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La mobilità spontanea: idee, forme e modelli culturali in movimento

La politica imperiale assira ha largamente impiegato le deportazioni delle popolazioni vinte come mezzo per il controllo e la stabilizzazione delle aree conquistate. Tuttavia, singoli individui potrebbero essersi autonomamente trasferiti in Assiria, attratti da una più concreta possibilità di impiego. Non si tratta solo di uno spostamento di persone, ma anche di un movimento di idee e tecnologie che favorisce la nascita di manufatti e architetture non autoctone.

Le deportazioni e la composizione multietnica dell’Impero

La politica dei sovrani assiri prevede, al termine delle campagne militari, la pratica della deportazione delle popolazioni vinte per impedire così il formarsi di focolai di rivolta che tentino di contrastare l’ordine imposto dagli Assiri.

I rilievi a soggetto storico che decorano le pareti delle residenze palatine dei sovrani assiri raffigurano in effetti lunghe teorie di prigionieri che vengono scortati dai soldati dell’esercito assiro al cospetto del sovrano: queste immagini sono la raffigurazione dell’esito della conquista delle città nemiche: la popolazione viene catturata e conteggiata assieme al bottino razziato. Gli elenchi numerici sono relativi alle operazioni di deportazione di persone che vengono così sradicate dal loro territorio per essere trasferite in altre regioni dell’Impero.

Questi spostamenti di genti, effetto di una politica spietata, determinano tuttavia anche un proficuo scambio di idee, forme e modelli culturali attraverso l’intero Vicino Oriente: queste popolazioni vengono sì deportate, ma sono poi integrate nel sistema lavorativo assiro con mansioni nell’amministrazione, nella costruzione di opere monumentali e nell’esercito.

Nell’esercito, a partire dal regno di Tiglat-pileser III (re dal 745 al 727 a.C.), che riforma l’assetto politico e amministrativo dell’Impero introducendo le province, la presenza di soldati stranieri si fa più significativa. Documenti dei sovrani Tiglat-pileser III e Sargon II (re dal 722 al 705 a.C.), assieme alla rappresentazione di soldati di origine straniera che combattono schierati con l’esercito assiro, sono chiara testimonianza dell’impiego dei prigionieri di guerra nelle file dell’esercito assiro, anche se non si può escludere che alcuni stranieri siano stati assoldati come mercenari. Alcuni testi di archivio documentano la presenza di personale civile in servizio nell’esercito, e su alcuni rilievi persone in abiti non militari sono raffigurate mentre sono occupate a riassettare all’interno delle tende del campo, a preparare il cibo e ad accudire il bestiame. Civili, sia assiri che stranieri, sono inoltre gli artigiani che seguono l’esercito: essi sono impegnati nella costruzione e nella riparazione delle armi e di tutti i dispositivi bellici. È plausibile immaginare che le scale, grazie alle quali l’esercito assiro riesce a raggiungere la sommità delle fortificazioni nemiche, siano costruite in loco dopo aver verificato l’altezza delle mura della città assediata.

La larga presenza di stranieri incide indubbiamente sulla gestione amministrativa dell’Impero e sulle comunicazioni. Per questo motivo, accanto all’uso della lingua assira, scritta in caratteri cuneiformi, si introduce, in maniera estesa, l’uso dell’aramaico come lingua dell’amministrazione: si ipotizza che la coppia di funzionari, raffigurati sui rilievi assiri nell’atto di registrare il numero dei prigionieri e la quantità del bottino razziato, sia composta di un ufficiale che trascrive i dati su una tavoletta in cuneiforme e in lingua assira e di un secondo scriba che invece registra gli stessi dati in aramaico su un rotolo di pergamena e con uno stilo. Difficile tuttavia escludere che il personaggio con il rotolo e lo stilo sia un artista che sta disegnando il cartone preparatorio di quanto poi lui stesso e i suoi colleghi scultori trasferiranno sugli ortostati di marmo locale. Ma l’uso dell’aramaico come lingua ufficiale dell’amministrazione è ampiamente documentato, ad esempio dal ritrovamento a Tell Shioukh Fawqani (Siria) di un archivio di tavolette bilingui, in assiro ed aramaico, datate al VII secolo a.C.

Per la gestione di questa doppia amministrazione sono necessari scribi che sappiano scrivere e maneggiare entrambe le lingue ed entrambi i tipi di scrittura: le assimilazioni di stranieri sono quindi finalizzate al funzionamento della complessa struttura dell’Impero e tale situazione fa da richiamo a persone che si presentano spontaneamente per ricoprire questi incarichi.

L’importazione di modelli architettonici ed artistici

La trasmissione di modelli culturali, dovuti ai frequenti contatti degli Assiri con regioni e popolazioni straniere, può essere riscontrata nelle realizzazioni scultoree, dove le influenze dalla Siria settentrionale del Bronzo Tardo (fine del II millennio a.C.) e dell’Età del Ferro (I millennio a.C.) sono evidenti: gli Assiri riadattano ad uno stile e gusto locali la tradizione siriana di decorare con ortostati scolpiti gli edifici pubblici (templi e palazzi). Inoltre, a differenza degli esempi dei sovrani più antichi della Mesopotamia (nel III e II millennio a.C.), che sono soliti dedicare stele e monumenti celebrativi delle loro imprese nei templi cittadini, i sovrani assiri ribaltano tale usanza riservando ai loro palazzi la celebrazione in scultura delle loro gesta. Questo aspetto ha un antecedente proprio in Siria: nel Palazzo Reale G di Ebla, nel Bronzo Antico IVA (2450-2350 a.C.), sono stati rinvenuti intarsi raffiguranti scontri bellici ed azioni venatorie. Questi intarsi, ritrovati riutilizzati in incavi praticati nel pavimento, dovevano essere parte di una decorazione stabilmente esposta e visibile nel palazzo. I re di Ebla, così come poi i sovrani assiri nel I millennio a.C., preferiscono il palazzo al tempio come luogo per esporre i monumenti che raccontano in immagini le loro imprese, di guerra e di caccia.

L’architettura stessa, così come affermano i sovrani assiri nelle loro iscrizioni, prende a prestito tipologie architettoniche della Siria: la tipologia del bit khilani è impiegata e riadattata all’architettura assira dagli architetti che di certo conoscono gli edifici di questo tipo nella Siria settentrionale (nel sito di Zincirli, l’antica Sam’al). I sovrani assiri definiscono appunto questi edifici come strutture che si ispirano e replicano i palazzi del paese di Hatti, espressione che designa la Siria settentrionale. Un esempio di questa tipologia è attestato in un rilievo dal Palazzo senza Rivali di Sennacherib che raffigura quella che, verosimilmente, è la residenza del sovrano, costruita con colonne in facciata e un sistema a portico che contraddistingue i bit khilani della Siria del I millennio a.C.

Si tratta di influenze culturali assorbite dagli architetti e dagli scultori assiri oppure è il lavoro di artigiani e architetti deportati dagli Assiri e coinvolti nei loro progetti edilizi e nella creazione del sistema di immagini celebrative delle loro gesta? È probabile che si diano entrambe le possibilità. Certo è che architetti e scultori assiri sono ben coscienti dei monumenti a loro contemporanei; né si può escludere che tra il personale al seguito dell’esercito nelle sue spedizioni di conquista vi siano anche artisti che prendono nota con schizzi della scena che poi realizzano su diverso supporto all’interno del palazzo del sovrano.

Tuttavia sono proprio i testi della cancelleria assira che documentano la presenza di personale specializzato straniero che il sovrano ha inglobato nel suo gruppo di mastri e dotti: si tratta di medici, scribi, esperti nell’interpretazione dei presagi, astronomi, musicisti e scultori. Questi esperti hanno quindi un destino diverso dalla popolazione comune che viene deportata e poi semplicemente impiegata come manodopera: le loro qualità vengono sfruttate dal re assiro ed entrano quindi a far parte di una cerchia privilegiata, continuando a professare le loro attività.

Un esempio può rendere esplicito l’effetto della presenza di artisti ed artigiani stranieri alla corte assira che modificano tecniche locali di lavorazione. Oltre ai rilievi parietali scolpiti, i sovrani assiri sono soliti commissionare opere eseguite con mattoni invetriati dipinti che, opportunamente composti e messi in opera, danno vita ad un disegno complesso a soggetto storico o religioso.

In particolare, Sargon II fa realizzare, per la decorazione delle facciate dei templi dell’area sacra della cittadella di Dur Sharrukin, mattoni invetriati dipinti che raffigurano simboli astrali, elementi vegetali, montagne, animali ed oggetti di uso comune (aratro) che sono stati recentemente interpretati come una forma di scrittura geroglifica per esprimere il nome del sovrano.

Anche il sovrano Esarhaddon (re dal 680 al 669 a.C.) utilizza lo stesso sistema geroglifico per scrivere il proprio nome su alcuni documenti scritti a forma di prisma. Frammentari mattoni invetriati dipinti, conservati presso il British Museum di Londra, sono stati interpretati come un altro esempio di scrittura geroglifica che riproduce parte del nome e della titolatura del sovrano Esarhaddon. Il disegno dei simboli su questi mattoni è a rilievo, una tecnica ignota e nuova in Assiria fino a questo momento. Dal momento che Esarhaddon è il sovrano che si impegna nella ricostruzione di Babilonia dopo la distruzione operata dal padre Sennacherib (re dal 704 al 681 a.C.), è probabile che la tecnica del mattone a rilievo abbia un’origine babilonese. Mattoni a rilievo, disposti a comporre immagini più grandi, sono documentati in età paleobabilonese (II millennio a.C.) nel “Tesoro” di Ur, costruito da Sin-iddinam (1849 a.C. ca.), re di Larsa, e durante il regno cassita, nelle città di Ur, Dur-Kurigalzu, Nippur e Isin. Sono inoltre proprio i Cassiti ad elaborare un sistema complesso di simboli – che utilizzano sulle stele kudurru – dove figurano elementi astrali, del mondo della natura ed esseri fantastici.

Anche nel periodo neobabilonese l’uso di mattoni modanati e a rilievo è tipica del sud della Mesopotamia. Ne sono esempi mirabili la Porta di Ishtar e la Via Processionale di Babilonia.

Esarhaddon risente di questa lunga tradizione e la importa in Assiria: si può anche pensare che artisti, originari della Babilonia, si siano spostati in Assiria o siano stati portati da Esarhaddon al suo seguito e che, incaricati di realizzare questi mattoni, li abbiano eseguiti a rilievo, secondo il modello ad essi familiare, e non piatti come i mattoni assiri.


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