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Linguaggi e lingue

Nel Settecento filosofi e grammatici esaminano le relazioni del linguaggio con il pensiero e la conoscenza umana, da un lato formulando ipotesi sulle strutture razionali comuni a tutte le lingue, dall’altro riconoscendo le diversità e specificità delle diverse lingue esistenti. La storia e la società sono viste come i due fattori fondamentali che spiegano l’assetto e le trasformazioni delle diverse lingue.

Condillac e Vico: l’intreccio di storia, lingua e società

Il dibattito sul linguaggio assume rilievo verso la metà del Settecento, quando la tesi sostenuta da Étienne Bonnot de Condillac nel Saggio sull’origine delle conoscenze umane diventa punto di riferimento comune a filosofi e grammatici. Condillac distingue tre tipi di segni che intervengono nella conoscenza: i segni accidentali (che derivano da una relazione occasionale con le idee di una sola persona), i segni naturali (grida, gesti, emissioni sonore spontanee, movimenti muscolari) e i segni d’istituzione (verbali e convenzionali). Da questa tipologia Condillac trae la distinzione fra due tipi fondamentali di linguaggio umano: il linguaggio d’azione, utilizzato dall’uomo allo stato primitivo naturale e composto da gesti, urla, grida spontanee, e il linguaggio d’istituzione, il vero e proprio linguaggio verbale, articolato istituito per convenzione dalle società organizzate.

Condillac non si limita a distinguere due stadi evolutivi del linguaggio, ma li inserisce in una progressione storica, intellettuale e sociale: grazie ai segni linguistici, le facoltà dell’intelligenza umana (distinzione, astrazione, comparazione, generalizzazione, giudizio, ragionamento) si sviluppano progressivamente; in parallelo, evolvono la società e le lingue umane, le une in relazione alle altre. Per Condillac lingua, intelletto umano e società hanno una storia evolutiva che li vede strettamente interconnessi.

Una teoria per molti versi simile è formulata autonomamente in Italia da Giambattista Vico. Anche per Vico, nella storia dell’uomo, il linguaggio passa attraverso diversi stadi evolutivi e si trasforma seguendo le diverse fasi di sviluppo della conoscenza umana. Nella Scienza nuova Vico distingue tre fasi nello sviluppo del linguaggio e della conoscenza. Secondo Vico la prima lingua sacra (o di caratteri, o geroglifica), parlata all’alba della storia umana, trasmetteva contenuti attraverso immagini sensibili ed era fatta principalmente di rappresentazioni gestuali mimiche e di simboli ideografici; in quest’epoca nasceva per Vico anche la scrittura, che inizialmente era anch’essa ideografica. La seconda lingua, parlata nella successiva epoca storica “degli eroi”, era “simbolica”, poetica e metaforica, vale a dire consisteva in un linguaggio verbale metaforico e immaginifico, di grande libertà estetica e sintattica, adeguato alla fantasiosa immaginazione delle prime società umane. La terza lingua, parlata nell’epoca delle società organizzate, era una lingua “pistolare”, verbale e convenzionale, vale a dire era una lingua socialmente concordata e controllata, dotata per questo di una grammatica chiara e regolata.

Comune a Vico e Condillac è l’ipotesi di uno sviluppo della scrittura parallelo a quello del linguaggio: da geroglifica, simbolica e ideografica, la scrittura divenne rappresentazione grafica di blocchi lessicali e infine, passando per uno stadio sillabico, alfabetica. L’alfabeto è quindi per Vico il prodotto finale dell’evoluzione dei sistemi di trascrizione grafica del suono linguistico, e nasce proprio allo stadio più evoluto delle società e dell’intelletto umano.

L’Encyclopédie e gli illuministi francesi

Il dibattito sul linguaggio coinvolge i grammatici e filosofi che collaborano all’Encyclopédie e che vi sostengono i loro punti di vista nelle voci di carattere linguistico. Il più noto sostenitore della tradizione razionalista è Nicolas Beauzée, autore nel 1767 di una Grammatica generale in cui espone sistematicamente le tesi già apparse nelle sue voci “Grammaire” e “Langue” dell’Encyclopédie. Per Beauzée tutti gli uomini possiedono le stesse categorie intellettuali, che sono innate e seguono un’organizzazione logica necessaria; universalità, innatezza e razionalità del pensiero umano si riflettono nell’universalità, innatezza e razionalità delle categorie e dei principi di funzionamento del linguaggio umano.

La grammatica generale è, secondo Beauzée, la scienza che individua e spiega i principi universali immutabili della parola, comuni a tutte le lingue.

Nicolas Beauzée

La parola è una specie di specchio...
Encyclopédie, Grammatica

La parola è una specie di specchio di cui il pensiero è l’originale; essa deve esserne una imitazione fedele (...). Di qualunque termine piaccia far uso ai diversi popoli della terra (...) serviranno loro delle parole per esprimere gli oggetti delle loro idee (...). In una parola, tutte le lingue assoggetteranno necessariamente il loro funzionamento alle leggi dell’analisi logica del pensiero; e queste leggi sono invariabilmente le stesse ovunque e in ogni epoca, perché la natura e la maniera di procedere dello spirito umano sono essenzialmente immutabili (...). Devono dunque esserci dei principî fondamentali comuni a tutte le lingue, la cui verità indistruttibile è anteriore a tutte le convenzioni arbitrarie o casuali che hanno dato origine alle differenti lingue che dividono il genere umano (...). La Grammatica ammette dunque due tipi di principî. Gli uni sono di una verità immutabile e di uso universale; appartengono alla natura del pensiero stesso; ne seguono la composizione; non ne sono altro che la conseguenza (...). La Grammatica generale è allora la scienza ragionata dei principî immutabili e generali della parola pronunciata o scritta in tutte le lingue.

Nicolas Beauzée, Encyclopédie, trad. redazionale, Paris, Briasson-David-Le Breton-Durand, 1757

Uno di questi principi è che esiste un’unica costruzione logica della frase che segue l’ordinamento logico universale del pensiero, la costruzione espressa dalla sequenza Soggetto-Verbo-Oggetto. Universali e innate sono inoltre per Beauzée le otto classi di parole della tradizione grammaticale latina: nome, pronome, aggettivo, verbo, avverbio, preposizione, congiunzione, interiezione. Un altro principio universale di funzionamento del linguaggio è costituito per Beauzée dal fatto che – contrariamente a quanto sostenuto da Condillac, per il quale il pensiero si sviluppa grazie al linguaggio – la parola segue ed esprime il pensiero e non ha alcuna influenza sulla sua formazione né sul suo sviluppo.

Una posizione in parte diversa è quella di César Chesneau Du Marsais, che scrive per l’Encyclopédie la voce “Construction” dopo avere pubblicato numerosi piccoli trattati grammaticali nel 1729 e il più noto trattato Sui tropi nel 1730.

Anche per Du Marsais, come per Beauzée, esiste un’unica grammatica logica universale, ma essa è una struttura organizzativa propria della mente umana che regola, per così dire, “in profondità” le grammatiche delle lingue specifiche che manifestano in modi e stili anche molto diversi le istruzioni della grammatica logica mentale. Con questa teoria, Du Marsais riesce a un tempo sia a sostenere, come Beauzée, l’esistenza di una grammatica logica universale e innata, sia a riconoscere l’autonomia e la validità delle diverse grammatiche particolari delle lingue.

Radicalmente opposte sono le tesi di Pierre-Louis Moreau de Maupertuis, considerato il fondatore del determinismo linguistico e del relativismo culturale. Nelle Riflessioni filosofiche sull’origine delle lingue e il significato delle parole del 1748 e nella Dissertazione sui differenti modi di cui si sono serviti gli uomini per esprimere le loro idee del 1756, Maupertuis sostiene che è la lingua a dare forma e identità a ciò che l’occhio percepisce: ogni oggetto è percepito come distinto dagli altri anche grazie al fatto che la lingua gli attribuisce un nome che lo individua come un oggetto distinto dagli altri. Secondo Maupertuis il bambino, quando impara a parlare, impara automaticamente anche a percepire il mondo secondo il sistema di categorie proprio della sua lingua. Analogamente, i segni con cui i primi uomini hanno designato le loro prime idee hanno avuto tanta influenza su tutte le conoscenze successive, che la filosofia non può prescindere da uno studio approfondito sull’origine del linguaggio.

Inoltre Maupertuis, confrontando i dati che ha a disposizione sulle lingue asiatiche, africane e americane, sostiene che le lingue non sono affatto equivalenti, ma ogni lingua umana veicola un “sistema di idee” suo proprio: di fatto coloro che parlano lingue molto diverse interpretano il mondo in modi completamente differenti.

Nelle Osservazioni critiche del 1750 e nelle Riflessioni sulle lingue del 1751 Turgot obietta a Maupertuis che tutti gli uomini possiedono le stesse idee perché hanno gli stessi sensi, e le idee sono prodotte dai sensi. In più, egli obietta che la lingua serve essenzialmente a comunicare e intendersi, non a organizzare il pensiero, e ha una funzione sociale che Maupertuis non le riconosce. Il contributo linguistico più importante di Turgot è comunque nel 1756 la voce “Etymologie” dell’Encyclopédie, in cui l’etimologia viene descritta come una disciplina storica e sociale, perché permette di ricostruire e osservare la storia dei popoli. Ogni lingua si forma lentamente e riflette gli eventi del suo popolo, come il contatto con genti vicine o l’ingresso di parole della lingua di un popolo conquistatore. Per Turgot la lingua e la storia di chi la usa si intrecciano continuamente; ogni lingua cambia e si evolve rispecchiando i mutamenti e le evoluzioni del popolo che la parla.

Pierre-Louis Moreau de Maupertuis

Utilità da estrarre dalla comparazione di lingue lontane
Riflessioni filosofiche sull’origine delle lingue e il significato delle parole

È chiaro che non intendo parlare qui di quello studio delle lingue il cui solo scopo è di sapere che ciò che si chiama pain in Francia, a Londra si chiama bread. Parecchie lingue sembrano non essere altro che traduzioni le une delle altre, le espressioni delle idee vi hanno lo stesso taglio; e, pertanto, la loro comparazione reciproca nulla può insegnarci. Ma ci sono lingue – specialmente lingue di popoli molto lontani – che sembrano essere state costruite su schemi mentali così diversi dai nostri, che è pressoché impossibile tradurre nelle nostre lingue ciò che sia stato espresso in quelle. È dalla comparazione di quelle lingue con le altre che uno spirito filosofico potrebbe trarre un grande utile.

in Origine e funzione del linguaggio, a cura di L. Formigari, Bari, Laterza, 1971

L’origine del linguaggio e i concorsi di Berlino

Le tesi di Maupertuis stimolano un dibattito sull’origine e le funzioni del linguaggio che si trasferisce immediatamente in Germania, dove nel 1746 Maupertuis è nominato presidente dell’Accademia Reale delle Scienze e delle Lettere di Berlino. Nel giro di quindici anni l’Accademia bandisce due celebri concorsi su argomenti assai vicini agli interessi di Maupertuis.

Nel 1757 un concorso sul tema “Qual è l’influsso reciproco delle opinioni di un popolo sulla lingua e della lingua sulle opinioni?”. Vince il semitista Johann David Michaëlis col saggio Dell’influenza delle opinioni sul linguaggio e del linguaggio sulle opinioni del 1759.

Michaëlis esamina il contributo degli usi linguistici quotidiani e popolari alla fissazione del significato delle parole, e considera la lingua un tesoro pubblico in cui viene rispecchiata e archiviata la storia collettiva di un popolo; ogni lingua incorpora la storia particolare del popolo che la parla, che può quindi essere riscoperta e studiata attraverso l’analisi etimologica.

Nel 1771 l’Accademia bandisce un concorso sul tema “Supponendo degli esseri umani lasciati alle loro facoltà naturali, sarebbero essi in grado di inventare il linguaggio?”.

Vince Johann Gottfried von Herder con il Saggio sulle origini del linguaggio del 1772, in cui sostiene che il linguaggio è una facoltà naturale dell’uomo, che si sviluppa da un primo stadio ferino e spontaneo allo stadio del linguaggio verbale convenzionale.

Herder ritiene che la prima lingua consistesse di grida, gesti e urla che esprimevano le emozioni immediate, e che di questa prima lingua restino tracce, come le interiezioni, anche nelle lingue evolute. La prima lingua era poetica e ricca di analogie sensoriali; evolvendo, la lingua ha assunto un’organizzazione logica. Inconsapevolmente, Herder riprende un tema già presente in Condillac, per il quale il linguaggio, prima di diventare parola istituita, era essenzialmente gestuale, melodico, cantato. Una volta che si è stabilito il linguaggio verbale convenzionale, questi sistemi espressivi si sono conservati solo in forma di puro gioco, ovvero arte: canto, danza, pantomima, teatro, ballo, musica.

Gran parte delle teorie illuministe sull’origine e l’evoluzione del linguaggio si trovano raccolte e trattate in modo sistematico nell’opera enciclopedica in sei volumi On the origin and progress of language, scritta da Lord Monboddo fra il 1773 e il 1792. Monboddo, tuttavia, accentua notevolmente la differenza tra l’uomo naturale primitivo, essere spontaneo e irriflessivo che si esprime attraverso grida che imitano i versi degli animali, e l’uomo sociale evoluto, che regolamenta e domina il suono espressivo con la grammatica e la rigidità lessicale. Il linguaggio, sostiene Monboddo, nasce soltanto nel momento in cui gli uomini, obbligati al lavoro associato necessario allo sviluppo della società civile, hanno bisogno di intendersi fra di loro.

Per Monboddo quindi, a differenza di Herder, il linguaggio non è un’attitudine naturale o biologica dell’uomo, ma una necessità sorta per ragioni storiche.

Raccolte di dati linguistici e lessicografia

Nel Settecento molti filosofi, sulla scia di Condillac che sviluppa questo tema nel capitolo XV del suo Essai, riprendono il dibattito seicentesco sul “genio della lingua”. L’espressione “genio della lingua”, introdotta per la prima volta in senso propriamente linguistico – seppure con connotazione negativa – nella Grammaire di Port-Royal, indica la particolare organizzazione, storicamente e culturalmente determinata, dei modi espressivi che caratterizzano ogni lingua e la differenziano da tutte le altre: ogni lingua riflette ed esprime il carattere, le idee e i costumi, storicamente determinati, del popolo che la parla.

Alla diffusa attenzione settecentesca per il genio delle lingue va ricondotta l’intensa attività di raccolta di dati lessicali e lessicografia che, già cominciata nel Seicento, prosegue per tutto il Settecento, conducendo a molti risultati di rilievo.

Seguendo un celebre Appello di Leibniz (con il quale era stato in contatto), lo zar Pietro il Grande ordina che durante le spedizioni fatte per conto dell’Accademia Russa delle Scienze si raccolgano dati sulle lingue parlate in ogni territorio dell’impero e se ne traggano dizionari e raccolte di termini. Nel 1784 Caterina II, autrice fra l’altro di un appello per l’indagine linguistica, si impegna in prima persona nel lavoro di raccolta, compilando una lista di quelli che ritiene i 300 termini essenziali che vorrebbe fossero tradotti in 200 lingue, e inviando in tutto il mondo tramite la diplomazia russa i questionari necessari a raccogliere queste traduzioni. I materiali pervenuti alla zarina confluiscono nel Vocabolario comparativo di tutte le lingue del mondo, pubblicato nel 1787 da Pallas. Il Vocabolario di Pallas comprende 300 parole di 51 lingue europee e 149 asiatiche, e viene continuamente aggiornato in nuove edizioni.

La raccolta di dati lessicali si estende, soprattutto in Francia e Spagna, all’indagine sui dialetti e le parlate locali. In Francia questo interesse è duramente contrastato dalla politica di accentramento linguistico della Rivoluzione francese. L’abate Grégoire, tramite l’invio in tutti i dipartimenti di un dettagliato questionario, inizia nel 1790 un’inchiesta, sostenuta dai prefetti e dalle autorità locali rivoluzionarie, sulla diffusione e l’uso dei dialetti e della lingua nazionale francese. Il suo lavoro è utilizzato dal governo rivoluzionario che attua, come forma di difesa della coscienza rivoluzionaria espressa nella lingua dell’unità nazionale, una cosciente politica linguistica di repressione dei dialetti e di obbligo all’uso della lingua nazionale.

Per la stessa ragione di orgoglio linguistico nazionale si diffondono in Europa raccolte e glossari di tutte le principali lingue europee, sul modello del seicentesco Vocabolario monolingue dell’italiano composto dall’Accademia della Crusca a Firenze, ripubblicato aggiornato nel 1691.

Tra il 1712 e il 1721 esce il Vocabulario portuguez e latino di Raphael Bluteau, tra il 1726 e il 1739 il Diccionario de la lengua castellana dell’Accademia di Spagna, e nel 1755 il Dictionary of the English Language di Samuel Johnson, che assume esplicitamente come modello quello della Crusca.

Questa intensa attività di indagine lessicografica dà nel Settecento un grande impulso agli studi sul sanscrito, già sviluppati nel Seicento. Esaminando resoconti e descrizioni del sanscrito, lingua che appare ai linguisti di struttura arcaica e di lessico antichissimo, molti ne osservano l’affinità con le lingue germaniche e le lingue antiche d’Europa. Charles de Brosses, ad esempio, nel Trattato sulla formazione meccanica delle lingue del 1765, considera il sanscrito una lingua necessariamente antichissima e primitiva, perché capace di produrre un numero infinito di parole a partire da pochissimi radicali fondamentali. Fra gli studi settecenteschi sul sanscrito vanno ricordate anche le opere di padre Paolino da San Bartolomeo, autore nel 1790 della prima grammatica sanscrita, contenuta nel De antiquitate et affinitate linguae zendicae, samscridamicae et germanicae del 1799, e di William Jones, giudice inglese a Calcutta, che è il primo nel 1786 a enunciare chiaramente che il sanscrito ha un legame di parentela storica con le lingue antiche europee e che certamente esse hanno una comune origine e appartengono a una stessa famiglia.

Il dibattito sull’ordine delle parole

Nel Settecento, soprattutto in Francia, torna d’attualità la questione seicentesca dell’ordine sintattico naturale delle lingue.

L’idea è che sia possibile individuare un ordine sintattico della frase che rispecchi l’ordine logico naturale del pensiero; tale idea è evidentemente connessa con la nozione portroyalista di grammatica generale o universale: esiste uno e un solo ordine sintattico della frase che rispecchia l’ordine logico naturale del pensiero, ordine logico naturale che spetta alla grammatica generale di individuare. Come s’è visto, buona parte della riflessione linguistica del Settecento ha enfatizzato invece le differenze tra le lingue e le grammatiche, e la specificità che il “genio” di ciascuna lingua ha rispetto a quello di ciascun’altra. Le osservazioni e i dati a favore della diversità delle grammatiche specifiche sono evidentemente in contrasto con l’idea che principi logici universali e naturali stiano alla base del funzionamento di tutte le lingue del mondo.

Girard, nei Veri principi della lingua francese del 1747, cerca di conciliare l’idea del “genio della lingua” con quella della grammatica logica universale, che segue l’ordine logico naturale del pensiero. Egli distingue tre classi di lingue secondo il loro “stile sintattico”: le lingue analogiche (che seguono l’ordine sintattico naturale), le lingue traspositive (che seguono l’immaginazione) e le lingue miste.

In Italia Melchiorre Cesarotti, nel Saggio sulla filosofia delle lingue (1785), distingue nel genio della lingua un “genio grammaticale”, costituito dal particolare sistema della sintassi e delle desinenze, immutabile nel tempo, e un “genio retorico” che risulta dal modo di sentire e giudicare gli eventi e che muta continuamente secondo i fatti che influenzano la storia di un popolo.

Già nel 1671 Dominique Bouhours, nei Colloqui di Aristide ed Eugenio, aveva sostenuto che l’unica lingua del mondo a rispettare l’ordine logico naturale – quello dato dalla costruzione sintattica diretta Soggetto-Verbo-Oggetto – è il francese. Su questa base egli considerava il francese la lingua logica per eccellenza, per questo superiore a tutte le altre. Questo argomento è ripreso nel Settecento da Beauzée: il francese è l’unica lingua del mondo che mantiene alla perfezione la costruzione sintattica diretta, ed è per questo la lingua più razionale.

Con questa tesi Beauzée risponde a Batteux che, in Della costruzione oratoria del 1763, sostiene invece la maggiore eleganza, naturalezza e chiarezza della costruzione sintattica inversa, in cui il soggetto è espresso dopo il verbo e l’oggetto.

Per Batteux l’ordine inverso ha maggiore fondatezza logica e naturale perché è più vicino a esprimere immediatamente e spontaneamente ciò che colpisce la sensibilità umana: nella naturale logica emotiva dell’uomo ciò di cui si parla è l’oggetto più importante nel discorso, e per questo è espresso all’inizio della frase.

Questo dibattito si protrae in Francia per tutto il secolo. Fra i sostenitori della superiore logicità del francese sulle altre lingue ci sono Condillac, Du Marsais, Diderot. Fra le opere minori, la più celebre è il trattato polemico di Rivarol Dell’universalità della lingua francese del 1784, in cui si ribadisce che il francese è l’unica lingua internazionale necessaria al mondo moderno, poiché è l’unica lingua veramente logica che prescrive come obbligo di costruzione l’ordine sintattico diretto.

Rivarol, nobile fuggito all’estero durante la Rivoluzione, utilizza questo argomento anche contro l’oratoria repubblicana che appassiona e infiamma le piazze; infatti, a fine secolo, i grammatici che lodano l’immediatezza retorica dell’ordine inverso, come Garat, Laveux, e Domergue, sono tutti diretti sostenitori del governo rivoluzionario.

Dominique Bouhours

I francesi sono i soli a parlare propriamente
Colloqui di Aristide ed Eugenio

I Cinesi e quasi tutti i popoli dell’Asia cantano; i Tedeschi rantolano; gli Spagnoli declamano; gli Italiani sospirano; gli Inglesi fischiano. Sono solo i Francesi propriamente a parlare; e questo deriva in parte dal fatto che noi non mettiamo alcun accento sulle sillabe che precedono la penultima, poiché sono proprio questi accenti che impediscono che il discorso continui con lo stesso tono.

Dominique Bouhours, Entretiens d’Ariste et d’Eugene, trad. redazionale, Parigi, 1671

Lingue internazionali e relativismo linguistico

L’importanza dello studio delle diverse lingue nazionali è sostenuta all’interno dell’Encyclopédie dagli autori di alcune voci che si rifanno a Maupertuis. Louis de Jaucourt, per esempio, nella voce “Langage” contesta l’universalità della grammatica sostenuta da Beauzée in “Langue”, sostenendo che l’importanza dello studio di numerose lingue nazionali si fonda su una ragione filosofica.

Poiché ogni lingua ci rivela un “sistema di idee” nuovo, sconosciuto e sorprendente, imparare diverse lingue significa imparare nuovi modi di interpretare il mondo e ciò costituisce un esercizio filosofico di relativismo, utile a sbrogliare la matassa dei nostri pregiudizi.

Anche altri autori, come Francesco Algarotti nel Saggio sopra la necessità di scrivere nella propria lingua del 1750, affermano che ognuno rende nel modo più chiaro ed efficace il suo pensiero utilizzando la propria lingua nazionale che esprime compiutamente gli specifici valori attribuiti alle parole.

Il riconoscimento, da più parti invocato, dell’importanza delle lingue nazionali e della necessità di apprenderne più d’una non manca di preoccupare alcuni autori. Beauzée, ad esempio, come pure d’Alembert nel Discorso preliminare dell’Encyclopédie, osserva che ormai per comunicare efficacemente in Europa occorrono troppe lingue; per questo egli, nella voce “Langue” dell’Encyclopédie, propone l’uso del latino come lingua internazionale.

La constatazione della frammentazione linguistica europea e della scomparsa di una lingua comune autorevole e nota a tutti conduce ancora, come era successo nel Seicento, alcuni linguisti minori a proporre lingue internazionali. Una lingua nuova, creata sulla base di criteri logici e sintetici, è proposta anche nella voce dell’Encyclopédie “Langue nouvelle” scritta da Faiguet.

Negli ultimi anni del secolo altre lingue universali, verbali o ideografiche, sono proposte da Delormel, De Maimieux, Kalmar, Hourwitz (e contestate da Francesco Soave, Destutt de Tracy, e Joseph-Marie Degérando).

I sistemi di segni gestuali

Nell’ambito della discussione sull’ordine naturale della lingua, Diderot vuole indagare se esista un ordine naturale in sistemi di espressione non verbali. Egli prende quindi in esame, nella Lettera sui sordomuti del 1751, il linguaggio gestuale dei sordomuti attirando con questo l’attenzione sui codici gestuali.

L’abate De l’Epée ne trae nel 1776 il progetto sull’Educazione dei sordomuti, per mezzo dei segni metodici. Direttore dell’Istituto nazionale per l’educazione dei sordomuti, De l’Epée ritiene che il sistema dei gesti sia un vero linguaggio universale naturale e lo perfeziona a partire dai codici gestuali dei sordomuti dell’istituto. Il suo sistema inventa un insieme di gesti assai complessi, anche totalmente arbitrari e convenzionali, allo scopo di esprimere numerosi nuovi significati, compresi quelli di tipo astratto, scomposti in concetti più elementari espressi da gesti semplici. De l’Epée ritiene di avere così ottenuto una lingua universale naturale; ciò gli dà fama e pubblicità, anche grazie a numerose dimostrazioni pubbliche.

L’iniziativa è proseguita, dopo la morte dell’abate De l’Epée nel 1789, dal suo allievo Sicard, che gli succede all’Istituto nazionale per l’educazione dei sordomuti. Sicard pubblica nel 1799 un Corso d’istruzione di un sordomuto di nascita e nel 1808 un dizionario dei segni gestuali dal titolo Teoria dei segni per l’istruzione dei sordomuti. I segni gestuali vi sono classificati secondo i tipi grammaticali di termini che esprimono e secondo ordini lessicali logico-filosofici, a imitazione dei dizionari filosofici delle lingue internazionali di cui Sicard è sostenitore (egli è autore, fra l’altro, di prefazioni e recensioni entusiastiche della Pasigrafia di de Maimieux).


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