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La Francia del secondo Ottocento

Un lungo, difficile, sanguinoso apprendistato alla democrazia di un Paese capace, in pochi anni, di trovare la propria peculiare strada allo sviluppo e il proprio ruolo nelle relazioni internazionali: la Francia del secondo Ottocento è – tra convulse vicende politiche e drammatici scontri sociali – un inconsueto laboratorio di soluzioni istituzionali, mai sopiti bisogni di uguaglianza, fraternità e legalità e capacità di risorgere dalle ceneri di un’economia chiazzata, vetusta e imperfetta. E se il “nipote dello zio” – Napoleone III – è insieme l’esito e la profanazione delle rivoluzioni del 1789, del 1830 e del 1848, la terza Repubblica nasce impaurita e impoverita sul sangue dell’ultima – la Commune – rivoluzione d’ancien régime. Ma durerà fino alla seconda guerra mondiale

Un altro Napoleone, un altro Impero

“Doppio nipote” di Bonaparte, suo zio e nonno adottivo, l’ex carbonaro Luigi Napoleone prende il potere alla conclusione dell’“apprendistato della repubblica” (1848), dopo aver sciolto l’Assemblea legislativa, investito dal consenso popolare dei plebisciti: il 2 dicembre 1852 proclama se stesso imperatore con il nome di Napoleone III. Secondo George Sand, in una lettera a Giuseppe Mazzini riferita dal suo biografo Di Rienzo, “Vi sarà stato detto che il popolo ha votato sotto la spinta della paura e sotto l’influenza della calunnia. Non è affatto vero. Sicuramente c’è stato terrore e calunnia all’eccesso; ma il popolo avrebbe votato, senza tutto questo, esattamente come ha votato. Questa è la situazione autentica. Non si corrompe, non si spaventa una nazione intera, con un semplice schioccar delle dita”.

Anche se la Francia resta un paese sostanzialmente bicefalo, diviso qual è tra Parigi e il resto della nazione, la partecipazione al voto è davvero rilevante e sostanzialmente uniforme: non solo l’alta borghesia e la nobiltà, ma anche il ceto orleanista delle città e gran parte della popolazione delle campagne si mostrano favorevoli alla svolta: 7,4 milioni, mentre 640 mila sono i voti contrari. Viceversa, e inaugurando una lunga tradizione di ostilità, sin dall’inizio “Napoleone il piccolo” riceve il dileggio della pubblicistica: Victor Hugo, costretto all’esilio, così sintetizza con amarezza e sarcasmo un’opinione assai diffusa tra gli intellettuali e raccolta dagli oppositori: “Riassumiamo questo governo. Chi è all’Eliseo e alle Tuileries? Il delitto. Chi siede al Lussemburgo? La viltà. Chi siede al Palazzo Borbone? L’imbecillagine. Chi al palazzo d’Orsay? La corruzione. Chi al Palazzo di Giustizia? La corruzione”, sollecitando la Francia a “svegliarsi” e a ribellarsi a questo “fulmine a ciel sereno”; Jean-Pierre Proudhon ne stigmatizza la personalità, ravvisandone sconsolato un ruolo nella storia di un Paese incapace di appassionarsi al bene pubblico e pronto a farsi sedurre da avventurieri, baciandone gli stivali e consegnandosi “a un uomo che prometteva di salvarla dalle paure che essa traeva dall’esercizio della propria sovranità”.

Ma è soprattutto Karl Marx che, pur rifiutando di applicare al nuovo Napoleone la categoria storico-politica di “cesarismo”, lo “arruola” nella storia francese: “Non basta dire, come fanno i francesi, che la loro nazione è stata colta all’improvviso. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una nazione di 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri d’industria e ridotta in schiavitù senza far resistenza”. Rilevando che “tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte [ma] la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa pidocchiosa”, dunque, Marx rifiuta superficiali analogie storiche che occultano il passato piuttosto che spiegarlo: “per prendere coscienza del proprio contenuto – sostiene – la rivoluzione del secolo decimonono deve lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Prima la frase sopraffaceva il contenuto; ora il contenuto trionfa sulla frase”.

Il “nipote invece dello zio” è, dunque, insieme l’esito e la profanazione delle rivoluzioni del 1789, del 1830 e del 1848: ma, certamente, si trova a governare – attraverso l’uso consapevole, voluto e cercato di un’autorità carismatica, nano sulle spalle di una gigantesca memoria storica – un Paese in grande mutamento, concentrando su di sé i poteri esecutivo e legislativo e lasciando all’assemblea la sola facoltà di accettare o respingere leggi “da lui” elaborate con l’ausilio di un Consiglio di Stato e di un Senato “da lui stesso” nominati, in un formale sistema parlamentare a suffragio universale maschile. La Francia del 1852 è, infatti, affannata e duale: tra Parigi e la provincia lo sviluppo è diseguale e talora antagonista e l’agricoltura – divisa qual è tra i diversi assetti proprietari, che comportano altrettanto diversi esiti nello sfruttamento e nelle tipologie colturali – è sempre meno competitiva e motore della crescita economica; la popolazione ristagna, il commercio non decolla e l’industrializzazione è chiazzata, già obsoleta e imperfetta; lo stesso dibattito politico, che l’imperatore si affretta a canalizzare e a spegnere, si rivela affaticato e disarmato nelle prospettive. Alla caduta del suo impero, vent’anni dopo, il Paese – pur sconfitto e in crisi sia economica che demografica, e condensando e sussumendo queste laceranti contraddizioni e divari – avrà comunque impostato la strada del suo peculiare sviluppo.

Per tutta la durata del lungo “regno”, il “principe-presidente imperatore” interpone sistematicamente l’estensione del ruolo dello Stato – ossia della sua persona – a populistici e incongrui tratti di difesa della sovranità popolare mediante incompatibili leggi liberticide, con l’obiettivo di polverizzare ogni residuo di utopia rivoluzionaria dissolvendo – pur nel suffragio universale maschile – la relazione tra “maggioranza” e “minoranza” e i tentativi coevi di conciliare nella rappresentanza il rapporto tra “numero” e “ragione”. Ma se nei primi anni, fino al 1859, il suo regime è volto esclusivamente al consolidamento degli apparati istituzionali e repressivi, cementando l’unità della Francia sulla paura del ritorno a un pericoloso passato e su un’identità agricola, cattolica, conservatrice e aggressiva nelle vicende europee (come nel caso della partecipazione alla guerra di Crimea e a quella del 1859 contro l’Austria a fianco del Piemonte), negli anni successivi la ricerca di nuovi appoggi e alleanze si fa cogente: la Chiesa non è più in grado, infatti, di garantire un ruolo di mediazione e si rivela necessario tornare al primigenio populismo mediante una politica di sostegno alle cooperative, la legalizzazione degli scioperi e l’ampliamento della libertà di stampa.

La politica estera, volta non tanto alla difesa dell’Impero ottomano quanto piuttosto a impedire l’espansione russa nei Balcani, sciorina poi un ritorno a un ruolo di protagonista del Paese nella politica europea: ma la Conferenza che conclude le ostilità e che si svolge a Parigi, pur portando all’annessione di Nizza e della Savoia, produce risultati soprattutto sul piano della figurazione e della propaganda mentre, su quello tangibile, irrisori successi di spedizioni in Libano, Vietnam e Cina non compensano il disastroso tentativo di conquistare il Messico (1862-1867). Tutto sommato, la politica estera di Napoleone III ha effetti dirompenti nelle relazioni e negli equilibri internazionali ma, sul piano interno, si rivela utile quasi solo per l’ammodernamento dell’esercito, da lui considerato “la vera nobiltà”.

Il Paese si trova nella necessità di imprimere una svolta: lo specchio della Rivoluzione, un secolo dopo, rivela la necessità della nazione. Il processo di nation building francese può, ovviamente, già annoverare l’esistenza di una capitale, ora resa moderna e meno pericolosa da Haussmann: e i grandi boulevards demoliscono non solo vecchi quartieri ma anche antiche solidarietà, mentre le cariche di cavalleria in caso di sommossa non conoscono più ostacoli o pertugi, giacché le barricate ora sono impossibili; i lavori pubblici rievocano il primigenio obiettivo di “estinguere il pauperismo” e, intanto, dotano il Paese di importanti infrastrutture e ne mostrano il carattere moderno, dinamico ed espansivo come nella futuristica opera di ingegneria che apre un canale a Suez e nell’accordo commerciale con la Gran Bretagna, rafforzando una borghesia pure dubbiosa; il pulviscolo bancario conosce la nascita della Societé Générale e del Crédit Lyonnais, accanto al crescere di ruolo e importanza dei vettori della prima industrializzazione, il carbone e l’acciaio; la pressione demografica trova sfogo nell’esodo rurale che ridisegna l’intero Paese, talora frenando la modernizzazione: in un’Europa sempre più prolifica e dalla crescente urbanizzazione, il sostanziale malthusianesimo francese assume i caratteri di una peculiarità cercata e rafforzata anche istituzionalmente, al fine di mantenere la pace sociale.

Pure, tutti i puntelli con i quali Napoleone III assicura e rafforza il suo potere personale, anche se dilavato nel corso del ventennio – la costante attenzione al consenso, la costruzione di una rete di alleanze volta alla conservazione e all’assenza di conflitti sostenute dalla paura di un ritorno al passato e una politica estera desiderosa di mostrarsi – sono insieme causa e effetto della sua caduta: il 2 settembre 1870, dopo la sconfitta di Sedan, un Cesare che aspirava – con l’aiuto di Mommsen e Mérimée –al “cesarismo” viene fatto prigioniero dai Prussiani, lasciando una Francia depotenziata, di nuovo impaurita e dall’economia e popolazione già vecchie.

Uno spettro a Parigi: la Commune

Due giorni dopo, il 4 settembre 1870, viene proclamata la terza Repubblica e, nell’eclisse del bonapartismo, formato in tutta fretta un governo di “difesa nazionale”: mentre i repubblicani moderati vogliono stipulare il prima possibile la pace, per il capo del governo Trochu il problema è piuttosto contenere una temuta insurrezione popolare: a Parigi, sin dal 5 settembre, si riuniscono infatti i rappresentanti delle sezioni dell’Internazionale, dei sindacati e dei club mentre Marx, ritenendo i tempi e il Paese non “maturi” per una rivoluzione, invita alla moderazione.

Nell’immediata istituzione a Parigi di forme popolari di rappresentanza – già l’11 settembre un consiglio di vigilanza e un comitato centrale dei 20 arrondissements sono costituiti – è possibile sin da subito identificare e successivamente consolidarsi due elementi: da una parte l’eco di una lunga memoria e tradizione, con un lessico politico settecentesco in osmosi con i lemmi, i sentimenti e le rivalse sociali pienamente ottocentesche, ma – anche – la paura del definitivo dissolversi della rassicurante società preindustriale e artigiana insieme a quella della rivoluzione, che, surrettiziamente, si cerca di difendere utilizzando ancora una volta il giacobinismo: il timore del nuovo si incarna sia tra i conservatori che nel popolo e le consuetudini di dissidenza non allignano numerose, se non nella capitale, tra le masse.

Intanto Parigi è circondata dai Prussiani, che a Versailles proclamano la nascita dell’Impero tedesco: e mentre il governo francese rimanda per lungo tempo le elezioni, cominciando le trattative per la resa al pari dei bonapartisti che sperano di restaurare l’Impero, la capitale è stremata: le lunghe file alle macellerie, che arrivano a vendere gli elefanti del giardino zoologico e i topi, sono di chi può ancora mangiare la carne giacché gran parte della popolazione della capitale scambia, per un pane surrogato, le tessere che ne consentono l’acquisto; nel freddo dell’inverno, in cui si brucia ogni cosa, i decessi superano le 4500 persone a settimana.

L’armistizio è firmato, in una condizione di debolezza, il 28 gennaio 1871: oltre alla perdita dell’Alsazia e della Lorena, le clausole infieriscono sul Paese innescando una spirale nazionalistica che accompagnerà le relazioni internazionali, e i protonazionalismi e i nazionalismi, fino alla guerra mondiale, mentre le elezioni, finalmente indette e svolte in un Paese occupato, conferiscono una netta maggioranza ai “rurali”. A nulla era valsa l’evasione in pallone, dalla capitale assediata, del ministro degli Interni radicale Léon Gambetta per infiammare la “Francia profonda”. Il 18 marzo 1871 il governo di Adolphe Thiers, insediato a Versailles, tenta di riprendere il controllo di Parigi e, non riuscendovi, fa arrestare il comandante della Guardia nazionale; dieci giorni dopo – il 28 marzo – viene proclamato il nuovo Consiglio per il Comune di Parigi – la Commune – dominato da repubblicani, socialisti e anarchici.

L’incedere affannoso degli eventi racconta l’insicurezza, la fame, l’asprezza ma non le dimensioni della passione e della speranza: mentre anche Lione, Marsiglia, Tolosa, Limoges, Sain-Etienne e Narbonne proclamano – affogate nel mare contadino e subito sedate – le loro Communes, e la Prima Internazionale ricorda che “la classe operaia non attende miracoli [perché] non ha utopie belle e pronte da introdurre par décret du peuple”, a Parigi per due mesi si combatte, si progetta e si spera introducendo nella genealogia politica dell’Ottocento parole e proposte nuove e in quella del movimento operaio e socialista la prima occasione per misurare programmi, organizzazione e obiettivi; nelle stesse settimane in cui l’Internazionale si dilania in una guerra intestina, laddove anarchici, “marxisti”, “mazziniani” e “proudhoniani” e “lassalliani” si dividono, a Parigi ci si misura insieme nell’esercizio del governo.

I provvedimenti varati da un Consiglio di giovani, nati quasi tutti tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta e che della Rivoluzione conoscono piuttosto il mito, ne ricordano però sia nella forma che nei contenuti la frenesia, la gioia, l’orgoglio, la voracità, il bisogno di rigenerazione morale, l’intento di dare a tutti e a tutte le stesse opportunità e possibilità: anche nel giudizio storiografico la Commune – a differenza della propaganda politica – è accostata più ad un ’89 che “ancora galoppa” che alla temutissima rivoluzione proletaria. Non si intende, infatti, rovesciare un ordine borghese peraltro incompiuto e sghembo quanto, piuttosto e modestamente, restituire i piccoli pegni di lenzuola, libri e attrezzi da lavoro e dilazionare i debiti nella pericolosa e mai attuata prospettiva di una chiusura degli immorali e inutili Monti di Pietà; stabilire un compenso pari a quello operaio per i funzionari e gli impiegati e abrogare il Concordato napoleonico perché “la libertà è il principio basilare della repubblica” e “la libertà di coscienza è la prima delle libertà”; assegnare le officine inattive a cooperative, indennizzando però i proprietari; vietare il lavoro notturno dei fornai, discutendo la giornata lavorativa di otto ore; condannare concussione, corruzione e la pubblica prostituzione, decretando la chiusura delle case di tolleranza; raddoppiare gli stipendi ai maestri e alle maestre di una scuola che si proclama laica riaprendo anche i musei. E mentre rotola, per decreto, la statua di Napoleone in Place Vendôme e si fucilano gli ostaggi e finanche l’arcivescovo di Parigi, si abolisce la distinzione tra potere legislativo ed esecutivo sperimentando l’eleggibilità e la revocabilità dei funzionari e forme di “democrazia diretta”. L’intento è, in primo luogo, rimettere nel vocabolario della politica la libertà, l’uguaglianza e la fraternità instaurando l’armonia degli interessi.

Intanto, a Versailles, il 10 maggio viene firmata la pace e Thiers rassicura Bismarck sull’immediato ristabilimento dell’ordine: il 21 l’esercito dei “versagliesi” entra a Parigi. La repressione (la “settimana di sangue”) è spaventosa: mentre la città brucia, in una settimana vengono uccise almeno 20 mila persone, il doppio della Rivoluzione del 1789 nell’intera Francia; Thiers telegrafa ai prefetti, avvertendo che “Il suolo è disseminato dei loro cadaveri. Questo spettacolo spaventoso servirà di lezione”. Solo il timore delle epidemie, e del disgusto della pubblica opinione, arrestano il massacro. E mentre sulla collina di Montmartre viene edificata, come un ex voto in stile neoromanico, la basilica del Sacré Coeur per celebrare la fine delle discordie e invocare il riscatto, altri 20 mila comunardi vengono mandati – con le prostitute di Parigi – a popolare le colonie. La terza Repubblica nasce impaurita e impoverita, sul sangue dell’ultima rivoluzione d’ancien régime.

Un’altra repubblica, ma nella belle époque

Servono regole, che impediscano il ripetersi del passato; bisogna scrollarsi da guerre civili che sembrano essere ormai il tratto identitario del Paese: anche se l’eredità e la paura della Comune sono circoscritte alla sola Parigi e ai meccanismi centrifughi che l’“esperimento” ha suscitato nelle associazioni dei lavoratori, il bisogno è – ovunque – di ordine e di pace.

Lo richiede la situazione economica, nel precipitarsi del lungo singulto mondiale del 1873 e che in Francia necessita di riorganizzazione della produzione come del consumo: non si è arrivati primi – come l’Inghilterra –ma non si ha la prontezza e la capacità di coniugare innovazione tecnologica e sviluppo, investendo – magari aiutati dallo Stato, come la Germania – su nuovi, promettenti settori. Nell’incedere dell’industrializzazione, e dell’urbanizzazione, anche l’agricoltura si mostra vetusta nel perseguire modelli organizzativi e metodi di lavoro non più sostenibili per l’impetuoso esodo dalle campagne, le nuove esigenze dei consumatori e del mercato internazionale, il crollo dei costi del trasporto, l’uso di concimi chimici: la fillossera distrugge vigneti di vecchio impianto e un vecchio modo di concepire la produzione, i rapporti di produzione, i prodotti della produzione. C’è bisogno di improntare lo sviluppo, dargli una direzione e un ordine. C’è bisogno di imbrigliarvi il consistente risparmio privato del Paese, facendolo diventare protagonista e promotore di questo sviluppo.

Dopo tanta politica, c’è poi bisogno di politica: di canalizzare le tensioni in un alveo istituzionale che le stemperi, di compensare le spinte dispotiche con meccanismi che impediscano la violazione delle regole comuni: la soluzione è un complicato sistema di pesi e contrappesi istituzionali.

Conclusioni

La terza Repubblica, concepita in un Paese occupato e frutto di un accordo in cui ciascuna delle parti si ripromette di trovare al momento propizio una soluzione migliore, durerà ben più che le precedenti: fino alla seconda guerra mondiale. Dopo la proclamazione, il 4 settembre 1870, e la firma dell’armistizio (28 gennaio 1871), accanto alla Commune incipiente si svolgono – l’8 febbraio – le elezioni per la nuova Assemblea Nazionale. Tuttavia se dopo il governo di Thiers, sfiduciato dopo aver ripagato – persino con qualche mese di anticipo – l’indennità di guerra dovuta ai Tedeschi e aver ricostituito l’esercito, la Francia non torna come gran parte d’Europa a un assetto monarchico non lo si deve alle tradizioni repubblicane ma alla divisione – tra orleanisti e legittimisti – del fronte monarchico. Ne consegue una complessa architettura istituzionale, che vede un ruolo solenne e quasi sovrano – sia pur progressivamente stemperato – del presidente, ma in una cornice repubblicana. Il successo, alle elezioni del 1876 e poi del 1877, dei repubblicani – nonostante il tentativo del nuovo presidente, il generale di destra Patrice Mac-Mahon, di inficiarle – segnala il configurarsi di un nuovo patto sociale tra i piccoli commercianti, i piccoli agricoltori, il ceto medio impiegatizio che sta diventando elemento propulsivo del Paese conferendo, sia sul piano politico che su quello economico, l’auspicata stabilità nel segno della politique d’abord: nell’alveo di un equilibrato rinnovamento, si inaugura un periodo (1879-1885) di grandi riforme e di pacificazione che preludono e rendono possibile l’uscita crisi, il definitivo recupero del prestigio internazionale, il ripristino dei rapporti fiduciari e il rinnovamento economico. Se, infatti, il settore tessile ristagna, le industrie chimica, metallurgica ed estrattiva progrediscono, mentre fioriscono le banche d’affari e gli strati sociali legati alle libere professioni – come i medici e gli avvocati – crescono, affiancati da nuove figure sociali di ceto medio; i comunardi ricevono l’amnistia e viene riportato il parlamento a Parigi, vengono varate leggi per la difesa dell’associazionismo sindacale e per promuovere le autonomie locali, viene istituito il divorzio e si lancia un grande programma di istruzione, imperniato su una scuola elementare statale gratuita e obbligatoria e sulla nazionalizzazione delle scuole superiori. Tra l’ostilità del clero e dei cattolici ortodossi, lo spirito repubblicano trionfa e con esso la sua incarnazione: Marianna, una donna vestita di rosso con il berretto frigio, diviene l’immagine della Repubblica. Al tempo stesso, la Repubblica partecipa attivamente alla grande corsa delle potenze europee per la conquista coloniale dell’Africa, soprattutto nell’area sahariana e nell’Estremo Oriente, in particolare nella penisola indocinese. Nel 1881, già in possesso di Algeria e Senegal, la Francia con il trattato del Bardo dichiara la Tunisia suo protettorato, sollevando le proteste dell’Italia e degli emigranti, per la maggior parte siciliani, trapiantati in Tunisia. Certo, questo contesto determina una situazione di attrito diplomatico internazionale che la conferenza di Berlino sulla spartizione dei territori coloniali (1884-1885) non riesce a risolvere e che si appalesa come gara coloniale con gli Inglesi nell’incidente di Fashoda (1898), che rischia di causare una guerra. Ma l’espansionismo coloniale francese e il rinnovamento economico sono ormai una realtà, come il consolidamento della democrazia sia pur inficiato dai frequenti scandali che fanno riemergere talvolta mai del tutte sopite istanze bonapartiste e autoritarie, ora anche nazionaliste, antisemite e razziste, che si coagulano – come con Boulanger, come nel “caso Dreyfus” – intorno all’esercito coinvolgendo l’ormai acclarata “pubblica opinione”. La Tour Eiffel, nel primo centenario della Rivoluzione, partecipa al mondo il nuovo slancio di una rinnovata nazione immersa in una belle époque.


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