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L’Asia degli Asiatici

Nel Cinquecento la presenza europea in Asia costituisce una novità significativa ma complessivamente non determinante per gli equilibri politici ed economici del continente. In India lo sviluppo più rilevante è la formazione dell’impero Moghul ad opera di conquistatori musulmani provenienti dall’Asia centrale. In Cina la dinastia Ming prosegue l’opera di consolidamento economico nonostante la persistente minaccia delle popolazioni nomadi alle frontiere settentrionali. Il Giappone, anche a causa della sua frammentazione politica, è la civiltà orientale inizialmente più aperta al contatto con l’Europa. Tuttavia, verso la fine del secolo, il processo di unificazione ad opera di Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Yeiasu si accompagna a una chiusura verso l’esterno e alla persecuzione dei cristiani.

L’India nel Cinquecento: la nascita dell’Impero Moghul

All’apertura del XVI secolo la situazione del subcontinente indiano mostra un territorio frammentato in vari Stati indipendenti, alcuni musulmani, altri indù. La storia di questo secolo, pur molto complessa, vede l’emergere e l’espansione dei primi a spese dei secondi, che man mano subiscono sconfitte e decadono.

Nella parte settentrionale dell’India, il Sultanato di Delhi aveva una lunga storia che risaliva all’inizio del XIII secolo, quando i Mamelucchi, turchi musulmani, conquistarono il nord dell’India fino al Bengala. Sotto altre dinastie, il Sultanato di Delhi continuò ad estendersi verso l’India meridionale fino al 1347 quando le province del sud si resero indipendenti costituendo il Sultanato di Bahmani. L’avanzata delle popolazioni islamiche fu però fermata dal Regno indù di Vijayanagara che dominava la parte meridionale dell’India.

Il Sultanato di Delhi, che diede vita a una cultura ibrida di grande valore, si resse fino al 1526, quando Zahir-ud-din Muhammad Babur (1483-1530), un discendente di Tamerlano e di Gengis Kahn, lo conquista, fondando un nuovo Stato musulmano e diventando il primo imperatore della dinastia Moghul (il cui nome ricorda gli antenati mongoli, ma di fatto turchi). Dapprima Babur conquista l’Uzbekistan, poi dall’Afghanistan muove verso l’India nel 1526 vincendo la battaglia di Panipat e prendendo possesso di Delhi e di Agra.

L’Impero musulmano Moghul man mano estende i suoi territori verso sud fino a dominare l’intero Paese, tranne alcune aree meridionali, e il territorio che oggi corrisponde all’Afghanistan. Di fatto sarebbe sopravvissuto, sebbene in forma ormai molto ridotta, fino dell’arrivo degli Inglesi all’inizio del XVIII secolo. Il periodo di maggior fioritura ed espansione si ha sotto l’imperatore Akbar il Grande, che completa la conquista del Bengala e sottomette anche Gujarat a occidente sul Mare Arabico, formando un impero di grande estensione territoriale. Il Regno di Akbar è caratterizzato da una grande fioritura culturale di cui egli stesso, persona di grande sensibilità e vasti interessi, è il maggior mecenate.

Indù e musulmani nel Deccan

Nella regione meridionale si trova l’impero indù di Vijayanagara (dal nome della sua capitale), che si estende sull’altopiano del Deccan. Fondato nel 1336, con il tempo estende il suo territorio a tutta la parte meridionale dell’India. Questo impero, con varie vicende, sarebbe sopravvissuto fino al 1646. Durante il breve Regno di Krishnadeva Raya (1509-1529), abile amministratore, oltre che esperto generale, l’Impero Vijayanagara vive, dopo un momento di crisi, un periodo di rifioritura. I suoi successi bellici contro i nemici tradizionali, i sultanati musulmani e la popolazione Gajapati dell’Orissa, rafforzano la sua posizione nella regione e gli permettono di estendere i suoi territori, che alla morte includono tutta l’India meridionale. Krishnadeva Raya è anche un mecenate della cultura: nel suo impero fioriscono la letteratura in lingua telugu e la costruzione di grandiosi templi che ancora si possono ammirare nell’India meridionale. I suoi successori non si dimostrano all’altezza e l’impero comincia a declinare.

A settentrione di questo impero, nella parte centrale dell’altipiano, si trovano i cinque sultanati musulmani del Deccan: Golconda, Bidar, Berar, Bijapur, Ahmednagar. Sono indipendenti da quando, tra la fine del XV secolo e l’inizio del successivo, il Sultanato di Bahmani è crollato e si è frazionato. Nel 1510 Bijapur è impegnato in una lotta contro i Portoghesi per il possesso della città di Goa, che perde definitivamente, lasciando agli Europei quella che sarebbe diventata un’importante base per il commercio interasiatico.

La penetrazione europea interessa anche l’Impero di Vijayanagara. Sulle coste sud-orientali del Golfo del Bengala, nel Coromadel, i Portoghesi nel 1523 prendono possesso di Mylapore, poi chiamata Madras, costruendovi un porto commerciale e fondandovi il Vicereame di São Tomé de Meliapore. Vi sarebbero restati fino al 1749.

I cinque sultanati musulmani sono generalmente alleati tra loro contro l’Impero di Vijayanagara, al quale sono contrapposti anche da motivi religiosi. Nonostante la vicinanza tra indù e musulmani, la continua rivalità, sia politica sia religiosa, impedisce che si instaurino scambi culturali di qualche importanza. Nel 1565, a Talikota, i musulmani riescono a sconfiggere Vijayanaga, nonostante la superiorità numerica degli indù, traditi però da alcuni generali musulmani al loro servizio. Dopo la vittoria, il rajah di Vijayanagara, Aliya Rama Raya (1542-1565), viene decapitato e la sua capitale viene invasa, saccheggiata e abbandonata. Questa battaglia è considerata fondamentale per il futuro assetto dell’India centro-meridionale, poiché avvia il declino dell’Impero di Vijayanagara.

Solo tre anni dopo, anche il Regno indù di Gajapati – situato nell’attuale Orissa, sulla costa orientale – fondato nel 1434 e giunto alla sua massima estensione nel XV secolo, soccombe ai conquistatori musulmani.

La Cina Ming

Per tutto il XVI secolo e circa la prima metà del successivo, la Cina è retta dalla dinastia Ming, che prende il potere nel 1368 quando una rivolta popolare provoca la caduta della dinastia mongola degli Yuan, discendenti di Kubilai Khan, nipote di Gengis Khan, il fondatore dell’Impero mongolo.

Il Regno dei Ming apre un periodo di pace, fioritura culturale e progresso sociale ed economico. È anche un periodo di intense relazioni con popoli stranieri con cui l’impero cinese ha proficui rapporti commerciali.

La popolazione aumenta notevolmente fino a raddoppiare, grazie anche a un forte aumento della superficie coltivabile. Nonostante lo sviluppo di alcuni centri commerciali dove l’attività economica assume forme proto-capitalistiche, la maggior parte della popolazione continua comunque a risiedere in campagna e a praticare l’agricoltura. Il rapido sviluppo economico, favorito dall’intenso commercio con i popoli dell’Asia orientale e con gli Europei, non modifica comunque una struttura statale rigida e incapace di gestire adeguatamente questi progressi.

Uno dei fenomeni sociali più interessanti di questo periodo è la comparsa di una nuova classe chiamata gentry (shenshi), che indica i “funzionari e letterati”, cioè una classe di burocrati selezionata grazie al sistema degli esami, tradizionale via di accesso alle cariche pubbliche. Costoro provengono dalla campagna, dove controllano la terra.

Il potere dei sovrani Ming è assoluto e fortemente centralizzato. Ogni velleità di autonomia locale viene repressa. Tuttavia, questo assolutismo èassolutismoè limitato dalla costante intrusione degli eunuchi negli affari di governo. Soprattutto nei periodi di minore età dell’imperatore, sono gli eunuchi i veri detentori del potere.

La Cina e i rapporti con l’esterno

La fine delle grandi spedizioni marittime cinesi che nel XV secolo avevano portato navi cinesi nell’Asia sud-orientale fino alle coste africane e del Medio Oriente, culminate con i viaggi di Zheng He, segna anche l’inizio della decadenza dell’Impero Ming e delle attività di pirateria da parte dei corsari sino-giapponesi, e l’arrivo delle flotte europee nei mari dell’Asia orientale.

Sul fronte esterno, i Ming devono affrontare la minaccia rappresentata dalle incursioni delle tribù delle steppe a settentrione. La pressione delle popolazioni mongole si fa molto pericolosa, soprattutto quando la tribù mongola degli Oirati riesce a sconfiggere gli eserciti cinesi e a catturare l’imperatore. Da questo momento in poi la politica della Cina è rivolta soprattutto al contenimento delle popolazioni che premono ai suoi confini settentrionali.

Il pericolo si fa particolarmente grave quando un leader mongolo di nome Altan Khan (1507–1582), che per anni si era infiltrato in territorio cinese, nel 1550 riesce con le sue truppe a raggiungere Pechino e a saccheggiare i quartieri periferici, mettendo a nudo la debolezza del governo cinese, finché nel 1571 accetta un trattato di pace che mette fine alle sue incursioni in cambio di speciali diritti commerciali. Tuttavia, risolto il problema con i mongoli, verso la fine del secolo si presenta un’analoga minaccia, questa volta portata dalle popolazioni manciù.

L’invasione della Corea da parte dei Giapponesi, tra il 1595 e il 1598, e l’aiuto dato dalla Cina al suo fedele stato tributario hanno conseguenze disastrose sulle finanze dell’impero e lasciano il governo ulteriormente indebolito.

Un’altra minaccia, questa volta alla periferia meridionale dell’impero, è rappresentata dai pirati sino-giapponesi, detti wokou, i quali esercitano il commercio illegale nei mari tra la Cina meridionale, il Giappone e la penisola coreana, estendendo le loro attività anche ai Paesi del sud-est asiatico. Nella prima parte del XVI secolo i wokou saccheggiano le coste cinesi meridionali, fin quando il generale Qi Jiguang (1528-1588) riesce a sconfiggerli e a riportare l’ordine nei mari della Cina meridionale.

Nel frattempo in Cina sono giunti i Portoghesi: nel 1517 otto vascelli al comando di Ferdinando de Andrade mettono l’ancora nella baia di Canton. I Portoghesi non penetrano mai profondamente in Cina, e si limitano, non senza difficoltà, a stabilire una base commerciale a Macao che diviene il fulcro di un intenso commercio portoghese interasiatico, soprattutto con il Giappone meridionale. Tuttavia, forse più ancora dei mercanti, sono i missionari cattolici giunti poco dopo a esercitare un’influenza duratura. Alessandro Valignano (1539-1606) giunge a Macao nel 1578 e ottiene il permesso di fondare una missione. È seguito da Michele Ruggieri (1543-1607), il primo sinologo europeo, quindi, da Matteo Ricci, che approda a Macao nel 1582 e nel 1601 riceve l’autorizzazione a risiedere nella capitale. Qui, grazie alla sua cultura e alla capacità di assorbire la cultura cinese e la sua lingua, conquista la stima dei Cinesi e viene considerato un letterato al pari loro. Egli, oltre a promuovere la fede cristiana, introduce in Cina la cultura umanistica e scientifica del Rinascimento europeo.

Il Giappone nel Cinquecento

Il Giappone nel XVI secolo, attraversa un periodo di grande instabilità e rinnovamento durante cui modifica i suoi assetti politici e sociali, dando forma a quello che sarà lo stato premoderno che durerà fino alla metà del secolo XIX. Il XVI secolo è tuttavia anche un periodo di grande fioritura culturale, in cui le espressioni più tipiche ed elevate della sensibilità giapponese, le arti tradizionali, ma anche la letteratura e, nella religione, il buddhismo zen, giungono alla loro più matura espressione.

Dal 1338, quando il condottiero Ashikaga Takauji (1305-1358), esautorato l’imperatore Go Daigo, mette sul trono un suo protetto e si fa nominare shogun, il clan degli Ashikaga controlla il governo centrale, lasciando all’imperatore solo un’autorità formale. Nel Cinquecento, tuttavia, il potere degli Ashikaga si indebolisce molto e non si estende oltre la capitale Kyoto. La guerra Onin, durata dieci anni a partire dal 1467, non solo distrugge gran parte della capitale stessa, ma mina definitivamente anche il potere degli Ashikaga, mettendo in luce la loro debolezza e, di contro, la potenza dei signorotti locali desiderosi di approfittare della debolezza del potere shogunale per estendere i loro possedimenti. La guerra Onin segna anche la fine della società e della cultura medievale e apre la via alla formazione di un paese più rigidamente centralizzato e stabile sotto il rigido controllo del clan dei Tokugawa, i quali però giungono alla presa del potere solo dopo una lunga e sanguinosa serie di lotte tra clan rivali senza esclusione di colpi.

Durante il periodo Ashikaga, attorno alla “corte” shogunale si svilupparono forme culturali di grande raffinatezza, sponsorizzate dagli shogun stessi, individui di grande sensibilità, appassionati di arti e zen, che raccolsero attorno a loro artisti e maestri, e che si dedicarono con maggior slancio alle arti piuttosto che alle cure del governo. Tra di essi meritano una particolare menzione il terzo shogun Yoshimitsu (1358-1408), il promotore della cultura di Kitayama, dal nome del quartiere settentrionale della capitale dove si sviluppò. Qui Yoshimitsu fece costruire il famoso padiglione d’Oro o Kinkakuji. Attorno a questo padiglione, Yoshimitsu incoraggiò le arti, tra cui soprattutto il teatro Nô, la poesia e la pittura influenzata dai dipinti cinesi prodotti durante la dinastia dei Sòng meridionali. Durante questo periodo i rapporti con la Cina furono fiorenti e molte opere d’arte furono portare dal continente in Giappone. I modelli artistici cinesi ebbero una profonda influenza sull’arte giapponese, di cui divennero modello senza però diventarne pedissequa imitazione.

L’ottavo shogun Yoshimasa (1435-1490) fu invece il mecenate attorno al quale fiorì la cultura di Higashiyama, che ebbe il suo centro nella zona orientale della capitale. Qui Yoshimasa, per emulare il suo predecessore, fece costruire il Padiglione d’Argento o Ginkakuji, dove si svolgeva la “cerimonia del tè” e dove si raccoglievano i maggiori artisti dell’epoca.

L’arrivo degli Europei

In questo momento critico si affacciano sui lidi giapponesi, per la prima volta, gli Europei: nel 1542 (o 1543) una nave portoghese fu sbattuta da una tempesta sull’isola meridionale di Tanegashima a sud del Kyushu. Da allora gli Europei, soprattutto i Portoghesi che dispongono di una base commerciale a Macao, iniziano un commercio che continua fino alle soglie del secolo successivo. La presenza degli Europei sul suolo giapponese ha vari effetti. Da una parte accentua l’importanza del fattore commerciale sull’economia nazionale. Da allora in poi sia i governanti, sia i signori locali cercheranno di favorire il commercio interasiatico al fine di arricchirsi e di rafforzarsi. Poiché le navi dalla Cina attraccano nei porti meridionali del Kyushu, Satsuma (oggi Kagoshima), Bungo (oggi Oita), Amakusa, Hirado, poi soprattutto Nagasaki, sono i daimyo (signori) locali a trarne il maggior vantaggio. Quando il Paese è finalmente unificato, verso la fine del secolo, una delle prime preoccupazioni del nuovi leader è quella di riservarsi il monopolio di questo commercio, o di impedirlo tout court.

La seconda conseguenza è l’introduzione delle armi da fuoco che rivoluziona le tecniche di combattimento offensive e difensive. La costruzione, in questo periodo, di grandi castelli nei punti strategici del Paese è la conseguenza della necessità di difendersi dal nuovo tipo di armi. In un momento di feroci lotte intestine, l’uso delle armi da fuoco ha un ruolo non secondario nelle vicende storiche del Giappone.

L’arrivo di mercanti europei fu subito seguito dai missionari cristiani. Francesco Saverio sbarca a Kagoshima nel 1549 accompagnato da Anjiro, un giapponese che aveva incontrato a Malacca, e viene accolto cordialmente. Da quel momento inizia la predicazione evangelica concentrata soprattutto nell’isola di Kyushu e attorno alla capitale, con esiti inizialmente molto positivi. Di fatto, dopo i successi iniziali favoriti dai daimyo locali, gli unificatori del paese cominciano a vedere nella religione straniera una minaccia al loro ancora fragile potere. Iniziano quindi le persecuzioni che culminano nell’estirpazione completa del cristianesimo e nella chiusura del paese agli occidentali, tranne la piccola isola di Dejima al largo di Nagasaki dove gli Olandesi possono continuare a commerciare –seppur molto limitatamente – fino alle soglie dell’epoca moderna.

Dal punto di vista culturale, l’incontro con gli Europei, in gran parte Portoghesi e Italiani, durante il cosiddetto “secolo cristiano” (metà XVI - metà XVII sec. ca.), potrebbe essere definito come un’occasione perduta. I Giapponesi vedono negli occidentali una minaccia alla stabilità del Paese – avevano infatti colonizzato le vicine Filippine –e rifiutano di approfondire i rapporti culturali. Anche le descrizioni occidentali della società giapponese, tranne qualche notevole caso, sono però normalmente intrise di pregiudizi e da un atteggiamento di superiorità che impedisce un approccio equilibrato.

L’unificazione del Giappone

Il primo atto della lotta per l’unificazione del Paese è la presa di Kyoto da parte di Oda Nobunaga (1534-1582) nel 1568. Il primo dei “tre unificatori”, signore di Owari nel Giappone centrale, dopo una serie di battaglie fortunate entra con un grande esercito nella capitale, insedia Ashikaga Yoshiaki come shogun facendogli giurare che avrebbe demandato a lui tutte le decisioni politiche. La strada verso l’unificazione del paese sotto una sola leadership è aperta. Nobunaga intraprende anche lo sterminio dei monaci buddhisti e la distruzione dei grandi monasteri che di fatto erano diventati centri di potere indipendente. Nel 1573 caccia da Kyoto lo shogun Yoshiaki e prende per sé il potere anche formale, ponendo così termine alla lunga dominazione del clan Ashikaga. Nel 1582 la sua inarrestabile corsa per dominare tutto il paese è interrotta quando viene assassinato a tradimento da un suo generale. Alla sua morte è nominato erede un suo giovane nipote ed è creato un consiglio di quattro grandi vassalli con funzioni di tutori. Tra questi vi è un brillante generale distintosi per la sua abilità sui campi di battaglia, Toyotomi Hideyoshi, che in breve riesce a sbarazzarsi degli altri e diventare il vero successore di Nobunaga e a completarne la missione. Nel 1585 Hideyoshi è pronto a riprendere le campagne da dove erano state interrotte: con una serie di battaglie sbaraglia i più potenti daimyo e, nel 1590, dopo la sottomissione del Kyushu e l’ultima battaglia contro gli Hojo a Odawara, l’unificazione è compiuta. Hideyoshi, che non è di nobile origine, non può aspirare al titolo di shogun, destinato solo all’aristocrazia, e prende per sé il titolo di kampaku, cioè “reggente”.

Hideyoshi, nel 1590, poco dopo aver sottomesso tutto il Paese, emana un editto in tre clausole che formalizza la struttura sociale in quattro classi: al vertice i bushi, o samurai, che governano e amministrano il paese, quindi i contadini che forniscono il sostentamento a tutta la popolazione, seguiti dagli artigiani e infine, alla base della scala sociale, i mercanti, disprezzati perché si arricchiscono senza produrre alcunché. Questa struttura detta shi (samurai), no (agricoltori), ko (artigiani) e sho (mercanti) si sarebbe mantenuta fino alla metà del XIX secolo.

Il proposito di conquistare la Cina (karairi) spinge Hideyoshi a progettare due campagne di Corea, la porta d’ingresso alla Cina. Nel 1592 un’armata giapponese sbarca nella penisola scontrandosi con forze coreane e cinesi, senza successo. Hideyoshi intraprende una seconda spedizione tra gli anni 1597-1598, ma la sua morte mette fine a questa rischiosa e sfortunata avventura.


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