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L'Italia tardoantica e la cosiddetta fine del mondo antico

Lunghi interregni e una sempre maggiore distanza tra quanto resta della Gallia romana e l’Italia segnano gli ultimi anni dell’impero d’Occidente; il fallimento della grande spedizione antivandalica del 468 è il preludio diretto della fine. Nel 476 (data tradizionale ma non molto significativa per i contemporanei), più che la deposizione di un imperatore, quello che conta è la trasformazione dell’Italia, fino ad allora preservata da ogni insediamento barbarico, in una delle nuove monarchie germaniche.

Verso l’epilogo

Tra il 453 e il 455, con la scomparsa di Attila, Ezio e Valentiniano III, inizia la fase finale dell’impero d’Occidente, nella quale l’importanza sempre minore degli imperatori procede di pari passo con una disintegrazione che ben preso lascerà loro solo il controllo sull’Italia e pochi territori limitrofi. Sostanzialmente, nella sua fase finale la storia dell’impero si identifica con quella della penisola; la Gallia Meridionale ha ancora per qualche tempo un ruolo importante, ma è stato giustamente notato come si possa riscontrare una tendenza (peraltro non univoca) alla "regionalizzazione" per cui le élite italiane e galliche spesso rimangono ancorate ai rispettivi territori, all’interno dei quali svolgono le proprie carriere amministrative.

Questa dicotomia latente si rispecchia direttamente nelle turbolente vicende politiche di quegli anni. Dopo l’uccisione a Roma di Petronio Massimo, proclamatosi successore di Valentiniano, il senatore Avito, inviato a Tolosa per cercare di stringere un’alleanza con i Visigoti, viene prontamente elevato al trono da questi ultimi, con una mossa che poco dopo è ratificata dagli altri senatori gallo-romani riuniti ad Arles. Quando tenta di passare in Italia, tuttavia, è sconfitto dall’esercito guidato dal generale di origine gotica Ricimero. La situazione sarà tipica anche degli anni successivi: l’Italia è presidiata da un forte esercito guidato da Ricimero, vero arbitro del trono imperiale, che tuttavia non arriverà mai a varcare le Alpi per stabilire la sua autorità sui territori romani della Gallia. Solo dopo un interregno di più di un anno nel 457 viene proclamato il nuovo imperatore, Maggioriano: l’intervallo è stato necessario per ottenere il consenso di Marcellino, che governa in maniera semiautonoma la Dalmazia romana. Nei quattro anni successivi l’imperatore cerca, con una certa energia, di tenere insieme quanto rimane dell’impero, ma il fallimento della sua spedizione contro i Vandali permette a Ricimero, nel 461, di deporlo e farlo uccidere. Il suo successore, Libio Severo, è poco più di una marionetta al servizio del generale goto; significativamente, l’aristocrazia gallo-romana (affiancata da quanto resta dell’esercito imperiale nella regione) si stringe ancora una volta intorno ad un proprio candidato, Egidio. Dopo la morte di entrambi i contendenti ed un nuovo interregno, nel 467 viene incoronato Antemio, un generale inviato da Costantinopoli che, dopo essersi assicurato il supporto di tutte le parti in causa (Ricimero, l’aristocrazia gallo-romana, i Visigoti e i Burgundi, l’impero d’Oriente che invia una poderosa flotta) intraprende una grande spedizione contro i Vandali.

Recuperare la ricca provincia d’Africa, infatti, sembra (probabilmente a ragione) l’unico modo per salvare uno stato che, tra tendenze centrifughe e continue cessioni territoriali (e dunque fiscali) ai barbari per assicurarsene la fedeltà, sta letteralmente cadendo a pezzi. Il fallimento, non scontato, di questo tentativo segna la fine di Antemio (eliminato pochi anni dopo da Ricimero) e sostanzialmente anche quella del suo impero. La corte di Costantinopoli stipula una pace con i Vandali, segnalando così la fine del proprio coinvolgimento attivo con gli affari dell’Occidente; i Visigoti, guidati da Eurico, rompono definitivamente gli indugi e intraprendono una campagna di conquista in Gallia.

I due successivi imperatori, Olibrio (appartenente all’influente gens Anicia e genero di Valentiniano III) e Glicerio, sono due figure insignificanti manovrate ancora una volta da Ricimero e dal burgundo Gundobado; nel 474 le truppe della Dalmazia marciano sulla penisola e pongono sul trono Giulio Nepote (riconosciuto anche da Costantinopoli), ma alla fine ha la meglio l’esercito d’Italia, il cui comandante Oreste, nel 475, incorona il proprio figlio Romolo, detto derisoriamente Augustolo ("Piccolo Augusto"). Il territorio imperiale è ridotto all’Italia, le cui rendite non bastano più a contenere le pretese dell’esercito vincitore, composto quasi esclusivamente da elementi barbarici.

La caduta senza rumore dell’impero d’Occidente

Il generale Odoacre, irritato per il rifiuto di Oreste di concedere ai suoi uomini terre in Italia (rimasta fino ad allora, probabilmente per una volontà precisa, sgombra di stanziamenti barbarici), nel 476 lo uccide e (forse il 4 settembre) depone suo figlio Romolo, concedendogli un vitalizio e relegandolo in Campania.

Odoacre manda le insegne imperiali (vestis regia e ornamenta palatii) a Costantinopoli, a rimarcare la sua decisione di non eleggere un ulteriore sovrano fantoccio, e assume personalmente il titolo di re, mantenendo peraltro un ossequio formale verso l’impero d’Oriente: batte le sue monete nel nome dell’imperatore Zenone, ricevendo in cambio il titolo di "patrizio". Per quanto l’opinione moderna, rispecchiata da una serie ininterrotta di manuali scolastici, individui nel 476 uno spartiacque epocale, c’è da dire che tra i contemporanei l’evento non suscita molto scalpore: la definizione di "caduta senza rumore" è stata opportunamente coniata da Arnaldo Momigliano. Gli storici e i cronisti dell’epoca (in particolare i Consularia italica e Malco), in effetti, pur registrando la presa di potere di Odoacre, non sembrano individuare nessuna cesura di rilievo. Non solo, infatti, negli anni precedenti si sono già susseguiti interregni, ma soprattutto nel 476 c’è un altro imperatore d’Occidente in circolazione, Giulio Nepote, le cui pretese risultano legittimate da Costantinopoli, e che rimane politicamente attivo in Dalmazia fino alla morte nel 480: alcune monete sono battute in suo nome dallo stesso Odoacre e, significativamente, persino da Siagrio, che governa una residua enclave romana in Gallia fino al 486. A livello storiografico probabilmente il primo riconoscimento della straordinarietà dell’evento si riscontra nella cronaca di Marcellino, un illirico di buona famiglia che scrive a Costantinopoli nei primi decenni del VI secolo. Nella sua breve notazione, Marcellino ricorda come con Romolo Augustolo, nel 476, sia perito anche "l’impero occidentale della stirpe romana" (Hesperium Romanae gentis imperium): un’osservazione che, secondo un’ipotesi plausibile, potrebbe derivare dalle riflessioni di Quinto Aurelio Simmaco, uno degli ultimi esponenti della tradizione senatoria romana, discendente del Simmaco che si era battuto per lasciare nella curia l’altare della Vittoria.

La fine di un mondo

Se veramente la qualifica di spartiacque per l’anno 476 emerge solo alcune decine di anni dopo l’evento, occorre però osservare che la mossa di Odoacre riveste davvero un’importanza ideologica notevole.

Non solo e non tanto per la deposizione di Romolo, quanto piuttosto perché il territorio dell’Italia, che fino ad allora, in forza del suo prestigio, era stato pressoché immune dalla frammentazione e dal massiccio insediamento barbarico, in quel momento diventa in blocco uno dei tanti (e nemmeno il più importante) nuovi regni che emergono in Occidente. Certo, la romanizzazione culturale sarà qui molto più forte che altrove, soprattutto nel fiorente regno italico di Teodorico; il primato (effettivo o onorifico) di cui la penisola ha goduto per secoli nel mondo mediterraneo è però definitivamente tramontato, e questo risulta drammaticamente evidente proprio con la riconquista "romana" di Giustiniano: nella compagine ampliata dell’impero d’Oriente, l’Italia ricoprirà il ruolo di provincia marginale e periferica.

Il fatto che si fosse cercato di mantenere integro il territorio italico è tanto più notevole se si pensa che, con ogni probabilità, la sua importanza per le sempre più esauste finanze dell’impero era già da decenni inferiore a quella di altre zone o regioni cedute ai barbari. L’effetto delle invasioni guidate nella penisola da Alarico e Radagaiso nel primo decennio del V secolo è stato disastroso: nel 413 e poi ancora nel 418 l’autorità deve concedere una drastica riduzione delle imposte agli abitanti dell’Italia centrale e meridionale. Nel corso dell’assedio gotico di Roma quasi tutti gli schiavi della città fuggono per unirsi ai barbari, e questo forse avviene anche altrove, contribuendo ulteriormente al declino economico. La conquista dell’Africa da parte dei Vandali (in particolare con la caduta di Cartagine nel 439), che ben presto sviluppano una potente flotta, rende insicuro il Mediterraneo centrale e a farne le spese è ancora una volta l’Italia. Cionostante, si cerca di preservare a tutti i costi la culla dell’impero dalla "cessione" ai barbari, anche parziale; e certo il suo brusco declassamento a monarchia germanica può senz’altro essere considerato il segnale che qualcosa si è definitivamente concluso.

Peraltro non si deve pensare che la fine del mondo antico (perlomeno in Occidente: per l’Oriente occorre attendere ancora qualche secolo), se si accetta la tradizionale cesura del 476, sia limitata solo a questioni ideologiche o alla sostituzione di un sovrano. Gli elementi di continuità, soprattutto in campo amministrativo, sono molti, e spesso i re germanici sono più che disposti a trovare un modus vivendi con i loro sudditi romani. D’altro canto, occorre tenere presente che negli scritti di molti intellettuali latini del periodo (si pensi a Sidonio Apollinare) la consapevolezza di dover fare di necessità virtù è accompagnata, in più di un caso, da forme di disprezzo e di insofferenza verso quelli che sono destinati a diventare i nuovi padroni: il "passaggio di proprietà", insomma, pur senza essere totalmente disastroso, sicuramente non è nemmeno indolore.

Infine, la storiografia recente ha rivelato come la dissoluzione della metà occidentale dell’impero, della sua rete economica, produttiva (con particolare riferimento alle grandi manifatture "industriali") e commerciale, abbia effetti molto seri anche sulla vita quotidiana dei suoi abitanti. Il collasso dell’autorità romana e della sua economia specializzata viene seguito (talora immediatamente, talora – come in Italia ed Africa – più lentamente) da una regressione a condizioni di vita materiale che spesso rimandano direttamente ad una fase pre-romana. Secondo l’evocativa ricostruzione di Ward-Perkins le abitazioni in pietra, pavimentate di mattoni e coperte di tegole, fornite di vasellame di buona qualità, che un tempo sono state così comuni in tutto l’impero, vengono sostituite quasi ovunque da misere capanne di tronchi, coperte di paglia, con il pavimento in terra battuta, fornite di vasellame scadente e malcotto. Si tratta di un panorama di vita materiale che segnala significativamente il distacco da Roma e l’inizio di quello che chiamiamo Medioevo.


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