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La storia naturale

L’opera dei naturalisti rinascimentali si fonda sui classici dell’antichità, di cui si producono edizioni filologicamente accurate e commentari. Lo studio dei classici comincia già nei primi decenni del Cinquecento ad accompagnarsi all’osservazione diretta della natura, sulla base della quale sono verificate e ampliate le conoscenze degli antichi. Inoltre, nuovi dati su piante e animali giungono con le esplorazioni e le scoperte geografiche. La trasmissione di notizie e di immagini relative alla flora e alla fauna del Nuovo Mondo è resa possibile dalla stampa e dalla produzione di accurate illustrazioni scientifiche, cui contribuiscono artisti e incisori. Si determina così, anche se lentamente, una crisi delle tradizionali visioni della natura e dei sistemi di classificazione. Ricerche empiriche e nuove forme di comunicazione scientifica si coniugano alla sopravvivenza di concezioni della natura e del mondo animale di carattere simbolico e magico, come testimoniano i trattati sui mostri e la dottrina delle segnature.

Lo studio dei classici

Nel Rinascimento lo studio della natura avviene sia per mezzo di ricerche empiriche, sia con la consultazione della letteratura del passato e il recupero delle conoscenze che si sono accumulate attraverso i secoli. Il consolidamento della storia naturale come campo d’indagine autonomo si lega alla ripresa dello studio dei classici e all’accessibilità di un numero crescente di opere di autori antichi precedentemente sconosciute o solo note parzialmente. La Storia naturale di Plinio il Vecchio è più volte ristampata; circolano in traduzione latina le opere zoologiche di Aristotele – ricche di dati empirici –, di Teofrasto (Storia delle piante) e Dioscoride (De materia medica), con i Commentari di Pietro Andrea Mattioli. Per il naturalista rinascimentale, l’osservazione diretta e la testimonianza di persone degne di fede, nonché degli autori dell’antichità, hanno pari valore conoscitivo.

Studiare la natura infatti vuol dire identificare piante, animali e minerali, verificando i dati contenuti nei classici e talvolta cercando di correggere i loro errori e ampliarne le conoscenze. Esemplare la disputa intorno a Plinio che ha luogo tra fine Quattrocento e inizi del Cinquecento. Il medico ferrarese Niccolò Leoniceno apre le discussioni con un attacco contro la Naturalis Historia pliniana e contro diversi testi arabi di medicina. Leoniceno afferma che Plinio, Mesue, Avicenna e altri autori avevano equivocato o confuso i nomi delle piante medicinali che si leggevano in fonti greche, quali le opere di Dioscoride o quelle di Galeno. Ermolao Barbaro dice di aver corretto più di cinquecento errori presenti nel testo di Plinio. Plinio è fonte di errori e i medici che lo utilizzano come fonte per la prescrizione di farmaci possono mettere a repentaglio la vita dei pazienti. La disputa continua per più di un decennio e coinvolge umanisti e medici e tra i protagonisti matura la convinzione che la discussione possa essere risolta soltanto attraverso la comparazione dell’evidenza testuale con quella offerta dalle piante stesse. Le erborizzazioni di Leoniceno lo hanno infatti convinto che i romani antichi e gli italiani suoi contemporanei usano lo stesso termine per designare piante diverse; mentre alla stessa pianta corrispondono due o più nomi diversi.

La natura del Nuovo Mondo

Un significativo arricchimento delle conoscenze di storia naturale è prodotto dalle relazioni che provengono dalle Americhe. Nelle descrizioni dei viaggiatori il Nuovo Mondo è presentato come un immenso scrigno ricolmo di meraviglie della natura: vi sono specie di animali e piante sconosciute prodotte da una natura esuberante, nonché strane creature dalle dimensioni sorprendenti ed esseri mostruosi di ogni tipo – esseri immaginari che da tempo popolavano l’immaginazione dell’uomo occidentale. Le prime documentazioni sono contenute nei resoconti spagnoli sull’America del Sud. Già nei primi decenni dopo la scoperta del Nuovo Mondo giungono in Spagna (oltre ai minerali preziosi) i primi campioni di piante e animali. Nella penisola iberica si interrano i semi provenienti dal Nuovo Mondo, per verificarne le possibilità di attecchimento. Medici e naturalisti cominciano a viaggiare al seguito dei conquistadores, con l’intento di raccogliere informazioni su flora e fauna americane. Nel 1535 il medico Gonzalo Hernández de Oviedo y Valdés dà alle stampe la prima storia naturale delle Indie occidentali.

Animali vecchi, nuovi e immaginari

Nel corso del XVI secolo, lo studio del mondo animale si basa soprattutto su due autori: Plinio il Vecchio e Aristotele. Il carattere enciclopedico della Storia naturale pliniana fornisce il modello di trattazione per molti naturalisti rinascimentali, mentre Aristotele è ancora un riferimento obbligato nello studio della classificazione e dell’anatomia animale.

L’aumento del numero delle specie animali note, grazie alle esplorazioni e alle scoperte geografiche, determina la necessità di rivedere i criteri di classificazione e di adeguare il vocabolario tecnico tradizionale. Uno dei principali trattati di zoologia è l’Historia animalium (1551) del naturalista svizzero Konrad von Gesner, un’opera di carattere enciclopedico che contiene una descrizione dettagliata della morfologia degli animali, delle funzioni dei loro organi, dei loro comportamenti, del loro habitat, dei loro possibili usi (dalla cucina alla farmacia), nonché informazioni sugli autori che, a partire dall’antichità, ne hanno trattato. Seguendo Aristotele, Gesner classifica gli animali per genere e specie, applica un ordine alfabetico e non fa alcun uso dell’anatomia comparata.

La stessa impostazione enciclopedica è adottata da Ulisse Aldrovandi che, pur asserendo la necessità di attenersi ai dati osservativi, accanto alle descrizioni degli animali ripropone un’interpretazione di tipo allegorico del regno animale (tipica dei bestiari medievali), per cui gli animali divengono simboli di vizi o virtù: l’asino della pazienza e dell’accidia, il leone della liberalità e della superbia, l’orso dell’amor del prossimo e della gola. Più originali sono le opere finalizzate a studiare singoli gruppi di animali, come lo studio sui pesci di Pierre Belon (1517-1564), che esamina anche cefalopodi e cetacei e che contiene i primi contributi all’anatomia comparata, e le opere – sempre sui pesci – di Guillaume Rondelet che conduce studi di anatomia su numerosi animali acquatici.

Le piante e i loro usi medicinali

Se all’inizio del Cinquecento l’autorità di Dioscoride è incontrastata, nel corso del secolo comincia a entrare in crisi a causa del gran numero di nuove piante provenienti sia dal Vecchio sia dal Nuovo Mondo. Gli erbari si basano sempre più su osservazioni condotte direttamente da naturalisti in varie aree geografiche e beneficiano degli scambi di semi e foglie essiccate. Seguendo Teofrasto e Plinio, nella prima metà del secolo le classificazioni si fondano in larga misura sull’utilità delle piante per l’uomo. È un tipo di classificazione che risponde ai bisogni pratici dell’agricoltore, del farmacista e del monaco, ma che trascura la molteplicità di dati osservativi di cui i naturalisti cominciano a disporre. Mentre Fuchs, Dodoens e Mattioli nelle loro classificazioni prediligono i caratteri utilitaristici, Andrea Cesalpino – De plantis, 1583 – dà inizio alla botanica sistematica, privilegiando nella classificazione le connessioni tra le piante, piuttosto che le relazioni tra piante e uomo. Cesalpino compie classificazioni in base al fusto, al fiore e ai semi, e fonda la nozione di specie sulla riproduzione. L’aumento del numero di piante note produce effetti piuttosto limitati e lenti sull’arte di preparare i farmaci. Medici e speziali sono raramente disposti ad accoglierele nuove piante medicinali, in quanto queste sono difficilmente inseribili nel tradizionale sistema farmacologico galenico. Se si fa eccezione per la china, la salsapariglia, il tabacco e il guaiaco, la cui corteccia è utilizzata contro la sifilide, solo una piccola parte delle nuove piante entra a far parte delle farmacopee ufficiali. Le nuove piante, soprattutto quelle delle Indie occidentali, sono studiate come curiosità da ammirare, curiosità “alla moda” da esibire nelle raccolte private.

Ai margini della medicina ufficiale, e soprattutto tra i paracelsiani, si afferma un uso delle piante a scopi terapeutici che fuoriesce dalla tradizione galenica e che si basa sull’antica dottrina delle segnature (si trova già in Plinio), che viene però riformulata, in modo articolato e con una giustificazione cosmologica, da Paracelso. Secondo questa dottrina, che riceve un’esposizione dettagliata nella Phytognomonica (1588) di Giambattista Della Porta, una determinata parte del corpo può essere sanata per mezzo di un vegetale che ne riproduce l’aspetto. L’efficacia di un’erba nella cura di una determinata malattia è segnalata da una relazione di somiglianza tra la parte ammalata e il vegetale stesso, oppure tra questo e la causa o il sintomo della malattia. Adottando una visione provvidenzialistica della natura, i sostenitori della teoria delle segnature affermano che le forme delle piante non sono casuali: attraverso il loro aspetto esterno il Creatore ha posto di fronte agli occhi dell’uomo le loro virtù terapeutiche. Così, le piante che esibiscono la segnatura del sangue, come rose rosse e gerani rossi, avrebbero la proprietà di arrestare le emorragie, mentre quelle in cui domina il giallo, come lo zafferano, curerebbero le patologie legate all’umore bilioso; la serpentaria sarebbe un antidoto contro i morsi del serpente, mentre la sassifraga curerebbe i calcoli.

La natura e l’illustrazione scientifica

In un’epoca in cui le missioni scientifiche sono ancora rarissime e i sistemi per l’imbalsamazione degli animali assai rudimentali, l’illustrazione assume una funzione centrale nella produzione di opere di storia naturale, in quanto permette di far conoscere specie che provengono da Paesi lontani, facilitando la ricerca e la comunicazione tra scienziati. La storia naturale del Rinascimento fa larghissimo uso di immagini, grazie anche alle possibilità offerte dalla stampa, sfruttate soprattutto dagli autori dell’Europa del Nord. Le figure dei libri, abbandonata la funzione ornamentale, vengono poste in connessione con il testo, assumendo funzione di chiarificazione e di spiegazione. Si stabilisce una stretta collaborazione tra artisti e naturalisti, come avviene con l’opera di Otto Brunfels, il cui erbario è illustrato da Hans Weiditz, un artista della scuola di Dürer, e di Aldrovandi, alle cui dipendenze lavorano disegnatori, pittori e incisori, una vera e propria bottega artistica.

Per Aldrovandi, le illustrazioni servono alla farmacia non solo per identificare le immagini delle piante curative, ma anche in modo diretto, proponendosi esse stesse come farmaco: sulla base della teoria che attribuisce all’immaginazione un potere diretto sul corpo umano, Aldrovandi consiglia che, ai fini di un buon concepimento, si dipingano nella stanza da letto immagini di uomini e donne bellissime, mentre ai febbricitanti, affetti da arsura, suggerisce di dipingere immagini di fontane e fiumi.


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