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La situazione degli ebrei nel Cinquecento

Nel Cinquecento, la storia degli ebrei è caratterizzata dall’espulsione della comunità sefardita dalla Spagna e dal Portogallo, con un’emigrazione di massa verso oriente e un parallelo fenomeno di conversioni forzate. Dalla metà del secolo il papato dà inoltre avvio alla politica di segregazione nei ghetti. La cultura ebraica, scossa dagli eventi, dà forma a nuove correnti mistiche che si compendiano nella Qabbalàh di Isaac Luria.

Premessa

Nel Cinquecento la storia delle comunità ebraiche in Europa conosce una serie di svolte epocali che segnano in maniera permanente la loro esistenza. Sono due gli eventi fondamentali che determinano questa grande trasformazione: l’espulsione degli ebrei da Spagna (1492) e Portogallo (1497), e la nascita del regime del ghetto per diretta ispirazione della Chiesa di Roma a partire dalla metà del Cinquecento. Questi avvenimenti contribuiscono a ridisegnare la mappa geografica della distribuzione delle comunità ebraiche, mutano in maniera decisiva la loro struttura socio-economica e, infine, influiscono grandemente sulle trasformazioni culturali dell’ebraismo stesso.

L’espulsione dalla penisola iberica

Dopo un secolo di politica di segregazione, che aveva fortemente indebolito la fiorente comunità ebraica spagnola, nel 1492 i re cattolici di Spagna si risolvono a emanare un provvedimento che lascia agli ebrei poche possibilità di scelta: entro poche settimane essi possono convertirsi, oppure liquidare i propri beni ed emigrare. Un numero imprecisato di ebrei (fra le 70 mila e le 150 mila persone) abbandonano la Spagna; in parte trovano rifugio in Portogallo e in Navarra, da dove però vengono nuovamente espulsi tra il 1497 e il 1498. Nel corso del Cinquecento le famiglie di ebrei sefarditi (cioè di origine spagnola) vengono accolte in diverse aree geografiche: grandi comunità si formano nelle città del Mediterraneo orientale, sotto la dominazione ottomana, dove sono assenti le pressioni di natura religiosa proprie dell’Europa cristiana. Altre comunità si formano nell’Italia centro-settentrionale (fra le più importanti Ferrara, Ancona, Venezia e, dal 1597, Livorno), sulla costa atlantica della Francia (Bordeaux), ad Amsterdam e a Londra. È importante la nascita del fenomeno del “marranesimo” (dove marrano è l’ebreo convertito alla fede cattolica ma che continua a professare in segreto anche il rito mosaico): durante il XVI secolo in tutta l’Europa cristiana esistono singoli ebrei e addirittura intere comunità che possiedono un’identità religiosa ambigua, peraltro determinata in origine dai decreti di conversione forzata, che lasciano ben poca scelta agli ebrei che ne cadono vittime.

La creazione dei ghetti

La parola “ghetto” nasce a Venezia dove, nel 1517, gli ebrei di origine tedesca e italiana vengono segregati in una zona periferica della città, per l’appunto chiamata “Ghetto nuovo”. Da allora il termine è entrato nel lessico comune per definire l’area urbana nella quale viene imposto agli ebrei di risiedere dalla metà del Cinquecento fino all’epoca dell’emancipazione, nel XIX secolo. Nel 1555, durante il concilio di Trento che determina la svolta controriformista della Chiesa, papa Paolo IV emana la bolla Cum nimis absurdum che stabilisce regole precise per la residenza degli ebrei nello Stato della Chiesa e raccomanda ai principi cristiani di attenersi ai suggerimenti della bolla stessa. Gli ebrei dovranno essere relegati in una strada della città separata dalle abitazioni dei cristiani; la strada sarà chiusa da portoni e gli ebrei non potranno uscirne dopo il tramonto; gli ebrei non potranno più possedere beni immobili (abitazioni, terreni, ecc.) e dovranno astenersi dall’esercitare tutta una serie di mestieri all’infuori del prestito di denaro su pegno e della compravendita di oggetti e abiti usati; dovranno portare un segno di riconoscimento e non potranno frequentare i cristiani se non per motivi di lavoro. I decreti di espulsione dalla penisola iberica prima, la segregazione forzata nei ghetti, poi provocano un rapido spostamento dell’asse demografico della popolazione ebraica da Occidente verso Oriente, in particolare verso i possedimenti ottomani e verso la Polonia. Fra il 1500 e il 1575 la comunità ebraica in Polonia passa da circa 30 mila individui a 150 mila, sparpagliati in centinaia di piccole congregazioni. Genericamente, si può affermare che gli ebrei vadano a collocarsi in una posizione sociale intermedia, ponendo le proprie conoscenze tecniche e commerciali al servizio dei grandi feudatari assenti dai loro possedimenti, e quindi facendo in qualche misura da tramite fra i ricchi feudatari e i contadini. Alla lunga questa posizione si fa scomoda, dando avvio ai fenomeni di antisemitismo popolare che caratterizzeranno per secoli l’Europa orientale.

La cultura ebraica

La svolta cinquecentesca assume per l’ebraismo anche decisivi risvolti di natura culturale e religiosa. Nel 1553, lo shock provocato dalla vista del rogo dei volumi del Talmud in Campo de’ Fiori a Roma è fra le cause che spingono gli ebrei a intraprendere nuove strade di speculazione teologica e filosofica. L’Occidente cristiano rifiuta con violenza ogni inquinamento culturale e di conseguenza la cultura ebraica se ne distacca prendendo altre vie e raggiungendo il più alto grado di coesione interna e autonomia dal cristianesimo e dall’islamismo proprio negli anni mediani del XVI secolo. Questo, tuttavia, non ha mai significato chiusura assoluta alla cultura non ebraica.

Di fondamentale importanza appare in questo secolo la nascita di una nuova corrente mistica, basata sugli insegnamenti cabalistici di Mosé Cordovero, autore del Pardes Rimmonim, e di Isaac Luria, le cui argomentazioni vengono raccolte dai suoi discepoli nel Etz Haim. Centro di questa rinascita del misticismo è la Galilea, in particolare la città di Safed, oggi in Israele. Da qui si propaga l’idea che il Messia non sia incaricato di redimere il mondo, ma che la redenzione sia compito dell’intero popolo ebraico, in comunione mistica con Dio attraverso la preghiera, la pratica religiosa e le opere di devozione. Un pensiero particolarmente consolatorio per un ebraismo che subisce scossoni e stravolgimenti in uno dei secoli più travagliati della sua storia. Fa la comparsa nella letteratura ebraica anche la materia storica, con la pubblicazione a Ferrara nel 1533 dell’opera di Samuel Usque, Consolaçam as tribulaçoens de Israel, in cui una realistica descrizione delle politiche mondiali – con particolare riferimento alle vicende ebraiche –è variamente inframmezzata da espressioni di risentimento verso la Spagna e il papato, e parole di gratitudine nei confronti della Turchia ottomana.


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