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Le “città sociali” del Novecento

L’idea di città sociale ha origine nel XIX secolo, in Gran Bretagna. Nel secolo successivo l’adozione generalizzata di questo modello amministrativo produce risultati esemplari come la Margarethenhöhe di Essen, in Germania. Anche in Italia, per iniziativa di imprenditori privati, nascono i primi insediamenti urbani fondati su logiche paternalistico-aziendali rinnovate come quelli costruiti da Andrea Olivetti a Ivrea, e come Metanopoli, la città del gas, realizzata sotto la guida di Enrico Mattei.

Origini di un’utopia sociale e urbanistica

Il fenomeno della città sociale è legato fortemente allo sviluppo industriale ed economico di un paese. Essendo l’Inghilterra la culla della rivoluzione industriale, è lì che il paternalismo aziendale si manifesta in netto anticipo rispetto agli altri paesi europei. Ma l’isola non si presta solo come battistrada all’Europa intera per quanto concerne lo sviluppo tecnico; essa detiene anche il triste primato della statistica per quel che riguarda la mortalità dei bambini, le condizioni igieniche precarie, l’analfabetismo e la densità di abitanti nei quartieri operai edificati nei dintorni delle fabbriche situate nei grandi centri industriali quali Manchester o Liverpool. Alcuni industriali inglesi reagiscono a questa situazione drammatica, trasferendo le fabbriche in zone rurali, nelle quali decidono di costruire anche le abitazioni destinate agli operai, organizzate in visione di un rigido regolamento della vita in comune.

Nascono in questo modo le prime città sociali: insediamenti operai di fondazione privata. Condizione primaria per la città sociale è l’autosufficienza della struttura che permette una certa chiusura verso l’esterno, sia in senso pratico che in senso intellettuale, e il controllo della vita dell’operaio, non solo lavorativa ma anche privata. L’obbedienza dell’operaio alle regole imposte dal padrone della fabbrica viene ricambiata con importanti sicurezze quali la casa, la scuola per i bambini, le previdenze sociali. Queste iniziative tendono di fatto a neutralizzare la tensione sociale, gli scioperi o l’attività sindacale, che possono ostacolare il ciclo di produzione e garantiscono stabilità all’ordine sociale.

Tra gli esempi più famosi delle prime città sociali autonome che nascono in Inghilterra si possono citare Saltaire dall’omonimo industriale Sir Titus Salt nel 1852 e Bournville dal fabbricante di cioccolato Cadbury nel 1880. Le città sociali inglesi diventano i prototipi dell’edilizia paternalistica e fungono da esempi in tutto il mondo.

Paternalismo, democrazia, controllo sociale

All’inizio del XX secolo, però, in Inghilterra le cose subiscono una svolta, resa possibile grazie al terreno propizio preparato dal filantropismo e dal protestantesimo, che riescono a suscitare un vero interesse per le riforme soprattutto nel ceto medio e nell’alta borghesia. I grandi industriali, come per esempio Cadbury, trasformano le città sociali di loro proprietà in cooperative con amministrazioni autonome; altrettanto fa il governo inglese, che vara diverse leggi riformiste nel campo dell’urbanistica e dell’edilizia popolare e si occupa della questione sociale. Il primo passo importante è il Public Health Act, del 1848, una legge della riforma sanitaria, fino ad arrivare alla promettente legge dell’House and Town Planning Act del 1909 che stabilisce il controllo statale dello sviluppo di aree di nuova urbanizzazione. Le città paternalistiche inglesi quindi, rappresentarono un fenomeno transitorio che si era sviluppato come conseguenza della rivoluzione industriale e che si era risolto ben presto in forme democratiche. In Inghilterra, infatti, si passa da una città paternalistica come Bournville a una forma democratica e libera di città-giardino gestita da una cooperativa.

Il fenomeno del paternalismo e della città sociale, con le sue radici nell’Inghilterra dell’Ottocento, trova un vivo proseguimento in diversi paesi anche nel XX secolo.

In Germania il più famoso esempio di città sociale è la Margarethenhöhe di Essen, nata nel 1906 per iniziativa dell’impero siderurgico della famiglia Krupp. L’incarico del progetto viene affidato all’architetto Georg Metzendorf, il quale progetta un insediamento per 16 mila abitanti che deve seguire esteticamente le regole della città-giardino inglese, con una varietà di effetti paesistici nell’orientamento delle strade e con vari tipi di abitazioni unifamiliari stilisticamente improntate all’esempio delle costruzioni tradizionali di area renano-westfalica. Anche se l’aspetto esteriore dell’insediamento rimanda all’idea democratica intrinseca nella città-giardino, ai dipendenti Krupp trasferitisi alla Margarethenhöhe vengono richieste, in cambio, la subordinazione alla disciplina di fabbrica, la moralità domestica e l’abdicazione alle proprie idee politiche e sindacali; un corpo di ispettori è deputato a vegliare giorno e notte sulle attività e abitudini degli operai.

In Italia: Olivetti e Mattei

In Italia l’industrializzazione del Paese pone le basi per diversi insediamenti paternalistici già alla fine dell’Ottocento, si pensi alla famosa Nuova Schio della Lane Rossi (1872-1890) e alla città sociale Crespi d’Adda della famiglia omonima Crespi. Ma l’esperienza italiana, a differenza di quella inglese, non ha il tempo di sfociare in una strada democratica cosicché il paternalismo aziendale ottocentesco trova un ideale proseguimento nel fascismo.

Nel 1938, sotto la guida del presidente della SNIA Viscosa (Società Nazionale Industria Applicazioni Viscosa) Franco Marinotti (1891-1966), nasce nel Friuli una fabbrica di cellulosa accanto alla quale sorge anche una città per gli operai e per i dirigenti. Le architetture dai grandi volumi sagomati con portici e la denominazione delle strade e piazze (Piazza Autarchia, Piazza dell’Impero ecc.) rievocano esteticamente le città di fondazione dell’Agro Pontino; l’architetto Giuseppe de Min sicuramente ne trae spunto quando disegna sia l’insediamento che la fabbrica con l’edificio amministrativo. E d’altra parte, Franco Marinotti fa bene a essere in buoni rapporti con il regime e a sostenere la campagna dell’autarchia, visto che il suo maggiore committente era proprio il governo. L’organizzazione interna di Torviscosa, questo il nome della cittadina, è però quella di una classica città sociale. Il controllo totale è nelle mani di Marinotti che unisce in sé le competenze di padrone della fabbrica e di sindaco di Torviscosa. La struttura della città è completamente autosufficiente, fino al punto che non si trova neppure un’istituzione fascista a Torviscosa – né Casa del Fascio, né Casa del Balilla – e gli operai sono legati alla fabbrica da un sistema di previdenza sociale vincolante. In compenso l’insediamento urbano conta una piscina, uno stadio, una sala cinematografica e una mensa. Dopo la guerra, gli stretti legami tra operai e padrone si allentano, anche se, ancora nel 1965, Franco Marinotti decide di costruire sulla piazza principale, vicino alla fabbrica, una gigantesca torre che offre la vista su tutto il territorio di Torviscosa, a dimostrazione ancora una volta, un anno prima della sua morte, di chi fosse l’indiscusso padrone.

Nel secondo dopoguerra italiano la ricostruzione è caratterizzata da un’attività edilizia frenetica. La situazione nel campo dell’urbanistica e dell’edilizia popolare è, all’epoca, ancora assai confusa. Lo stato assume le proprie responsabilità sviluppando progetti di importanza nazionale come l’INA Casa; questi provvedimenti però non bastano a soddisfare l’esigenza di case popolari e di nuovi quartieri, che necessitano inoltre di un valido concetto urbanistico. In questo clima, in cui si avverte la mancanza di un’organizzazione più ampia e diffusa da parte dello Stato, il paternalismo aziendale prende nuovamente forma.

Con Adriano Olivetti entra in scena un tipo completamente nuovo di paternalismo aziendale, che si dovrebbe definire, piuttosto, come un “illuminismo aziendale”. L’imprenditore Olivetti crede nell’impresa non solo come motore dello sviluppo economico ma anche come motore sociale, ed è proprio questa visione che lo distingue dagli imprenditori che lo precedono. Quando nel 1938 egli sostituisce il padre Camillo (1868-1943) nella presidenza dell’azienda, la sua conduzione imprime uno stile e una cultura che avrebbero fatto della Olivetti un esempio unico nella storia industriale italiana. Adriano non mostra soltanto grande attenzione per lo sviluppo della tecnologia e l’innovazione, ma cura anche il design dei prodotti e affronta inoltre come scrittore, intellettuale, editore ed urbanista le problematiche sociali del lavoro e il rapporto tra azienda e territorio. La rivista “Comunità”, edita proprio da Adriano Olivetti, inizia le pubblicazioni nel 1946, divenendo in tal modo il foro intellettuale delle nuove idee, che si propongono di istituire nuovi equilibri politici, sociali ed economici. La costruzione di “città sociali” per i dipendenti Olivetti, sia a Ivrea che presso gli altri stabilimenti situati nel Canavese, non è altro che la traduzione delle idee comunitarie in realizzazioni concrete: non solo prevedono un articolato sistema di servizi sociali, ma nel 1948 viene costituito negli stabilimenti di Ivrea, per esempio, il Consiglio di Gestione, un organismo paritetico che ha voce in capitolo sull’uso dei finanziamenti per i servizi sociali e l’assistenza. Per la progettazione di nuove fabbriche, uffici, case, mense, asili, Olivetti chiama grandi architetti italiani quali Figini, Pollini, Gardella, Nizzoli e Oliveri, che danno forma al grande nuovo pensiero della “Comunità”. Ma l’attività di Adriano Olivetti non si limita solo al suo territorio, come testimonia la sua collaborazione con il comune di Ivrea, appoggiato dai finanziamenti della società Olivetti, per il famoso piano regolatore della Valle d’Aosta, coordinato da Adriano Olivetti stesso e redatto da Luigi Figini e Gino Pollini.

Come ultima avventura italiana classificabile sulla scia delle esperienze delle città sociali, si deve citare Metanopoli, tenendo conto però della sua unicità. Aspetti e motivazioni assai differenti da quelli che hanno spinto Adriano Olivetti a realizzare i suoi insediamenti operai sono alla base della nascita di questa città del gas, sorta alle porte di Milano sotto la guida di Enrico Mattei, presidente dell’Eni. Dal 1952 l’Eni acquista 350 ettari dal comune di San Donato Milanese per costruirvi un grande centro direzionale, una vera e propria stazione operativa dell’ente statale dotata di un centro industriale, laboratori di ricerca, complessi residenziali, una chiesa, un centro sportivo e altro ancora. L’architetto Mario Bacciocchi e lo Studio BR (Bacigalupo e Ratti) danno la forma iniziale alla nuova città; vengono poi chiamati anche altri architetti come Nizzoli e Oliveri o Gardella. Spiccano sull’immagine della città del gas i palazzi uffici del primo periodo, costruiti da Nizzoli e Oliveri e dallo Studio BR. I grattacieli vetrati dei palazzi uffici si innalzano sulla pianura padana e fanno vistosamente da sfilata architettonica, creando in tal modo un marchio architettonico dell’Eni. I due Palazzi Uffici sono da considerarsi, in realtà, solo una parte di una strategia promozionale che contraddistingue tutte le attività di Enrico Mattei, che comprende anche la creazione del “cane a sei zampe”, noto marchio Agip. Metanopoli, con il suo insediamento e i suoi servizi sociali, non è tanto espressione di un filantropismo alla Olivetti, ma costituisce piuttosto una delle ruote dentate della grande macchina strategica dell’Eni, in cui rientrano anche precise mosse di mercato. L’intero organismo è naturalmente diretto dalla sola figura di Enrico Mattei e finalizzato esclusivamente a un migliore funzionamento dell’azienda.


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