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La donna: modelli, ruoli, diritti

Negli ultimi decenni del Settecento, la cultura illuministica, la rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese avevano solo introdotto concetti e realtà che diventano centrali nel XIX secolo, dando luogo all’elaborazione di nuovi modelli e all’emergere di ruoli e figure che il diritto fatica ad armonizzare e regolamentare. Se nella prima metà dell’Ottocento la donna diventa esplicito oggetto di riflessione solo in conseguenza di dibattiti volti a ridefinire il ruolo dell’individuo e dei suoi rapporti con lo Stato, nella seconda metà del secolo l’affermazione del movimento femminista, le trasformazioni socio-economiche e l’emergere dell’idea di un individuo molteplice nelle proprie manifestazioni pongono la donna al centro del dibattito.

Modelli

Per tutta la prima metà dell’Ottocento, il concetto di “natura” assume la funzione di paradigma interpretativo e regolatore della società. Biologi, medici e filosofi concordano nell’interpretare il dimorfismo sessuale che attraversa la natura in termini di differenza e complementarità e non più, come avveniva nell’ancien régime, come minorità di un sesso rispetto all’altro. Ciò non significa però l’eliminazione di un rapporto gerarchico che, scomparso sul piano ontologico, si riproduce sul piano della realtà sociale.

A partire dal diverso ruolo dei sessi nella riproduzione della specie, infatti, vengono modellate due differenti sfere d’azione – quella pubblica per gli uomini e quella privata per le donne – che si collocano in modo diverso rispetto al potere: le donne, inglobate nella famiglia, non si definiscono come individui autonomi, indipendenti, e quindi, a differenza degli uomini, non possiedono, né sul piano teorico né su quello della pratica, i requisiti necessari per l’esercizio della cittadinanza.

D’altra parte però l’affermazione del modello di famiglia coniugale borghese, la sua enfatizzazione e centralità nel modello sociale ottocentesco conferiscono nuova rilevanza alla donna che, in quanto moglie e madre, diventa garante dell’ordine domestico e dell’educazione dei figli. Madre attenta e amorevole, moglie dolce e comprensiva, le viene assegnato un unico spazio d’azione, la sfera privata, un’identità uniforme, quella di “angelo del focolare”, e come unica destinazione sociale la responsabilità nei confronti della specie.

È nel mondo protestante, dove a metà Ottocento la netta separazione fra sfera pubblica e privata è una concezione socialmente condivisa e dove si è già affermato un sistema di regole e rituali in grado di regolamentare la sfera privata, che il modello femminile dominante si apre a nuove articolazioni che legittimano la presenza delle donne in spazi pubblici. Le prime donne ad apparire e a muoversi con una certa autonomia negli spazi pubblici sono le mogli dei pastori. Corresponsabili, in quanto mogli, della riuscita affettiva e sociale della famiglia, affiancano il marito nell’attività pastorale: compiono visite ai malati, tengono lezioni ai bambini, talvolta dirigono l’istruzione di donne adulte, in genere affiancano il marito in tutte quelle attività pratico-caritative che cercano di far fronte ai nuovi bisogni sociali.

Le mogli dei pastori propongono in questo modo un’immagine dinamica della donna, ben diversa da quella sentimentale, fragile e intimista, tutta risolta all’interno delle mura domestiche, del modello dominante; tuttavia tale immagine, secondo la quale la donna è posta sotto l’egida del marito e protetta da un’aura di moralità irreprensibile, non sembra troppo inquietante e conflittuale rispetto al modello ideale. L’esempio delle mogli dei pastori, una fede che considera la vita nel mondo la dimensione in cui si realizza il buon cristiano, la presenza sempre più pressante di persone socialmente deboli e bisognose di assistenza temperano l’inquietudine che suscita l’inizio dell’azione femminile e legittimano ben presto altre donne coniugate a uscire dalle proprie case, accompagnate dalle figlie o dalle serve, per andare ad assistere malati, portare loro generi di conforto e per organizzare attività di beneficenza. Si assiste così a una proiezione nel sociale, nello spazio pubblico, di quelle competenze e di quei tratti che caratterizzano la figura della donna all’interno della famiglia. E proprio questo modello permette l’emergere e l’affermarsi di quelle professioni “femminili” (l’insegnante, l’infermiera) al cui interno si ha per “la prima volta l’immagine di un lavoro voluto e costruito dalle donne come proiezione della loro individualità”.

A differenza del mondo protestante, il modello cattolico, basato sull’esaltazione della verginità e dell’universo conventuale, è invece esclusivamente quello della sposa e della madre e l’imitazione della purezza della Vergine diventa il centro dell’educazione femminile.

Attorno agli anni Trenta, sotto la spinta degli ideali liberali, alcuni esponenti del mondo cattolico accolgono il modello, elaborato dal pensiero pedagogico rivoluzionario, della madre istitutrice che rafforza e sviluppa nei figli e nei mariti le virtù individuali e sociali. Ma questa proposta rimane confinata nella trattatistica morale di metà Ottocento, mentre la Chiesa continua a sostenere una religiosità sentimentale che si va sempre più femminilizzando e che dai luoghi di devozione si dilata alla quotidianità familiare. La donna, facendo appello alle proprie risorse sentimentali, viene chiamata a costituire il correttivo morale degli uomini. Negli ultimi decenni del secolo, però, cominciano ad apparire donne cattoliche provenienti dal ceto aristocratico che escono dalle mura domestiche per dedicarsi a un’intensa attività di beneficenza, attraverso la quale costruiscono una propria identità e contemporaneamente propongono un approccio “femminile” alla questione sociale. Ma sarà solo nei primi anni del Novecento, per fronteggiare il femminismo e le pratiche laiche di intervento sociale, che l’Azione Cattolica aprirà spazi alle donne; in un primo momento si tende a rafforzare il modello – già noto e ormai inadeguato – della dama di beneficenza, poi è lo stesso Pio XI a proporre alle donne cattoliche la nuova identità di militante. I valori attorno cui costruire le nuove identità femminili cattoliche non sono più esclusivamente quelli della purezza, perseguita attraverso un rigido controllo e una conservazione dell’innocenza femminile, né sono più sufficienti le naturali competenze che scaturiscono dal suo ruolo di madre: per la militante cattolica i libri costituiscono uno strumento di formazione obbligatorio.

Si tratta però di una figura proposta a un’élite, inserita in una struttura fortemente gerarchica, attraverso cui il mondo cattolico fa proprio e controlla il modello della militante femminista o in genere della militante politica – già presente nella società – che si è imposto negli ultimi anni del secolo attraverso le lotte per i diritti politici e civili, acquisendo una certa legittimità e un certo fascino.

L’immagine della militante, istruita, professionalmente competente, in grado di autocontrollarsi e di condurre una vita autonoma e moralmente irreprensibile, attiva e impegnata nel mondo sociale e politico, è il modello femminile che il movimento delle donne, al di là delle diverse pratiche e delle differenti strategie che animano i vari “femminismi”, elabora e promuove nel corso della seconda metà dell’Ottocento in contrapposizione a quello intimista e domestico della famiglia borghese.

Ruoli

La famiglia coniugale borghese, pur costituendo la struttura fondante della società, promossa e sostenuta dalle istituzioni, esclude realtà ancora presenti, realtà nuove o marginali, come la famiglia patriarcale, come la famiglia operaia e le persone sole. Allo stesso modo il modello di femminilità legittimato, pur costituendo un paradigma di riferimento comune, si rivela ben presto incapace di accogliere, al di là della sua volontà totalizzante, le nuove realtà presenti nella società. Nel corso del secolo esso si va progressivamente sgretolando in una molteplicità di immagini femminili diverse – per lo più contrapposte all’esemplare immagine materna – che classificano le donne secondo ruoli sociali, occupazione, sanità mentale e passatempi.

È nel mondo del lavoro che emerge la frattura fra modello e realtà. Si crea infatti una tensione tra la logica dell’onore, in base alla quale la donna deve rimanere in casa per assolvere al proprio compito di assistenza e cura della famiglia, e la logica della necessità che obbliga le donne più povere al lavoro. Così, mentre nei ceti sociali più ricchi l’esclusione delle donne da ogni attività lavorativa diventa un elemento centrale del loro status sociale, nei ceti poveri urbani la diffusione del lavoro extradomestico salariato porta alla definizione di una nuova figura sociale, quella della donna lavoratrice; fra i ceti medi, infine, l’adozione di varie strategie volte a conciliare onore e lavoro apre alle donne nuove professioni e carriere.

Nel mondo del lavoro dell’Ottocento coesistono forme diverse di asimmetria fra i sessi, legate ai diversi sistemi economici, ai mutamenti delle strutture familiari e all’estensione dei diritti di cittadinanza.

Se per gran parte del secolo il mondo contadino rimane estraneo a una divisione sessuale del lavoro e il lavoro femminile si caratterizza per un’intensità e una durezza a cui corrisponde uno scarso riconoscimento sia sul piano simbolico sia su quello materiale (nei momenti di crisi sono le figure femminili a essere espulse dalla famiglia), con modalità diverse il mondo urbano, regolato dal mercato, elabora una forte diversificazione sessuale del lavoro. Alla definizione della divisione sessuale del lavoro concorrono una serie di norme e di pratiche: l’esclusione delle donne dagli apprendistati formali, che rende il loro lavoro socialmente meno definito; la tutela coniugale, che vincola l’azione della donna coniugata all’autorizzazione maritale; le teorie degli economisti, secondo cui il salario di un uomo deve essere sufficiente a sostentare la famiglia, mentre quello di una donna “è supposto appena sufficiente al suo mantenimento”.

Alla diversificazione sessuale, inoltre, concorrono sia gli imprenditori, che nelle offerte di lavoro specificano età, competenze richieste e sesso dei lavoratori, sia i movimenti sindacali che, per proteggere lavoro e salario maschile, considerano inevitabile che i salari femminili siano inferiori a quelli maschili e cercano di escludere le donne da alcuni settori del mondo lavorativo. Anche gli istituti assistenziali, del resto, attraverso la definizione dei criteri di ammissione e l’organizzazione dell’attività educativa, operano nella stessa direzione.

Fra i criteri di ammissione all’assistenza, ad esempio, l’essere orfane di padre ha più valore che l’esserlo di madre; infatti una donna priva di figure maschili viene considerata costituzionalmente fragile e, più spesso di quanto non avvenga per i maschi, l’assistenza si associa addirittura all’internamento. Inoltre, anche se è vietata la presenza maschile all’interno dei conservatori, come dice lo storico Cavalli “si arriva all’estremo di impiegare uomini ciechi o anziani per azionare filatoi e torcitoi, pur di salvare l’esclusiva competenza maschile della manutenzione e manovra delle macchine industriali” e “benché il tempo sia interamente dedicato al lavoro, questo non si configura mai come addestramento professionale”.

Del resto le trasformazioni economiche – in particolare la nuova articolazione delle attività commerciali – richiedono competenze sempre maggiori e la scolarizzazione superiore è quasi esclusivamente maschile; si assiste inoltre a una maggiore diversificazione degli spazi: il lavoro manuale tende a concentrarsi nelle aree più marginali o degradate, mentre la media borghesia si allontana dal trambusto e dal sudiciume, inevitabili nel centro della città, per trasferirsi in zone residenziali che implicano una definitiva separazione fra casa e lavoro.

Il lavoro maschile si va quindi delineando come attività caratterizzata da una maggiore autonomia individuale e da intense relazioni sociali, come luogo attraverso cui l’individuo definisce se stesso e a cui si salda il riconoscimento dei suoi diritti di cittadino.

Se il lavoro maschile è sempre più orientato all’esterno dell’economia domestica, il lavoro femminile – caratterizzato dalla dipendenza economica e giuridica – implica invece una rete di relazioni sociali limitate; meno definito e più frammentato, ha una scarsa capacità di definizione individuale ed è legato all’economia domestica, per tempi, spazi e modalità.

Il lavoro maschile ha una forte identità professionale, ma è più costoso e più rigido; quello femminile, meno definito professionalmente (abilità più che mestiere), è eclettico, flessibile e prevede retribuzioni molto più basse.

Il settore che per primo risente del nuovo clima è quello del lavoro a domicilio. Poco visibile, compatibile con gli impegni di assistenza e cura della famiglia attribuiti alla donna, esso tende a divenire quasi esclusivamente femminile, sia che si tratti della produzione di beni (sarte, modiste, nastraie, fabbricanti di guanti, bretelle, cinture, fiori artificiali ecc.) sia che si tratti di lavoro servile, ormai socialmente svalutato dall’affermazione dei valori di indipendenza e autonomia.

Il lavoro a domicilio, quello a bottega e il lavoro rurale rimangono esplicitamente esclusi dalle legislazioni di tutela emanate nella seconda metà del secolo, mentre lo Stato interviene a regolamentare il mondo della manifattura e della fabbrica, dove i conflitti sul piano ideologico, sociale ed economico sono più visibili. Infatti, se il basso costo della manodopera femminile costituisce un forte elemento di concorrenzialità nei confronti del lavoro maschile adulto, il lavoro femminile nelle fabbriche rappresenta anche un fattore di destabilizzazione del modello di famiglia coniugale, in quanto i redditi femminili acquistano visibilità e nuova centralità all’interno dell’economia familiare e contemporaneamente scaturiscono da un’attività che viene considerata in conflitto con la funzione materna assegnata alle donne. Nasce così la figura “tormentata e ben visibile” della donna lavoratrice che si pone al centro dell’attenzione dei contemporanei e diviene oggetto di regolamentazione giuridica. Si moltiplicano le inchieste sul lavoro delle donne (e dei minori) che alla denuncia delle insostenibili condizioni di sfruttamento uniscono le preoccupazioni per i danni che questo può provocare alla riproduzione, considerata ormai come un processo comprendente sia il periodo precedente sia quello successivo al concepimento.

Movimenti operai, riformatori borghesi e opinione pubblica, convengono pertanto sulla necessità di assegnare allo Stato il compito di tutelare le donne e i minori nella sfera lavorativa, ruolo che fino a quel momento era stato di esclusiva competenza della famiglia. Le legislazioni di tutela, basate sul modello della differenza e sul ruolo materno, hanno effetti contraddittori e danno luogo a dibattiti nei quali le donne assumono posizioni diverse, spesso contrapposte. Da una parte, infatti, le legislazioni di tutela costituiscono il riconoscimento di un nuovo diritto femminile che – nei settori in cui non esiste concorrenza maschile – le donne stesse rivendicano; dall’altra riducono l’accesso delle donne al lavoro, rendendo la loro offerta meno concorrenziale ed escludendo esplicitamente le coniugate dal lavoro operaio, cosicché a fine secolo il lavoro femminile nelle fabbriche diventa una realtà sociale separata e minoritaria, mentre la presenza femminile si concentra in settori produttivi poco visibili e non controllati o in nuovi settori impiegatizi e di professionalità femminile.

Per le donne, comunque, il lavoro è nello stesso tempo un luogo di sfruttamento (le legislazioni di tutela oltre a contemplare ampie deroghe hanno scarsa applicazione) e di emancipazione sociale: in città le giovani operaie cominciano a legare la loro autonomia e la loro identità al lavoro. Ad Alessandria, ad esempio, le “borsaline” ostentano un’eleganza che suscita la riprovazione dei contemporanei, ma allo stesso tempo propone l’immagine di “un’affermazione femminile che dal mondo del lavoro si allargava a volte a un percorso di mobilità matrimoniale e sociale”.

È soprattutto nel terziario che si impone la figura femminile, acquisendo quella visibilità e quella legittimazione, congiunta talvolta a un certo prestigio, che mancano alle lavoratrici salariate del mondo produttivo. Si tratta di attività che emergono nell’ultimo decennio del secolo e verso cui affluiscono giovani nubili provenienti dai ceti medi o medio-bassi. Sono impieghi che consentono di associare le attività domestiche al lavoro esterno, che si connotano per rispettabilità e “pulizia”. Nel caso delle attività professionali, infatti, esse si delineano come proiezione esterna alla famiglia della figura materna, mentre le attività impiegatizie vengono giustificate con il carattere sottomesso, capace di sopportare la ripetizione, e attento ai dettagli, naturalmente associato alla figura femminile. In realtà l’apertura alle donne del pubblico impiego è dichiaratamente connesso a una scelta di risparmio. Si tratta di sviluppare strutture importanti per il consolidamento dei moderni stati democratici, quali la diffusione dell’istruzione elementare e l’organizzazione di un efficiente servizio postale, telegrafico e telefonico, che richiedono uno sforzo economico rilevante, affrontato attraverso il ricorso ad assunzioni femminili. In gran parte d’Europa, quindi, per quanto con modalità e ritmi diversi, si registra una consistente presenza femminile in questi settori che viene avvertita come un fenomeno culturale nuovo, legato ai cambiamenti della modernità.

L’immagine delle impiegate, delle maestre e delle professioniste, per quanto inizialmente accomunate dal nubilato, è molto diversa.

Le impiegate, pur salvaguardate nella loro onorabilità dal fatto di essere alle dipendenze dello Stato, a causa dei bassi salari stentano a mantenere quel minimo di apparenze che le differenziano dal proletariato; inoltre, sebbene vivano con orgoglio una professione che dà loro identità e una certa autonomia economica, sono prive di argomenti (eccetto forse quello del sacrificio di sé) che le nobilitino socialmente e, poiché il contratto di lavoro impone il nubilato, sono escluse da quella destinazione matrimoniale che definisce il modello socialmente condiviso di femminilità. La debolezza del loro ruolo trova espressione in una serie di immagini stereotipate (quella dell’impiegata frivola, chiacchierona e ignorante, o quella della zitella invecchiata in ufficio, sola e amareggiata) che vanno a rafforzare lo scarso prestigio della categoria proprio nel momento in cui questa comincia a manifestare un attivismo sindacale autonomo.

La figura della maestra, invece, pur nascendo con un profilo professionale debole per l’incertezza dei contenuti e per la povertà della formazione culturale, gode di un certo prestigio che deriva dal consenso che suscita un’attività connessa alla funzione educativa, ritenuta eminentemente femminile. Inizialmente è una figura economicamente e socialmente debole, ma nel corso di pochi anni rafforza decisamente la propria posizione, anche se con modalità diverse, a seconda che viva in campagna o in città. L’importante funzione che le viene assegnata, di “cerniera tra la dimensione materna e quella civile, tra la religiosità popolare e la nuova cultura laica, tra spazio privato e spazio pubblico”, fa sì che verso la fine del secolo si attui un reale potenziamento della sua formazione. La migliore preparazione culturale e una diffusa consapevolezza del valore civile del proprio ruolo stanno alla base di una nuova figura di maestra, laica ed emancipazionista, che partecipa con determinazione alle battaglie civili e politiche del tempo.

Vi è infine una élite femminile che, in contrapposizione al modello tradizionale, basato sulla dipendenza economica e sull’aspirazione al matrimonio, lega consapevolmente la propria identità e il proprio successo sociale a percorsi scolastici superiori e allo sviluppo di competenze individuali. Si tratta di donne che provengono dal ceto medio e che hanno una formazione universitaria acquisita superando notevoli resistenze. Spesso costrette a trasferirsi all’estero per conseguire una laurea, questa però non garantisce loro l’esercizio della professione: solo poche la esercitano e per farlo devono battersi, ricorrendo a tribunali e legislatori. Per alcune professioni, come quella medica, le resistenze sono minori, mentre per altre, come ad esempio l’esercizio dell’avvocatura, si deve attendere il nuovo secolo, per quanto questa venga già praticata da donne negli Stati Uniti (1869) e in alcuni Paesi europei (Svizzera, Finlandia, Norvegia).

A fine Ottocento, quindi, a tutti i livelli sociali la presenza femminile nella sfera pubblica, negata dal modello di femminilità legittimata, è una realtà ineludibile che dà luogo a un caleidoscopio di immagini diverse che scaturiscono da una pluralità di ruoli spesso in conflitto con il modello definito.

Diritti

Le legislazioni ottocentesche, mentre fanno proprio – almeno come principio – il concetto di uguaglianza affermato dalla Rivoluzione francese, sono percorse da un criterio di diversità che trova espressione nella regolamentazione di tutti i settori della vita politica e civile. Esse infatti si basano sull’assunzione di un dimorfismo sessuale che colloca i due generi, maschile e femminile, in posizioni diverse rispetto alla legge.

L’uomo, in quanto individuo indipendente, ha i requisiti per l’esercizio dei diritti civili e politici. La donna, invece, o in quanto essere femminile o perché inserita in una struttura familiare, è priva di autonomia e quindi non può esercitarli. Tale dimorfismo trova argomentazioni e articolazioni diverse spesso contraddittorie nei diritti politici e in quelli civili – dando luogo al di là della vocazione universalista dei codici, a una pluralità di diritti – risultato di continue correzioni, interpretazioni innovative e modifiche locali – che nasce dal progressivo svuotamento di quell’idea di dipendenza femminile su cui si basa la legislazione d’inizio secolo.

È nel diritto privato, e in particolare in quello patrimoniale, che il dimorfismo giuridico trova per la prima volta una nuova articolazione. Qui infatti vengono a contrapporsi due principi fondamentali della società borghese: l’universalità dei diritti civili individuali e la tutela dell’ordine familiare, il carattere individuale del patrimonio e i vincoli familiari. È proprio la struttura egualitaria del codice, che equipara maschi e femmine nei diritti ereditari, a essere chiamata in causa per giustificare l’introduzione dell’autorizzazione maritale, in base alla quale la donna sposata delega al marito l’esercizio dei propri diritti. Si crea così una frattura nella condizione giuridica delle donne che possono ampliare effettivamente la loro capacità di azione solo se nubili o vedove, godendo, in tal caso, rispetto alla proprietà della stessa autonomia e indipendenza dei maschi adulti. Le donne coniugate, sottoposte all’autorità maritale, vengono invece private dell’esercizio di qualsiasi diritto che implichi un’azione nello spazio pubblico (non solo operazioni commerciali e aperture di conti bancari, ma anche l’iscrizione all’università o la richiesta del passaporto). La volontà del legislatore di rafforzare l’istituto familiare e l’esclusione di una realtà sociale percepita come marginale e transitoria fanno sì che per la donna la solitudine diventi la condizione preliminare dell’emancipazione.

Anche l’accesso al voto amministrativo, o comunque il dibattito sulla possibilità per le donne di esercitarlo, avviene a partire da considerazioni di tipo patrimoniale che tendono a escludere l’attribuzione di un significato politico a questa forma di suffragio. Diverso è invece il significato attribuito a questa rivendicazione dal movimento emancipazionista che a metà secolo, quando le donne inglesi conquistano il diritto di voto municipale (1869), costituisce già una realtà ineludibile.

Fra la fine degli anni Sessanta e il decennio successivo, la questione femminile si impone con modalità diverse nei dibattiti politici di tutti i Paesi occidentali.

Mentre negli Stati Uniti il movimento femminista, nato in seno al movimento abolizionista, ottiene già un significativo successo con la conquista del suffragio femminile nello Stato del Wyoming (1869), in Italia il dibattito che accompagna l’introduzione del Codice Pisanelli (1865) fa emergere un gruppo di donne che già avevano partecipato alle lotte nazionali e ai movimenti democratici del 1848, intessendo rapporti con donne di diversi Paesi europei e che ripropongono con forza il tema dell’uguaglianza dei diritti politici. Contemporaneamente in Germania si costituisce una fitta rete di organizzazioni femminili che operano attivamente per garantire l’indipendenza economica delle donne tedesche attraverso un potenziamento dell’istruzione e una riforma dei sistemi di retribuzione del lavoro salariato femminile. In Inghilterra, infine, sorgono numerose associazioni, per lo più in risposta a iniziative politiche ostili alle donne, segno di una capacità organizzativa femminista divenuta ormai di massa.

Alla fine degli anni Settanta una serie di temi (il diritto di voto, la lotta alla regolamentazione della prostituzione, il diritto all’istruzione superiore e all’esercizio di tutte le professioni, il diritto a salario uguale per lavoro uguale, la richiesta di riforma dei codici che regolano il diritto di famiglia) costituisce la piattaforma comune di una rete internazionale di movimenti femminili che animano campagne più o meno serrate in tutti i Paesi. Questi movimenti si servono di tutti gli strumenti offerti da uno Stato democratico: stampa, petizioni, conferenze, sfilate per le vie delle città, congressi nazionali e internazionali.

Negli anni Ottanta l’inasprirsi dei conflitti sociali, la progressiva estensione del diritto di voto, l’evoluzione dei partiti politici e delle organizzazioni operaie aprono una nuova fase dei movimenti femminili: ai primi movimenti di stampo liberale si affianca una rete di donne socialiste che pone alla base del proprio programma la lotta di classe. Femminismo e socialismo, pur procedendo di pari passo, conoscono anche momenti di conflittualità, in cui le donne sono chiamate a scegliere se sostenere la politica del partito o il proprio programma di emancipazione: in Italia, ad esempio, in occasione della legge sul lavoro delle donne (1902) o in Austria, quando nel 1905 le donne socialiste rinunciano alla rivendicazione del diritto di voto per ottenere come prima cosa il suffragio maschile. Diversa è la situazione in Germania, dove il movimento delle donne socialiste crea una struttura autonoma all’interno del partito che garantisce loro visibilità e autonomia. Infatti, mentre in gran parte d’Europa il rapporto fra i movimenti femminili che si appoggiano ai diversi partiti è abbastanza fluido, in Germania, dove la conflittualità tra le classi è più marcata, le donne socialiste escludono qualsiasi collaborazione con i movimenti femminili liberali e cattolici, persino su rivendicazioni comuni come il suffragio.

Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il diritto di voto diventa il perno della lotta femminile in tutti i Paesi d’Europa. Le esponenti più radicali lo considerano la condizione preliminare per realizzare l’uguaglianza sia nella vita privata sia in quella pubblica; le donne delle correnti moderate, ritengono invece che debba giungere a coronamento di un percorso di maturazione durante il quale le donne devono dimostrare la loro pubblica utilità.

All’indomani della prima guerra mondiale gran parte dei Paesi europei concederà il voto politico alle donne, come riconoscimento dell’assistenza, della dedizione e dell’aiuto prestato durante il conflitto.

Le donne hanno quindi accesso alla cittadinanza non come individualità forti, secondo quanto avevano cercato di affermare le suffragiste della prima generazione, ma “in quanto generose verso gli altri”, secondo quel modello di “maternità sociale” che a partire dall’età del positivismo si impone nei discorsi di legittimazione dei diversi movimenti femminili.


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