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L’Inghilterra dei Tudor

All’inizio del Cinquecento l’Inghilterra è un Paese relativamente marginale, uscito da un difficile periodo di guerra civile. Nel corso del secolo però, pur tra difficoltà e conflitti esterni e interni – con il papato e tra cattolici, anglicani e puritani – l’Inghilterra conosce un periodo di rafforzamento dell’autorità monarchica, di crescita economica e di fioritura culturale.

L’ascesa dei Tudor

Il Cinquecento inglese si caratterizza per l’affermazione e il rafforzamento della dinastia Tudor, salita al potere con Enrico VII nel 1485. Questi aveva posto fine alla trentennale guerra delle Due Rose (1455-1485), che aveva determinato, con gli scontri tra le casate dei Lancaster (con una rosa rossa nello stemma) e degli York (che inalberavano una rosa bianca), la declinazione di buona parte dell’aristocrazia.

Enrico Tudor, erede dei Lancaster per via materna, dopo essere sbarcato nel Galles aveva sconfitto Riccardo III, il quale due anni prima, alla morte del fratello Edoardo IV (1461-1483), aveva usurpato il trono facendo strangolare i nipoti Edoardo e Riccardo nella Torre di Londra; poi aveva sposato Elisabetta, erede degli York, e con questo atto di conciliazione aveva riportato la pace in Inghilterra.

Il Paese, che nel corso della guerra dei Cento anni (1337-1453) aveva preso coscienza delle proprie forze, aveva maturato un’identità nazionale e culturale che l’aveva emancipato dall’egemonia francese, e aveva messo in moto un processo di crescita economica attraverso la manifattura dei panni lana, le cui tecniche di lavorazione erano state insegnate da fabbricanti fatti affluire in Inghilterra dai Paesi Bassi. L’Inghilterra diventava quindi concorrenziale nei confronti dei Fiamminghi e dei Tedeschi, che avevano goduto di numerosi privilegi e favori doganali, anche perché si era dotata di una marineria da guerra, e poi mercantile, che consentiva ai merchant adventurers di solcare i mari protetti dalle compagnie privilegiate. Per ragioni di economia le navi erano state vendute da Enrico VI Lancaster, ma in seguito si sarebbe provveduto a dotare nuovamente l’Inghilterra di una flotta. Enrico VII, il quale, anche se non direttamente implicato nella questione italiana, aveva tra l’altro partecipato nel 1495 alla coalizione contro la Francia di Carlo VIII promossa da Venezia per controllare i mutamenti del nascente equilibrio continentale, si era impegnato a ricostituire il tessuto economico e a rafforzare la monarchia, sottraendosi quasi completamente al controllo del Parlamento.

Le vicende politiche e religiose: Enrico VIII

Alla morte di Enrico VII gli succede il figlio Enrico VIII. Questi, appena diciottenne, sposata la vedova del fratello Arthur grazie alla dispensa del papa Giulio II, s’ingerisce nelle guerre d’Italia, partecipando nel 1511 con Venezia, la Svizzera, la Spagna e l’Impero alla Lega Santa promossa dal papa contro i Francesi, nella speranza di rimettere piede sul continente. Luigi XII per ritorsione gli aizza contro la Scozia, il cui sovrano Giacomo IV è cognato di Enrico VIII, avendone sposato la sorella Margherita. Il re riesce a battere gli Scozzesi a Flodden nel 1513.

Enrico VIII, come poi i suoi figli Edoardo VI, Maria ed Elisabetta, almeno fino al 1570, è obbligato a governare con la collaborazione dell’aristocrazia, che controlla le contee, mentre rappresentanti del re, scelti in genere tra la piccola nobiltà, curano la giustizia e l’esazione dei tributi. I grandi nobili dominano la vita politica e il governo locale per mezzo di tre strumenti: il potere esercitato sui loro affittuari, il nucleo di seguaci armati che hanno direttamente ai propri ordini, e il controllo su una clientela di piccoli nobili di campagna bisognosi di appoggio e di protezione.

Il sovrano prende le decisioni in Parlamento, antica istituzione rappresentativa, divisa in due rami: la Camera dei Lords, dove siedono i dignitari ecclesiastici e gli esponenti dell’alta nobiltà, e la Camera dei Comuni, i cui membri sono esponenti della piccola nobiltà e della borghesia cittadina. Convocato dal sovrano, il Parlamento ha il compito di approvare le nuove imposte e di votare leggi la cui efficacia è superiore a qualsiasi altra disposizione locale delle città o delle contee. Il sovrano è coadiuvato nella sua azione di governo dal Consiglio privato, di nomina regia, di cui fanno parte i dignitari dello Stato – cancelliere, tesoriere e guardasigilli – coadiuvati da altre persone scelte dal sovrano. Vi sono tre tribunali regi, che si occupano delle cause civili, penali e di natura fiscale. Per una giustizia più spedita si ricorre in appello al Cancelliere del Regno. Enrico VIII istituisce una Corte suprema per la sicurezza dello Stato –la Camera stellata – con il compito di sventare congiure e punire ribellioni. Lo Scacchiere si occupa delle questioni fiscali, cura le esazioni delle imposte regie, diritti di dogana e tasse sulle merci, rendite fondiarie provenienti dal proprio patrimonio e dai beni ecclesiastici vacanti, proventi giurisdizionali.

I tribunali regi si servono del diritto romano ed Enrico VIII s’impegna a istituire cattedre regie di diritto civile. Questo monarca ha un grande rispetto per tutto ciò che è imperiale, particolarmente per il diritto della Roma imperiale e anche per i grandi imperatori cristiani di Roma, sulla cui linea si pone egli stesso, essendo l’Inghilterra il suo “impero”. La lotta secentesca del Parlamento all’assolutismo monarchico ripristinerà il Common law, diritto consuetudinario e giurisprudenziale identificato con la causa del Parlamento stesso contro il Civil law adottato dal sovrano.

Alla ripresa delle ostilità tra la Francia di Francesco I e l’imperatore Carlo V per il controllo del Ducato di Milano nel 1521, Enrico VIII si schiera apertamente contro la Francia, ma dopo la sconfitta di Francesco I Pavia e la sua prigionia a Madrid aderisce alla Lega di Cognac (1526), promossa dal re francese subito dopo il suo rilascio, con Firenze, Venezia, il duca di Milano e il papa Clemente VII.

La rottura con Roma

Questioni dinastiche e intrighi amorosi s’intrecciano con gravi conseguenze per l’unità e la pace religiosa. Enrico VIII, che ha da Caterina d’Aragona una sola figlia vivente, Maria, preoccupato per la mancanza di figli maschi, chiede a Clemente VII di sciogliere il matrimonio. L’istituto dell’annullamento per vizio di forma era previsto dal diritto canonico e altre volte i pontefici avevano soddisfatto tali richieste. In questo caso il papa non può non tener conto delle pressioni di Carlo V, nipote di Caterina, che vuole difendere i diritti della zia. Al rifiuto del papa (1529), Enrico VIII, sostenuto dal ministro Thomas Cromwell, nega l’autorità del pontefice, in base all’argomento sostenuto da Cromwell secondo il quale una legge inglese, espressione della volontà del sovrano e del Parlamento, non incontra limiti di applicazione. Il Parlamento sotto le pressioni di Cromwell, fautore di uno stato nazionale e sovrano, approva una serie di atti che sanciscono la sottomissione del clero alla legislazione civile (1532); il divieto di appellarsi alla curia romana come a qualsiasi altro tribunale straniero; il trasferimento di tutti i diritti papali sulla Chiesa inglese alla persona del sovrano, che diventa capo della Chiesa nazionale (Atto di supremazia , 1534).

Si realizza così lo scisma senza eresia (perché è rifiutata la sola autorità papale, mentre l’impianto dottrinale e l’apparato liturgico restano cattolici) da parte di un sovrano proclamato nel 1521 da Leone X defensor fidei. Allora Enrico VIII aveva attaccato Lutero con il trattato teologico intitolato Assertio septem sacramentorum.

Conseguenze dell’Atto di supremazia sono la soppressione degli ordini monastici tra il 1535 e il 1539 (che non colpisce gli ex monaci i quali sono dotati di un’adeguata pensione), l’incameramento dei beni dei monasteri (che in buona parte vengono venduti, finanziando la corona, alla gentry, cioè alla nobiltà di campagna, e a piccoli proprietari fondiari), l’introduzione dell’uso della Bibbia nella lingua nazionale. Sir Nicholas, padre del filosofo Francis Bacon, allora amministratore di un convento, ne trarrà grossi vantaggi per la costruzione del suo patrimonio fondiario. L’iniziativa, che veniva dall’alto, incontra qualche resistenza sia negli ambienti di corte sia tra gli strati nobiliari e popolari. Thomas More, già cancelliere, umanista erasmiano favorevole alla rigenerazione della Chiesa dal suo interno, rifiuta di abiurare preferendo la pena capitale, cui è condannato nel 1535. Nel nord dell’Inghilterra è organizzato il Pellegrinaggio di Grazia tra il 1536-1537, una rivolta schiacciata duramente.

Ottenuto dall’episcopato inglese l’annullamento, Enrico VIII sposa Anna Bolena, la dama di corte di cui si è invaghito: da lei ha una figlia, Elisabetta. Anna, accusata più tardi di adulterio, sarà giustiziata. Enrico si risposa altre sei volte. Da Jane Seymour, terza moglie, ha nel 1537 Edoardo, educato al protestantesimo, che gli succede nel gennaio del 1547.

Gli anni del regno di Enrico VIII sono caratterizzati dalla crescita economica, ma anche da profondi squilibri sociali denunciati da Thomas More nell’Utopia (1516). Schiere di speculatori inglobano piccole proprietà per creare vasti pascoli, destinati all’allevamento di pregiate pecore merinos, la cui lana costituisce un ricco introito per gli accaparratori. L’espropriazione dei piccoli proprietari ha determinato la formazione di una massa di mendici e vagabondi, i cui atti contro la proprietà privata sono puniti con la pena capitale. La gravità della pena porta il grassatore a uccidere la vittima per non essere denunciato. More, erasmiano, assertore della concezione cristiana del principe-pastore del suo popolo, addita la legge mosaica, che, benché aspra e crudele, perché fatta per schiavi, puniva il furto con la multa e non con la morte; e ancor di più la legge romana, che condannava i colpevoli di gravi misfatti a lavorare a vita nelle cave di pietra o nelle miniere.

Edoardo VI e Maria Tudor

Alla morte di Enrico VIII sale al trono un fanciullo di nove anni, Edoardo VI (1537-1553), il cui regno è retto da “protettori”, inizialmente lo zio materno, Edward Seymour, duca di Somerset (1547-1549), filoluterano, e poi John Dudley, conte di Warwick e duca di Northumberland (1549-1553), filocalvinista. Somerset e l’arcivescovo Cranmer inducono il sovrano a proseguire la riforma religiosa avviata da Enrico VIII. Abrogate le leggi contro gli eretici, si favorisce la diffusione della Riforma protestante a opera di numerosi protestanti trasferitisi nel Paese; si opera la riforma della liturgia e della confessione di fede con il Prayer Book del 1549, una commistione di elementi cattolici, luterani e calvinisti. Riforma religiosa e crisi economica determinano disordini e rivolte, di cui approfitta John Dudley, che organizza una congiura contro Somerset facendolo decapitare nel 1549. Diventato reggente, Dudley porta avanti la Riforma con l’Atto di uniformità, votato dal Parlamento nel 1552, che mette fuori legge ogni culto diverso da quello anglicano, e i Quaranta articoli del 1553, che prevedono tra l’altro la soppressione della messa.

Dudley convince Edoardo VI, privo di eredi, a trasferire la successione a Jane Gray, nuora di Dudley stesso. È così lesa nei suoi diritti successori la sorellastra Maria, figlia di Caterina d’Aragona, che era cattolica. Alla morte di Edoardo la Gray è proclamata regina, ma deve affrontare la ribellione dell’esercito, che sostiene come legittima erede la prima figlia di Enrico VIII. Dieci giorni dopo sul trono è insediata Maria I Tudor (1553-1558), che fa catturare e condannare a morte la rivale.

Maria, consigliata dal cardinale Reginald Pole, vuole restaurare il cattolicesimo, riportando l’Inghilterra all’obbedienza a Roma; sposa un cattolico suo parente, lo spagnolo Filippo II, elevato da suo padre, l’imperatore Carlo V, alla dignità regale con un atto di refuta che gli concede il titolo di re del Regno di Napoli. La regina intraprende una dura repressione contro gli eretici che le vale l’appellativo di “sanguinaria” oltre che di “cattolica”: molti sono trucidati, come l’arcivescovo Cranmer, altri fuggono. Questa politica scatena la congiura nobiliare di Wyatt, che insedierà Elisabetta I Tudor, figlia di Anna Bolena, sul trono in luogo di Maria. La giovane principessa è rinchiusa nella Torre di Londra, ma dal momento che risulta estranea alla congiura è liberata. Elisabetta fino alla morte della regina si mantiene in un cauto isolamento.

La mancanza di figli impedisce a Maria di portare a compimento il suo progetto, che incontra forti resistenze da parte degli Inglesi, i quali vedono ormai nel cattolicesimo caratteri persecutori e antinazionali, anche per la presenza del sovrano spagnolo. Fallisce anche il progetto dell’imperatore Carlo V di legare con un erede l’Inghilterra alla sua politica di egemonia in Europa, realizzata anche attraverso sapienti combinazioni matrimoniali.

L’Inghilterra elisabettiana

Alla morte di Maria si apre un contenzioso per la successione. La sorellastra Elisabetta, figlia di Anna Bolena, è considerata illegittima dalla Chiesa romana, che non ha riconosciuto il matrimonio di Enrico VIII. Pertanto l’aspirante più prossima al trono d’Inghilterra è Maria Stuart, pronipote di Enrico VIII. Succeduta al padre Giacomo V (1513-1542) nel 1542, l’anno della sua nascita, Maria è regina di Scozia. Figlia di Maria di Lorena della casata dei Guisa, è legata alla Francia, un rapporto che è cementato dal matrimonio con Francesco II nel 1559, dopo che gli Scozzesi hanno rifiutato la proposta di matrimonio di Edoardo VI. La successione di Maria comporterebbe l’ingerenza dei Valois inInghilterra. La scelta cade su Elisabetta, “un’inglese purosangue”.

Elisabetta I, educata al protestantesimo, trova un paese diviso tra cattolici, anglicani e protestanti, ormai prossimo alla guerra civile, ma la regina riesce a destreggiarsi tra le opposte fazioni. Nel 1559 fa votare dal Parlamento l’Atto di Supremazia, che esclude ogni ingerenza straniera, per cui chi riceve una carica ecclesiastica presta giuramento unicamente alla regina, riconosciuta Supreme Governor nel Regno in materia spirituale e temporale, dopo aver rifiutato il titolo di Supreme Head, e l’Atto di Uniformità, che ristabilisce il culto anglicano con la sua fisionomia tipica tra cattolicesimo, per la permanenza della gerarchia, e protestantesimo. Quasi tutti i vescovi cattolici ricusano di sottomettersi. Elisabetta li depone e, scegliendo gli ecclesiastici tra coloro che erano stati costretti ad emigrare durante le persecuzioni della regina Maria, crea una nuova gerarchia episcopale a lei devota.

Lo scontro con la Spagna

La confessione di fede della Chiesa anglicana, i cosiddetti 39 Articoli, rivela influenze calviniste in materia dogmatica: la regina si dimostra intollerante verso i non conformisti, chiamati anche puritani, mentre fuori dell’Inghilterra vuole presentarsi come la protettrice dei calvinisti fiamminghi e degli ugonotti francesi.

Il trasferimento in Inghilterra nel 1567 della cattolica Maria Stuart, scacciata dalla Scozia dai sudditi calvinisti, che accettano l’abdicazione in favore di Giacomo VI (figlio di Maria e di Bothwell, suo secondo marito), ridà vigore al partito cattolico. Maria Stuart, dopo il breve matrimonio con il giovane re di Francia, Francesco II, morto pochi mesi dopo, era ritornata in Scozia nel 1561, dove aveva trovato l’ostilità della nobiltà e di tutto il Paese messo in agitazione da predicatori calvinisti. La scomunica di Elisabetta a opera del pontefice Pio V nel 1570 riaccende i timori di una congiura cattolica attorno alla Stuart. Due ribellioni nel nord dell’Inghilterra, nel 1569 e nel 1570, confermano tale pericolo. Il duca di Norfolk, esponente dell’antica aristocrazia, partecipa ad una cospirazione per uccidere la sovrana e sedere sul trono con Maria Stuart. Scoperta la congiura, Norfolk è processato, condannato a morte e giustiziato il 2 giugno 1572. Da quel momento Maria viene tenuta prigioniera e, sotto la minaccia dell’invasione dell’Inghilterra da parte della Spagna, è processata, riconosciuta colpevole e decapitata nel 1587.

Nel 1588 la Invencible Armada spagnola attacca senza successo l’Inghilterra, che le contrappone una flotta in gran parte composta da navi private non adeguatamente approvvigionata dalla monarchia, ma ben equipaggiata di marinai abili e coraggiosi, anche se il comando è affidato ancora a un nobile, Lord Howard di Effingham.

Elisabetta ha appoggiato la guerra di corsa e il contrabbando, concedendo patenti a marinai avventurieri da lei innalzati socialmente come nel caso di Francis Drake e di Walter Raleigh , che nel 1584 ha fondato la colonia della Virginia, divenendo ricco e potente. Nel 1589 il geografo Richard Hakluyt pubblica The Principal Navigations, Voyages and Discoveries of the English Nation che, narrando le gesta di marinai ed esploratori inglesi, orienta oltreoceano l’immaginazione. Elisabetta afferma il principio che solo la reale occupazione della terra può determinare un diritto su di essa: scardina in questo modo la concezione ancora medievale della giustificazione religiosa della conquista che deve essere legittimata dal pontefice.

L’attenzione al commercio delle spezie porta Elisabetta a favorire nel 1600 la costituzione della Compagnia inglese delle Indie Orientali, che diventa un potente strumento di crescita economica e di espansione coloniale dalla seconda metà del secolo. Tuttavia alla fine del regno di Elisabetta lo Stato inglese può contare su un’autonomia economica abbastanza scarsa, a differenza di quanto avviene per le altre monarchie europee. Gran parte delle risorse provengono dai beni della Chiesa incamerati dopo la Riforma protestante, ma non esistono monopoli pubblici sulle attività economiche che garantiscano entrate fisse, così come limitato è il sistema della venalità degli uffici perché ridotta è la burocrazia centrale. Il potere pubblico controlla con difficoltà il prelievo fiscale.

Il nerbo dell’esercito è rappresentato dalle milizie locali organizzate dall’aristocrazia. La nuova nobiltà in ascesa, la gentry, ha conquistato il governo delle contee e i seggi alla Camera dei Comuni, condividendo le responsabilità amministrative con l’aristocrazia, i cui cadetti peraltro si dedicano a remunerative speculazioni commerciali o si occupano come la gentry della gestione delle proprietà.

Da un punto di vista economico è in atto il declino dell’aristocrazia coinvolta negli affari di corte e per lo più assenteista nelle campagne, che invece prosperano sotto l’oculata amministrazione della gentry e degli esquires. Un’amministrazione efficiente significa – secondo lo storico inglese Lawrence Stone – buona conduzione dei fondi dominicali, conversione delle affittanze perpetue, recinzione concordata delle terre, occupazione delle terre incolte, aumento dei canoni in occasione del rinnovo dei contratti locativi, riduzione della durata dei contratti, sostituzione del sistema degli affitti beneficiari con l’imposizione di rendite esorbitanti, trasformazione degli affitti in locazioni a tempo indeterminato. Altre forme di affittanza e di conduzione delle terre sono portate avanti da copyholders, piccoli affittuari, e yeomen, medi e grossi contadini.

Economia e società

In campo teologico e giuridico Richard Hooker s’impegna con Il Trattato sulle leggi del Governo ecclesiastico a difendere la chiesa anglicana contro l’assoluto biblicismo dei puritani, per i quali la legge di Dio è la legge della ragione. A tale concezione, che non respinge, Hooker oppone la liceità delle leggi positive per adeguarsi ai bisogni dei diversi paesi e alle circostanze particolari. Riprende la teoria tomistica della legge, che è espressione di qualsiasi regola o norma direttiva delle operazioni, e distingue una duplice legge divina, la prima identificata con la ragione e la giustizia, essenza di Dio, la seconda, imposta da Dio alle creature, è legge di natura ed è conoscibile dalla ragione umana dotata di libero arbitrio. In polemica con l’anonimo autore delle Vindiciae contra tyrannos (1579), giudica false e pericolose le dottrine che ritengono il sovrano un delegato del popolo, il quale in nome di un’autonoma autorità può deporlo. Per Hooker, favorevole al sistema ereditario, il sovrano deve da buon cristiano rispettare e temere Dio come fanno i suoi sudditi. Riconosce l’importanza politica della Chiesa elisabettiana, una chiesa nazionale in cui il clero partecipa alle finalità cristiane del Paese. Tuttavia la mancata definizione dottrinale della Chiesa anglicana favorisce la proliferazione di sette non conformiste, come quella dei puritani, che vogliono “purificare” la chiesa dai residui romani, perché vi sono ancora i cattolici.

Conclusioni

Il Paese è quindi un crogiuolo di diverse esperienze sociali, religiose, cultuali, di aperture e aspettative transoceaniche, che possono esplodere con un sovrano poco attento alle mediazioni e ai compromessi, deciso ad affermare il proprio potere assoluto. I Tudor hanno goduto sostanzialmente dell’appoggio del Paese perché sono stati visti come simbolo dell’unità e del rafforzamento nazionali. Hanno stabilito un tacito compromesso tra corona e Parlamento, che con Enrico VIII si è visto ampliare le proprie competenze quando è stato chiamato a pronunciarsi su questioni religiose, anche se poi Elisabetta non gli ha riconosciuto potestà in questo campo. Lo scontro tra Corte e Paese/Parlamento si consumerà nel Seicento all’epoca degli Stuart con due rivoluzioni, che consolideranno in Inghilterra la monarchia parlamentare, in cui il re regna e il Parlamento governa.


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