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Nazim Hikmet

Considerato tra le voci più importanti della letteratura del Novecento e primo tra gli scrittori turchi ad aver utilizzato il verso libero, Nazim Hikmet è forse il poeta orientale più amato e tradotto in Europa e nel mondo. Nonostante nel suo Paese sia stato condannato per l’adesione al marxismo e sia rimasto anche dopo la sua morte una figura controversa, la sua poesia è al contempo un richiamo al rispetto della vita e della libertà individuale e un monito contro l’ignoranza, la violenza, l’odio e contro tutto ciò che ha minacciato la dignità dell’uomo nel corso della Storia.

La “voce del mondo”

Nazim Hikmet

Forse la mia ultima lettera a Mehmet

Non ho paura di morire, figlio mio.

Eppure malgrado tutto

a volte quando lavoro trasalisco di colpo

oppure nella solitudine del dormiveglia.

Contare i giorni è difficile.

Non ci si può saziare del mondo, Mehmet,

non ci si può saziare.

Non vivere su questa terra come un inquilino

oppure in villeggiatura

nella natura.

Vivi in questo mondo come se fosse la casa di tuo padre.

[...]

La nostra terra, la Turchia,

un bel paese tra gli altri paesi,

e i suoi uomini,

quelli di buona lega,

sono lavoratori pensosi e coraggiosi

e atrocemente miserabili.

[...]

Tu, da noi, col tuo popolo,

costruirai il futuro,

lo vedrai coi tuoi occhi,

lo toccherai con le tue mani.

Io forse morirò lontano dalla mia lingua,

lontano dalle mie canzoni,

lontano dal mio sale e dal mio pane,

con la nostalgia di tua madre e di te.

Mehmet, piccolo mio,

ti affido

ai compagni turchi.

Me ne vado ma sono calmo.

La vita che si disperde in me si ritroverà in te,

per lungo tempo

e nel mio popolo, per sempre.

in Joyce Lussu, Il turco in Italia (ovvero l’italiana in Turchia), Ancona, Transeuropa, 1998

Nazim Hikmet è uno dei poeti maggiormente amati e conosciuti in Europa, Pablo Neruda lo giudica già “voce del mondo” mentre, tradotto in più di 50 lingue, in Turchia nominarlo o citare i suoi versi è ancora considerato reato, per via della militanza comunista e del suo impegno di critica ai regimi fascisti. È tuttavia impossibile comprendere la portata e il respiro della poesia di Hikmet senza considerare proprio la sua convinzione politica, per la quale trascorrerà più di 17 anni di prigione, quasi la poesia sia realmente “la più sanguinaria delle arti”. La reclusione forzata del poeta, costretto spesso a concepire i propri versi mentalmente e a dettarli a chi gli fa visita, rende particolarmente coinvolgente il profondo senso di libertà e partecipazione che proviene dalla sua opera, e la sua concezione sociale di poesia. Il desiderio di scrivere per tutti, anche per gli analfabeti, è alla base della rivoluzione metrica e linguistica operata da Hikmet all’interno della tradizione lirica turca, basata, prima di lui, sui rigidi schemi di metrica sillabica utilizzati dai suoi contemporanei: Tefik Fikret, ad esempio, che associava le forme metriche tradizionali arabo-persiane dell’arûz e del rubaî con una lingua ottomana parzialmente modernizzata o Mehmet Emir, poeta del nazionalismo, il primo a scrivere in turco con metriche sillabiche e toniche. In questo orizzonte Hikmet opera una radicale innovazione, che gli costerà l’inimicizia di molti letterati, adottando dapprima forme metriche variabili e un uso irregolare della rima e, solo in un secondo momento, concentrandosi unicamente sul verso libero, armonizzato con l’ampia gamma di vocalità della lingua turca.

Non la lingua colta e privilegiata insegnata nelle scuole, incomprensibile alla maggior parte della popolazione, ma piuttosto quella del parlato quotidiano dei contadini dell’Anatolia, cesellata per enfatizzarne ed estenderne la complessità dei suoni. L’apporto rivoluzionario di Hikmet non si limita però solo all’aspetto formale, anzi, è proprio il contenuto delle sue poesie, volte a gettare luce sulla vita quotidiana e materiale, che attira maggiormente le critiche dei detrattori. Convinto che il destino di un poeta che rifugge dalla vita reale sia quello di “bruciare come paglia”, Hikmet va oltre i temi convenzionali e i topoi della lirica turca tradizionale, occupandosi prevalentemente dell’aspetto sociale e politico dell’uomo, come in quello che è ancora considerato il suo capolavoro, Panorami umani (Memleketimden Insan Manzaralari), un lungo poema di 70 mila versi, scritti e dettati, dal 1941, nell’arco di 20 anni, 13 dei quali trascorsi nella prigione di Bursa. Questo libro si propone di essere una sorta di poema epico del popolo turco, comprendente il periodo dal secondo governo costituzionale al secondo dopoguerra. Hikmet parte dall’analisi del concreto per giungere a una visione globale dell’esistenza: la Turchia che tenta di raccontare scaturisce infatti dallo sguardo rivolto verso la storia e le vicende delle persone realmente incontrate nel carcere. La situazione turca, però, è solo il pretesto per giungere, come sempre nell’opera di Hikmet, a una visione generale che abbracci tutta l’esistenza. Ne risulta che politica e cronaca divengono materia poetica, e la stessa vicenda dell’autore entra a far parte del racconto, condotto attraverso differenti tecniche poetiche, ma anche utilizzando inserti di prosa, sceneggiatura o drammaturgia. Per comprendere le ragioni di questa scelta stilistica occorre però riconsiderare la prima fase della poesia di Hikmet, quella che data intorno ai primi anni Venti del secolo, affidata a raccolte come 835 versi (835 Satir), Varan 3 e 1+1=1. Mentre la poesia turca, ancora fermamente chiusa nel suo guscio di tradizioni, replica la musicalità rigida e monotona delle forme classiche, Hikmet, che ha studiato all’università di Mosca, letto i poeti futuristi e conosciuto personalmente Vladimir Majakovskij, attua una vera e propria rivoluzione formale, un’esplosione lirica mai conosciuta prima nel suo Paese d’origine. Non si tratta solo dell’adozione del verso libero, alternato in realtà con forme sillabiche canoniche fuse in maniera totalmente arbitraria, ma soprattutto del tono complessivo dei testi, caratterizzati da una voce modulata sugli accordi tra le singole parole, le allitterazioni e un ascolto profondo della musicalità della lingua turca. Anche il poeta Ahmet Hasim, convenendo sulla superiorità del nuovo stile poetico introdotto da Hikmet, afferma che prima di lui la poesia era fatta di assoli di flauto e che egli avrebbe invece messo in piedi un’intera orchestra.

L’afflato verso il pubblico

Durante le letture pubbliche, Hikmet è particolarmente attento a rendere vocalmente la consistenza dei testi, la loro partitura fonica, la lettura ad alta voce qualcosa di più prossimo al canto che al parlato. In quegli anni egli considera la poesia come qualcosa da pronunciarsi di fronte a una folla, e i suoi versi assumono il compito di provocare la gente ad agire. Occorre infatti ricordare che per Hikmet la poesia coincide con una forma di lotta, che consiste anche nell’esternare lo sdegno per la corruzione e la miseria dell’amministrazione pubblica, o nella satira, mai distruttiva, verso i paradossi e le forme di governo.

Nonostante 835 versi abbia incontrato una notevole opposizione da parte dei gruppi più conservatori, lo straordinario successo di pubblico, in particolare tra i giovani, rende conto della portata dell’operazione condotta da Hikmet; pare che una breve poesia pubblicata in Varan 3, Lo stomaco sacro, risuonasse in ogni angolo della Turchia. La rivoluzione formale di Hikmet va però intesa più nella direzione della sintesi che non in quella avanguardista della distruzione, egli è infatti capace di assimilare diversi motivi della poesia tradizionale donando loro nuova freschezza. Metro, rime, armonia, poesia popolare e ottomana di diversi periodi, ma anche autori a lui contemporanei trovano posto nel suo mondo poetico, come nel caso de L’epopea dello sceicco Bedrettìn (Seyh Bedreddin Destani, 1936), che, nella sezione intitolata Piove, anticipa di molti anni gli esiti della poesia turca del dopoguerra.

Da un certo punto di vista si può affermare che la rivoluzione di Hikmet sia consistita nel “tradurre” nel presente e in Europa la ricchezza e il passato della poesia turca, mantenendo sempre la piena consapevolezza di scrivere per il suo popolo e non per il giudizio della critica, per lungo tempo restia nei suoi confronti. Quando l’esperienza del carcere inizia a fargli comprendere di non poter più raggiungere il popolo turco attraverso le letture pubbliche, la sua poesia subisce un notevole abbassamento di tono e si fa sensibile la commistione con la prosa. A partire da Lettere dal carcere, tra le poesie più intense scritte da Hikmet, il destinatario delle sue parole non è più solo un soggetto collettivo. I testi prendono la forma del dialogo con le persone amate, la moglie Piranye, “ape mia dagli occhi più dolci del miele”, la sorella, e il figlio Mehmet, a cui dedica una delle sue liriche più celebri ed emotivamente coinvolgenti, Forse la mia ultima lettera a Mehmet: “Me ne vado ma sono calmo / la vita che si disperde in me / si ritroverà in te”. Mentre le rime si fanno più delicate e il linguaggio colloquiale, si verifica una maggiore attenzione a temi convenzionali come l’amore, senza però mai rischiare di cadere nel romanticismo o nell’erotismo fine a se stesso. Nella poesia di Hikmet l’amore non si presenta mai come una forza che sconvolge ma come il raggiungimento di un equilibrio tra sé e il mondo, tra sé e l’umanità. Per questo anche la donna non viene mai rappresentata sotto le spoglie angelicate e codificate della tradizione, ma è soprattutto una persona, insieme amica, amante e compagna di lotta. La figura femminile diventa lo schermo su cui proiettare tutto ciò che il poeta ama: i colori della Turchia, la passione per la vita, gli ideali politici, la speranza. Hikmet dipinge dei ritratti reali, vivi, perché ciò che gli interessa è rappresentare la vita nella sua complessità: nei suoi versi un operaio assonnato e un carcerato che si dispera perché non può portare un fiore all’amata vengono trattati con il medesimo senso di partecipazione alla vicenda umana. La banalità degli oggetti e dei pensieri viene scavalcata dal senso fisico di partecipazione alla vita: il profumo di un cetriolo in una giornata invernale, il fumo di una sigaretta, una camicia, ogni cosa rivela all’uomo il suo mistero di bellezza. Come ha detto Jean-Paul Sartre durante una cerimonia avvenuta dopo la sua morte, Hikmet “sapeva che l’uomo è qualcosa che deve essere fatto, e che l’uomo deve creare se stesso attraverso un’instancabile lotta contro il nemico”. Il nemico per Hikmet è sempre stato tutto ciò che nella Storia ha minacciato la dignità dell’uomo, la violenza, l’odio, il totalitarismo e, soprattutto, l’ignoranza, vero e proprio strumento di prevaricazione. Anche la morte, nemico della vita per eccellenza, al centro delle ultime straordinarie poesie, è vissuta con slancio vitalistico e ironia, come un inconveniente che si frappone al progetto di costruzione dell’uomo: “Non ho paura di morire / ma morire mi secca / è una questione d’amor proprio”.

Quando a Mosca nel 1963, dopo aver pubblicato numerose raccolte, la morte lo coglie di sorpresa sull’uscio di casa, in Turchia la sua opera è ancora bandita; nel resto del mondo ha però raggiunto una straordinaria diffusione, e il suo nome ha già la statura del mito. In Italia è toccato alla scrittrice Joyce Lussu tradurre e divulgare la poesia di Hikmet, nonostante non conoscesse una sola parola di turco. Le sue traduzioni, tra le più belle a detta dello stesso poeta, sono il frutto di innumerevoli incontri e conversazioni avvenuti nell’arco di molti anni. Con la mediazione della lingua francese, Hikmet è riuscito a spiegarle letteralmente il senso e le sfumature di ogni parola, confermando la sua assoluta fiducia in una poesia intesa come reale comunicazione umana.


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