terminologia “famigliare” che in questa fase definisce i rapporti tra i vari sovrani della Mesopotamia. Da parte sua, Ibal-pi-El II rinuncia alle proprie ambizioni territoriali sia nel Sukhum, che viene diviso tra Mari (la città di Hit) e Babilonia (la città di Rapiqum), sia nella regione del Jebel Sinjar. Questo trattato inaugura un breve periodo di pace ed equilibrio (1769-1766 a.C.).

Nel 1765 a.C. il re del potente regno dell’Elam (che corrisponde alla parte occidentale dell’attuale Iran, con capitale Ashnan, attuale Tall-i-Malyan), rimasto fino a questo momento neutrale e anzi considerato arbitro dei conflitti tra i vari regni mesopotamici, pone sotto assedio e conquista Eshnunna potendo contare sull’aiuto di Hammurabi e dello stesso Zimri-Lim (che entra a far parte dell’alleanza nonostante il trattato stipulato pochi anni prima). Tuttavia le mire espansionistiche dell’Elam non si limitano al bacino della Diyala. Un’armata elamita risale il Tigri, prende Ekallatum e Shubat-Enlil con l’intento di impadronirsi della via commerciale che porta verso l’Anatolia. Ancora una volta la regione del Djebel Sindjar e il regno di Mari sono in pericolo. Nel frattempo una seconda armata avanza all’interno del territorio controllato da Babilonia, e occupa le città di Mankisum e Upi (quest’ultima è conosciuta in epoca classica come Opis). Zimri-Lim e Hammurabi si trovano a questo punto a combattere contro un nemico comune e stipulano un’alleanza (1765 a.C.), della quale entra a far parte anche Yarim-Lim, re di Yamkhad (il regno siriano con capitale Aleppo), che prevede l’impossibilità per i contraenti di trattare separatamente la pace con l’Elam. Nel 1764 a.C. la coalizione riesce a sconfiggere l’esercito elamita.

Questa vittoria segna di fatto l’inizio della politica di espansione di Hammurabi. La sua prima importante conquista è il regno di Larsa, guidato dall’ormai anziano Rim-Sin, l’unico a non aver preso parte alla coalizione anti-elamita. Dopo sei mesi di assedio, la città, provata dalla mancanza di risorse alimentari, cade (1763 a.C.). Hammurabi fa portare Rim-Sin e il suo entourage a Babilonia, si insedia a Larsa dove si fa riconoscere con il titolo di “re di Sumer e Accad”. La conquista di Larsa segna a favore di Babilonia la fine dell’equilibrio di potere che con sorti alterne ha caratterizzato il Vicino Oriente per alcuni anni. Nel 1761 a.C. anche il vecchio alleato di Hammurabi, Zimri-Lim, viene sconfitto e la città di Mari viene distrutta un anno più tardi. Nel palazzo, dopo il saccheggio, rimangono solo i famosi archivi: i Babilonesi lasciano intatti quelli amministrativi e quelli dell’harem, mentre la parte degli archivi contenente la corrispondenza (la cancelleria) viene spostata e riunita in ceste sigillate nella sala 115 del palazzo. Una parte dei documenti di interesse diplomatico viene probabilmente trasportata a Babilonia. Il regno di Malgium, strategicamente importante per la sua posizione sul Tigri, subisce la stessa sorte di Mari (1759 a.C.).

L’ultima fase del regno di Hammurabi, meno documentata rispetto alle altre, è segnata da una vittoria su Gutei e Turukkei, due popolazioni seminomadi collocate nel nord e nord-est del regno (1757 a.C.), e da lavori di edilizia civile con l’intento di prevenire il pericolo di inondazioni (destinate a diventare un vero problema dopo la morte di Hammurabi). Nel 1755 a.C. Hammurabi conduce un’ultima vittoriosa spedizione verso nord coronata dalla conquista di Shubartum (una regione collocata a nord nell’attuale Iraq).

Hammurabi muore nel 1750 a.C., dopo 43 anni di regno che hanno reso Babilonia il regno più potente del Vicino Oriente. I suoi successori devono confrontarsi con ribellioni e rivolte, che portano ben presto alla perdita della parte meridionale del regno. Le frequenti inondazioni determinano uno spopolamento della Babilonia meridionale e il trasferimento di gran parte della popolazione a nord, nel cuore dell’impero babilonese. A sud si crea un regno indipendente, con a capo la cosiddetta dinastia del Paese del Mare; sul Medio Eufrate si forma invece il regno autonomo di Khana, con capitale Terqa.

Babilonia deve affrontare una serie di problemi economici, soprattutto una crisi della produzione agricola, e i ripetuti conflitti con i Cassiti, una popolazione non semitica che già nel XVIII secolo a.C. ha cominciato ad infiltrarsi nella regione. Ma il colpo di grazia le viene inflitto dagli Ittiti. Nel 1595 a.C. il re ittita Murshili prende Babilonia, la saccheggia e fa portare via, come estremo segno di dispregio, la statua del dio cittadino Marduk. Il vuoto di potere che si viene a creare verrà riempito prima dalla dinastia del Paese del Mare e poi da una dinastia cassita che prende il potere a Babilonia.

Una questione di definizione

La fase che va dalla fine dell’impero di Ur III (2002 a.C.) fino alla conquista di Babilonia da parte degli Ittiti (1595 a.C.) viene comunemente definita negli studi che si occupano della storia del Vicino Oriente antico “periodo paleobabilonese”. Grazie agli sforzi di alcuni studiosi lo studio di questa fase ha raggiunto livelli notevoli di approfondimento. Come recentemente messo in evidenza da D. Charpin, la definizione di “periodo paleobabilonese” non è tuttavia del tutto appropriata poiché mette l’accento sulla dominazione babilonese, che dura pochi decenni (dalla conquista di Larsa da parte di Hammurabi nel 1763 a.C. fino alla metà del regno di Samsu-iluna nel 1738 a.C.). A ciò si aggiunga che Babilonia comincia a svolgere un ruolo preponderante nella storia politica di questo periodo solo a partire dal 1792 a.C., anche se le prime menzioni della sua dinastia nelle liste reali risalgono al 1894 a.C., in ogni caso quasi un secolo dopo la caduta di Ur.

Più adeguata sembra invece la definizione di “periodo amorreo” che enfatizza il ruolo fondamentale svolto dalla popolazione di origine amorrea e l’unità che caratterizza la maggior parte delle dinastie reali di questo periodo.

Le relazioni internazionali nel XVIII secolo a.C.

I sovrani delle principali città del Vicino Oriente nel II millennio a.C. sono legati da una comune appartenenza tribale. La documentazione in nostro possesso dimostra come nella concezione che queste stesse dinastie hanno della propria posizione (sia in senso assoluto che relativo) assuma grande importanza la nozione di “casa”, intesa come sinonimo di famiglia, ma anche di potere politico. Il termine, infatti, può designare la dinastia di appartenenza oppure l’unione raggiunta tra due potenze straniere (formare una sola casa), sancita e rafforzata attraverso il meccanismo del matrimonio interdinastico. Le dinastie amorree costituiscono piramidi di famiglie legate tra loro secondo schemi precisi e i cui membri si richiamano ad origini tribali più o meno comuni. L’utilizzo della metafora della famiglia è significativo nella definizione dei rapporti tra sovrani pari ma anche tra i sovrani e loro dipendenti: i re tra loro hanno relazioni di “padre” e “figlio” oppure di “fratello” e “fratello”, mentre i loro dipendenti, compresi gli alti funzionari, sono “servi”. Anche un re di status secondario può essere definito “servo” di un re più potente. La ricca corrispondenza epistolare che caratterizza il periodo amorreo permette di riconoscere e studiare con precisione questo codice, mentre è difficile distinguere nell’ambito di una parentela fittizia, quale è quella sopra descritta, reali legami di sangue tra i sovrani. La terminologia “famigliare”, così formalizzata, non è solamente una questione di etichetta: essa permette a ciascun sovrano di identificarsi, di chiarire la propria posizione in relazione al proprio vicino (in termini di inferiorità, uguaglianza o superiorità), di far riconoscere i propri diritti e doveri. Tuttavia, lo schema delineato non deve essere considerato in maniera troppo rigida: esistono infatti numerose sfumature, legate alle relazioni personali tra i vari sovrani, e livelli intermedi, in base ai quali, ad esempio, il medesimo individuo può essere considerato figlio di un re ma padre di un altro re, oppure figlio dell’uno ma servitore dell’altro. Inoltre, se la comune appartenenza tribale è una delle motivazioni che spinge due sovrani ad allearsi, quest’ultima può essere anche rimessa in causa a ragione di preferenze personali o sulla base dell’evoluzione dei rapporti di forza, che determinano il mantenimento o lo spostamento di legami di alleanza e/o dipendenza.

Tra i vari sovrani si vengono ad instaurare relazioni di “vassallaggio”, sancite attraverso cerimonie di giuramento caratterizzate da gesti simbolici: il re inferiore, il “vassallo”, prende un lembo della veste del suo signore, mentre quest’ultimo gli tocca il mento. Il “vassallo” ha il dovere di scrivere regolarmente al suo signore e di trasmettergli tutte le informazioni in suo possesso; inoltre, è tenuto a pagargli un tributo annuale e offrirgli l’appoggio militare di cui ha bisogno, ricevendo in cambio aiuto in caso di attacco; infine, deve recarsi periodicamente a rendergli omaggio: è attestata a Mari l’esistenza di assemblee generali di tutti i vassalli in occasione della “festa di Eshtar” in autunno, durante la quale si celebra il culto degli antenati.

Lo sviluppo di intense relazioni a livello internazionale nel corso del XVIII secolo a.C. determina una altrettanto intensa circolazione di beni e persone all’interno di tutto il Vicino Oriente. Le buone relazioni tra le corti sono infatti mantenute attraverso un continuo scambio di messaggi e doni. Lo scambio di lettere e il regolare invio di ambasciatori sono la manifestazione diplomatica minima del fatto che tra due regni esistono rapporti pacifici. Anche i sovrani compiono numerosi spostamenti, sia per la conduzione delle campagne militari, sia a scopo diplomatico, cioè per formare o riaffermare personalmente le proprie alleanze. Si pensi, ad esempio, al viaggio che il re di Mari, Zimri-Lim, compie durante il suo ottavo anno di regno in Siria occidentale, prima ad Aleppo e poi ad Ugarit: un viaggio di carattere politico, militare (una armata di più di 4 mila uomini si trova al seguito del re) e religioso che dura circa cinque mesi, durante i quali il re è accompagnato da una gran parte del suo entourage e che ci è noto nei dettagli grazie alla contabilità dei beni trasportati come doni e di quelli ricevuti, poi riportati in patria. Lo scambio di doni, altrettanto fondamentale come mezzo diplomatico, è impostato secondo un meccanismo di reciprocità: i vari sovrani hanno non solo l’obbligo di offrirsi doni a vicenda, ma anche di accettare i doni ricevuti e spedirne a loro volta come controparte. Il sistema, secondo una dinamica del tipo “dono – accettazione – reciprocità”, è inoltre caratterizzato da una perfetta simmetria: ciò che è di valore in una direzione lo deve essere anche nell’altra; il valore di un bene spedito viene realmente valutato solo nel momento in cui si riceve la sua controparte. I doni scambiati sono di vario tipo: prodotti alimentari (vino, miele), oggetti di lusso, animali rari (cavalli), ma anche persone (musicisti, scribi, schiavi specializzati). Oltre alle regolari relazioni diplomatiche tra le corti, vi è una molteplicità di altre occasioni che prevede scambi di doni: i viaggi del re in paesi stranieri, l’ascesa al trono di un nuovo sovrano, vittorie militari, cerimonie religiose, ambascerie, matrimoni interdinastici.

Tutto questo sistema ha un’importante dimensione religiosa: ogni tappa della vita politica, diplomatica e militare si svolge infatti sotto l’egida degli dèi.

Aspetti della religione nel periodo paleobabilonese

Nella concezione mesopotamica dei rapporti tra l’uomo e il mondo divino, il sovrano funge da intermediario tra gli dèi e il suo popolo. Nella Mesopotamia del II millennio a.C. ciò si traduce a livello politico in due modelli: il regime teocratico, nel quale il dio locale esercita il potere e il re non è che un suo rappresentante (questo è il caso di città come Assur, Eshnunna e Der) e, più frequentemente, monarchie di diritto divino, nelle quali la legittimità del sovrano dipende dalla sua appartenenza ad una dinastia e, allo stesso tempo, dal suo ruolo di eletto degli dèi. Nelle sue iscrizioni Hammurabi sottolinea la propria discendenza regale definendosi “figlio di Sin-muballit, re di Babilonia” oppure “discendente di Sumu-la-El, erede potente di Sin-muballit, eterno seme di regalità”. L’importanza assegnata alla stirpe si manifesta inoltre nel culto degli antenati e nella continua rievocazione delle opere dei sovrani del passato, rappresentati come modelli a cui ispirarsi.

In questi sistemi monarchici il sovrano deve la sua posizione ad una scelta divina: nel prologo del famoso Codice di Hammurabi si legge come gli dèi supremi del pantheon, Anu ed Enlil, abbiano consegnato il potere al dio Marduk, stabilito a Babilonia, sua città, il centro dell’universo e abbiano scelto poi Hammurabicome proprio rappresentante.

Durante il periodo amorreo tre divinità sembrano avere una posizione prominente: Addu, dio del regno di Yamkhad, ha ruolo molto importante nella vita politica del regno di Mari attraverso la storia della dinastia di Zimri-Lim (nell’epopea di questo sovrano, il dio, al suo fianco, gli promette il ritorno sul trono del padre, Yakhdun-Lim, a cui ha a suo tempo assicurato il proprio favore); Dagan, dio del Medio Eufrate, il cui tempio a Terqa è luogo di pellegrinaggio per tutto il Vicino Oriente; Shamash, dio di Sippar e Larsa, ma anche del regno di Andarig, invocato nei giuramenti pronunciati durante le cerimonie di alleanza. All’inizio del II millennio a.C., nella fase che vede accendersi gli scontri tra le città di Isin e Larsa, particolare importanza viene attribuita al possesso della città di Nippur, poiché lì si trova l’Ekur, il tempio del dio Enlil, il capo del pantheon sumerico.

Lo stretto legame con il mondo divino comporta la necessità per il re di rendere sempre conto delle proprie azioni di fronte agli dèi e di invocarne il favore prima di ogni iniziativa politica e militare. Un ruolo importante in questo contesto è svolto dai fenomeni della divinazione e del profetismo. I divinatori sono presenti in ogni iniziativa di carattere diplomatico perché devono garantire il favore divino. Interessante è il caso delle emerologie, dei calendari che indicano il giorno o il mese fasto oppure nefasto per compiere una data azione, che possono assumere una certa importanza al momento della stipulazione dei trattati.

Talvolta gli dèi si rivolgono direttamente al re attraverso la mediazione dei loro profeti per dare precise indicazioni di condotta riguardo a questioni di politica interna e internazionale. Degno di nota è che i profeti, a differenza dei divinatori, non sono al servizio del re e il legame speciale con la divinità permette loro di mantenere una certa indipendenza e, a giudicare dalla documentazione in nostro possesso, di manifestare un atteggiamento di critica nei confronti dell’operato del sovrano. L’innegabile ruolo politico di queste figure, che non esitano a rivolgersi anche a re o a paesi stranieri, rimane tuttavia ancora da chiarire in tutti i suoi aspetti.

La corte e la famiglia reale

Il termine “casa”, utilizzato quale sinonimo di famiglia, reale o fittizia, e di dinastia, designa anche il luogo fisico dell’esercizio del potere, cioè il palazzo. Quasi tutte le grandi città dell’epoca amorrea hanno restituito dei palazzi (Isin, Larsa, Uruk, Eshnunna, Mari, Shubat-Enlil, Qatna), dei quali il meglio conosciuto è quello di Mari, con i suoi archivi e i resti (unici) di straordinarie pitture parietali. In alcuni siti (Babilonia, Aleppo) gli scavi non hanno (ancora) potuto riportare alla luce le strutture palatine.Testi e scavi archeologici hanno inoltre dimostrato che il re non risiede solo nel palazzo della capitale, ma anche i centri provinciali sono dotati di palazzi regali in cui egli può soggiornare per tempi più o meno lunghi. Nel palazzo risiedono i membri della famiglia reale e i membri dell’entourage del sovrano. La popolazione femminile (che comprende anche musiciste e serve) ha a disposizione un proprio spazio, un vero e proprio harem sorvegliato all’interno da donne e all’esterno da uomini. Un ruolo importante è svolto dalle regine, che in caso di assenza del re dalla capitale possono assumere temporaneamente la reggenza. I figli del re vengono affidati alla nascita a delle levatrici e allevati al di fuori del palazzo. I testi ci informano che questi ultimi sono in effetti soggetti a molti movimenti nel corso della loro vita: alcuni vengono fatti soggiornare presso corti straniere (è il caso dei figli di Hammurabi che risiedono a Mari), altri vi giungono come ostaggi; altri ancora risiedono nelle città periferiche del regno come ufficiali. Le figlie del re, così come le sorelle, possono ricoprire incarichi religiosi (si pensi, ad esempio, al caso di Enanedu, sorella di Rim-Sin di Larsa, divenuta sacerdotessa del dio Nanna ad Ur) oppure essere oggetto della politica matrimoniale del padre/fratello. Presso la corte del sovrano vivono anche i membri del suo entourage, ministri, scribi, dignitari che presiedono a varie funzioni amministrative, alcuni dei quali arrivano ad avere notevole potere e influenza fino a sposare delle principesse (con un certo disappunto da parte di queste ultime).

Il governo del regno

Il governo del regno avviene attraverso una serie di intermediari, vale a dire un certo numero di ufficiali il cui grado, le cui responsabilità e la cui area geografica di intervento non possono essere sempre delineati in modo preciso. I principali distretti del regno sono affidati ad ufficiali di alto grado che mantengono uno stretto rapporto con il sovrano: questo è il caso di Shamash-khazir, responsabile del distretto di Larsa e della gestione delle terre reali per conto di Hammurabi. Vi sono poi governatori locali responsabili di aree più piccole oppure di città (shapirum). Sono infine attestati ufficiali di livello inferiore con incarichi specifici, come, ad esempio, il responsabile per il mantenimento dei canali. Il governo locale opera a due livelli: la “città” (alum) e il “quartiere” (babtum). I rispettivi funzionari sono reclutati all’interno della comunità e sono in teoria indipendenti dall’amministrazione reale ma in pratica operano spesso in accordo con gli ufficiali provinciali. La città è governata da un “maggiore” (rabianum,la traduzione di questo termine è incerta) e dagli Anziani (shibutum), cioè i capi delle famiglie più importanti. Come autorità cittadina il (rabianum ha diversi compiti di tipo giuridico e amministrativo. Sappiamo che ha la funzione di mediatore in dispute di natura legale e si occupa dei casi di furto; inoltre, ha un ruolo molto importante nella distribuzione delle terre arabili e nel reclutamento della manodopera destinata a svolgere servizi per il palazzo. Le prerogative degli Anziani della città sono molto simili a quelle del rabianum: mediazione di conflitti, gestione delle terre reali, collezione delle tasse La città, così come ogni sua suddivisione, è poi dotata di un’assemblea che funge anche da corte di giustizia e ha un proprio rappresentante.

Anche se il palazzo e la cittadinanza costituiscono di fatto due elementi politici separati, la cui reciproca comunicazione è garantita da un certo numero di ufficiali che fungono da mediatori, il sovrano può agire in prima persona nell’esercizio della giustizia. Nell’analisi della figura reale quest’ultima occupa una posizione rilevante: numerose iscrizioni enfatizzano il ruolo del “re giusto”, rappresentato come il pastore che guida il suo popolo sulla retta via, accordando, su incarico divino, diritto e giustizia al paese. Questa attività si manifesta concretamente soprattutto nell’emanazione da parte del re al momento della sua ascesa al trono di misure di amnistia, atti di grazia, che possono essere rinnovati periodicamente in caso di bisogno. Tali misure ci sono note attraverso degli editti, dei quali il più completo è quello di Ammisaduqa, uno dei successori di Hammurabi. Esse consistono principalmente nell’abolizione dei debiti di coloro che lavorano per conto del palazzo, ma anche dei debiti contratti tra privati. Questo secondo aspetto in particolare ha importanti risvolti sociali: gli individui che non possono rimborsare i loro debiti sono infatti costretti a mettere i propri congiunti in balia dei creditori. Gli editti di remissione permettono dunque il ricongiungimento delle famiglie, risanando una situazione di crisi economica e sociale. Essi inoltre rappresentano il tentativo del sovrano di intervenire nell’economia del suo regno.

Il periodo protodinastico in Mesopotamia

All’attività giuridica del re si lega anche l’esistenza di codici di leggi, dei quali il più famoso è il Codice di Hammurabi, preservato su una stele, oggi al museo del Louvre, rinvenuta a Susa in Iran agli inizi del secolo scorso (ma che in origine doveva trovarsi a Sippar nel tempio del dio Shamash). Esso è diviso in tre parti: un prologo, 275 “leggi” e un epilogo. Le “leggi” sono formulate in maniera casuistica: non viene cioè presentato un principio astratto o generale, ma un caso (protasi introdotta da “se”) a cui si dà la soluzione (apodosi). Ad esempio: “se un uomo ha accecato l’occhio di un [altro] uomo, si deve accecarlo a un occhio” (paragrafo 196). Anche se il testo della Stele di Susa costituisce la nostra principale fonte di informazione, non è l’unica: frammenti del codice sono stati trovati anche in altri siti (una copia del codice si trovava probabilmente in tutti i principali templi della Babilonia) e alcuni di essi datano a periodi successivi a quello qui analizzato, ad indicazione del fatto che l’opera diviene ben presto un “classico” ed entra nel corpus della tradizione scribale. Si noti, inoltre, che la fama del Codice di Hammurabi è dovuta essenzialmente alla sua antichità e alla sua lunghezza, ma non è il primo che sia stato scritto in Mesopotamia. È anzi preceduto da almeno altri tre codici, due redatti in sumerico, quello del re di Ur Ur-Namma e quello di Lipit-Eshtar di Isin, e uno in accadico, quello di Dadusha, re di Eshnunna (1770 a.C. ca.). A tutt’oggi non esiste un accordo tra gli studiosi sul carattere del Codice di Hammurabi. Anche il termine “codice”, consacrato dall’uso, non sembra del tutto corretto. Secondo alcuni studiosi si tratta di una raccolta di leggi destinata ad essere applicata; altri invece sono di parere opposto e mettono in evidenza la sua “letterarietà” e le analogie con altre tipologie di testi come le iscrizioni commemorative. Una diversa interpretazione sembra tuttavia preferibile: il codice può essere visto come il risultato di un processo di accumulazione che comprende vari aspetti, sia ideologici che pratici. Esso è sicuramente almeno in parte frutto dell’attività giudiziaria del re. Tuttavia, non costituisce una raccolta completa del diritto in epoca paleobabilonese, ma tratta casi selezionati. Un confronto tra le leggi riportate sul Codice di Hammurabi e i documenti che ci parlano della quotidiana pratica della giustizia (per esempio lettere e atti processuali) mostra che questi ultimi non si riferiscono quasi mai esplicitamente al codice, e a volte arrivano a contraddirlo. Un aspetto importante per la comprensione della destinazione di una simile raccolta di leggi rè rappresentato dallo studio della procedura di redazione, che la ricerca contemporanea tende a collocare nell’ambiente scolastico. È stato infatti evidenziato che la struttura del codice corrisponde a quella di altre raccolte, come gli elenchi di presagi, a loro volta di forma casuistica, i cui elementi, a volte tratti dall’osservazione di casi concreti, vengono prodotti e connessi tra loro sulla base di principi quali l’analogia e l’associazione di idee. La motivazione della stesura dei codici di leggi (tanto quello di Hammurabi quanto quelli che lo precedono) deve essere a questo punto cercata nei prologhi o negli epiloghi, che hanno una funzione propagandistica e che trasmettono un’immagine idealizzata del sovrano come dispensatore e custode di giustizia su incarico divino.

La società babilonese nella seconda metà del II millennio a.C.

L’analisi del Codice di Hammurabi, unitamente a quello di altre tipologie di testi correlati (lettere, testi giuridici e amministrativi), fornisce molte informazioni sulla strutturazione della società babilonese nella seconda metà del II millennio a.C. Quest’ultima si mostra come una società tripartita in “signori”, i membri dell’aristocrazia palatina (ma si noti che il corrispondente termine accadico significa propriamente “uno”, senza specificazione né di genere né di stato; il riferimento ad una categoria più ristretta e di stato sociale ed economico più elevato sembra imporsi nei casi in cui il termine si oppone a quello che designa la seconda classe sociale), “cittadini comuni” (l’accadico mushkenum deriva da una radice che significa “prostrarsi”), la maggior parte della popolazione, esclusi coloro che appartengono all’amministrazione palatina, e “schiavi”. All’interno di quest’ultima categoria è necessario distinguere tra individui nati schiavi e individui divenuti schiavi a seguito di guerre o difficoltà economiche (schiavitù per debiti). Il taglio dei capelli e una marca distintiva ne segnano lo stato e ne permettono l’identificazione in caso di fuga. Regole speciali sono applicate alle schiave sulla base della loro capacità sessuale e riproduttiva. La schiavitù può terminare in tre modi: rilascio dai debiti (spesso a seguito dell’emanazione di editti di grazia da parte del re), affrancamento, emancipazione. L’emancipazione dello schiavo da parte del padrone assume la forma di una cerimonia nella quale la fronte dello schiavo viene unta con olio mentre egli guarda il sole che nasce (un gesto simbolico detto “pulire la fronte”). L’emancipazione è di rado gratuita e spesso accade che lo schiavo affrancato debba promettere di assistere il padrone durante la vecchiaia.

La cellula essenziale della società babilonese è costituita dalla famiglia. Il codice fornisce numerose informazioni sulla procedura del matrimonio, l’atto che segna la fondazione di una nuova famiglia e che nella sostanza consiste nel trasferimento della donna dalla casa del padre a quella del marito. Momento chiave della procedura è la stipulazione di un contratto tra la famiglia della sposa e quella dello sposo, accompagnato dal pagamento di una somma in argento ai genitori della sposa. Questo assicura il consenso dei parenti a cedere l’autorità sulla donna e ad iniziare un periodo di fidanzamento: nel caso di ingiustificato rifiuto alle nozze da parte dell’uomo questa somma rimane di proprietà della famiglia della sposa; viceversa, nel caso di un rifiuto improvviso da parte della famiglia della sposa, quest’ultima è tenuta a versare una somma pari al doppio di quella inizialmente versata dall’uomo e restituire i pagamenti ricevuti. Parallelamente, la donna che contrae matrimonio porta una dote nella casa dello sposo che in genere corrisponde ad una fetta della proprietà famigliare. Spesso accade che il capo di una famiglia, il paterfamilias, provi ad ovviare ai problemi economici legati a questa pratica e costringa la figlia ad intraprendere una “carriera” religiosa, nel caso di Babilonia, divenendo sacerdotessa del dio Shamash a Sippar. Queste sacerdotesse, il cui nome accadico naditu significa letteralmente “infeconda”, non possono contrarre matrimonio e, benché nominalmente titolari dei beni che corrispondono alla loro dote, vengono di fatto mantenute dal fratello o dal padre, reali amministratori dei loro beni. Alcuni documenti di adozione sembrano suggerire che le sacerdotesse abbiano la possibilità di lasciare i loro beni ad eredi di loro scelta, ma un’analisi più attenta indica che in molti casi le eredi sono le figlie dei fratelli, a loro volta costrette al chiostro, secondo un sistema che ha lo scopo di mantenere la dote in seno alla famiglia.

 

Aspetti dell’economia nel periodo paleobabilonese

Se durante il XX secolo a.C., in corrispondenza della prima dinastia di Isin, il sistema economico di Ur III, cioè quello di uno stato centralizzato organizzato come una grande azienda, continua a essere quello prevalente, con l’inizio del XIX secolo a.C. emerge un nuovo sistema di organizzazione economica che potremmo definire “tributario”: il palazzo – lo stato – non è più il principale operatore economico ma tende ad assegnare in concessione le proprie operazioni economiche a degli “imprenditori” che, in cambio della possibilità di fare propri guadagni, pagano una tassa o un tributo al palazzo. La relazione tra palazzo e imprenditore è regolata da un contratto scritto che stipula gli obblighi reciproci e in particolare la tassa che l’imprenditore deve al palazzo. La tassa consiste in consegne da effettuarsi in natura o argento e corrisponde normalmente ad una somma fissa oppure stimata in anticipo sulla base dei risultati attesi. Il sistema viene comunemente definito negli studi specialistici Palastgeschäfte (“affari del palazzo”). Questa politica economica del palazzo ha lo scopo di risparmiare su un proprio apparato di produzione, vendita e controllo, di evitare i rischi trasferendoli sulle spalle degli imprenditori, di mantenere relazioni semplici e solide con relativamente poche responsabilità e, soprattutto, di convertire risorse naturali in argento senza troppo sforzo. In questo modo sono organizzati quasi tutti gli aspetti dell’attività economica del palazzo (e del tempio): dall’agricoltura (ad esempio la coltivazione della palma da dattero) alla raccolta, trasporto e stoccaggio dei prodotti agricoli; dall’allevamento allo sfruttamento delle risorse naturali (caccia, pesca, la raccolta della canna); dall’artigianato al commercio a lunga distanza; dal reclutamento della manodopera stagionale alla collezione delle tasse.

Una ricca documentazione testuale rinvenuta a Sippar permette ad esempio di ricostruire nel dettaglio il processo di conversione della lana in argento. Alla fine dell’inverno le pecore appartenenti al palazzo vengono tosate fuori dalla città e la lana deposta in un edificio noto come “casa della festa del nuovo anno”. A questo punto il palazzo dispone di un surplus di lana di cui non ha immediato bisogno e che deve vendere per convertirla in argento oppure scambiare per ottenere altri beni. Questo processo non è gestito direttamente dal palazzo ma affidato a degli intermediari che hanno una posizione appunto intermedia tra il palazzo e le sfere economiche private. L’intera transazione include due mediatori: un “sovrintendente dei mercanti” e un responsabile per il palazzo. La lana viene quindi affidata per la distribuzione a imprenditori privati (mercanti) che la ricevono come credito che devono in seguito ripagare (viene per questo stilato un contratto). Una volta venduta la lana e ottenuto l’argento, quest’ultimo vene portato all’intermediario che assicura il rimborso del debito.Tale operazione può richiedere un lungo periodo di tempo durante il quale il commerciante sembra abbia la possibilità di utilizzare l’argento riscosso per i propri affari.


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