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La filosofia tedesca dopo Kant

Il dibattito sul criticismo di Kant sviluppatosi nell’ultimo decennio del XVIII secolo si incentra, dal punto di vista teoretico, sul tentativo di fondare i presupposti del criticismo mediante la ricerca di un principio unico della filosofia e, dal punto di vista pratico, sulla definizione del rapporto tra libertà, legge morale e volontà. La sintesi di questi due aspetti pone le basi per una sempre più stringente indagine sul rapporto tra filosofia e vita.

La fondazione della filosofia kantiana: dalla rappresentazione al rappresentare

Karl Leonhard Reinhold

Concetto e fondamento della filosofia

La forma essenziale della filosofia non deve contenere nient’e che non sia riconducibile a ciò che è necessario ed universale nell’animo umano; soltanto così essa può essere conosciuta come forma essenziale. A tal fine c’è bisogno di un concetto che riunisca solo ciò che è necessario ed universale nello spirito umano, escludendo tutto quella che non lo è dal suo perimetro, nel quale deve appunto essere esaurito, quanto alle sue note caratteristiche, ciò che è necessario ed universale. Solo quando lo spirito umano abbia conseguito un tale concetto di se stesso, può esaminare il prodotto preso per filosofia, può cioè rendere conto a se medesimo se nella produzione di esso abbia seguito solo le sue leggi necessarie ed universali oppure anche gli umori contingenti, dipendenti da circostanze casuali, Prima che la filosofia possa diventare reale, possa reggere alla prova in quanto filosofia, lo spirito umano deve conoscere e aver sviluppate integralmente quelle leggi che, seguite, rendono possibile la filosofia.

K. L. Reinhold, Concetto e fondamento della filosofia, a cura di F. Fabbianelli, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2002

Nel corso dell’ultimo decennio del XVIII secolo la filosofia di Kant non viene intesa come una delle tante filosofie possibili, ma come un punto di non ritorno della riflessione filosofica. Kant permette di spostare lo sguardo della filosofia dai contenuti del conoscere – variabili, mutevoli e cotingenti – alle sue forme, costanti e universali. Grazie alla filosofia critica la ragione umana può ancorarsi a qualcosa di saldo e definitivo e svolgere con successo la sua opera chiarificatrice in tutti i campi della vita dell’uomo. Questa è l’idea complessiva del criticismo presentata nel 1786 da Karl Leonhard Reinhold, che avvia la pubblicazione delle Lettere sulla filosofia kantiana. In queste lettere, composte con l’intenzione di offrire un’esposizione divulgativa dei risultati della filosofia kantiana, Reinhold coglie la specificità del pensiero di Kant oltre il suo significato epistemologico. La definizione delle condizioni di possibilità del sapere, infatti, permette di pensare la riflessione filosofica come scomposizione delle strutture portanti dell’essere umano e dà la possibilità di mettere in luce un nucleo condiviso tanto dall’analisi filosofica quanto dalla coscienza comune. Secondo Reinhold, senza la comprensione di un criterio universale che guidi il sapere non è possibile giungere a principi universali del diritto e della morale, né chiarire i fondamenti della nostra speranza in una vita futura.

Su questo sfondo si colloca la riflessione teorica di Reinhold. La sua esposizione e fondazione rigorosa della filosofia kantiana si concentra principalmente nel Saggio di una nuova teoria della facoltà umana della rappresentazione (1789), nei due volumi dei Contributi per rettificare le incomprensioni dei filosofi avvenute finora (1790-1794) e nello scritto Sul fondamento del sapere filosofico (1791). La rifondazione della filosofia critica passa innanzitutto per una più approfondita comprensione della struttura della rappresentazione, elemento comune alle facoltà dello spirito umano definite nella critica della ragione (sensibilità, intelletto, ragione).

La facoltà di rappresentare non è perciò la proprietà di un soggetto dato ed effettivamente esistente, ma la possibilità di una connessione tra una forza formativa (spontaneità o forma) e un elemento materiale (materia o oggetto della rappresentazione) tramite la quale viene sintetizzato il dato conoscitivo. Le diverse modalità di sintesi tra forma e materia danno anche diverse forme rappresentative (intuizione, concetto, idea) e, di conseguenza, l’insieme dei modi mediante i quali il soggetto rappresentante interagisce con ciò che lo circonda (desiderio, conoscenza, agire morale). Il centro della critica della ragione non è dunque il soggetto, ma la struttura generale e presoggettiva della relazione che definisce e delimita il suo rapporto con il mondo. A questa relazione Reinhold dà il nome di Bewusstsein, “coscienza”.

È evidente che su questa via è possibile ricondurre l’analisi kantiana delle facoltà dello spirito umano ad un fondamento unico. Ma è altrettanto evidente che la riformulazione dei presupposti del criticismo implica una modificazione dei suoi risultati. L’asse della critica della ragione si sposta dalla ricerca sulle condizioni di possibilità della conoscenza a quella sulla possibilità della coscienza come origine di tale rapporto. La filosofia critica diviene “filosofia elementare”, (Elementarphilosophie), descrizione a priori degli elementi universali della coscienza, e differisce dalla metafisica quale scienza delle note a priori degli oggetti diversi dalle rappresentazioni. Fondamento della filosofia non è più una cosa in sé ma un Satz: una proposizione capace di racchiudere le caratteristiche universali e necessarie dello spirito umano e in grado di esprimere tutto ciò che avviene nella coscienza.

Questo ultimo aspetto del pensiero di Reinhold è probabilmente quello più fecondo per gli sviluppi del dibattito filosofico successivo. Un’imponente riflessione sulle condizioni di possibilità della filosofia e sulla sua differenza dal punto di vista comune è uno dei tratti peculiari della Dottrina della scienza di Johann Gottlieb Fichte. Ma già nelle sue Meditazioni sulla filosofia elementare (1793) il giovane Fichte inizia a ripensare la filosofia reinholdiana sostituendo alla “rappresentazione” un principio la cui caratteristica è l’immediata capacità di venire in chiaro sulla sua propria natura. Il principio fichtiano è, in altri termini, un’attività consapevole di se stessa e, in particolare, un’attività che può essere immediatamente identificata con le prestazioni intellettuali e pratiche della coscienza concreta.

In maniera indipendente, ma in una direzione non meno radicale si orienta il lavoro di Jakob Sigismund Beck. L’ultimo dei volumi dell’Estratto esplicativo dagli scritti critici di Kant (1793-1796) si intitola L’unico punto di vista possibile da cui la filosofia critica deve essere giudicata (1796) e ha l’obiettivo di cogliere la validità della filosofia di Kant, non relativamente a nozioni singole, ma rispetto al punto di vista da assumere per comprenderla. In linea con Reinhold, Beck dichiara di voler rimuovere le difficoltà che impediscono di penetrare nello spirito della critica kantiana, e tuttavia gli contesta la possibilità di fondare il criticismo sulla rappresentazione. A causa del suo implicito riferimento a un oggetto, infatti, il concetto di rappresentazione o alimenta la confusione tra dimensione a priori e a posteriori della conoscenza, o porta a un idealismo psicologico di tipo berkeleyano.

Lo scetticismo di Maimon e Schulze

Gottlob Ernst Schulze

Enesidemo o dei fondamenti della filosofia elementare presentata dal signor professor Reinhold di Jena con una difesa dello Scetticismo contro le pretese della Critica della ragione

Ci sono stati da sempre nel mondo filosofico due partiti. L’uno crede di essere l’unico in possesso della verità, e ritiene di averla determinata ed esposta in una maniera non solo insuperabilmente giusta, bensì anche valida addirittura per tutti i tempi futuri. Proprio per questo ritiene di poter avanzare le più legittime pretese all’autocrazia in campo filosofico e considera di conseguenza ogni tentativo di spezzare questa autocrazia frutto di una deficienza di ragione. Si può acconciatamente chiamarlo partito che decide, giacché il suo carattere capitale consiste nel fatto che decide circa ciò che solo ed unico e per sempre deve essere e deve essere considerato filosofia. All’altro partito appartengono quei filosofi che non vollero mai riconoscere l’autocrazia di alcun superiore visibile nel mondo filosofico, bensì sottomettersi in questioni di filosofia unicamente e solamente alle decisioni della ragione, che è sì invisibile, ma che opera in tutti gli uomini avvezzi alla riflessione. È caratteristica di questo partito la fede nella incessante perfettibilità della ragione filosofica intesa come uno dei più nobili e incontestabili privilegi dello spirito umano. Per distinguere questo partito dall’altro si può chiamarlo il partito protestante: i suoi aderenti infatti prestano da una parte contro la infallibilità e l’insuperabile giustezza di uno dei sistemi dogmatici che sono esistiti fino ad oggi in filosofia, dall’altra contro il fatto che la ragione filosofica debba una volta o l’altra cessare di essere perfettibile.

G. E. Schulze, Enesidemo o dei fondamenti della filosofia elementare presentata dal signor professor Reinhold di Jena con una difesa dello Scetticismo contro le pretese della Critica della ragione, a cura di A. Pupi, Laterza, Roma-Bari, 1971

A partire dal 1791 Reinhold si trova a dover fronteggiare le critiche di chi, pur riscontrando nella filosofia elementare e nella filosofia critica di Kant una certa coerenza argomentativa, le considera incapaci di rendere conto del passaggio dalla giustificazione razionale delle determinazioni della coscienza alla comprensione del suo concreto rapporto con il mondo.

Kant sarebbe riuscito a stabilire le condizioni di possibilità della scienza e dell’esperienza, ma non avrebbe chiarito a quali condizioni è possibile la filosofia critica come definizione delle condizioni della scienza e dell’esperienza.

Un primo esponente di questa tendenza scettica nei confronti dell’impresa kantiana è Salomon Maimon (1753-1800). All’interpretazione del criticismo di Kant, Maimon dedica il Saggio sulla filosofia trascendentale (1790), mentre il Dizionario filosofico (1791) e le Divagazioni nell’ambito della filosofia (1793) sono documenti di un serrato confronto con la filosofia elementare di Reinhold. Maimon rileva come Kant non abbia dato una risposta sufficiente alla domanda “come è possibile applicare i concetti all’esperienza se non derivano da quest’ultima?”. Né Kant, né Reinhold possono rispondervi in maniera adeguata a causa della loro rigida distinzione tra intelletto e sensibilità, che riflette la separazione tra anima e corpo tipica delle filosofie di Descartes, Leibniz e Spinoza. Il criticismo e la filosofia elementare piombano perciò in quello stesso razionalismo dogmatico che pretendevano di eliminare. L’analisi delle forme a priori dell’intelletto è in grado di assicurare una conoscenza universale e necessaria, valida però solo relativamente a oggetti costruiti dall’intelletto stesso, cioè a oggetti matematici. La conoscenza sensibile, per Maimon completamente irrazionale, attesta solo una possibile connessione di eventi, mero risultato della constatazione di una certa regolarità empirica rilevata in merito a esperienze particolari e non condizionata, come vorrebbe Kant, da concetti dati a priori.

Altrettanto radicale sembra la critica di Gottlob Ernst Schulze. Il suo Enesidemo o dei fondamenti della filosofia elementare presentata dal signor professor Reinhold (1792) rappresenta una delle tappe fondamentali della prima ricezione di Kant. Dopo aver constatato l’ingenuo soggettivismo della critica kantiana, gran parte dell’Enesidemo mira a confutare la filosofia elementare reinholdiana, vista come una riesposizione sistematica del soggettivismo kantiano. La Elementarphilosophie pare insufficiente, poiché Reinhold non riesce a rendere conto delle diverse operazioni intellettuali che portano alla formulazione del suo principio. L’intera filosofia elementare poggia, infine, su un’equazione arbitraria tra esperienza e rappresentazione. Esistono però anche esperienze non riconducibili a rappresentazione.

Tanto Maimon quanto Schulze non intendono sopprimere le pretese di comprensione razionale e sistematica della realtà. Lo scetticismo di questi autori è piuttosto conseguenza di una concezione della ragione come progresso infinito e come progressiva approssimazione a una verità che l’essere umano, per via della sua finitezza, non può mai cogliere pienamente. La filosofia ha così il compito di tenere in vita questo processo, mantenendosi nei limiti della verosimiglianza e comprendendo se stessa non come sistema definito una volta per tutte, ma come esercizio di pensiero che, rinnova costantemente se stesso.

Le prospettive pratiche del dibattito postkantiano: legge, volontà, libertà

La reazione a queste critiche si definisce sia sul piano di un’ulteriore discussione sui presupposti del criticismo, che ha luogo nella Dottrina della scienza di Fichte e nella meditazione sulla filosofia pratica di Kant. Qui l’oggetto è il rapporto tra la legge morale, pura e non legata a moventi sensibili, e la volontà, il cui agire è definito dal concorso di impulsi sensibili e impulsi disinteressati. In questo contesto, e in opere come il secondo volume delle Lettere sulla filosofia kantiana (1792) di Reinhold e il Saggio di una critica di ogni rivelazione (1793) di Fichte, il legame tra legge e volontà viene ricondotto al problema della libertà. Per Reinhold la libertà è il risultato di una consapevolezza immediata. Per Fichte, invece, la sua esistenza è dimostrabile attraverso un’indagine sulla struttura del volere umano. Fichte sostiene che si è liberi quando si agisce in conformità a un’idea (l’idea dell’assolutamente giusto) che nasce dalla riflessione sulla capacità umana di volere, vista non solo come determinazione a perseguire un certo interesse personale, ma anche come possibilità di astenersi dall’indicazione derivante da quest’ultimo.

Il criticismo in una nuova dimensione

Primo esempio di questa nuova dimensione del criticismo è la rivendicazione del diritto al sovvertimento di un ordine statale costituito, in funzione del diritto di un individuo, o di una comunità, a modificare la propria volontà, cosa che Fichte sostiene nella Rivendicazione della libertà di pensiero (1792) e nel Contributo per rettificare i giudizi del pubblico sulla rivoluzione francese (1793). Nasce così la combinazione esplosiva tra discussione sulla filosofia di Kant e riflessione sulla Rivoluzione francese, decisiva per il successivo sviluppo della cultura europea.

Rimandi: 

Søren Kierkegaard

Arthur Schopenhauer


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