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La crisi della repubblica

Le straordinarie vittorie militari e il conseguente afflusso di ricchezze trasformano profondamente Roma. Da una parte si pone l’enorme problema dell’adeguamento delle strutture di una città-stato alla gestione di un vastissimo impero. Dall’altra, il tessuto sociale è scosso dall’emergere di nuovi ceti di arricchiti, mentre l’aristocrazia senatoria tende ad arroccarsi in se stessa, poco pronta ad accogliere e cooptare i migliori tra gli homines novi.

Interpretazioni antiche e moderne

Dal terzo quarto del II secolo a.C. appaiono in Roma i sintomi della crisi. Le strutture della città-stato non reggono alla crescita dell’impero e molte fonti attribuiscono l’origine del collasso al montare dell’arroganza e al trionfo del lusso, della cupidigia, della sete di potere. Come causa del processo Polibio vede il mutare degli assetti della res publica: da sintesi equilibrata tra i diversi modelli di governo, democrazia, aristocrazia e regime monarchico, lo stato romano si muta in una forma degenerata di democrazia, che sfocia nella tirannide.

Nasce così la tradizione avversa ai capi popolari, visti come demagoghi attenti solo al tornaconto personale. Quanto all’origine della svolta, essa è stata cercata in momenti diversi, ma soprattutto è stata fatta coincidere con la scomparsa di Cartagine, evento che – secondo Posidonio – ha privato Roma dell’unica rivale all’altezza e le ha tolto ogni misura, mentre crescono – secondo Sallustio – la cupidigia e il desiderio di ricchezze.

Diffusa tra gli equites soprattutto, l’attenzione al fattore economico diviene ora una scelta di vita che apre a nuovi orientamenti, ma provoca l’immiserimento delle masse e avvia il dissidio all’origine delle guerre civili. A combatterle saranno eserciti di mestiere che arruolano i proletari, offrendo loro uno dei pochi sbocchi di vita.

Queste e altre analisi sono state riprese dai moderni, che paiono d’accordo, però, solo nell’ammettere che i gruppi contrapposti non sono partiti nell’accezione moderna del termine, ma ancora discutono, ad esempio, sulla sensibilità civile della plebe e sulla sincerità dei capi populares. Alcuni storici hanno sottolineato la funzione dei vincoli familiari nel monopolizzare le cariche e hanno fatto appello agli studi prosopografici per cercare di ricostruire gli schieramenti politici. Altri hanno constatato come all’interno della nobilitas i contrasti riguardino i metodi di lotta piuttosto che gli scopi e, partendo da Sallustio (e da Mommsen), hanno biasimato i riformatori per aver perseguito mire personali senza uscire dal sistema o per aver subordinato la loro azione ad ambizioni di potere. A ciò altri hanno obiettato che i populares devono la loro influenza all’attenzione verso gli umili, primo embrionale fattore di una coesione tra diseredati, pur mai realizzata del tutto.

La trasformazione dell’aristocrazia

Il senato consolida i suoi poteri. Legittimato a sostituire magistrati costretti spesso ad operare lontano, il consesso prende ad emettere senatus consulta, delibere che i magistrati sono indotti a rispettare dal timore di vedersi negati i fondi e l’appoggio. Diviso tra più correnti, da quella filellena a quella conservatrice, il senato è tuttavia unito nella difesa dei suoi privilegi e resta un organismo potente e solido.

Ad abbatterne il predominio sono infine la crisi di valori, con l’adozione di modelli greci che ne snaturano l’identità, e la serrata decisa dai suoi membri. Aperto ai migliori, il senato è l’espressione più alta di una classe che fonda il suo dominio sull’“etica del merito” (Giuseppe Zecchini); e questa, a sua volta, si sublima nel munus verso la res publica, imponendo un ricambio che assicura il rinnovamento e garantisce l’eccellenza. La nobilitas, il piccolo gruppo di gentes con precedenti consolari decide però di chiudersi in se stessa, determinando la nascita degli optimates. Questi serrano le file attorno alle tradizioni che ne connotano identità e privilegi e presso la parte più retriva prevale, diventando dogma politico, l’idea che solo la discendenza da antenati illustri autorizzi ad ambire al consolato. Chiunque, dal di fuori, cerchi di raggiungere i vertici della carriera fidando nel merito è un homo novus ed è osteggiato e guardato con lo spregio riservato agli arrampicatori sociali.

È un rovesciamento totale della prospettiva. Isolandosi dal contesto sociale e mutandosi in oligarchia, l’aristocrazia, che incarna l’essenza di Roma, tradisce la sua natura e finisce per degenerare. Il ricambio cessa del tutto. Il venir meno di tale connotato offre un argomento di peso all’accusa degli avversari politici, per i quali gli optimates sono coloro cui "toccano i benefici del popolo romano persino quando dormono". Agli inizi almeno i capi populares non sono affatto di umili natali, ma vantano origini illustri quanto quelle degli avversari e, tuttavia, neppure quando alla loro testa giungono homines novi come Caio Mario essi si accostano davvero all’ideale democratico, estraneo alla loro esperienza politica. Tra essi la “gente [...…] indegna e intrigante, per niente migliore […...] degli uomini al potere”, è, in fondo, più frequente dei “riformatori sinceri, nemici del malgoverno e della corruzione” (Ronald Syme). Chiunque si connoti come popularis non può permettersi di ignorare le esigenze dei ceti più poveri, sua base elettorale, ma, secondo il parere di parecchi storici, l’impegno dei riformatori si rivolge spesso alla conquista del potere. Nella migliore delle ipotesi i populares chiedono agli optimates di veder riconosciuto il merito con obiettività; spesso, tuttavia, perseguono solo l’affermazione personale.

Le classi emergenti e la nuova mentalità

Il senato si deve misurare anche con la sfida dei ceti emergenti. Se alcune nuove categorie sociali, come i liberti, sono meno pericolose, ben altro rilievo assumono componenti come gli schiavi, gli alleati e soprattutto quel ceto – che annovera anche Italici – le cui fortune sono cresciute grazie alle opportunità fornite dall’espansione oltremare e alle ricchezze lucrate con bottini e indennità, con gli appalti per la riscossione dei tributi, con la gestione del commercio.

Il problema degli schiavi è legato alla questione agraria. Quanto agli Italici, per tutto il secolo essi affiancano i Romani, partecipando alla mercatura e alle guerre di conquista: sono cioè soldati, publicani, negotiatores, assumendo oltremare un’identità indifferenziata rispetto ai Romani e seguendone talvolta il destino nella morte, massacrati con loro da Giugurta o da Mitridate. Eppure hanno pochi motivi per sentirsi inseriti nel sistema egemone.

A lungo vitali, la coscienza di sé e il ricordo di radici e cultura distinte cominciano a cedere di fronte all’attrazione esercitata dalla cittadinanza e ai vantaggi che essa garantisce. Nella seconda metà del secolo i ceti italici di governo prendono a chiedere con insistenza l’equiparazione a Roma, per divenir partecipi del potere che li ha emarginati. Il senso di un’identità diversa resiste tuttavia tenacemente in ambito osco-sabellico, e si è fatto addirittura irriducibile presso i Sanniti, che risultano inassimilabili e finiscono per essere distrutti.

Il ceto emergente, formato dai gruppi di governo italici e dai mercatores, affaristi che godono dell’appoggio dei rappresentanti provinciali romani, generali o governatori che siano; dai negotiatores, che prestano denaro a interesse; dai publicani, membri delle societates cui Roma affida in appalto l’esazione dei tributi, non coincide ancora appieno con l’ordine equestre.

Se infatti Cicerone, settant’anni dopo, può affermarne la sostanziale identità, così non è all’epoca dei Gracchi, quando il termine di eques definisce ancora una componente non in tutto dissimile da quella già inquadrata nelle 18 centurie serviane. Il gruppo sociale composto di affaristi e commercianti è però legato agli equites sia perché cavalieri sono i suoi principali esponenti, sia perché i membri iscritti all’ordo equester ne sono la parte più energica e attiva, sia infine perché, tramite loro, l’ordo è spesso in grado di influenzare il senato.

Questo ceto è la forza emergente della società. Potenti e importuni fino dall’età di Plauto, pubblicani, commercianti, banchieri che non esitano a farsi usurai e tutti coloro che traggono ricchezza dai traffici sono cresciuti in peso sociale e politico e costituiscono un gruppo composito che, privo dell’etica e delle tradizioni aristocratiche, fa del censo il denominatore comune e il motivo primo di interesse.

Si è sostenuto spesso che gli equites non sono sovversivi. Non coscientemente, forse, ma lo sono nel rapporto con il denaro, rovesciato rispetto alla tradizione espressa per secoli dall’aristocrazia dominante. In nome di questo rapporto, la meta ultima diviene spesso l’accrescimento delle fortune personali: una meta per raggiunger la quale destinano ogni sforzo e alla quale finiscono per subordinare in parte l’approccio alla politica attiva.

Il ceto emergente si pone dunque, tra la classe senatoria e gli strati meno abbienti della popolazione, in una posizione dialettica ed ambigua. Si è spesso accostata la lotta degli equites a quella che, secoli prima, ha opposto i plebei ai patrizi per la parificazione. Mentre però quest’ultima ha avuto come fine la partecipazione politica, quella condotta dai cavalieri si articola su piani diversi. Quanto all’antagonismo con il senato, esso sembra in sostanza piuttosto blando. Più che cercare un sistematico accesso alle magistrature, il ceto equestre nel suo insieme continua infatti a lungo a curarsi soprattutto di potenziare i privilegi economici: una linea che interferisce solo marginalmente con gli interessi dei patres. Fanno eccezione alcuni individui, alcuni capi populares, ad esempio, che vengono spesso dai ranghi dei cavalieri e sono i soli ad avere un’autentica coscienza politica. Questi cercano di mobilitare i loro pari, inseguendone l’alleanza anche a scapito dei ceti inferiori. Se infatti l’apporto politico degli equestri è spesso prezioso alla causa dei riformatori, la concentrazione dei capitali da loro promossa finisce per determinare la crescita della povertà, aggravando la situazione economica delle classi umili.

Il modello proposto influisce tuttavia in misura decisiva anche sulla componente aristocratica. Alla metà circa del secolo l’oligarchia è per un attimo costretta a riaprirsi. Grandi proprietari terrieri soprattutto, i nobili hanno bisogno di somme sempre più ingenti per esigenze di immagine e di carriera, che la nuova situazione ha modificato. Il denaro serve per adeguarsi a modelli di vita sempre più sfarzosi, per mantenere clientelae, per guadagnarsi la benevolenza del popolo con largizioni e giochi, per appoggiare gli alleati o corrompere gli elettori e i giudici; serve, in prospettiva, per mantenere eserciti composti di soldati professionisti, tanto che proprio tale disponibilità diviene la misura autentica della ricchezza. Restii ad alienare proprietà che costituiscono tuttora un irrinunciabile status symbol e a volte incapaci di padroneggiare le nuove e più redditizie forme economiche – che il rango vieta di praticare se non attraverso prestanome –, i nobili ricorrono sempre più al ceto emergente, rivolgendosi a finanzieri o usurai, e finiscono spesso per rovinarsi.

La nobilitas si riapre dunque su un mondo che si è rinnovato senza di lei. Con la loro impostazione mentale gli homines novi provenienti dai ranghi degli equestri finiscono per modificare base sociale e linee politiche dell’aristocrazia, influenzandone i membri più fragili. Anche sotto questo profilo la crisi della nobilitas è in primis morale. La politica annovera ormai tra i suoi metodi la corruzione e ha spesso come fine il puro e semplice profitto: “[…...] a casa tua” – ricorda Cicerone – “si vedono schiere di accusatori e di spie che si associano per arricchirsi, colpevoli e ricchi imputati dediti a corrompere le giurie anche con te come guida, si vedono gli affari che concludi per far soldi come avvocato difensore, i pegni in denaro per disonesti, accordi tra candidati, si vede l’invio di liberti a prestar denaro nelle province e a depredarle, si vedono i vicini cacciati dalla loro terra, il brigantaggio nelle campagne, associazioni a fine di lucro con schiavi e liberti come clienti, si vede l’usurpazione del possesso in caso di proprietà disabitate, si ricordano […...] tutti quei testamenti contraffatti, tutte quelle persone assassinate; e alla fine si comprende come ogni cosa sia in vendita...”. L’aristocrazia romana finisce, dunque, per dividersi sulla base sia dell’interesse verso la gestione del potere, sia della dialettica tra optimates e populares. "Si scatenava [...…] la cupidigia dei potenti, il desiderio di sopraffazione di un ceto sull’altro e, di conseguenza, la sempre minore resistenza dei deboli. Ma si scatenava anche l’odio di classe, mentre i piccoli proprietari rurali si trasformavano in turba forense, gli alleati in sudditi, i sudditi in nemici [...…]. Roma doveva riapprendere l’equità. Era finito il vecchio regime e qualcosa di nuovo doveva sostituirlo: non solo era lontano Cincinnato, ma era fuori tempo Catone, superato, come Scipione era ancora inaccettabile" (Eugenio Manni).


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