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Le Corbusier

Instancabile spirito creativo, Le Corbusier si è rivelato l’architetto più influente del XX secolo tanto sul piano teorico che su quello pratico. Le sue opere sono diventate gli incunaboli del movimento moderno internazionale e i suoi numerosi scritti hanno orientato tutte le generazioni successive. Nella prima fase della sua attività elabora la “macchina da abitare”: una nuova tipologia di edilizia residenziale, sviluppata a partire dal concetto di funzionalità, cara alla nuova estetica razionalista. Attivo anche sul campo urbanistico, propone nuovi parametri gestionali per una “città contemporanea ideale”, che rinnovano le immagini delle città in tutto il secondo dopoguerra. Negli anni Cinquanta Le Corbusier opta per uno stile plastico, quasi scultoreo, senza però abbandonare i precetti teorici stabiliti all’inizio del secolo.

Esprit Nouveau

Le Corbusier

La città contemporanea

L’istinto primordiale di ogni essere vivente è assicurarsi un alloggio. Le diverse classi attive della società non hanno più un alloggio adeguato, né l’operaio, né l’intellettuale. La chiave dell’equilibrio che oggi si è rotto è un problema di edilizia: architettura o rivoluzione.

Le Corbusier, Verso un’architettura, a cura di P. Cerri e P. Nicolin , Milano, Longanesi, 1973

Le Corbusier è l’architetto più influente dei nostri tempi. Personalità instancabile, poliedrica e incessantemente creativa, scrive manifesti fondamentali sia per l’architettura che per l’urbanistica del XX secolo e formula un vocabolario di forme e di tipi determinante per il lavoro di intere generazioni.

Nato nel 1887 a La Chaux-de-Fond in Svizzera, Charles-Édouard Jeanneret-Gris (Le Corbusier è solo uno pseudonimo) lavora prima nello studio di August Perret e poi di Peter Behrens a Berlino. Dopo aver compiuto viaggi sia in Europa che in Oriente, apre nel 1922, insieme al cugino Pierre Jeanneret, suo fedele collaboratore, un proprio studio a Parigi.

Nel 1923 Le Corbusier pubblica una raccolta di saggi intitolata Vers une architecture. Il testo e le immagini vengono montati secondo la tecnica del collage sperimentata in quegli anni anche dalla grafica e dal cinema d’avanguardia: famosa è diventata l’immagine dell’automobile da corsa allegata a una foto del Partenone per evidenziare la straordinaria bellezza posseduta dai volumi chiari dell’uno in contrapposizione alla perfezione tecnico-industriale dell’altra. “Esiste uno spirito nuovo – scrive Le Corbusier – esiste una quantità di opere improntate a uno spirito nuovo; si ritrovano soprattutto nella produzione industriale”.

Alla base della nuova architettura si riscontra l’unione tra la funzionalità intrinseca alla nuova tecnologia (quella dei beni di lusso: piroscafi, autovetture sportive, aerei) e la creazione artistica. Da questo connubio nasce una nuova idea di casa che diventa la “macchina da abitare”, slogan fra i più incisivi tra quelli coniati da Le Corbusier. Un passo decisivo nello sviluppo di un’architettura per la casa, intesa come macchina, l’autore lo compie già nel 1914 con lo studio del sistema Domino: una struttura costituita da elementi standard prefabbricati in cemento armato, consistente in un’ossatura di supporto per solai e scale che permette la libera configurazione della pianta.

In Vers une architecture Le Corbusier manifesta una concezione radicalmente nuova dell’architettura. Analogamente, negli stessi anni, la Bauhaus in Germania persegue l’unificazione fra funzionalismo industriale ed estetica tecnologica come unica strada da percorrere, ma enfatizzando il valore politico sociale di questo incontro. Secondo Le Corbusier, invece, al di sopra di ogni esperienza collettiva, si erge l’individuo-genio il quale ritiene la concezione architettonica un fine estetico a sé stante: “L’architettura è un fatto d’arte, pura creazione dello spirito”.

I percorsi dell’abitare

In questi primi anni di attività Le Corbusier non riesce a formalizzare le idee concepite per la messa in opera su grande scala; le sue costruzioni si limitano a piccole residenze private. La Villa Stein a Garches del 1927 e la Villa Savoye a Poissy del 1929 sono le opere più importanti di questa prima fase, due pietre miliari della sua teoria dell’architettura.

Concentriamoci sulla seconda, una dimora di lusso a circa 30 chilometri da Parigi. Il fabbricato, un parallelepipedo bianco, isolato dal paesaggio circostante e sorretto soltanto dai pilotis, le unità di base nel linguaggio dell’architetto, sembra sospeso in aria. Finestre a nastro, incise nella superficie liscia della “scatola bianca”, scorrono lungo tutti i quattro lati negando alla parete ogni principio portante. La composizione fatta di volumi geometrici puri è movimentata dai muri curvi del solarium che corona il tetto della villa. Il piano terra, arretrato rispetto al fabbricato, è modificato per obbedire alle esigenze della tecnologia e si flette, descrivendo una parabola che faciliti il transito dell’autovettura in arrivo verso la porta d’entrata, collocata sul retro della villa.

L’interno della casa rispecchia perfettamente il saggio I cinque punti di una nuova architettura (1926) in cui Le Corbusier definisce il suo statuto architettonico in modo sistematico. Primo, i pilotis, pilastri che sollevano la casa dal terreno; in secondo luogo i “tetti-giardini”, che diventano opulenti giardini-terrazze verdi. Terzo elemento, la “pianta libera”, vale a dire la libera disposizione dello spazio all’interno della casa grazie ai pilotis e alla costruzione in cemento armato, che abolisce le pareti portanti; quarto, la fenêtre en longeur, ovvero la finestra a nastro che corre da un bordo all’altro della facciata diventando uno degli elementi essenziali per tutti i tipi di case; e infine la “facciata libera”: la facciata principale della casa, viste le sue caratteristiche non portanti, sottolineate dalla presenza delle finestre a nastro, diventa una membrana leggera le cui aperture e sporgenze possono essere disposte liberamente. I cinque punti rimarranno parametri fondamentali per tutte le generazioni di architetti del movimento moderno.

Arrivato a Ville Savoye in macchina, l’ospite entra attraverso la porta d’ingresso in metallo nel vestibolo del piano terra, dove lo aspetta una rampa lievemente inclinata per mezzo della quale può salire al primo piano, il piano d’abitazione; da lì la scala prosegue all’esterno della villa fino ad arrivare al solarium sul tetto. È una specie di passeggiata architettonica, una promenade architecturale, come la chiama Le Corbusier, che “offre costantemente aspetti vari e inattesi, a volte addirittura stupefacenti”.

La città contemporanea

Fin dall’inizio l’attività dell’inquieto Le Corbusier si è espressa ad alto livello, anche nel campo dell’urbanistica, dove il maestro ha esercitato un’influenza molto rilevante tramite i Congrès Internationaux d’Architecture Moderne (CIAM). Le Corbusier è, insieme a Sigfried Gideon, la figura chiave dei dibattiti e le sue proposte, in materia d’urbanistica, sono state decisive per la stesura della Carta d’Atene (1933), il documento fondante dell’urbanistica contemporanea.

La Ville Radieuse del 1929, elaborata dopo una serie di studi incominciati nel 1926 con il libro Urbanisme, è il progetto divenuto modello della città contemporanea. Impostata su una griglia geometrica immersa nel verde, divide le tre funzioni della città (l’abitare, il lavorare, il tempo libero) secondo un rigido sistema di zoning, e le connette attraverso un quarto elemento basilare, un ampio sistema-traffico. Su questo codice si basa l’idea della perfetta organizzazione dei movimenti degli abitanti e dei cicli della vita quotidiana di una città, dove l’uomo non è più considerato come individuo; il principio della “macchina d’abitare” si traduce in questo piano nell’urbanistica. L’utopia sociale di fine Ottocento è diventata un’utopia di pianificazione.

La city, la zona commerciale e amministrativa, è caratterizzata da grattacieli a pianta cruciforme, mentre la parte residenziale è formata da maison à-redent, fabbricati con pianta a forma di pettine. Tutte e due, però, tradiscono uno degli errori più gravi di cui è accusata l’urbanistica moderna: non definiscono lo spazio così come faceva il sistema tradizionale con l’uso del blocco perimetrale, ma creano uno spazio circondario anonimo, privo di qualsiasi qualità urbanistica.

Lo studio teorico di una città ideale come la Ville Radieuse viene messo in pratica nel 1925, con il Plain Voisin, che prende il nome dalla casa automobilistica francese, sponsor del progetto. Il piano prevede la demolizione di un intero quartiere di Parigi per lasciare posto a giganteschi grattacieli i quali esplicitano cosa intenda Le Corbusier quando afferma che il vecchio tessuto urbano deve cambiare la sua “tessitura”. Naturalmente questa riflessione legittima un’intromissione radicale nella struttura tradizionale della città europea. Consapevole della difficoltà di trovare un committente in grado di realizzare i suoi piani, Le Corbusier fa appello a diverse autorità nazionali pubbliche e private: l’alta borghesia imprenditoriale, l’Unione Sovietica, il governo di Vichy, il regime fascista, pur di realizzare un sistema urbanistico valido a livello generale.

Marsiglia e Ronchamp

Nel corso degli anni Trenta si delinea in Le Corbusier una tendenza che lo allontana sempre più dallo stile razionale della prima fase e lo indirizza verso una nuova plasticità quasi sculturale, espressa attraverso il béton brut, il cemento a vista, così come si vede nella sua Unité d’habitation di Marsiglia (1947-1952). Il fabbricato assomiglia a una scaffalatura in cemento, nella quale le abitazioni prefabbricate vengono inserite come dei cassetti. I pilotis si fanno spessi e massicci e l’intonaco bianco degli anni Venti lascia spazio al béton brut. I 400 alloggi previsti sono incastrati uno nell’altro per mezzo di un sistema a due piani, nel quale il primo sfrutta la profondità dell’edificio attingendo l’illuminazione da tutti e due i lati, mentre il secondo ne utilizza solo la metà. Questo permette di creare uno spazio abitativo di altezza doppia. Alla base delle Unités c’è l’idea di costituire un sistema sociale completo all’interno dell’edificio, simile a una “città verticale” dove i corridoi fungono da strade. Questa città dovrebbe articolarsi su due piani occupati da esercizi commerciali e servizi municipali. Infine, sul tetto, viene collocato un solarium simile a quello della Ville Savoye a Poissy con annessi piscina e parco giochi per l’infanzia.

La realizzazione più conosciuta di Le Corbusier è la cappella Notre-Dame-du-Haut di Ronchamp (1950-1955) nei Vosgi, un santuario diventato meta di pellegrinaggio più per l’architettura che per il culto della Vergine. Con questa cappella, l’architettura di Le Corbusier passa alla scultura edificata: le masse dei muri dolcemente curvati corrispondono al tetto aggettante che si alza in un movimento dinamico, come una vela gonfiata dal vento, e si abbassa al centro fino a formare un angolo convesso all’interno della navata centrale della chiesa. Gli intradossi delle finestre, distribuite liberamente sulle facciate, indicano lo spessore dei muri e fanno passare attraverso le vetrate colorate una luce smorzata, pronta a evocare un’atmosfera mistica, adatta alla solennità del tempio. Uno spiraglio, che scorre lungo i muri, sui quali poggia la tettoia, elimina ogni impressione di pesantezza che potrebbe trasmettere la visione del voluminoso tetto di calcestruzzo.

Chandigarh

Solo una volta Le Corbusier ha la possibilità di realizzare il suo sogno di erigere un’autentica città: Chandigarh, in India. Per le celebrazioni dell’indipendenza del subcontinente indiano dal Regno Unito, nel 1947, la provincia del Punjab concepisce una nuova capitale, in grado di manifestare, tramite il rinnovamento architettonico, la nascita della democrazia. Le Corbusier viene chiamato dal governo in carica per tracciare un piano urbanistico generale e disegnare il nuovo complesso del Campidoglio. La città viene impostata su una griglia geometrica e una rete stradale, sistemi che seguono le regole delle “sette vie”, teoria che conferisce una scala di priorità alle procedure di sistemazione razionale delle strade, autostrade e aree pedonali preesistenti.

L’architettura residenziale viene modellata sulle abitudini e sugli stili di vita degli abitanti, oltreché sulle condizioni climatiche. Il capolavoro dell’architetto è il Campidoglio, luogo in cui le esperienze accumulate durante la sua lunga carriera portano alla luce un complesso monumentale grandioso. Gli edifici, il Parlamento, il Segretariato, la Corte di Giustizia e il Palazzo del Governatore sono liberamente distribuiti lungo una spianata, intercalati da una serie di bacini d’acqua e da vari monumenti, cui fa da sfondo la catena dell’Himalaya.

I volumi scultorei in cemento a vista di Chandigarh assumono anche compiti funzionali. Le condizioni climatiche generano le forme architettoniche così come esemplificano gli sporgenti brise-soleil, i frangisole che diventano elementi autonomi nella facciata della Corte di Giustizia (1956), e che proteggono l’intero edificio dai raggi ardenti del sole indiano e dalla pioggia violenta portata dal monsone. Un’imponente cornice di cemento custodisce l’insieme dell’edificio. Pura scultura diventa anche il tetto sporgente che copre l’ingresso del Parlamento (1961), distendendo la sua massa solenne verso il cielo.

Pochi anni prima della morte, avvenuta nel 1965, il grande maestro, richiamando alla mente il proprio passato, racconta dei numerosi progetti mai eseguiti, che però hanno ugualmente cambiato il corso della storia. Tra questi il progetto per l’ospedale a Venezia del 1964 nel quale Le Corbusier avrebbe proposto una soluzione non soltanto funzionale ma anche rispettosa del delicato contesto storico. Una delle vicende più importanti per l’andamento del movimento moderno rimane il concorso per il Palazzo della Società delle Nazioni a Ginevra del 1927. Anche se rimasto solo su carta, il progetto fa scalpore sia per l’estrema novità del linguaggio sia per l’eccezionale funzionalità, suscitando una valanga di discussioni e polemiche che hanno preparato la strada al futuro dell’architettura moderna di cui Le Corbusier è stato il più grande profeta.


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