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L’Italia: finanza e politica

L’Italia si affaccia al Novecento come un Paese agricolo con rare aree di insediamento industriale, ma in crescita; ne esce come un grande Paese industriale sì, ma che pare volgere al declino. Un Paese diviso in due, che non riesce a fare uscire vaste parti del suo territorio dalla perversa spirale innescata dal sottosviluppo da un lato, e dal dominio della delinquenza organizzata dall’altro.

Il rilancio di un Paese rurale

L’industrializzazione italiana di fine Ottocento - inizio Novecento, è modesta quantitativamente, ma dotata di grandi ambizioni, spinta da imprenditori lungimiranti e colti, che guardano a un mercato non solo italiano. Così nascono e crescono la Fiat, l’Edison, la Pirelli, la Montecatini ecc. Sono queste imprese che richiedono capitali ingenti, al di fuori della portata di singole famiglie, per quanto ricche, se non altro per rispetto di una prudente politica di ripartizione del rischio. Va infatti ricordato che queste, che oggi sono considerate imprese mature, erano allora iniziative ad alto contenuto tecnologico e ad alto rischio, adatte come diremmo oggi al venture capital. Questa circostanza induce, o per meglio dire costringe, i grandi imprenditori dell’epoca a ricorrere alla Borsa, cioè al risparmio del pubblico, per finanziare i loro progetti.

È questo un periodo nel quale la capacità di risparmio di un Paese ancora economicamente primitivo come l’Italia viene impiegata a sostegno della crescita industriale, con risultati non disprezzabili. Ma uno dei difetti storici della nostra classe dirigente è di essere, molto più di altre, incapace di “autoregolarsi”, cioè di capire che alcune cose, pur permesse, o per meglio dire non prese in considerazione dalla legge, possono essere inopportune o molto pericolose, specie se portate all’eccesso. Le leggi dell’epoca in materia economica e finanziaria erano quelle adatte a un Paese rurale, e certo non era prioritario per il fascismo mettere l’Italia all’avanguardia in materia.

Per questa ragione la crisi del 1929, che colpisce tutto il mondo sviluppato dell’epoca, si abbatte sul Paese con veemenza particolare. Essa fa esplodere un sistema nel quale le banche raccolgono denaro a breve termine dal pubblico, e lo immobilizzano con prestiti a lungo termine alle imprese. Questo fenomeno di “trasformazione delle scadenze”, accettabile entro certi limiti di prudenza, tuttavia, se portato all’eccesso, rende impossibile far fronte alle obbligazioni verso la clientela. Per di più, spesso le banche partecipano anche al capitale di tali imprese, sempre attingendo al denaro dei depositanti. Quando questi alfine percepiscono che le partecipazioni si sono azzerate e che anche il credito è evaporato, la ressa agli sportelli costringe il governo a intervenire.

Il “dopo Ventinove” dura in realtà molti anni, nei quali Benito Mussolini (1883-1945) plasma, con il determinante contributo di Alberto Beneduce e di Donato Menichella, gli assetti istituzionali dell’economia fascista; le grandi banche in via di fallimento sono salvate dallo Stato, che si dà carico anche delle grandi imprese affondate dai debiti che non erano più in grado di fronteggiare. Nasce così l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) affiancato dall’IMI (Istituto Mobiliare Italiano). All’IRI fanno capo le tre grandi banche poi definite “di interesse nazionale”, e cioè Banca Commerciale Italiana (Comit), Credito Italiano e Banca di Roma, oltre a partecipazioni nell’industria pesante (acciaio, cantieristica soprattutto), e nella telefonia, che per un Paese agricolo era un accessorio di nicchia (famosa al riguardo la frase di Menichella a Guglielmo Reiss Romoli, riorganizzatore delle partecipazioni pubbliche nel settore, secondo la quale il telefono serviva solo ai medici condotti!).

La legge bancaria varata nel 1936 prevede che le banche “commerciali” possano fare solo prestiti a breve termine, utilizzando così in modo “baciato” i mezzi di provvista, sempre a breve, raccolti presso il pubblico. Sul medio-lungo termine opera invece l’IMI; esso quindi emette obbligazioni e utilizza il ricavato di queste per finanziare i programmi di investimento delle imprese, che rimborseranno il debito con piani di ammortamento del debito ben definiti ex ante , così da evitare crisi di liquidità.

L’apparato industriale esce a pezzi dalla guerra. Se prima l’avvicinarsi della bufera aveva, come in Germania ancorché in minor misura, sostenuto il livello di attività economica, quando la polvere si posa sulle distruzioni belliche, la vista è sconfortante. Gli Stati Uniti lanciano allora il piano Marshall, dal nome del generale statunitense che lo ideò e sostenne con particolare forza. Il piano prevede l’invio di denaro e macchinari nell’Europa distrutta. Il salvatore americano sa che primum vivere , e in tal modo lega fermamente agli interessi politici degli Stati Uniti un’area che gli accordi di Jalta comunque assegnavano loro. Con questa lungimiranza opera, allora, la leadership degli Stati Uniti. L’aiuto americano consente la rimessa in moto del Paese attorno a tre grandi motori: l’IRI, l’ENI e l’industria privata sono i grandi protagonisti della rinascita del Paese che sarà poi definita “il miracolo economico” italiano.

A gran parte dei bisogni della ricostruzione postbellica provvede l’IRI, guidato allora da una classe dirigente che, avendo vissuto la tragedia della guerra, è segnata dalle dure scelte imposte dalle circostanze. Si tratta di persone di alto livello professionale, affiancato da una profonda consapevolezza del ruolo che compete loro nell’interesse del Paese. Sono i Salvino Sernesi, gli Oscar Sinigaglia, i Reiss Romoli, i Bruno Visentini, a menare la danza. Un grande artefice della siderurgia prebellica, Agostino Rocca, ripara in Argentina per timore di ritorsioni politiche e lì fonda il gruppo Techint, che negli anni crescerà fino a diventare il leader mondiale nella produzione di tubi in acciaio. Il gruppo dirigente dell’IRI è quindi formato da persone dotate di consapevolezza e opinioni politiche radicate, ma che operano al servizio del Paese, non del loro partito. In quegli anni l’Italia si dà una infrastruttura di base, per i tempi di grande livello. Sono gli anni, infatti, della costruzione dell’autostrada Milano-Napoli, ultimata in meno di sette anni, della posa della rete telefonica e di altri massicci progetti che trainano la crescita del Paese.

Nello stesso periodo, un ex comandante partigiano “bianco”, Enrico Mattei (1906-1962), riceve l’incarico di liquidatore dell’AGIP, Azienda Generale Italiana Petroli, un ente promosso dal fascismo per attenuare la dipendenza dell’Italia dalle forniture energetiche estere. Mattei è uomo concreto, di modi spicci. Capisce in fretta che sotto la pianura padana c’è abbondanza di metano e che la sua vera missione non è liquidare l’AGIP, ma farlo crescere, continuando sulla strada intuita da Mussolini. Chiede allora, e ottiene, il fondamentale appoggio finanziario della Comit di Raffaele Mattioli (1895-1973). Ambizioso, riservato, di un’integrità personale rara, Mattei ha la vista lunga e sa come ottenere quel che vuole. Si fa strada gradualmente nel mondo oscuro, a volte pericoloso, degli oil men, concludendo contratti con i Paesi produttori, in termini assai più favorevoli ai Paesi stessi di quanto fin lì concesso dagli incontrastati padroni del petrolio, inglesi e soprattutto americani. Sotto la guida di Mattei l’AGIP si trasforma nell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi, 1953); nasce qui un gruppo dirigenziale di livello internazionale, con Cefis, Boldrini e Girotti, tutti destinati a succedere a Mattei come presidenti dell’ENI. Il successo di Mattei è dovuto anche ai suoi metodi spicci nel rapporto con partiti e governo. Egli infatti inaugura l’era delle commistioni fra politica e imprese di Stato, o partecipazioni statali, come si chiamano allora. Usa i partiti, secondo una sua frase famosa, come i taxi: quando è arrivato a destinazione paga il prezzo e scende.

La carriera di Mattei si interrompe bruscamente nel novembre 1962, quando l’aereo dell’ENI sul quale viaggiava precipita a Bascapè, presso Pavia. Un alone di mistero grava sulla fine di Mattei; le indagini volte a scoprirne le cause non portano a nulla; dopo la strage di Portella della Ginestra, la morte di Mattei è il secondo dei grandi misteri italiani, purtroppo molti altri seguiranno. La causa meccanica pare fosse un cacciavite infilato nel motore, ma come avrebbe fatto l’aereo a decollare senza problemi da Palermo raggiungendo quasi la meta di Linate? Certo, la sua morte improvvisa toglie di mezzo un concorrente fastidioso per molti, ma ciò non basta per formulare un’accusa. Il giornalista de “L’ora di Palermo”, Mauro De Mauro (1921-1970), che aveva fatto capire di aver raccolto importanti elementi sulla morte di Mattei viene sequestrato dalla mafia in Sicilia nel novembre 1970; il suo cadavere non sarà mai ritrovato. De Mauro è morto, si dirà poi, per aver fatto “le domande giuste alle persone sbagliate”, ma non si sa se a decretare la sua condanna a morte sia stato l’interesse per il volo finito bruscamente a Bascapè nove anni prima, o allusioni da lui fatte all’imminente tentativo di colpo di Stato di Junio Valerio Borghese (1906-1974), il golpe da operetta che si basava su uomini della guardia forestale. Forse il golpe non era proprio da operetta, e qualche parola di troppo ha perduto per sempre De Mauro.

La seconda industrializzazione

La rinascita, dapprima lenta, diviene poco a poco tumultuosa, e si concreta in un grande fenomeno: l’emersione dell’Italia come forza economica industriale. Il numero degli occupati nell’agricoltura scende dai quasi nove milioni dell’immediato dopoguerra al milione circa del 2000. Il tutto è accompagnato da una migrazione di massa dal Sud povero ed eminentemente agricolo a un Nord sempre più industriale, avvenuta come pura conseguenza delle necessità dell’industria e senza alcuna “programmazione” dall’alto. Di qui le tensioni che accompagnano la migrazione, che però non assume mai i connotati di uno scontro sociale. La guida politica del Paese è assunta dalla Democrazia Cristiana, guidata prima da Alcide De Gasperi (1881-1954), poi da Amintore Fanfani (1908-1999), che si appoggiano a piccoli partiti centristi – i repubblicani di Ugo La Malfa (1903-1979), i liberali e i socialdemocratici. La pace sociale è dovuta sia alle abilità dei leader democristiani, sia alla disciplina imposta dai partiti operai – soprattutto il Partito Comunista Italiano, guidato da Palmiro Togliatti (1893-1964) – ai loro aderenti, sia, infine, alla politica di moderazione salariale seguita da Giuseppe Di Vittorio (1892-1957), storico leader della CGIL e uno dei protagonisti della rinascita postbellica. Anche gli scontri fra polizia e manifestanti del 1960 per la costituzione del governo Tambroni – appoggiato dai neofascisti del Movimento Sociale Italiano – restano ancora nei canoni della lotta politica, senza sconfinare nello scontro sociale. Il fatto stesso che il governo si dimetta, fa sì che questo quadro d’insieme non si alteri.

La grande industria è uscita, per così dire, con le orecchie basse dalla guerra, un po’ per le distruzioni subite dagli impianti a seguito dei bombardamenti angloamericani, un po’ per le compromissioni dei grandi industriali con il fascismo, che consigliavano gradualità. Queste circostanze, unite all’emergere di necessità di tipo nuovo, aprono spazi a un’industria diversa, più di trasformazione che di base, e più orientata a soddisfare i bisogni di un nuovo ceto medio. Se la prima industrializzazione italiana, infatti, aveva solo inciso sulla superficie di un Paese agricolo, la seconda porta a una trasformazione radicale e di massa.

Nascono decine di migliaia di piccole e piccolissime imprese, generalmente per il desiderio di autonomia di operai stufi di lavorare “sotto padrone”. È un’industrializzazione, diciamo così, incolta, che spesso nasce con un mero modello di subfornitura all’impresa dalla quale il neopiccolo industriale è testé uscito. Il suo mercato non è vasto come quello dei protagonisti della “prima ondata”, le sue ambizioni assai più modeste; esse si limitano molto spesso a consentire alla sua famiglia (e magari di qualche amico e collega che ha partecipato all’avventura del distacco dall’impresa madre) di campare decentemente senza prendere ordini. Se la prima ondata aveva bisogno di grandi investimenti e di capitali di terzi raccolti in Borsa, la seconda nasce con investimenti limitati, in genere coperti con l’autofinanziamento aziendale e al massimo con i risparmi di qualche amico e il benevolo incoraggiamento della banca locale, spesso una Cassa di Risparmio o una Popolare.

Se la lotta politica contrapponeva duramente la Democrazia Cristiana al Partito Comunista Italiano, sul piano economico i ruoli erano chiaramente ripartiti. A IRI ed ENI spettavano l’industria di base e l’estrazione e distribuzione di petrolio e derivati. La grande impresa era allora soprattutto rappresentata da Fiat e Pirelli e dai gruppi elettrici. Nonostante tutto questo vanno lentamente maturando i fenomeni imprenditoriali maggiori del secondo dopoguerra, che poi arriveranno alla grande notorietà. Essi sono soprattutto i Benetton, i Ferrero, i Berlusconi. La pubblicità è spesso la voce di spesa (o nel caso di Berlusconi, di entrata) maggiore di queste imprese. Le loro limitate necessità finanziarie fanno sì che esse crescano al di fuori del contatto con il mercato finanziario, in un circuito “chiuso” come quello descritto.

Il mondo finanziario ruota allora intorno all’IMI mentre resta ancora nell’ombra il ruolo di Mediobanca, nata da un accordo fra Mattioli ed Enrico Cuccia (1907-2000) e che era l’unica banca allora ammessa a partecipare al capitale delle imprese. L’IMI finanzia lo sforzo di ricostruzione e gli investimenti di imprese grandi e piccole, a condizioni particolarmente interessanti, sia per i bassi tassi di interesse dell’epoca, sia per le agevolazioni dello Stato agli investimenti.

La natura è stata avara con l’Italia quanto a risorse naturali, e una risorsa chiave per la crescita economica è l’energia. Dopo la guerra, forte anche delle competenze rimaste in Italia dopo la fuga di Fermi per sfuggire alla follia razziale, si tenta la strada del nucleare, ma un piccolo scandalo (montato ad arte, pare) allontana, con l’uscita di scena di Ippolito, ogni prospettiva di sviluppo dell’energia nucleare nel Paese. Nel 1962 il primo governo di centrosinistra imbarca il Partito Socialista di Pietro Nenni (1891-1980); sotto la spinta decisiva dei socialisti e in particolare di Riccardo Lombardi (1901-1984), primo prefetto di Milano dopo la liberazione, è decisa la nazionalizzazione di produzione e distribuzione dell’energia elettrica. Nasce così l’ENEL, Ente Nazionale Energia Elettrica. La decisione fa seguito a un ampio dibattito pubblico, ma spaventa quei ceti moderati che nel Paese sembrano perennemente terrorizzati dai cambiamenti. Il fisco e i comunisti, voracemente invidiosi delle ricchezze altrui, sono in cima alla lista degli spauracchi che più li spaventano, e che quindi vengono spesso agitati davanti ai loro occhi. Sta di fatto che la nazionalizzazione è la prima grande decisione presa contro l’opinione dei ceti borghesi e conservatori, che avevano fin lì esercitato una sorta di potere di veto sui grandi temi; la loro sconfitta, a opera del primo governo di centrosinistra, inaugura una nuova stagione di contrapposizioni. Gli indennizzi pagati alle società espropriate, i cosiddetti “rimborsi elettrici” si infileranno, in buona parte, nel triangolo delle Bermude della “guerra chimica”.

L’Italia del dopoguerra è un Paese di grandi trasformazioni e tensioni sociali, tenute però sotto attento controllo politico. Da un punto di vista economico quella appare ad alcuni come una sorta di età, se non dell’oro, almeno della concordia nazionale, ma sotto la cenere maturano le tensioni che dopo poco esploderanno: le rende in modo icastico il film di Luchino Visconti (1906-1976) Rocco e i suoi fratelli, ambientato nella Milano dell’immigrazione e delle periferie operaie. Dal termine della guerra alla fine degli anni Sessanta, i sindacati operai, anche per il perdurare dell’influenza di Giuseppe Di Vittorio, seguono una politica di grande moderazione salariale; quando, per l’uscita di scena del grande sindacalista pugliese e per il mutare dei rapporti sociali, cessa questa politica, traballa uno dei pilastri del fenomeno che poi diverrà noto come “miracolo economico italiano”. Con la stagione dell’“autunno caldo”, nel 1969, si rompe la fase di crescita ininterrotta e di concordia sociale, sia pur “amministrata”. La campana di vetro che aveva protetto il progressivo avvicinarsi dell’Italia agli altri Paesi industriali va in frantumi e le tensioni latenti vengono in superficie. A quelle strettamente economiche sopra tratteggiate, si aggiungono quelle legate alla stagione del 1968, all’emergere del movimento femminista e al completamento della grande metamorfosi nazionale. Spaventati dalla nuova realtà, molti imprenditori cambiano totalmente atteggiamento e non vedono più negli operai i partner di un contratto per lo sviluppo, del quale essi stessi erano certo i beneficiari principali, ma non unici: il film La califfa di Alberto Bevilacqua rende in modo efficace il mutamento di clima.

Questi mutamenti insieme alle difficili condizioni operative delle imprese portano a una serie di “salvataggi” di imprese private a opera delle partecipazioni statali. Si accusa la politica come se volesse statalizzare, mentre la verità è che essa sbaglia sì, ma non per desiderio di creare un impero, ma per debolezza (magari privatamente remunerata…) davanti alle richieste di salvataggio provenienti da imprese e sindacati. In questo contesto l’IRI muta progressivamente pelle e risulta soggetto alle imposizioni di uomini politici che si curano appena di mascherare le proprie imperative richieste con finalità di supposta natura generale. Se l’ENI, sulla scia dell’insegnamento di Mattei, riesce lungamente a usare i partiti senza esserne usato, la politicizzazione porta gradualmente l’IRI verso le sponde dell’assistenzialismo deteriore, in cui i partiti usano l’ente come cosa loro, complici il deterioramento dei margini delle imprese e la nuova stagione di conflitto sociale.

In questo clima di crescente difficoltà, la posizione di Mediobanca nel sistema finanziario italiano si fa cruciale. Forte delle proprie possibilità operative e in un mercato finanziario ancora fondamentalmente rurale, essa assume partecipazioni di ridotta entità, ma essenziali a puntellare gli assetti di controllo sempre più traballanti delle grandi imprese. Così in Fiat, in Pirelli, in Italcementi, in Società Metallurgica Italiana. Qui e altrove Mediobanca diviene il grande crocevia del mondo finanziario italiano. Ciò anche sulla scorta delle caratteristiche personali di Enrico Cuccia, che univa alla grande abilità negli affari uno spessore culturale e un’onestà personale del tutto insolite nell’ambiente. Se si aggiunge la sua capacità di indurre gli altri intermediari ad allinearsi ai desiderata di Mediobanca, si ha la ragione dei successi conseguiti da Mediobanca in quegli anni e ancora a lungo, fino grosso modo alla fine del secolo.

Dalla metà degli anni Sessanta in poi i rimborsi conseguenti alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, incamerati dalle società titolari delle concessioni, scatenano in Italia una guerra senza esclusione di colpi, costellata da errori imprenditoriali, la cosiddetta guerra chimica fra Montedison (nata per volere di Cuccia dalla fusione fra l’azienda chimica Montecatini e l’ex elettrica Edison), l’ENI – che trova naturale espandersi “a valle”, sulla scorta di quanto fatto da alcuni operatori – e la SIR di Nino Rovelli. La ricostruzione di questa guerra richiederebbe un libro. Combattuta con gran dispendio di denaro pubblico, essa lascia sul campo solo cadaveri e causa la graduale ma inarrestabile fine dell’industria chimica italiana. Essa avrà un soprassalto nel 1988, quando Montedison, finita nell’orbita del gruppo fondato da Serafino Ferruzzi, ed ENI, creano la joint venture Enimont, che sarà sciolta, fra mille polemiche, nel 1990, con l’acquisto da parte dell’ENI delle quote della venture in mano a Montedison. Questa cessione, a condizioni assai vantaggiose, non eviterà tuttavia il collasso del gruppo Ferruzzi, avvenuto nel 1993 sotto il peso di 30 mila miliardi di debiti, la cui ristrutturazione è affidata a Mediobanca.

La stagione di Mani Pulite e le grandi operazioni finanziarie di fine secolo

Sul finire degli anni Ottanta, il graduale peggioramento dei conti pubblici e la conseguente escalation del debito pubblico – che negli anni della “Milano da bere” di Bettino Craxi passa dal 60 percento al 105 percento del PIL – insieme alla fine della guerra fredda e alla caduta del muro di Berlino, cambiano radicalmente la staticità del quadro politico di fondo. I soldi sono finiti – andati non in costruzione di infrastrutture, come disse una volta il grande Nino Andreatta, bensì in cene in pizzeria – e la collocazione internazionale del Paese non basta più a giustificare qualsiasi nefandezza. Ecco che i nodi vengono al pettine, con la stagione di Mani Pulite; questa nasce in base all’iniziativa di un piccolo imprenditore delle pulizie, Luca Magni, il quale denuncia alla magistratura – ossia al sostituto procuratore Antonio Di Pietro (1950-) – le angherie cui lo assoggetta il presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa, un uomo di Craxi. Le forze dell’ordine vanno a colpo sicuro e bloccano Chiesa mentre tira lo sciacquone del gabinetto, per tentare di far sparire una mazzetta di banconote per otto milioni di lire, testé ricevuta. È l’inizio di una stagione nella quale l’Italia migliore sperava di vedere il riscatto del valore civile dell’onestà e del lavoro, mentre altri volevano solo vedere la testa del potente, una volta temuto e riverito, cadere nella polvere.

Le indagini, coordinate dal procuratore della Repubblica, Francesco Saverio Borrelli, e affidate ai suoi sostituti, specie Gherardo Colombo e Pier Camillo Davigo, oltre ad Antonio Di Pietro, mietono vittime illustri. Gli imprenditori fanno la fila per andare a confessare i reati, prima che la procura arrivi a loro per altre vie. La distribuzione della maxitangente Enimont, pagata dal gruppo Ferruzzi, forma oggetto di un processo che, trasmesso alla televisione, richiama l’attenzione generale e aumenta ulteriormente la popolarità di inquirenti e giudici. Sergio Cusani, un finanziere di fiducia di Raul Gardini (1933-1993), viene condannato ma non parla, proteggendo fino in fondo mandanti e beneficiari. Questo però non servirà molto a uno dei mandanti, perché Gardini, forse schiacciato dal crollo del gruppo Ferruzzi, forse sbalestrato dalla fine improvvisa di un mondo che lo aveva visto alla ribalta mondiale, forse ancora per il timore di una probabile detenzione, si uccide nella sua casa milanese nel luglio del 1993, solo tre giorni dopo la fine, sempre per suicidio, di Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI e anch’egli sotto inchiesta, detenuto a San Vittore. La fine per suicidio, e in date così vicine, dei due protagonisti dell’ultima battaglia della “guerra chimica” resta misteriosa, ma a oggi nessuna spiegazione alternativa è stata credibilmente data. Il duplice suicidio, unito a quello di Sergio Moroni, deputato del PSI, comincia a volgere il favore popolare contro gli inquirenti, accusati di trattamento inumano. Di questa ondata si avvarrà più di tutti Silvio Berlusconi (1936-); grazie alla propria potenza mediatica egli riuscirà presto a neutralizzare, e poi a mettere sotto accusa, gli inquirenti, sfruttando paradossalmente a proprio favore la folla che plaudiva a Mani Pulite.

Ancora sulla fine degli anni Ottanta le difficoltà di cassa dell’IRI portano alle prime privatizzazioni, che si scontrano con resistenze politiche e sindacali forti; se le seconde erano legate a motivi di (malintesa) protezione dei lavoratori, le prime proteggevano solo i flussi impropri di denaro pubblico ai partiti. Fra queste iniziali privatizzazioni si segnala il tentativo dell’IRI – presieduto da Romano Prodi (1939-) – di cedere la SME a Carlo De Benedetti (1934-), frustrato dall’opposizione di Craxi, che chiama a soccorso Berlusconi, promotore di una cordata fantasma che comprendeva Barilla e Ferrero, grandi inserzionisti di Publitalia. La vicenda finisce in un viluppo di cause e SME resta, per il momento, a carico dell’IRI.

La Fiat diviene l’unico gruppo automobilistico italiano quando l’IRI, nel 1986, cede l’Alfa Romeo proprio alla Fiat, rifiutando – a quel che pare – la più conveniente offerta della Ford. In questa occasione il potere di interdizione del gruppo torinese sulle decisioni pubbliche si manifesta in massimo grado, anche per l’irruento stile gestionale di Cesare Romiti. È questo un affare di cui Fiat si pentirà, ammettendo che l’arrivo di un forte concorrente sul mercato nazionale avrebbe forse permesso una più veloce percezione dei problemi gestionali della stessa Fiat. Questi si manifestano, in un settore ciclico come l’automobile, a più riprese negli anni Ottanta e Novanta; ne sono testimonianza l’ingresso dei libici della Lafico nel capitale della Fiat nel 1975, al culmine delle difficoltà del gruppo, la loro rocambolesca uscita dal capitale nel 1986, il soccorso di Mediobanca nel 1993, la successiva ripresa e il quasi crollo del 2004, seguito dal salvataggio del gruppo a opera di Sergio Marchionne, approdato in Fiat proprio nel 2004, alla morte di Umberto Agnelli (1934-2004), che segue di poco quella del più anziano fratello Giovanni (1921-2003).

Sempre negli anni 1980 il sistema bancario cambia gradualmente pelle e all’inizio degli anni Novanta anche la cautissima Banca d’Italia dà il proprio benestare alla fine dell’assetto istituito con la legge bancaria del 1936. Nel 1993 viene approvato il Testo unico bancario che sancisce la nascita nel Paese della banca universale, ponendo fine alla suddivisione fra attività a breve e attività a medio-lungo termine. Le necessità di cassa dello Stato portano in quegli anni a un drastico ridimensionamento della presenza pubblica nell’economia. Si calcola che l’incasso totale delle privatizzazioni italiane sia di circa 190 miliardi di euro a oggi. In quel periodo si vendono quote importanti di ENI ed ENEL – enti di cui lo Stato ancora oggi mantiene, anche tramite la cassa Depositi e Prestiti, oltre il 30 percento – e tutta la partecipazione detenuta dallo Stato in Telecom Italia. Il settore bancario pubblico, che nel 1995 pesava per i due terzi, oggi è praticamente azzerato. La privatizzazione del settore bancario italiano è forse l’unica delle grandi operazioni di privatizzazione coronata da autentico successo. Essa si concreta nelle vendite delle quote dell’IRI in Credito Italiano, Comit e Banco di Roma, nonché sulla graduale uscita dalla sfera pubblica delle casse di risparmio, grazie alla legge varata da Giuliano Amato (1938-). Questo processo subisce uno stop improvviso nella primavera del 1999, quando Antonio Fazio (1936-) blocca le Offerte pubbliche di acquisto (OPA) di Credito Italiano su Comit e di San Paolo IMI su Banco di Roma. Il motivo del blocco è il desiderio di orientare il processo di crescita delle banche italiane secondo i dettami della Banca d’Italia. La palese interferenza di Fazio nei meccanismi di mercato e nel destino di quattro grandi banche quotate passa sotto silenzio, e anche il governo dell’epoca, guidato da Massimo D’Alema (1949-), non si oppone al dirigismo del governatore, forse anche per l’intreccio fra questa partita e la più o meno contemporanea OPA ostile su Telecom Italia.

Nel 1999 Roberto Colaninno (1943-), insieme a Emilio Gnutti e alle banche d’affari Lehman Brothers, Mediobanca e Interbanca, monta una complessa operazione grazie alla quale la Olivetti, proprietaria del secondo gestore di telefonia mobile, Omnitel, cede questa società ai tedeschi della Mannesmann (che ne erano già soci di minoranza), e lancia un’offerta pubblica di acquisto ostile su Telecom Italia. La società, da poco privatizzata, era allora controllata da un cosiddetto “nocciolino duro”, del quale faceva parte anche il gruppo Agnelli. La resistenza del nocciolino è assai flebile e, anche per il favore del governo guidato da Massimo D’Alema, la più grande OPA ostile della storia (100 mila miliardi di lire il valore totale) tra mille polemiche va a buon fine; Colaninno e soci portano a casa il controllo di Telecom Italia. Lo cederanno solo due anni dopo, nel 2001, al gruppo Pirelli, guidato da Marco Tronchetti Provera (1948-), che in questa operazione investe buona parte dei proventi della cessione a Corning Glass della propria controllata Pirelli Optical Technologies, avvenuta l’anno precedente a valori stratosferici (3,6 miliardi di dollari), a causa del boom delle nuove tecnologie; è la cosiddetta “bolla di internet”, una breve follia sulla quale si chiude il XX secolo.


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