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Le teorie della materia

La rinascita dell’atomismo antico, così come le ricerche sperimentali in fisica e chimica, determinano il tramonto della concezione aristotelica degli elementi e l’emergere della concezione meccanicistica della natura, secondo la quale i corpi sono composti di corpuscoli dotati di proprietà quantitative: grandezza, forma, movimento. Le teorie meccanicistiche si articolano in una varietà di posizioni, che si differenziano in base alle proprietà attribuite alle particelle di materia. Gassendi e Newton, adottando le teorie dell’atomismo classico, sostengono l’indivisibilità dei corpuscoli più elementari e l’esistenza del vuoto. Descartes e Boyle negano l’esistenza di atomi, ovvero di corpuscoli indivisibili, sostenendo che le particelle di materia, che costituiscono le unità ultime di cui sono composti tutti i corpi, possono essere scomposte dall’azione di Dio, anche se, a causa della loro compattezza, rimangono immutate in natura. Leibniz coniuga meccanicismo e finalismo e postula l’esistenza di una sostanza spirituale che tenga insieme le particelle di materia, altrimenti – egli afferma – i corpi non sussisterebbero.

L’atomismo del primo Seicento

La rinascita dell’atomismo antico, grazie soprattutto alla riscoperta delle Vite dei Filosofi di Diogene Laerzio (Vita di Epicuro) e del De rerum natura di Lucrezio, contribuisce a mettere in crisi il predominio della concezione aristotelica della materia. Le implicazioni materialistiche e ateistiche dell’atomismo epicureo sono note e su di esso pesano le obiezioni di carattere religioso, che già i Padri della Chiesa avevano formulato. Di qui un’estrema cautela da parte dei filosofi nel sostenere la dottrina epicurea degli atomi.

Gli sviluppi dell’atomismo seicentesco non sono solo una filiazione dell’atomismo antico. Argomenti sperimentali, di carattere fisico, chimico e medico, contribuiscono a determinare la nascita di una concezione della materia fondata su corpuscoli, dalle cui aggregazioni e moti sono fatti derivare i fenomeni macroscopici e le proprietà dei corpi.

Francis Bacon adotta la teoria corpuscolare, ma non una concezione meccanicistica. Le sue indagini sulla composizione dei corpi si basano sulla distinzione tra materia tangibile (passiva) e spiriti, sostanze attive, semimateriali – nozione che il Verulamio eredita da Telesio e dai seguaci di Paracelso. Dalla relazione che sussiste tra parti tangibili e parti pneumatiche derivano le differenti texturae o microstrutture dei corpi. Queste determinano le proprietà fisiche dei corpi: malleabilità, durezza, fluidità, volatilità ecc., ed è quindi possibile, alterando le texturae dei corpi, modificarne le proprietà o inserirne di nuove.

Nei primi decenni del XVII secolo il medico tedesco Daniel Sennert sostiene in termini teorici e per mezzo di prove sperimentali la concezione atomistica. Sennert non rifiuta la filosofia di Aristotele, ma elabora una teoria atomistica che si può definire un compromesso tra atomismo e aristotelismo. Egli rielabora in senso atomistico la teoria dei minimi naturali, asserendo che gli elementi aristotelici non possono essere infinitamente divisi e sono quindi riducibili a parti minime indivisibili, che egli identifica con gli atomi. Nel De chymicorum cum aristotelicis et galenicis consensu ac dissensu (Del consenso e dissenso dei chimici con gli aristotelici e i galenici, 1619) Sennert persegue un fine concordistico: intende conciliare l’atomismo con la filosofia aristotelica, e infatti i suoi atomi non sono dotati di proprietà puramente geometrico-meccaniche, come gli atomi degli antichi atomisti. Sennert conserva la forma, che nella filosofia aristotelica è distinta dalla materia e costituisce l’origine delle qualità dei corpi. Anche i quattro elementi sono conservati da Sennert, secondo il quale vi sono atomi della Terra, dell’Acqua, dell’Aria e del Fuoco, cui attribuisce le coppie di qualità primarie che determinano ciascun elemento. Tuttavia, egli afferma che, poiché in numerose reazioni chimiche (Sennert fa riferimento a reazioni reversibili) le parti di determinate sostanze permangono immutate in quanto possono essere ricuperate, esse sono formate di corpuscoli indivisibili o atomi. A differenza degli atomi di Democrito ed Epicuro, gli atomi di Sennert hanno una forma (immateriale) da cui derivano le loro proprietà e sono dotati anche di qualità sensibili. L’atomismo di Sennert può essere quindi a buon diritto definito una transizione dalla filosofia aristotelica all’atomismo.

La Philosophia naturalis adversus Aristotelem (1621) del medico lorenese Sebastien Basson contiene una radicale confutazione della teoria aristotelica delle forme e dei quattro elementi e adotta una concezione atomistica. Il moto locale degli atomi, la loro posizione, la loro aggiunta o sottrazione rendono conto di tutti i fenomeni che gli aristotelici riconducono all’azione delle forme. Gli atomi di Basson sono dotati di nature specifiche che egli identifica con i cinque principi chimici (terra, acqua, sale, zolfo e mercurio). Lo spirito, principio attivo di origine celeste, è un continuum materiale che unifica l’universo; è la sostanza che eccita i moti dei corpi e dà origine alla vita.

Questa dottrina non è diffusa presso i soli seguaci di Paracelso, ma viene anche adottata da chi, come Bacon e Van Helmont, criticano aspetti fondamentali della filosofia paracelsiana.

L’atomismo di Galileo

Uno dei primi esempi di atomismo meccanicistico è quello di Galilei. A differenza di Sennert, Galileo confuta la concezione aristotelica delle qualità, riducendo queste ultime a un’interazione tra corpuscoli e i nostri organi di senso. Lo scienziato pisano affronta il tema degli atomi in chiave sia matematica che fisica. Trattandone da un punto di vista matematico, sostiene che i corpi sono formati da un numero infinito di atomi “non quanti” (ovvero privi di dimensioni) tra i quali sono presenti infiniti spazi vuoti. Ritiene possibile ridurre un continuo limitato (per esempio un segmento) in infiniti elementi “primi” “non quanti”, indivisibili. Poiché un segmento può essere diviso in quante parti si vuole ancora divisibili, si deve necessariamente ammettere che esso sia composto da infinite parti, ma se queste parti sono infinite allora devono necessariamente essere “non quante”, cioè prive di estensione, perché infinite parti estese compongono un’estensione infinita, mentre il segmento ha un’estensione limitata. Da un punto di vista fisico, la teoria della materia galileiana è atomistica e meccanicistica: la materia è omogenea, costituita di atomi i quali hanno solo proprietà di tipo geometrico-meccanico (forma, grandezza, moto). Nel Saggiatore (1623) lo scienziato pisano asserisce che qualità oggettive, reali dei corpi sono solo quelle di carattere quantitativo, ovvero forma, grandezza e movimento delle parti di materia. Le qualità sensibili (caldo, freddo, dolce, amaro ecc.) hanno carattere soggettivo e non sono che nomi, che si danno alle modificazioni della sensibilità del soggetto percipiente. Alle qualità sensibili corrisponde qualcosa che genera in noi sensazioni, ma questo qualcosa somiglia alle sensazioni come un nome somiglia alla cosa da esso indicata. La teoria galileiana delle qualità è attaccata dai Gesuiti, non sul piano filosofico, bensì teologico. La concezione atomistica di Galileo è ritenuta in contraddizione con la realtà delle specie eucaristiche sancita dal concilio tridentino.

Il filosofo di Digne Pierre Gassendi, ordinato sacerdote nel 1616, opera una riabilitazione dell’atomismo, cercando di cristianizzare la filosofia di Epicuro, che, a suo parere, è in grado di spiegare i fenomeni naturali meglio di quella aristotelica. A tal fine elimina gli aspetti dell’epicureismo tradizionalmente ritenuti incompatibili con i principi della religione cristiana. Nega che gli atomi siano eterni e di numero infinito e afferma che furono creati da Dio, cui si deve anche l’origine dell’universo. L’opera cui Gassendi affida l’esposizione più compiuta del suo atomismo è il Syntagma Philosophicum , pubblicato postumo nel 1658. Per Gassendi gli atomi, dotati di varie grandezze e forme, ricevono all’origine un principio di movimento, una sorta di energia; tuttavia, per evitare esiti materialistici, Gassendi aggiunge che i moti degli atomi sono diretti dal Creatore. Gli atomi si compongono tra loro dando luogo ad aggregati di diversa forma e grandezza, cui Gassendi dà il nome di moleculae. Fondandosi sulle concezioni degli antichi atomisti, nonché sull’esperimento di Evangelista Torricelli, Gassendi sostiene l’esistenza del vuoto, sia di uno spazio vuoto in cui si muovono i corpi dell’universo, sia di piccoli interstizi vuoti all’interno dei corpi. Secondo Gassendi, in natura è presente un agente plastico, i principi seminali, da cui dipende la generazione degli organismi viventi e dei minerali. I principi seminali sono da Gassendi reinterpretati come corpuscoli composti (moleculae), dotati di energia e di uno specifico programma, in virtù del quale producono le strutture organizzate della materia.

Il meccanicismo cartesiano

René Descartes

L’universo-macchina
Principi di filosofia, Parte IV, art. 203

L’esempio di molti corpi composti dall’artificio degli uomini mi ha molto servito: poiché non riconosco alcuna differenza tra le macchine che fanno gli artigiani e i diversi corpi che la natura sola compone, se non che gli effetti delle macchine non dipendono che dall’azione di certi tubi o molle, o altri strumenti, che, dovendo avere qualche proporzione con le mani di quelli che li fanno, sono sempre sì grandi che le loro figure e movimenti si possono vedere, mentre che i tubi o molle che cagionano gli effetti dei corpi naturali sono ordinariamente troppo piccoli per essere percepiti dai nostri sensi. Ed è certo che tutte le regole delle meccaniche appartengono alla fisica, in modo che tutte le cose che sono artificiali sono con questo naturali. Poiché, per esempio, quando un orologio segna le ore per mezzo delle ruote di cui è fatto, questo non gli è meno naturale che ad un albero di produrre i suoi frutti.

Nel 1644 René Descartes dà alle stampe i Principia Philosophiae in cui presenta in modo sistematico la propria filosofia della natura basata su materia e movimento. La concezione cartesiana della natura è rigorosamente meccanicistica: si basa sul moto di particelle di materia in movimento. L’estensione costituisce la natura della sostanza corporea; materia ed estensione si identificano e quindi nell’universo cartesiano il vuoto è impossibile. La materia, secondo Descartes, è infinitamente divisibile ed è quindi negata l’esistenza di atomi (corpuscoli indivisibili), in quanto – sostiene Descartes – non si può supporre che esista una particella di materia così piccola che Dio non possa ulteriormente dividere. L’esistenza di atomi significherebbe infatti porre un limite all’azione di Dio. Le particelle di materia si differenziano solo in base alle loro figure, grandezze e movimenti – proprietà quantitative, conoscibili in maniera chiara e distinta. “Confesso – scrive Descartes nei Principia Philosophiae – che non conosco altra materia delle cose corporee che quella che può essere divisa, figurata e mossa in ogni sorta di modi, cioè quella che i geometri chiamano la quantità e che prendono per oggetto delle loro dimostrazioni, e che non considero in questa materia che le sue divisioni, le sue figure e i suoi movimenti”. Le proprietà sensibili, che i peripatetici e i paracelsiani avevano attribuito ai corpi, secondo Descartes non risiedono nei corpi stessi, ma esistono solo relativamente agli organi di senso. Creati da Dio tutti uguali, i corpuscoli cartesiani hanno assunto differenti forme in base ai moti loro impressi da Dio. I corpuscoli di materia sono privi di qualità, essendo dotati solo di grandezze e forme; essi riempiono tutto l’universo e, con i loro moti, producono l’insieme dei fenomeni del mondo fisico. A partire da questi semplici assunti, Descartes costruisce un sistema di filosofia naturale meccanicistico, che esclude ogni azione a distanza e postula come sola interazione possibile tra i corpi l’urto di particelle di materia inerte. Il mondo fisico è una macchina, il cui funzionamento è determinato solo dal moto, configurazione e disposizione delle parti di materia che lo compongono.

Galileo Galilei

Ipotesi di atomi
Il Saggiatore

E tornando al primo mio proposito in questo luogo, avendo già veduto come molte affezzioni, che sono reputate qualità risedenti ne’ soggetti esterni, non ànno veramente altra essistenza che in noi, e fuor di noi non sono altro che nomi, dico che inclino assai a credere che il calore sia di questo genere, e che quelle materie che in noi producono e fanno sentire il caldo, le quali noi chiamiamo con nome generale fuoco, siano una moltitudine di corpicelli minimi, in tal e tal modo figurati, mossi con tanta e tanta velocità; li quali, incontrando il nostro corpo, lo penetrino con la lor somma sottilità, e che il lor toccamento, fatto nel lor passaggio per la nostra sostanza e sentito da noi, sia l’affezzione che noi chiamiamo caldo, grato o molesto secondo la moltitudine e velocità minore d’essi minimi che ci vanno pungendo e penetrando, sì che grata sia quella penetrazione per la quale si agevola la nostra necessaria insensibil traspirazione, molesta quella per la quale si fa troppo gran divisione e risoluzione nella nostra sostanza: sì che in somma l’operazion del fuoco per la parte sua non sia altro che, movendosi, penetrare colla sua massima sottilità tutti i corpi, dissolvendogli più presto o più tardi secondo la moltitudine e velocità degl’ignicoli e la densità o rarità della materia d’essi corpi; de’ quali corpi molti ve ne sono de’ quali, nel lor disfacimento, la maggior parte trapassa in altri minimi ignei, e va seguitando la risoluzione fin che incontra materie risolubili. Ma che oltre alla figura, moltitudine, moto, penetrazione e toccamento, sia nel fuoco altra qualità, e che questa sia caldo, io non lo credo altrimenti; e stimo che questo sia talmente nostro, che, rimosso il corpo animato e sensitivo, il calore non resti altro che un semplice vocabolo.

Galileo Galilei, Opere, a cura di F. Flora, Milano-Napoli, Ricciardi, 1953

La filosofia corpuscolare di Robert Boyle

Boyle comincia a lavorare alla definizione della teoria corpuscolare della materia già nei primi anni Cinquanta del Seicento e nel 1666 pubblica The Origin of Forms and Qualities, dove presenta in modo dettagliato la mechanical philosophy. I principi su cui si basa la filosofia corpuscolare di Boyle sono materia e movimento. La materia è una sola, omogenea, universale, comune a tutti i corpi – i suoi unici attributi sono l’estensione, la divisibilità e l’impenetrabilità. Il moto locale (definito da Boyle la principale tra le cause seconde) non è congenito alla materia, ma fu ad essa impresso da Dio al momento della creazione. L’attribuzione alla materia di un principio interno di moto rappresenterebbe per Boyle una pericolosa concessione alle filosofie materialistiche e all’epicureismo. Per Boyle il moto ha origine da Dio ed è da Dio mantenuto e diretto in tutto l’universo. Per effetto del moto, la materia fu divisa in particelle insensibili, i cui unici attributi sono la forma (shape) e la grandezza (bulk). Le particelle di materia, che costituiscono le unità ultime di cui sono composti tutti i corpi, possono essere scomposte dall’azione di Dio, ma, a causa della loro compattezza, rimangono immutate in natura. Da questi corpuscoli, che Boyle chiama prima naturalia, si formano i primi aggregati di corpuscoli, o concrezioni primarie (primitive clusters), che, a differenza dei corpuscoli semplici, sono scomposti in natura. Ciò accade raramente, essendo la loro struttura estremamente compatta. Si tratta di corpuscoli composti che rimangono integri in un gran numero di reazioni chimiche e che possono essere ricuperati. In the Origin of Forms and Qualities Boyle fa riferimento alla reductio ad pristinum statum, già addotta da Sennert, per provare la teoria atomistica. La possibilità di recuperare l’oro e l’argento o altri metalli sottoposti all’azione di solventi prova sperimentalmente che i primi aggregati di corpuscoli rimangono integri nel corso di reazioni chimiche. Questi corpuscoli sono dotati di proprietà chimiche, non di semplici proprietà meccaniche, come accade invece con le particelle più semplici.

René Descartes

Sullo spazio, la distanza e la loro percezione e misurazione
Principi di filosofia, Parte II, art. 8-10

8. Che la grandezza non differisce da quello che è grande, né il numero dalle cose numerate, se non per opera del nostro pensiero

Della qual cosa la ragione è che la grandezza non differisce da quello che è grande, e il numero da quello che è enumerato se non per opera del nostro pensiero: cioè che, sebbene possiamo pensare a ciò che costituisce la natura di una cosa estesa compresa in uno spazio di dieci piedi, senza badare a questa misura di dieci piedi, poiché questa cosa è della stessa natura in ciascuna delle sue parti come nel tutto; e possiamo pensare a un numero di dieci, ovvero ad una grandezza continua di dieci piedi, senza pensare ad una tale cosa, poiché l’idea che abbiamo del numero dieci è la stessa, sia che consideriamo un numero di dieci piedi o qualche altra decina; e possiamo anche concepire una grandezza continua di dieci senza fare riflessione su questa o quella cosa, benché non la possiamo concepire senza qualcosa di esteso: tuttavia è evidente che non si potrebbe togliere nessuna parte da una tale grandezza, o da una tale estensione, senza togliere la stessa quantità anche dalla cosa; e reciprocamente non si saprebbe togliere dalla cosa, senza togliere la stessa quantità anche dalla grandezza o dall’estensione.

9. Che la sostanza corporea non può essere chiaramente concepita senza la sua estensione

Se alcuni si spiegano altrimenti a questo proposito, io non credo ch’essi concepiscano altro che quello che testé ho detto. Poiché quando distinguono la sostanza dall’estensione e dalla grandezza, o non intendono nulla con la parola di sostanza, o formano soltanto nel loro spirito un’idea confusa della sostanza immateriale, che attribuiscono falsamente alla sostanza materiale, e lasciano all’estensione la vera idea di questa sostanza materiale, che chiamano accidente, con tanta improprietà che è facile conoscere che le loro parole non hanno alcun rapporto con i loro pensieri.

10. Che cosa è lo spazio o il luogo interno

Lo spazio, o il luogo interno, e il corpo che è compreso in questo spazio non differiscono nemmeno essi che per opera del nostro pensiero. Poiché, in effetti, la stessa estensione in lunghezza, larghezza e profondità, che costituisce lo spazio, costituisce il corpo; e la differenza che è fra essi non consiste se non in questo, che noi attribuiamo al corpo un’estensione particolare, che concepiamo cambiare di luogo con lui tutte quante le volte esso è trasportato, e ne attribuiamo allo spazio una sì generale e sì vaga, che dopo aver tolto da un certo spazio il corpo che l’occupava, non pensiamo di avere anche trasportato l’estensione di questo spazio, poiché ci sembra che la stessa estensione vi rimanga sempre, finché esso è della stessa grandezza, della stessa figura, e non ha cambiato situazione riguardo ai corpi esterni con i quali lo determiniamo.

René Descartes, Opere filosofiche, Roma-Bari, Laterza, 1988

Leibniz e il meccanicismo

Leibniz è convinto che soltanto una spiegazione meccanicistica sia da considerarsi razionale: le proprietà dei corpi possono essere spiegate solo per mezzo di grandezza, figura e moto delle parti. Tuttavia, il suo meccanicismo non esclude il finalismo. L’universo nel suo complesso, così come tutti i corpi viventi, è una macchina, ma lo studio delle molteplici macchine di cui si compongono i corpi naturali non può prescindere dalla considerazione delle finalità per cui sono state costruite; il fine ci consente, secondo Leibniz, di comprenderne le funzioni.

Leibniz rifiuta gli atomi, poiché – egli afferma – ogni parte di materia, per quanto piccola, risulta divisibile; propone quindi una concezione della materia simile a quella di Descartes. La materia è una massa estesa e impenetrabile, che riempie il mondo. Poiché la materia si scompone indefinitamente in particelle minutissime, occorre postulare l’esistenza di qualcosa che agisca come collante per tenerle insieme, per evitare che i corpi si dissolvano come “grumi di sabbia”. Questa esigenza spinge Leibniz a riabilitare le forme sostanziali della filosofia scolastica, ovvero un principio non materiale. Negli anni Novanta del secolo l’elemento unitario, la forma che tiene insieme le parti di materia altrimenti disperse diviene la sostanza spirituale o monade. Come in geometria dai punti risulta la retta, senza che i punti ne siano parte, così, nella realtà fisica, dalle sostanze individuali o monadi risultano le parti materiali dei corpi. La sostanza individuale è una forza, un concentrato di energia grazie alla quale son tenuti insieme gli agglomerati da cui si formano i corpi.

L’atomismo di Isaac Newton

Newton è atomista, ossia è convinto che i corpi siano formati di particelle indivisibili e che nell’universo, così come all’interno dei corpi, sono presenti spazi vuoti. Gli atomi si compongono tra loro dando vita a particelle più complesse. Gli atomi di Newton sono dotati di proprietà meccaniche: forma, grandezza, solidità e inerzia. L’inclusione di quest’ultima proprietà tra le qualità primarie dei corpi comporta come conseguenza che tutte le particelle solide dello stesso volume abbiano la stessa massa. Ciò ha un considerevole rilievo nella teoria newtoniana della materia. Gli atomi danno luogo a strutture corpuscolari di differenti livelli di complessità e tra loro, secondo Newton, sono presenti spazi vuoti. I colori dei corpi, sempre secondo Newton, dipendono dalla loro microstruttura, ovvero dalle particelle solide, ed è quindi possibile dedurre la grandezza delle parti che li compongono dai loro colori. Newton ha così definito un modello della struttura dei corpi che assume che essi siano costituiti da parti solide e pori. I corpi sono composti, secondo Newton, a forma di reticolo.

Nei Principia Isaac Newton sostiene che “Il peso dei corpi non è determinato dalla loro forma o struttura”, esso varia solo con la massa dei corpi. “Se tutte le particelle solide di ogni corpo sono della medesima densità e non sono rarefatte, essendo senza pori, allora deve esistere tra loro uno spazio vuoto”. Newton sviluppa il concetto di densità secondo una visione atomistica della struttura dei corpi, che a sua volta si fonda sui rapporti variabili tra atomi e parti vuote. In tal modo Newton rende conto delle proprietà fisiche della luce (riflessione, rifrazione, diffrazione) e della trasmutazione dei metalli.

Nell’Ottica Newton sostiene che tra le particelle che formano i corpi opachi e colorati vi sono molti spazi vuoti “o riempiti di mezzi di diverse densità”. I corpi solidi contengono tra le loro particelle molti pori. Le parti dei corpi da cui dipendono i colori sono più dense del mezzo che riempie i loro interstizi. Il fatto che i raggi non sono riflessi, ma trattenuti nei corpi indica che “i corpi sono molto meno densi e più porosi di quanto si creda”. Secondo Newton, “L’acqua è 19 volte più leggera e quindi 19 volte più rarefatta dell’oro e l’oro è così rarefatto da far passare senza alcuna opposizione gli effluvi magnetici e da ammettere facilmente l’argento vivo nei suoi pori [...] Da tutto ciò possiamo concludere che l’oro ha più pori che parti solide e che l’acqua ha circa 40 volte più pori che parti solide”.

Nella 31a Questione, che compare nella seconda edizione inglese dell’Ottica (1717) Newton sostiene che particelle più piccole di materia si uniscono per comporre particelle sempre maggiori. Nella particella atomica non vi è vuoto; il corpuscolo di prima composizione presenta un rapporto materia: vuoto uguale a 1:1; quella di seconda composizione vuoto: materia=3:1; in quella di terza composizione vuoto: materia=7:1. Man mano che si passa dai corpuscoli più semplici agli aggregati e poi ai corpi macroscopici, le parti vuote sono sempre maggiori.

Le forme geometriche degli atomi sono relegate a ipotesi superflue, mentre l’attenzione di Newton si concentra sulle forze intraparticellari. Nella 29a Questione dell’Ottica formula l’ipotesi seguente: “Non sono forse i raggi luminosi corpuscoli emessi dalla materia luminosa? […] I corpi trasparenti agiscono a distanza sui raggi di luce rifrangendoli, riflettendoli, inflettendoli. I raggi a loro volta agiscono sul corpo dal momento che, a distanza, inducono le sue parti a moti vibratori e le riscaldano. Queste azioni e reazioni sono molto simili ai fenomeni della forza di attrazione dei corpi”. Ritorna sul tema nella 31a Questione dell’Ottica: “Non hanno le più piccole particelle dei corpi certi poteri, virtù o forze per effetto delle quali agiscono a distanza, non solamente sui raggi di luce per rifletterli, rifrangerli e fletterli, ma anche le une sulle altre per produrre gran parte dei fenomeni della natura?”

L’intera materia dell’universo, afferma Newton, potrebbe essere contenuta in un guscio di noce; le proprietà chimico-fisiche dei corpi sono il risultato dell’azione di forze – sul cui stato Newton non vuole pronunciarsi, se non in termini di congetture.


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