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Le origini dell’urbanistica moderna

Nella seconda metà dell’Ottocento molte città europee e americane attraversano una complessa fase di crescita e di trasformazioni: superati i limiti settecenteschi, si arriva a una progressiva saturazione degli spazi rimasti inedificati. Il salto di scala rispetto al passato e la riduzione del suolo urbano a merce di scambio comportano problemi di gestione e controllo dello sviluppo metropolitano che la nascente disciplina urbanistica cerca di razionalizzare.

Nascita della metropoli

Intorno alla metà del secolo, i fenomeni di urbanizzazione, di crescita demografica e di sfruttamento capitalistico del suolo urbano mettono in crisi le strutture della città storica. La crescita incontrollata delle aree urbane conduce all’abbattimento delle cinte murarie storiche e alla graduale edificazione degli spazi rimasti liberi. A questa trasformazione si accompagna inoltre un processo di segregazione sociale: le classi meno agiate si trasferiscono nei quartieri poveri e nelle zone periferiche degradate, a causa del crescente valore del suolo nel centro cittadino.

Per le classi povere, nasce in questo periodo la “questione delle abitazioni” che impegnerà il dibattito architettonico e urbanistico del XX secolo.

La situazione di crisi – che presenta una diversa fenomenologia da città a città – impegna i governi in un’imponente operazione di regolamentazione dello sviluppo urbano, sia sul piano della legislazione sia su quello degli interventi urbanistici, che spesso inizia dal settore dei trasporti su rotaia e delle stazioni ferroviarie, nuovi poli d’attrazione e di sviluppo della forma urbana.

Il programma di ristrutturazione urbana di Parigi, che il prefetto Haussmann elabora e realizza a partire dal 1853, assume un ruolo paradigmatico e uno statuto di modello nell’ambito delle esperienze del secondo Ottocento. Non più pensata per interventi isolati, la nuova pianificazione affronta la dimensione metropolitana di Parigi in una visione globale: i grandi assi viari attraversano e collegano l’intera città, piegando alle proprie esigenze le architetture monumentali, e la logica della strada diviene d’ora in poi l’elemento strutturante della forma e dell’immagine urbana, a cui si adatta l’edilizia privata.

Negli stessi anni a Vienna, la costruzione della Ringstrasse offre un emblematico esempio del processo di sostituzione e riedificazione della cinta muraria: al posto degli antichi bastioni si costruisce un monumentale anello viario. Anche nella capitale austriaca la forma urbana viene ridefinita scegliendo come elementi di costruzione della città gli assi viari.

Nel 1859, Ildefonso Cerdá y Suñer presenta un piano di ampliamento per Barcellona che prevede un sistema viario a scacchiera, con assi di dimensioni notevolmente dilatate, entro il quale gli isolati sono edificati solo su due dei quattro lati, in maniera da destinare a verde la rimanente parte, e non sono chiusi come nel progetto parigino. L’innovativa idea di Suñer verrà però messa in crisi, nel corso del tempo, dal progressivo riempimento e sfruttamento economico degli spazi verdi. Se le città di Parigi, Vienna e Barcellona offrono emblematici esempi di ristrutturazione urbana, avviata nell’Ottocento, anche città come Londra, Berlino, Bruxelles, Torino, Napoli, Chicago e New York attraversano un’analoga fase di ridisegno urbano.

La tecnica dell’urbanistica e la legislazione

Attraverso la regolamentazione delle altezze, la lottizzazione dei nuovi quartieri, la definizione delle tipologie abitative e pubbliche e la divisione funzionale delle aree urbane (zoning) lo Stato e la cultura tecnica urbanistica tentano di controllare la crescita della città. In particolare, il regolamento edilizio comunale e la lottizzazione sono i due strumenti più diffusi e sono all’origine del “piano regolatore” in uso nelle amministrazioni locali. Al carattere geometrico e astratto dei primi tentativi si cerca di porre rimedio con la “zonizzazione” che, individuando le “vocazioni” d’uso di particolari zone della città, definisce i settori urbani omogenei e riduce il rischio d’investimenti economici in aree dal futuro troppo poco predeterminato. Il piano regolatore, così come viene concepito in questa fase, vive la contraddizione di essere espressione di un sapere che spesso segue le leggi di mercato e, a un tempo, di volere “controllare” un mercato che per sua natura non sopporta limiti.

L’urbanistica come tecnica trova i suoi fondatori nella Germania degli ultimi decenni del secolo.

Nel 1876, dopo avere stabilito la tecnica del calcolo demografico, della domanda di alloggi e delle previsioni di traffico, Reinhard Baumeister pubblica Städterweiterungen in technischer, baupolitischer und wirthschaftlicher Beziehung (Ampliamenti della città in rapporto tecnico, di politica edilizia ed economico), in cui – lungi dal contestare i caratteri della nuova realtà urbana capitalistica – stabilisce alcuni princípi e norme che avranno larga fortuna nel XX secolo, quali la “zonizzazione”, gli standard minimi di abitabilità e i regolamenti edilizi.

Nel 1890, Joseph Stübben in Der Städtebau. Handbuch der Architektur affronta i problemi estetici, occupandosi di tipologie edilizie, del verde e dell’arredo urbano, corredando il suo ponderoso manuale di un’aggiornata appendice legislativa.

Sul piano amministrativo e legislativo, l’Inghilterra si pone all’avanguardia con l’istituzione nel 1855 del Metropolitan Board of Work – organo centrale di pianificazione – e con l’Housing of the Working Class Act del 1890, con il quale si mette mano a un programma di ridisegno delle periferie degradate e dimenticate dai piani di ristrutturazione urbana.

Utopie e alternative al modello della metropoli

Negli anni in cui le città attraversano radicali processi di trasformazione, vengono formulate ipotesi di sviluppo antitetiche o alternative al modello della metropoli.

Così, Charles Fourier, Robert Owen, Jean-Baptiste Godin definiscono alcuni modelli insediativi di piccole dimensioni, raccolti intorno a uno o pochi edifici (“falansterio”, “familisterio”): si tratta di modelli autosufficienti, altamente formalizzati e codificati, caratterizzati da un evidente significato utopico e antiurbano.

Analogamente polemica rispetto alla metropoli contemporanea è la proposta di città-lineare che Arturo Soria y Mata espone sulle pagine di “El Progreso” a partire dal 1882. La nuova città si estende per una larghezza di 500 metri, lungo un asse viario di dimensioni regionali, in maniera da superare la dicotomia città/campagna che l’economia capitalistica sembra rendere irreversibile.

Se queste ipotesi hanno un chiaro carattere utopico, la città-giardino che Ebenezer Howard propone nel 1898 in Tomorrow. A Peaceful Path to Real Reform (ripubblicato nel 1902 con il titolo di Città-giardino del domani) rappresenta un’alternativa teorica, in pratica complementare, alla città. Howard immagina un insediamento extraurbano di piccole dimensioni, immerso nel verde, con bassa densità abitativa. Egli definisce un impianto planimetrico a schema circolare con un’area verde centrale circondata da fasce anulari di residenze, servizi, giardini e fabbriche nella zona periferica; il numero di abitanti è stabilito sulla cifra di 30mila, oltre il quale viene imposta la creazione di un nuovo insediamento.

Sul finire del secolo, Camillo Sitte oppone all’urbanistica dei tecnici e alle grande metropoli, anonime e amorfe, la sua arte urbana. In Der Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen, pubblicato a Vienna nel 1889, Sitte contrappone l’equilibrio della città del passato al modello metropolitano, instaurando un confronto sul piano visivo e seguendo un’analisi squisitamente formale: lo studio delle piazze chiuse, dei singoli contesti urbani, delle diverse tipologie, dei percorsi non rettilinei e della scena urbana si oppongono alla pianificazione astratta e geometrica proposta dall’urbanistica dei tecnici.

Nel secondo Ottocento, la cultura urbanistica americana trova nel movimento per i parchi urbani un’occasione di lotta contro la pratica del laissez-faire capitalistico. I parchi realizzati da Andrew Jackson Downing, Alexander Jackson Davis e Frederick Law Olmsted a Washington, Orange e New York introducono spazi di verde nella maglia urbana, nel tentativo di riequilibrare il rapporto uomo/natura.

Nonostante il loro carattere spesso radicalmente utopico, le ipotesi alternative alla grande città, formulate nella seconda metà dell’Ottocento, troveranno diversi sviluppi e riprese nelle esperienze architettoniche e urbanistiche del XX secolo: dalle ipotesi di città-lineari – contenute nel piano per Algeri, elaborato da Le Corbusier negli anni Trenta, e nei progetti di alcuni architetti sovietici dello stesso periodo (Ivan Il’ic Leonidov, Nikolaj Ladovskij, Konstantin Stepanovic Mel’nikov) – alle realizzazioni di alcune città-giardino, e dai progetti per unités d’habitations progettate da Le Corbusier, memore dei “falansteri” utopisti, al recupero dell’arte urbana, quando diventa operativa la volontà di frenare il degrado dei centri storici.


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